Novelle per un anno - 1928 - Candelora
7. La realtà del sogno

Tutto ciò che egli diceva, pareva avesse lo stesso valore
incontestabile della sua bellezza; quasi che, non potendosi
mettere in dubbio che fosse un bellissimo uomo, ma proprio
bello tutto, non potesse parimenti esser mai contraddetto in
nulla.
E non capiva niente, proprio non capiva niente di quanto
avveniva in lei!
Nel sentire le interpretazioni che dava con tanta sicurezza
di certi suoi moti istintivi, di certe sue fors'anche
ingiuste antipatie, di certi suoi sentimenti, le veniva la
tentazione di graffiarlo, di schiaffeggiarlo, di morderlo.
Anche perché poi, con quella freddezza e sicurezza, e
quell'orgoglio di bel giovine, veniva a mancarle in certi
altri momenti, allorché le s'accostava, perché aveva bisogno
di lei. Timido, umile, supplichevole, allora, come insomma
in quei momenti ella non lo avrebbe desiderato; sicché,
anche allora, per un altro verso si sentiva irritata; tanto
che, pur essendo proclive a cedere, s'induriva restía; e il
ricordo d'ogni abbandono, avvelenato sul piú bello da
quell'irritazione, le si cangiava in rancore.
Sosteneva che fosse una fissazione in lei l'impaccio,
l'imbarazzo che diceva di provare davanti a tutti gli
uomini.
- Li provi, cara, perché ci pensi, - s'ostinava a ripeterle.
- Ci penso, caro, perché li provo! - ribatteva lei. -
Che fissazione! Li provo. è cosí. E debbo ringraziarne mio
padre, la bella educazione che m'ha data! Vuoi mettere in
dubbio anche questo?
Eh, almeno questo no, era sperabile. Ne aveva fatto
esperienza lui stesso durante il fidanzamento. Nei quattro
mesi prima del matrimonio, là, nella cittaduzza natale, non
gli era stato concesso, non che di toccarle una mano, ma
neppure di scambiare con lei due paroline a bassa voce.
Piú geloso d'un tigre, il padre, le aveva inculcato fin da
bambina un vero terrore degli uomini; non ne aveva ammesso
mai uno, che si dice uno, in casa; e tutte le finestre
chiuse; e le rarissime volte che la aveva condotta fuori, le
aveva imposto d'andare a capo chino come le monache, e
guardando a terra quasi a fare il conto dei ciottoli del
selciato.
Ebbene, che maraviglia se ora alla presenza d'un uomo
provava quell'imbarazzo e non riusciva a guardar negli occhi
nessuno e non sapeva piú né parlare né muoversi?
Già da sei anni, è vero, s'era liberata dall'incubo di
quella feroce gelosia paterna; vedeva gente, per casa, per
via; eppure... Non era piú certamente quel puerile terrore
di prima; ma quest'imbarazzo, ecco. I suoi occhi, per quanto
si sforzassero, non potevano proprio sostenere lo sguardo di
nessuno; la lingua, parlando, le s'imbrogliava in bocca; e
d'improvviso, senza saper perché, si faceva in volto di
bragia; per cui tutti potevano credere che le passasse per
la mente chi sa che cosa, mentre proprio non pensava a
nulla; e insomma si vedeva condannata a far cattive figure,
a passare per sciocca, per stupida, e non voleva. Inutile
insistere! Grazie al padre, doveva star chiusa, senza veder
nessuno, per non provare almeno il dispetto di quello
stupidissimo, ridicolissimo imbarazzo piú forte di lei.
Gli amici, i migliori, quelli a cui egli teneva di piú e che
avrebbe voluto considerare come ornamento della sua casa,
del piccolo mondo che, sei anni addietro, sposando, aveva
sperato di formarsi attorno, già s'erano allontanati a uno a
uno. Sfido! Venivano in casa; domandavano:
- Tua moglie?
