Novelle per un anno - 1928 - Candelora
8. Piuma
Già s'era accorta che la pietà dei parenti non era tanto a
costo delle sue sofferenze, quanto di quelle che ella dava
loro, senza volerlo, col suo male inguaribile; e che insomma
nasceva da un goffo rimorso quella loro affannata pietà. Il
grosso marito calvo e accigliato, quella grossa cugina
povera, corazzata da due poppe prepotenti sotto il mento, i
capelli che parevano un casco di ferro su la fronte bassa e
quel pajo di spaventosi occhiali sul fiero naso, anche un
po' baffuta, poverina; volevano soffrire per lei perché
intendevano di pagare cosí il sollievo, il bene che sarebbe
loro venuto dalla sua morte.
E difatti, quand'ella soffriva, le erano attorno ansanti e
premurosi; ma poi, appena il male le dava requie e sul letto
poteva gustare per ogni nonnulla una lieve gioja innocente,
una dolcezza di respiro nuovo tra il candor fresco del letto
rifatto, né l'uno né l'altra partecipavano alla sua gioja;
si staccavano anzi dal letto e la lasciavano sola.
Dunque, patti chiari: non le concedevano il diritto di star
bene; le concedevano in cambio il diritto di tormentarli col
suo male, quanto piú potesse, quanto piú sapesse. E pareva
che di questo cambio volessero proprio essere ringraziati.
Non era troppo?
Tormentarli, doveva tormentarli per forza; non poteva farne
a meno: non dipendeva da lei. Che poi la lasciassero sola
nei momenti di requie, non solo non le importava nulla, ma
le faceva anzi un gran piacere, perché sapeva bene che quei
due non avrebbero potuto neppur lontanamente immaginare di
che cosa ella godesse, di che vivesse.
Pareva di nulla. E veramente non viveva piú di ciò che agli
altri bisogna per vivere. Cosí anche poteva credere di non
toglier nulla agli altri rimanendo lí in attesa della morte
che non veniva. Ma spesso gli occhi, che avevano ancora il
limpido brillío dello zaffiro, vivi essi soli nella sparuta
magrezza del visino diafano, le ridevano maliziosi.
Forse si vedeva come quella formichetta dell'apologo nel suo
libro di lettura di quand'era bambina: la formichetta che,
attraversando una via, chiedeva ai passanti:
- Che vi fa, buona gente, questa mia pagliuzza?
Una pagliuzza? Niente! Ma pretendeva la formichetta che
tutto il traffico della via, gente, veicoli s'arrestassero
per lasciarla passare con quella sua pagliuzza.
E fosse almeno passata! Ma non passava mai: non poteva
passare, perché veramente il tempo per lei non passava piú.
In quella vana attesa di morte, la vita esterna s'era come
assordita in lei.
Da anni e anni durava in quel suo male che nessun medico
finora aveva saputo dichiarare; e non si capiva come. Nella
luce di quella vasta camera bianca, su quell'ampio letto
bianco, s'era ridotta piú fragile di quegli insetti d'estate
che, a toccarli appena, son lieve polvere d'oro tra le dita.
Come faceva, cosí fragile, a resistere agli spasimi di quei
fieri accessi del male, non rari? Non pareva un dolore
umano, poiché le strappava dalla gola cupi gridi d'animale.
Ma pure resisteva. Poco dopo, calma, era come se non fosse
stato nulla. Diventava sempre piú magra, questo sí; e piú
che a vederla, era uno spavento a immaginare a che punto di
magrezza si sarebbe ridotta di qui a dieci, di qui a
vent'anni, chi sa! perché forse per venti anni ancora, e piú,
avrebbe seguitato su quel letto a incadaverirsi viva; pur
senza sformarsi, pur senza perdere, anzi acquistando sempre
piú una sua certa grazia infantile, per cui pareva non tanto
dimagrisse, quanto si rimpiccolisse tutta a mano a mano che
il tempo passava, quasi che, per prodigio, dovesse uscir di
vita non già dalla vecchiaja, ma dall'infanzia, a ritroso.
Gli occhi però, gli occhi nel brillío dell'azzurra luce, in
quello sparuto visino di bimba, non erano infantili; si
facevano anzi sempre piú diabolicamente maliziosi; massime
quando, dopo gli accessi del male, ancora aggruppata nel
letto, con la testina arruffata giú dal guanciale, su la
rimboccatura del lenzuolo scomposta, guardava i dorsi del
grosso marito e della grossa cugina, che s'allontanavano
curvi e mogi mogi dal letto.
