Novelle per un anno - 1928 - Candelora
9. Un ritratto
Stefano Conti?
- Sí, signore... Venga, s'accomodi.
E la servetta m'introdusse in un ricco salottino.
Che effetto curioso, quella parola "signore" rivolta a me su
la soglia di casa di quel mio amico della prima giovinezza!
Ero un "signore" adesso: e Stefano Conti, di certo un
"signore" di trentacinque o trentasei anni anche lui.
Nel salottino, tenuto in una triste penombra, restai in
piedi a guardare con un senso indefinibile di fastidio i
mobiletti nuovi, disposti in giro, ma come per non servire.
Non stavano certo ad aspettar nessuno quei mobiletti in quel
salottino appartato e sempre chiuso. E il senso di pena, con
cui li guardavo, me li faceva ora sembrare intorno come
stupiti di vedermi tra loro; non ostili, ma neppure
invitanti.
Ero ormai abituato da un pezzo agli antichi mobili delle
case di campagna, comodi, massicci e confidenziali, che
dalla lunga consuetudine e da tutti i ricordi d'una vita
placida e sana hanno acquistato quasi un'anima patriarcale
che ce li rende cari. Quei mobiletti nuovi mi stavano
attorno rigidi e come compresi di tutte le regole della
buona società. Si capiva che avrebbero sofferto e si
sarebbero offesi d'una trasgressione anche minima a quelle
regole.
- Viva il mio divanaccio, - pensavo, - il mio vecchio
divanaccio di juta, ampio e soffice, che sa i miei sonni
saporosi dei lunghi pomeriggi d'estate, e non s'offende del
contatto delle mie scarpacce cretose e della cenere che cade
dalla mia vecchia pipa!
Ma nell'alzar gli occhi a una parete, all'improvviso e con
stupore misto a uno strano turbamento, mi parve di scorgere
in un ritratto a olio, che raffigurava un giovanetto dai
sedici ai diciassette anni, il mio stesso disagio e la mia
stessa pena; ma molto piú intensa, quasi angosciosa.
Restai a mirarlo, come colto in fallo a tradimento. Mi parve
come se a mia insaputa, zitto zitto, mentr'io facevo quelle
considerazioni sui mobiletti del salottino, uno avesse
aperto lí in alto nella parete una finestretta e si
fosse affacciato a spiarmi di là.
- Lei ha ragione: è proprio cosí, signore! - mi
dissero, per togliermi subito d'impaccio, gli occhi di quel
giovinetto.
- Noi siamo qua tanto tristi d'esser lasciati cosí
soli, senza vita, in questo stanzino privo d'aria e di luce,
esclusi per sempre dall'intimità della casa!
Chi era quel giovinetto? Come e dond'era venuto in quel
salottino questo ritratto? Forse era prima nell'antico
salotto dei genitori di Stefano Conti, nella casa dov'io
andavo, tanti e tanti anni fa, a trovarlo. In quel salotto
non ero mai entrato, perché Stefano m'accoglieva nella sua
stanzetta da studio o nella sala da pranzo.
Il ritratto appariva d'una trentina d'anni fa.
Misteriosamente però, e pur nel modo piú certo, la vista di
quell'immagine escludeva che questi trent'anni, dal giorno
ch'era stata fissata lí dal pittore, fossero stati comunque
vivi per lei.
Doveva essersi fermato lí, quel giovinetto, alle soglie
della vita. Negli occhi stranamente aperti, intenti e come
smarriti in una disperata tristezza, aveva la rinunzia di
chi resta indietro in una marcia di guerra, estenuato,
abbandonato senza soccorso in terra nemica, e guarda gli
altri che vanno avanti e sempre piú s'allontanano portandosi
con loro ogni romor di vita, cosí che presto nel silenzio
che gli si farà vicino, intorno, sentirà certa e imminente
la morte.
Nessun uomo di quarantasei o quarantasette anni di sicuro,
avrebbe mai aperto l'uscio di quel salottino per dire,
indicando nella parete il ritratto:
- Eccomi, quand'io avevo sedici anni.
Era senza dubbio il ritratto d'un giovinetto morto, e lo
dimostrava chiaramente anche il posto che occupava nel
salottino, come in segno di ricordo, ma non molto caro, se
era lasciato lí, tra quei mobiletti nuovi, fuori d'ogni
intimità della casa: posto piú di considerazione, che
d'affetto.