Sua moglie se n'era scappata a precipizio al primo squillo
del campanello. Fingeva d'andare a chiamarla; andava
davvero; si presentava con la faccia afflitta, le mani
aperte, pur sapendo che sarebbe stato inutile; che la moglie
lo avrebbe fulminato con gli occhi accesi d'ira e gli
avrebbe gridato tra i denti: - «Stupido!» -; voltava le
spalle e ritornava, Dio sa come dentro, di fuori sorridente,
ad annunziare:
- Abbi pazienza, caro, non si sente bene, s'è buttata sul
letto.
E una e due e tre volte; alla fine, si sa, s'erano stancati.
Poteva loro dar torto?
Ne restavano ancora due o tre, piú fedeli o piú coraggiosi.
E questi, almeno questi voleva difenderseli, uno
specialmente, il piú intelligente di tutti, dotto sul serio
e odiatore della pedanteria, fors'anche un po' per
ostentazione; giornalista argutissimo; insomma, amico
prezioso.
Qualche volta da questi pochi amici superstiti sua moglie
s'era fatta vedere, o perché colta di sorpresa, o perché, in
un momento buono, s'era attesa alla preghiera di lui. E
nossignori, non era vero niente che avesse fatto cattiva
figura: tutt'altro!
- Perché quando non ci pensi, vedi... quando t'abbandoni al
tuo naturale... tu sei vivace...
- Grazie!
- Tu sei intelligente...
- Grazie!
- E sei tutt'altro che impacciata, te lo assicuro io! Scusa,
che gusto avrei a farti fare una cattiva figura? Parli con
franchezza, ma sí, anche troppa talvolta... sí sí,
graziosissima, te lo giuro! T'accendi tutta, e gli occhi...
altro che non saper guardare! ti sfavillano, cara mia... E
dici, e dici cose anche ardite, sí... Ti maravigli? Non dico
scorrette... ma ardite per una donna; con scioltezza, con
disinvoltura, con spirito insomma, te lo giuro!
S'infervorava nelle lodi, notando ch'ella, pur protestando
di non credere affatto, ne provava in fondo piacere,
arrossiva, non sapeva se sorridere o aggrottar le ciglia.
- È cosí, è proprio cosí; credi, è una vera fissazione la
tua.
Avrebbe dovuto metterlo almeno in apprensione il fatto che
ella non protestava contro questa sua cento volte asserita
"fissazione", e accoglieva quelle lodi sul suo parlar franco
e disinvolto e finanche ardito, con evidente compiacimento.
Quando e con chi aveva ella parlato cosí?
Pochi giorni addietro, con l'amico "prezioso"; con quello
che le era, naturalmente, il piú antipatico di tutti. È vero
che ella ammetteva l'ingiustizia di certe sue antipatie, e
che sopra tutti antipatici diceva quegli uomini, davanti ai
quali si sentiva piú imbarazzata.
Ma ora il compiacimento d'aver saputo parlare davanti a
quello anche con improntitudine, proveniva dal fatto che
costui, (certo per pungerla sotto sotto) in una lunga
discussione su l'eterno argomento dell'onestà delle donne,
aveva osato sostenere che il soverchio pudore accusa
infallibilmente un temperamento sensuale; sicché c'è da
diffidare d'una donna che arrossisce di nulla, che non osa
alzar gli occhi perché crede di scoprire da per tutto un
attentato al proprio pudore, e in ogni sguardo, in ogni
parola un'insidia alla propria onestà. Vuol dire che questa
donna ha l'ossessione di immagini tentatrici; teme di
vederle dovunque; se ne turba al solo pensiero. Come no?
Mentre un'altra, tranquilla di sensi, non ha affatto di
questi pudori e può parlare senza turbarsi anche di certe
intimità amorose, non pensando che ci possa esser nulla di
male in una... che so, in una camicetta un po' scollata, in
una calza traforata, in una gonna che lasci scorgere appena
appena qualcosa piú sú del ginocchio.