Disperati, quei poverini! Chi sa che discorsi facevano tra
loro di là, e che pensavano di qua, stando a vegliarla!
Forse la vedevano come presa in uno strano impenetrabile
incanto, che la rappresentava loro come lontana lontana, pur
lí vicina, sotto i loro occhi. Ciò che ella chiamava "sole",
ciò che ella chiamava "aria", quando con una voce che non
pareva piú umana diceva "sole", diceva "aria", forse a
nessuno dei due pareva che fosse piú lo stesso loro sole, la
stessa loro aria. Era difatti come il sole d'un altro tempo,
un'aria ch'ella chiedesse da respirare altrove, lontano;
perché qui, ora, doveva loro sembrare ch'ella non avesse piú
bisogno né di sole né d'aria né di nulla.
Lontano lontano, nel tempo suo lieto, col sole e l'aria di
allora, quand'era bella e sana e gaja e i limpidi occhi di
zaffiro avevano fremiti di desiderio o collere ridenti; e
dove lucidi, precisi, con tutti i loro colori, quasi
riflessi davanti a lei in uno specchio, le vivevano gli
aspetti della sua vita, com'era allora.
Si dondolava andando, ma cosí leggera! per quel traforo
verde del lungo pergolato opaco, con in fondo il sole
abbarbagliante; le manine rosee appese alle falde del gran
cappello di paglia stretto ai lati da un nastro di velluto
nero annodato sotto il mento. Oh quella paglia! Sul
cristallo azzurro della fontana in fondo al pergolato, ove
lei ora corre a specchiarsi, pare un cestello rovesciato.
- Amina! Amina!
Chi la chiama cosí? Scende la scalinata sotto il pergolato.
Sulla spiaggia non c'è nessuno. E ora, in barca, sola, col
mare agitato, si sente assalita dalle ondate che la
sferzano, come di piombo. E si sente acqua, si sente vento;
viva in mezzo alla tempesta. E ogni volta, a ogni sferzata,
ah! è un divino imbevimento, che la fa quasi nitrire, ebbra.
Una forza agile, prodigiosa, tremenda, la lancia, poi la
culla spaventosamente. E in questo spavento vertiginoso, che
voluttà!
Non bisogna abusarne; se no, è l'affanno di nuovo e il
feroce morso di quei dolori al petto che la fanno urlare
come una belva. No no - bisogna tenerla lontana - cosí - la
sua vita, per viverla soltanto lí, nel ricordo.
Oh come le piacciono lí certe giornate di nuvole chiare,
dopo le piogge, con l'odore di terra bagnata e nella luce
umida l'illusione delle piante e degl'insetti che sia di
nuovo primavera. La notte, le nuvole dilagano su le stelle e
le annegano, per poi lasciarle riapparire su brevi profonde
radure d'azzurro. Ed ella, con l'anima piena della piú
angosciosa dolcezza d'amore, ecco, affonda gli occhi in quel
notturno azzurro, e si beve tutte quelle stelle.
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Poche gocce d'acqua, qualche goccia di latte, ora, e
nient'altro. Ma nel sogno cosí, anche a occhi aperti,
dov'ella perennemente viveva, venivano a nutrirla in
abbondanza i ricordi che per lei erano vita. Le recavano
non piú la materialità, ma la fragranza e il sapore dei
cibi d'allora, di quelli che piú le piacevano, frutta ed
erbe, e l'aria d'allora e la gajezza e la salute.
Come poteva piú morire? Dopo un lieve sonno, la sua
anima era pienamente ristorata, e bastava al suo corpo,
cosí com'era ridotto, che quasi non era piú, una goccia
d'acqua, una goccia di latte.
La grossolanità goffa dei corpi, non solo del marito e
della cugina, ma di quanti le s'accostavano al letto era
ormai ai suoi occhi, a tutti i suoi sensi acutissimi,
d'una gravezza insopportabile, e cagione di ribrezzo e
qualche volta anche di terrore. La diafana gracilità
delle pinne del suo nasino fremeva, spasimava,
avvertendo i nauseanti odori di quei corpi, la densità
acre dei loro fiati; e quasi avevan peso per lei anche i
loro sguardi quando le si posavano addosso per
commiserarla. Sí, sí questa commiserazione, come tutti
gli altri sentimenti e desiderii, in quei corpi, avevan
peso per lei e anche cattivi odori. Nascondeva perciò
spesso la faccia sui guanciali, finché non si fossero
allontanati dal letto. Da lontano, con piú spazio
attorno alla chiara, aerea levità del suo sogno, li
guardava, e dentro di sé ne rideva, come di grosse
bestie strane che non potevano vedersi, da sé, come le
vedeva lei, condannate all'affanno di stupidi bisogni,
di gravi e non pulite passioni.