Sapevo che Stefano Conti non aveva né aveva avuto mai
fratelli; né del resto quell'immagine aveva alcun tratto
caratteristico della famiglia del mio amico; neppure
un'ombra di somiglianza con Stefano o con le due sorelle di
lui, già da un pezzo maritate. La data del ritratto, poi, e
quel che si scorgeva del vestiario non potevano far pensare
che fosse qualche antico parente della madre o del padre,
morto nell'adolescenza lontana.
Quando, di lí a poco Stefano sopravvenne e, dopo le prime
esclamazioni nel ritrovarci tanto mutati l'uno e l'altro, ci
mettemmo a rievocare i nostri ricordi, provai, alzando gli
occhi di nuovo a quel ritratto e domandandone al mio amico
qualche notizia, lo strano sentimento di commettere una
violenza, di cui mi dovessi vergognare, o piuttosto, un
tradimento, che tanto piú doveva rimordermi in quanto
approfittavo che nessuno potesse rinfacciarmelo, se non lo
stesso mio sentimento. Mi parve che il giovinetto lí
effigiato, con la disperata tristezza degli occhi mi
dicesse: «Perché chiedi di me? Io t'ho confidato che sento
la stessa pena che tu, entrando qui, hai sentito. Perché
esci ora da questa pena e vuoi da altri intorno a me notizie
che io, qui muta immagine, non posso correggere o
smentire?».
Stefano Conti, alla mia domanda, storse la testa e levò un
braccio, come per ripararsi dalla vista di quel ritratto.
- Per carità, non me ne parlare! Non posso neanche
guardarlo!
- Scusami, non credevo... - balbettai.
- No! Non immaginare niente di male, - s'affrettò a
soggiungere Stefano. - Il male che mi fa la vista di questo
ritratto è cosí difficile a dire, se sapessi!
- È un tuo parente? - m'arrischiai a domandare.
- Parente? - ripeté Stefano Conti, stringendosi ne le
spalle, piú forse per ritrarsi da un contatto ideale che gli
faceva ribrezzo, che per non saper come dire. - Era... era
un figliuolo della mamma.
Tal maraviglia afflitta e tanto imbarazzo mi si dipinsero in
volto, che Stefano Conti, arrossendo improvvisamente,
esclamò:
- Non illegittimo, ti prego di credere! Mia madre fu una
santa!
- Ma dici tuo fratellastro, allora! - gli gridai quasi con
ira.
- Me lo avvicini troppo, con questa parola, e mi fai
male, - rispose Stefano, contraendo il volto dolorosamente.
- Ecco, ti dirò, mi forzerò a spiegarti una difficilissima
complicazione di sentimenti, che ha poi, come vedi, questo
effetto, di farmi tener lí, come per un'ammenda, questo
ritratto. La sua vista mi sconvolge ancora; e sono passati
tanti anni! Sappi che io ebbi attossicata l'infanzia nel
modo piú crudele da questo ragazzo, morto di sedici anni.
Attossicata, nell'amore piú santo: quello della madre.
Sta' a sentire.
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Vivevamo allora nella campagna dove son nato e dove
dimorai fino ai dieci anni, cioè fino a quando mio
padre, disgraziatissimo, non abbandonò l'impresa della
Mandrana, che poi ad altri fruttò onori e ricchezza.
Vivevamo lí, soli, come esiliati dal mondo.
Ma quest'esilio lo penso adesso: allora non lo sentivo,
perché non immaginavo neppure che lontano da quella
terra, da quella casa solitaria ov'ero nato e crescevo,
di là dai colli che scorgevo grigi e tristi
all'orizzonte, ci fosse altro mondo. Tutto il mio mondo
era lí, né c'era altra vita per me fuori di quella de la
mia casa, cioè di mio padre e di mia madre, delle mie
due sorelle e delle persone di servizio.
Io sono per esperienza con coloro che stimano cattivo
consiglio lasciare i fanciulli nell'ignoranza di tante
cose che, scoperte alla fine improvvisamente per caso,
sconvolgono l'animo e lo guastano talvolta
irreparabilmente. Sono convinto che non c'è altra realtà
fuori delle illusioni che il sentimento ci crea. Se un
sentimento cangia all'improvviso, crolla l'illusione e
con essa quella realtà in cui vivevamo, e allora ci
vediamo subito sperduti nel vuoto.