Con questo, badiamo, non diceva mica che una donna, per non
essere creduta sensuale, dovesse mostrarsi sfacciata,
sguajata e far vedere quello che non si deve far vedere.
Sarebbe stato un paradosso. Egli parlava del pudore. E il
pudore per lui era la vendetta dell'insincerità. Non che non
fosse sincero per se stesso. Era anzi sincerissimo, ma come
espressione della sensualità. Insincera è la donna che
voglia negare la sua sensualità mostrando in prova il rosso
del suo pudore su le guance. E questa donna può essere
insincera anche senza volerlo, anche senza saperlo. Perché
nulla è piú complicato della sincerità. Fingiamo tutti
spontaneamente, non tanto innanzi agli altri, quanto innanzi
a noi stessi; crediamo sempre di noi quello che ci piace
credere, e ci vediamo non quali siamo in realtà, ma quali
presumiamo d'essere secondo la costruzione ideale che ci
siamo fatta di noi stessi. Cosí può avvenire che una donna,
anche a sua insaputa sensualissima, sinceramente creda
d'esser casta e di provare sdegno e ribrezzo della
sensualità, per il solo fatto che arrossisce di nulla.
Questo arrossir di nulla, che è per se stesso espressione
sincerissima della reale sensualità di lei, è assunto invece
come prova della creduta castità; e, cosí assunto, diventa
naturalmente insincero.
- Via, signora, - aveva concluso alcune sere fa
quell'amico prezioso, - la donna, per sua natura (salve,
s'intende, le eccezioni) è tutta nei sensi. Basta saperla
prendere, accendere e dominare. Le troppo pudiche non hanno
neppur bisogno d'essere accese: s'accendono, avvampano
subito da sé, appena toccate.
Non aveva dubitato un momento, ella, che tutto questo
discorso si riferisse a lei; e, appena andato via l'amico,
s'era rivoltata ferocemente contro il marito, che durante la
lunga discussione non aveva fatto altro che sorridere come
uno scimunito e approvare.
- M'ha insultata in tutti i modi per due ore, e tu, tu
invece di difendermi, hai sorriso, hai approvato,
lasciandogli intendere cosí, ch'era vero quel che diceva,
perché tu, mio marito, eh tu, tu lo potevi sapere...
- Ma che cosa? - aveva esclamato lui, trasecolato. - Tu
farnetichi... Io? che tu sii sensuale? Ma che dici? Se
quello parlava della donna in genere, che c'entri tu? Ma se
avesse per poco sospettato che tu potessi riferire a te il
suo discorso, non avrebbe aperto bocca! E poi, scusa, come
poteva crederlo, se non ti sei mostrata affatto con lui
quella donna pudibonda di cui egli parlava? Non hai mica
arrossito; hai difeso con impeto, con fervore la tua
opinione. E io ho sorriso perché me ne compiacevo, perché
vedevo la prova di quanto ho sempre detto e sostenuto, che
cioè quando tu non ci pensi, non sei punto impacciata, punto
imbarazzata: e che tutto codesto tuo presunto imbarazzo non
è altro che fissazione. Che c'entra il pudore, di cui quello
ti parlava?
Non aveva trovato da rispondere a questa giustificazione del
marito. S'era chiusa in sé, cupa, a rimuginare perché si
fosse sentita cosí a dentro ferire dal discorso di colui.
Non era pudore, no, no e no, non era pudore il suo, quel tal
pudore schifoso di cui quegli parlava; era imbarazzo,
imbarazzo, imbarazzo; ma certo un maligno come quello poteva
scambiare per pudore quell'imbarazzo, e perciò crederla
una... una a quel modo, ecco!
Se veramente, però, non s'era mostrata imbarazzata, come il
marito asseriva; l'imbarazzo tuttavia lo provava; poteva
qualche volta vincerlo, forzarsi a non mostrarlo; ma, lo
provava. Ora, se il marito negava in lei quest'imbarazzo,
voleva dire che non s'accorgeva di nulla. Non si sarebbe
perciò neanche accorto se quest'imbarazzo fosse in lei
un'altra cosa, cioè quel tal pudore di cui quello aveva
parlato.