Piú che per tutti gli altri rideva tra sé per il marito,
quando lo vedeva piantato fermo in mezzo alla camera con
la pensosità pesante e lugubre dei buoi. Anche cosí da
lontano, gli scorgeva la pelle spungosa, seminata di
puntini neri. Certo egli credeva di lavarsi bene ogni
mattina; bene come si lavavano tutti gli altri; ma anche
a tutti gli altri, per quanto si lavassero, restavano
sempre nella pelle tutti quei puntini neri. Poteva
scorgerli lei sola, come lei sola scorgeva la
granulosità dei nasi e tant'altre cose che, a guardar
cosí da lontano, erano per lei divertentissime.
La grossa cugina con gli occhiali, per esempio, non
poteva fare a meno d'abbassar le pàlpebre, appena ella
la fissava col capo di solito reclinato giú dal
guanciale, sul bianco della rimboccatura del lenzuolo.
In quel bianco, il suo visino quasi spariva, e solo si
vedevano, acuti e brillanti, i due grandi occhi di
zaffiro, come due vive gemme posate lí.
Ridevano però, ardevano diabolici di riso, non perché
sotto gli occhiali della cugina scorgessero grossi e
lunghi i peli della ciglia, quasi antenne d'insetto, ma
perché ella sapeva bene che la cugina, venendo qua cosí
pacifica, con l'aria di niente, ad assisterla, lasciava
nelle altre stanze di là un dramma che piú goffo nella
sua grossolanità non si sarebbe potuto immaginare: il
dramma della sua passione, povera grossa cugina con gli
occhiali; il dramma, certo, della sua vergogna e del suo
rimorso; ma anche - oh Dio, perdono! - anche de' suoi
segreti piaceri carnali col grosso cugino, attossicati
da chi sa quante lagrime, poverina!
Avrebbe voluto dirle che, via, non stésse a pigliarsene
tanto, perché ella sapeva, aveva indovinato da un pezzo,
e le pareva naturalissimo che tutti e due, cugino e
cugina, visto che la morte non veniva di qua a
liberarli, di là si fossero messi insieme maritalmente,
con quei loro grossi corpi - oh Dio, si sa - tentati
l'uno verso l'altro dalla vicinanza e dal bisogno d'un
conforto reciproco. Naturalissimo. E già due volte, in
sei anni, la poverina era stata costretta a sparire, la
prima volta per tre mesi, la seconda per due. Perché -
si sa, oh Dio - non è senza conseguenze, il piú delle
volte, questo cocente bisogno di conforto reciproco. Il
marito le aveva detto che era andata in campagna a
riposarsi un poco. Glie lo aveva detto però con tale
aria smarrita e vergognosa, che certo ella sarebbe
scoppiata a ridergli in faccia, se veramente avesse
ancora potuto ridere. Ma non poteva, altro che con gli
occhi, ormai. Ridere, ridere forte, con la sua bocca
rossa, coi suoi denti splendidi, ridere come una pazza,
poteva là soltanto, nel sogno vivo in cui si vedeva, con
la sua immagine rosea e fresca di salute; e là, sí, là
aveva riso riso riso, ma tanto, come una pazza!
Avrebbe forse dovuto pentirsene, come d'un peccato,
perché costava necessariamente lagrime agli altri questo
suo inutile riso. Ma che poteva farci se non moriva? E
del resto, che pentimento, se l'uno e l'altra, stanchi
d'aspettare invano la sua morte, s'erano di là
accomodati tra loro? Perché non potevano, con lei ancora
lí, regolare la loro unione, la nascita dei due
figliuoli? Avrebbero dovuto pensarci prima, ai
figliuoli! Li avevano fatti e ora piangevano? Per
fortuna, certo, i due piccini non potevano ancora
prender parte a quel loro affanno, fuori come lei dalla
goffaggine delle grossolane e complicate passioni.
N'ebbe la prova, un giorno.