Questo avvenne a me a sette anni, per il cangiare
improvviso d'un sentimento che, a quell'età, è tutto:
quello, ripeto, dell'amor materno.
Nessuna madre, io credo, fu cosí tutta de' suoi figli
come la mia. Né io, né certo le mie sorelle, nel vederla
dalla mattina alla sera attorno a noi, proprio dentro la
vita nostra, nelle lunghe assenze di mio padre dalla
villa, c'immaginavamo che potesse avere una vita per sé
fuori della nostra. Andava, è vero, di tanto in tanto,
una volta ogni due o tre mesi, in città col babbo per
tutto un giorno; ma credevamo che non s'allontanasse
affatto da noi con quelle gite, fatte come ci sembravano
per rinnovar le provviste della casa di campagna.
Anzi, tante volte avevamo l'illusione d'averla spinta
noi ad andare in città, per i regalucci, i giocattoli
che ci recava al ritorno. Ritornava qualche volta
pallida come una morta e con gli occhi gonfi e rossi; ma
quel pallore, seppure ce n'accorgevamo, era spiegato con
la stanchezza del lungo tragitto in vettura; e quanto
agli occhi, possibile che avesse pianto? Erano cosí
rossi e gonfi per la polvere dello stradone.
Se non che, una sera, vedemmo ritornare in villa, solo e
fosco, nostro padre.
- La mamma?
Ci guardò con occhi quasi feroci. La mamma? Era rimasta
in città, perché... perché s'era sentita male.
Ci disse cosí, dapprima.
S'era sentita male; doveva trattenersi per qualche
giorno in città; niente di grave; aveva bisogno di cure,
che in campagna non poteva avere.
Restammo in tale sbigottimento, che mio padre pur di
scuotercene, ci maltrattò aspramente, con un'ira che non
solo accrebbe il nostro sbigottimento, ma ci offese e ci
ferí come una crudelissima ingiustizia.
Non avrebbe dovuto sembrargli naturale che restassimo
cosí, a quella notizia inattesa?
Ma l'ira ingiusta e l'asprezza non erano per noi. Lo
comprendemmo una decina di giorni appresso, allorché mia
madre ritornò in villa: non sola.
Vivessi cent'anni, non potrei dimenticare l'arrivo di
lei in carrozza, davanti al portone della villa.
Udendo dal fondo del viale l'allegro scampanellío dei
sonaglioli, ci precipitammo giú, io e le mie sorelle,
per accoglierla in festa: ma su la soglia del portone
fummo bruscamente fermati da nostro padre, smontato
allora allora da cavallo, tutto ansante e polveroso, per
prevenir di qualche passo l'arrivo della vettura che
conduceva la mamma.
Non sola! Capisci? Accanto a lei, sorretto da guanciali,
tutto avvolto in scialli di lana, pallido come di cera;
con questi occhi smarriti che tu gli vedi nel ritratto,
c'era questo ragazzo: suo figlio! Ed ella era cosí
intenta a lui, cosí tutta di lui in quel momento,
costernata tanto della difficoltà di calarlo giú in
braccio dalla vettura senza fargli male, che neppure ci
salutava - noi, suoi figli soli, fino a jeri - neppure
ci vedeva!
Un altro figlio, quello? La mamma nostra, la mamma tutta
di noi fino a jeri, aveva avuto fuori della nostra
un'altra vita? fuori di noi un altro figlio? quello? e
lo amava come noi, piú di noi?
Non so se le mie sorelle provarono quel che provai io,
nella stessa misura. Io ero il piú piccolo, avevo appena
sette anni. Mi sentii strappare le viscere, il cuore,
soffocare d'angoscia, occupar l'animo da un sentimento
oscuro, violentissimo, d'odio, di gelosia, di ribrezzo,
di non so che altro, perché tutto l'essere mi s'era
rivoltato, stravolto allo spettacolo di quella cosa
inconcepibile: che fuori di me mia madre potesse avere
un altro figlio, che non era mio fratello, e che potesse
amarlo come me, piú di me!