Possibile? Ah Dio, no! Il solo pensiero le faceva schifo,
orrore.
Eppure..
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Fu nel sogno la rivelazione.
Cominciò come una sfida, quel sogno, come una prova, a
cui quell'uomo odiosissimo la sfidasse, in séguito alla
discussione avuta con lei tre sere avanti.
Ella doveva dimostrargli che non avrebbe arrossito di
nulla; che egli poteva fare su lei qualunque cosa gli
piacesse, ch'ella non si sarebbe né turbata né punto
scomposta.
Ed ecco, egli cominciava con fredda audacia la prova. Le
passava prima lievemente una mano sul volto. Al tocco di
quella mano ella faceva uno sforzo violento su se stessa
per nascondere il brivido che le correva per tutta la
persona, e non velare lo sguardo e tener fermi e
impassibili gli occhi e appena sorridente la bocca. Ed
ecco, ora egli le accostava le dita alla bocca; le
rovesciava delicatamente il labbro inferiore e annegava
lí, nell'interno umidore, un bacio caldo, lungo,
d'infinita dolcezza. Ella serrava i denti; s'interiva
tutta per dominare il tremito, il fremito del corpo; e
allora egli prendeva tranquillamente a denudarle il
seno, e... Che c'era di male? No no, nulla, nulla di
male. Ma... oh Dio, no... egli s'indugiava perfidamente
nella carezza... no, no... troppo... e... Vinta,
perduta, dapprima senza concedere, cominciava a cedere,
non per forza di lui, no, ma per il languore spasimoso
del suo stesso corpo; e alla fine...
Ah! Balzò dal sogno convulsa, disfatta, tremante, piena
di ribrezzo e d'orrore.
Guatò il marito, che le dormiva ignaro accanto; e l'onta
che sentiva in sé si cangiò subito in abominazione per
lui, come se lui fosse cagione dell'ignominia di cui
provava ancora il piacere e il raccapriccio: lui, lui
per la stupida ostinazione d'accogliere in casa quegli
amici.
Ecco: ella lo aveva tradito in sogno; tradito, e non ne
aveva rimorso, no, ma rabbia per sé, d'essere stata
vinta, e rancore, rancore contro di lui, anche perché in
sei anni di matrimonio non aveva saputo mai, mai farle
provare quel che aveva or ora provato in sogno, con un
altro.
Ah, tutta nei sensi... Dunque, era vero?
No, no. La colpa era di lui, del marito che, non volendo
credere al suo imbarazzo, la forzava a vincersi, a far
violenza alla sua natura, la esponeva a quelle prove, a
quelle sfide, dond'era nato il sogno. Come resistere a
una tal prova? La aveva voluta lui, il marito. E questo
era il castigo. Ne avrebbe goduto, se dalla gioja
maligna che provava al pensiero del castigo per lui,
avesse potuto staccare l'onta che provava per sé.
E ora?
L'urto avvenne nel pomeriggio del giorno appresso, dopo
il duro silenzio mantenuto per tutta la giornata contro
ogni insistente domanda del marito, che voleva sapere
perché fosse cosí e che cosa le fosse accaduto.
Avvenne all'annunzio della solita visita di quell'amico
prezioso.
Udendo nella saletta d'ingresso la voce di lui, ella
sussultò, d'improvviso scontraffatta. Un'ira furibonda
le guizzò negli occhi. Saltò addosso al marito e,
fremente da capo a piedi, gl'intimò di non ricevere
quell'uomo.
- Non voglio! Non voglio! Fallo andar via!
Egli restò in prima, piú che stupito, quasi sgomento di
quello scatto furioso. Non potendo comprendere la
ragione di tanta ripugnanza, quando già credeva che
l'amico anzi, per quanto egli aveva detto dopo quella
discussione, fosse entrato un po' nelle grazie di lei,
s'irritò fieramente all'assurda, perentoria intimazione.