Nell'ampia camera luminosa non c'era nessuno. Di tanto
in tanto alla cugina faceva comodo credere ch'ella
dormisse e che poteva perciò lasciarla sola, non ostante
l'espressa raccomandazione del marito. (S'erano messi
insieme i due, ma certo in un modo molto curioso,
salvando cioè nei loro cuori grossi ma teneri l'affetto
per lei, un affetto che appariva tanto piú comico quanto
piú si dimostrava sincero e commovente, ma che pur forse
doveva dare alla cugina, qualche volta, una cert'ombra
di gelosia, se egli, per esempio, nel sostenerla negli
accessi del male, le ravviava con dita tremanti i lunghi
capelli d'oro, ricordo d'intime carezze lontane.)
Quel giorno, la cugina la aveva lasciata con tanto
d'occhi aperti; ma non importa: doveva credere che
dormisse, ed era uscita da un pezzo dalla camera, quando
a un tratto l'uscio s'era schiuso ed era entrata una
grossa bamboccetta con gli occhiali, che reggeva con un
braccino sul petto una bambola tignosa, in camicino
rosso e senza un piede, e nell'altra mano una mela
sbocconcellata. Smarrita e titubante, pareva una
pollastrotta scappata dalla stia e penetrata per caso in
un salotto.
Ella, sorridente, le aveva fatto cenno con la mano
d'accostarsi al letto; ma la bimba era rimasta come
incantata a mirarla da lontano.
Con gli occhiali, povera mimma, chi sa qualcuno non
volesse credere di chi era figlia; ma ben pasciuta poi,
sana, placida e - si poteva giurare - perfettamente
ignara dell'affanno che aveva dovuto costare alla madre
il metterla al mondo illecitamente; ignara e beata de le
belle rosse mele che si potevano intanto mangiare, cosí
con tutta la buccia e col solo ajuto dei dentini, in
questo illecito mondo, dove per lei forse solamente alle
bambole poteva capitare la disgrazia di perdere un piede
e il parrucchino di stoppa.
Volle avere pietà; e quando, poco dopo, la madre accorse
tutta sossopra e quasi atterrita a ritirar di furia
quella bimba dalla camera, ove certo s'era introdotta
eludendo la rigorosa vigilanza, chiuse gli occhi e finse
di dormire davvero. Finse di dormire anche quando la
cugina, ancora tutta rimescolata, venne a riprendere il
suo posto d'assistenza presso il letto; ma, Dio Dio, che
tentazione d'aprire a un tratto gli occhi ridenti e di
domandarle all'improvviso:
- Come si chiama?
Sí, via, bisognava un giorno o l'altro venire a questa
risoluzione. Chi sa quali disordini cagionava di là il
mantenere ancora, qua, tutto questo inutile mistero! E
poi anche si moriva dalla curiosità di sapere se l'altro
figliuolo fosse un bamboccetto o un'altra bamboccetta, e
se anche questa seconda, per non sbagliare, fosse con
gli occhiali.
Ma s'infranse da sé il mistero, in un modo inopinato,
pochi giorni dopo l'entrata furtiva di quella bimba
nella camera.
Urli, pianti, fracasso di seggiole rovesciate, un gran
subbuglio, quel giorno, venne dalle stanze di là,
nell'ora del desinare. Ella indovinò che qualcuno era
trascinato con molto stento, sorretto per la testa e pei
piedi, da una stanza all'altra, dalla sala da pranzo a
un letto. Il marito? Un colpo d'apoplessia? I pianti,
gli urli erano disperati. Doveva esser morto.
Non per lei, che da tanto tempo stava qui ad aspettarla,
sua preda accaparrata, ma per un altro che non se
l'aspettava, la morte era entrata nella casa. Era
entrata, forse passando innanzi all'uscio schiuso di
quella camera bianca; forse s'era fermata un momento a
guardarla sul bianco letto; poi s'era introdotta di là
nella sala da pranzo per picchiar di dietro col dito
adunco sul cranio lucido del grosso marito intento a
divorare senza sospetto il suo pranzo quotidiano.
Doveva ora piangere di questa disgrazia? Era per quelli
che restavano in vita. Le feste, i lutti, le gioje, i
dolori degli altri non erano piú da gran tempo per lei,
che dal suo letto li considerava solo come buffi aspetti
di qualche cosa che piú non la riguardasse. Era anche
lei della morte. Quell'esile filo di vita che conservava
ancora, serviva per condurla fuori, lontano, nel
passato, tra le cose morte, in cui solo il suo spirito
viveva ancora, non chiedendo altro di qua, alla vita
degli altri, che una goccia d'acqua, una goccia di
latte; non poteva dunque legarla piú a questa vita degli
altri, ormai estranea a lei, come un sogno senza senso.