Mi sentii rubare la madre... No, che dico? Nessuno me la
rubava. Lei, lei commetteva davanti a me e in me una
violenza disumana, come se mi rubasse lei la vita che mi
aveva data, staccandosi da me, escludendosi dalla vita
mia, per dare l'amore, che doveva esser tutto mio,
quello stesso amore che dava a me a un altro, che come
me ci aveva diritto, lo stesso diritto che ci avevo io.
Grido ancora, vedi? Risento, a pensarci, la stessa
esasperazione d'allora, l'odio che non poté mai piú
placarsi, per quanto poi mi narrassero la storia pietosa
di quel ragazzo, da cui mia madre aveva dovuto staccarsi
quando passò a seconde nozze con mio padre. Non lo aveva
preteso mio padre quel distacco. Lo avevano preteso i
parenti del primo marito. Sembra che costui per gravi
dissapori con mia madre, allora giovinetta, dopo quattro
o cinque anni di tempestosa vita coniugale, si fosse
ucciso.
Tu intendi ora: le rare volte che mia madre si recava
dalla campagna in città, andava lí a vedere quel suo
figliuolo, di cui noi non sapevamo nulla; che gli
cresceva lontano, affidato a un fratello e a una sorella
del primo marito. Ora questo fratello era morto; poco
dopo il ragazzo s'era mortalmente ammalato e mia madre
era accorsa al suo capezzale, lo aveva conteso alla
morte, e appena convalescente se l'era portato con sé in
campagna, sperando di fargli riacquistare la salute col
suo amore, con le sue cure. Fu tutto invano; morí tre o
quattro mesi dopo. Ma né le sofferenze valsero mai a
suscitare in me un moto di pietà, né la sua morte a
placare il mio odio. Io avrei voluto ch'egli guarisse,
anzi; ch'egli rimanesse lí, tra noi, per riempire con
l'odio che la sua presenza m'ispirava il vuoto orrendo
rimasto dopo la sua morte tra me e mia madre. Il vederla
riattaccarsi a noi, dopo la morte di lui, come se ormai
ella potesse ridivenir tutta nostra come prima, fu per
me uno strazio anche maggiore, perché mi fece intendere
ch'ella non aveva affatto sentito quel che avevo sentito
io; e non poteva difatti sentirlo, perché quello per lei
era un figliuolo, com'ero io.
Ella forse pensava: - «Ma io non ti amo solo! Non amo
anche le tue sorelle?». Senza intendere che nell'amore
ch'ella aveva per le mie sorelle c'ero anch'io, mi
sentivo anch'io, sentivo ch'era lo stesso amore ch'ella
aveva per me: mentre lí, no, nell'amore che aveva per
quel suo ragazzo, no! lí non c'ero, io, lí non potevo
entrarci, perché quel ragazzo era suo, e quand'ella era
di lui e con lui, non poteva esser mia, con me.
Tu capisci: non mi offendeva tanto per me questa
sottrazione d'amore; quanto m'offendeva il fatto che
quel ragazzo era suo. Questo non sapevo tollerare!
Perché la mamma ora non mi pareva piú mia. Non mi pareva
piú la mamma ch'era stata per me prima.
Da allora - credi - ti dico una cosa orrenda... da
allora io non mi sentii piú la mamma nel cuore.
L'ho perduta due volte, io, la madre. Ma ne ho anche
avute quasi due. Questa che m'è morta di recente non era
piú la mamma, la mamma vera, la mamma di cui si dice che
ce n'è una sola. La mia vera mamma, la mia sola mamma,
mi morí allora, quand'avevo sett'anni. E allora la
piansi davvero: lagrime di sangue, come non ne verserò
mai piú in vita mia, lagrime che scavano e lasciano un
solco eterno, incolmabile.
Me le sento ancora dentro, queste lagrime che
m'avvelenarono l'infanzia; e le devo a lui. Perciò t'ho
detto che non posso neanche guardarlo. Riconosco che fu
un disgraziato anche lui. Ma ebbe almeno la fortuna di
non vivere la sua disgrazia; mentr'io, non per colpa, ma
certo per causa sua, vissi tant'anni accanto a mia madre
senza piú sentirmela nel cuore come prima.
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