- Ma tu sei pazza, o vuoi farmi impazzire! Debbo perdere
davvero per la tua stupida follia tutti gli amici?
E, divincolandosi da lei, che gli s'era aggrappata
addosso, ordinò alla serva di far passare il signore.
Ella balzò a rintanarsi nella camera accanto,
lanciandogli, prima di scomparire dietro la portiera,
uno sguardo d'odio e di sprezzo.
Cascò su la poltrona, come se le gambe d'un tratto le si
fossero stroncate; ma tutto il sangue le frizzava per le
vene e tutto l'essere le si rivoltava dentro, in
quell'abbandono disperato, udendo attraverso l'uscio
chiuso le espressioni di festosa accoglienza del marito
a colui, con cui ella la notte avanti, nel sogno, lo
aveva tradito. E la voce di quell'uomo... oh Dio... le
mani, le mani di quell'uomo...
D'improvviso, mentre si convelleva tutta su la poltrona,
strizzandosi con le dita artigliate le braccia e il
seno, cacciò un urlo e cadde a terra, in preda a una
spaventosa crisi di nervi, a un vero assalto di pazzia.
I due uomini si precipitarono nella camera; restarono un
istante atterriti alla vista di lei che si contorceva
per terra come una serpe, mugolando, ululando; il marito
si provò a sollevarla; l'amico accorse ad ajutarlo. Non
l'avesse mai fatto! Sentendosi toccata da quelle mani,
il corpo di lei, nell'incoscienza, nell'assoluto dominio
dei sensi ancor memori, prese a fremere tutto, d'un
fremito voluttuoso; e, sotto gli occhi del marito,
s'aggrappò a quell'uomo, chiedendogli smaniosamente, con
orribile urgenza, le carezze frenetiche del sogno.
Inorridito, egli la strappò dal petto dell'amico: ella
gridò, si dibatté, poi gli si arrovesciò tra le braccia
quasi esanime, e fu messa a letto.
I due uomini si guardarono esterrefatti, non sapendo che
pensare, che dire.
L'innocenza era cosí evidente nello sbalordimento
doloroso dell'amico che nessun sospetto fu possibile al
marito. Lo invitò ad uscire dalla camera; gli disse che
dalla mattina la moglie era turbata, in uno stato di
strana alterazione nervosa; lo accompagnò fino alla
porta, domandandogli scusa se lo licenziava per quel
doloroso, improvviso incidente; e ritornò di corsa alla
camera di lei.
La ritrovò sul letto, già rinvenuta, aggruppata come una
belva, con gli occhi invetrati: tremava in tutte le
membra, come per freddo, con scatti violenti e
sussultava di tratto in tratto.
Com'egli le si fece sopra, fosco, per domandarle conto
di quanto era accaduto, ella lo respinse con ambo le
braccia e a denti stretti, con voluttà dilaniatrice gli
avventò in faccia la confessione del tradimento. Diceva,
con un sorriso convulso, malvagio, stringendosi in sé e
aprendo le mani:
- Nel sogno!... Nel sogno!...
E non gli fece grazia d'alcun particolare. Il bacio
nell'interno del labbro... la carezza sul seno... Con la
perfida certezza ch'egli, pur sentendo come lei che quel
tradimento era una realtà e, come tale, irrevocabile e
irreparabile, perché consumato e assaporato fino
all'ultimo, non poteva imputarglielo a colpa. Il suo
corpo - egli poteva batterlo, straziarlo, dilaniarlo -
ma eccolo qua, era stato d'un altro, nell'incoscienza
del sogno. Non esisteva nel fatto, per quell'altro, il
tradimento; ma era stato e rimaneva qua, qua, per lei,
nel suo corpo che aveva goduto, una realtà.
Di chi la colpa? E che poteva egli farle?
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