Chiuse gli occhi e aspettò che di là quel subbuglio a
poco a poco si quietasse.
Dopo alcuni giorni vide entrare nella camera, vestita di
nero, tra le due bambine vestite anch'esse di nero, la
grossa cugina con gli occhiali, disfatta dal pianto. Le
si piantò come un incubo lí davanti al letto; poi prese
a sussultare, arrangolando; e infine stimò giustizia
gridarle in faccia tra infinite lagrime la sua
disperazione, mostrando le due piccine orfane, e il
danno ormai irreparabile ch'ella aveva fatto loro non
morendo prima. Come, come sarebbero rimaste adesso
quelle due piccine?
Ella ascoltò da prima sbigottita; ma poi, protraendosi a
lungo lo spettacolo un po' teatrale di quella
disperazione pur sincera, non ascoltò piú; fissò l'altra
bimba che ancora non conosceva e notò con piacere che
questa era senza occhiali. Le parve un refrigerio
sentirsi cosí esile, quasi impalpabile, tra il fresco
delle lenzuola bianche, bianca, di fronte a tutto quel
nero angoscioso tempestoso bagnato di lagrime, che
involgeva e sconvolgeva la grossa cugina; e ben buffo le
parve, che se lo fosse assunto lei, cosí, il lutto del
marito, e lo avesse anche imposto a quelle due povere
piccine che fortunatamente avevano l'aria di non
ricordarsi piú di nulla e una gran maraviglia avevano
negli occhi spalancati d'esser penetrate finalmente in
quella camera proibita e di veder sul letto lei che le
guardava con curiosità affettuosa.
Non comprendevano, certo, quelle due bambine ch'ella
avesse loro fatto un gran danno, quel gran danno che la
loro mamma gridava cosí disperatamente. Ma non c'era
proprio rimedio? nessun rimedio? Lo chiese a nome delle
due piccine, per risparmiar loro lo sbigottimento di
tutto quel pianto e di tutte quelle grida. C'era? E
dunque, perché quel pianto e quelle grida? di che si
trattava? di lasciar tutto ciò che ella possedeva a
quelle due piccine? Ma subito! ma pronta! Veramente, per
sé, ella credeva di non possedere piú altro che
quell'esile filo di vita, il quale aveva soltanto
bisogno di qualche goccia d'acqua, di qualche goccia di
latte. Che le importava di tutto il resto? Che le
importava di lasciare agli altri ciò che non era piú suo
da tanto tempo? Era una faccenda difficile e molto
complicata? Ah sí? e come? perché? Ma dunque davvero era
una goffaggine insopportabile la vita, se una cosa cosí
semplice poteva diventar difficile e complicata.
E le parve di vedersela entrare in camera, alcuni giorni
dopo, la complicata goffaggine della vita nella persona
d'un notajo, il quale alla presenza di due testimonii,
prese a leggere un atto interminabile, di cui non
comprese nulla. Alla fine, con molta delicatezza, si
vide presentare un oggetto che non vedeva piú da tanto
tempo. Una penna, perché apponesse la firma a
quell'atto, non solo in fondo, ma parecchie volte, in
margine a ogni foglio di esso.
La sua firma?
Prese la penna; la osservò. Quasi non sapeva piú
reggerla tra le dita. E alzò poi in faccia al notajo i
limpidi occhi di zaffiro con un'espressione smarrita e
ridente. La sua firma? Aveva ancora dunque il peso d'un
nome ella? un nome da lasciare là su quella carta?
Amina... e poi come? Il nome di zitella, e poi
quello di maritata. Oh, e anche vedova bisognava
mettere? Vedova... lei? E guardò la cugina. Poi scrisse:
Amina Berardi del fu Francesco, vedova Vismara.
Rimase a contemplarla un pezzo quella sua incerta
scrittura sulla carta. E le parve cosí buffo che si
potesse credere che in quel rigo di scrittura lí ci
fosse veramente lei, e che gli altri se ne potessero
contentare, non solo, ma se ne beassero tanto, come d'un
atto di grande generosità, che costituiva una vera
fortuna per le due povere piccine vestite di nero,
quella firma. Sí? E ancora, dunque! ancora... Amina
Berardi del fu Francesco, vedova Vismara... Per lei
era come uno scherzo, strascicare quel lungo nome goffo
su per tutti quei fogli di carta bollata, come una
bambina parata da grande, la lunga coda della veste di
mamma.
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