Novelle per un anno - 1928 - Candelora
6. Da sè
Un carro di prima classe, con cavalli bardati e
impennacchiati, cocchiere e staffieri in parrucca, i suoi
parenti non lo avrebbero preso di certo, per lui. Ma uno di
seconda, sí; almeno per gli occhi del mondo.
Duecentocinquanta lire: prezzo di tariffa.
La cassa, poi, se pure d'abete e non di noce o di faggio,
nuda nuda non l'avrebbero certo lasciata (sempre per gli
occhi del mondo).
Coperta di velluto rosso, anche d'infima qualità, con
borchie e maniglie dorate: a dir poco, quattrocento lire.
Poi: una buona mancia a chi lo avrebbe lavato e vestito da
morto (bel servizio!); spesa per la papalina di seta e per
le pantofole di panno; spesa per le quattro torce da
accendere ai quattro angoli del letto; mancia ai becchini
che avrebbero portato a spalla il feretro fino al carro, e
poi dal carro alla fossa; spesa per una corona di fiori,
almeno una, santo Dio: poi lasciamo la banda municipale, che
se ne poteva far di meno; ma un pajo di dozzine di ceri per
l'accompagnamento delle orfanelle del Boccone del povero
che vivevano di questo, cioè delle cinquanta lire che si
davano loro per accompagnare tutti i morti della città; e
chi sa quant'altre piccole spese imprevedibili.
Tutto questo Matteo Sinagra avrebbe fatto risparmiare ai
parenti, andando co' suoi piedi a uccidersi, economicamente,
al cimitero, davanti al cancelletto della sua gentilizia.
Dimodoché, con pochissima spesa, lí stesso, dopo l'accesso
del pretore, avrebbero potuto cacciarlo dentro a quattro
assi nude senza neanche dargli una spazzolata, e calarlo giú,
dove riposavano da un pezzo il padre, la madre, la prima
moglie e i due figliuoli che n'aveva avuti.
I morti hanno l'aria di credere che il forte sia perdere la
vita e che tutto sia finito con essa. Per loro, senza
dubbio. Ma non pensano all'orribile ingombro del corpo che
resta lí duro sul letto uno o due giorni e ai fastidii e
alle spese dei vivi che, pur piangendogli attorno, debbono
liberarsene. Sapendo quanto costa questa liberazione, in un
caso come il suo, cioè di morte in buona salute, i signori
morti volontarii potrebbero far due passi fino al cimitero e
andare a riporsi tranquillamente da sé.
Ecco: non aveva ormai da pensare ad altro, Matteo Sinagra.
La vita gli s'era tutt'a un tratto come votata d'ogni senso.
Quasi non ricordava piú con precisione ciò che vi avesse
fatto. Ma sí, di certo, anche lui tutte le sciocchezze che
si fanno di solito. Senz'accorgersene. Con molta leggerezza
e grande facilità. Sí, perché era stato anche abbastanza
fortunato, lui, fino a tre anni fa. Non gli era mai riuscito
nulla difficile; né mai s'era fermato un momento perplesso,
se fare o non fare una tal cosa, se prendere questa o quella
via. S'era gettato con gaja fiducia a tutte le imprese;
s'era incamminato per tutte le vie, ed era andato sempre
avanti; superando ostacoli che forse per gli altri sarebbero
stati insormontabili.
Fino a tre anni fa.
Tutt'a un tratto, chi sa come, chi sa perché, quella specie
d'estro che per tanti anni lo aveva assistito e spinto
innanzi, àlacre e sicuro, gli s'era spento; quella gaja
fiducia gli era crollata, e insieme eran crollate le imprese
finora sostenute con mezzi e atti di cui ora,
improvvisamente e quasi con sgomento, non si sapeva piú
render conto egli stesso.
Tutto cosí, da un giorno all'altro, gli s'era cangiato,
oscurato; anche l'aspetto delle cose e degli uomini. S'era
trovato all'improvviso a tu per tu con un altro se stesso,
ch'egli non conosceva affatto, in un altro mondo che gli si
scopriva adesso per la prima volta attorno: duro, ottuso,
opaco, inerte.
In prima era rimasto quasi con quello stordimento che il
silenzio cagiona a coloro che vivono in mezzo a un fracasso
di macchine, allorché d'un subito vengono fermate. Poi aveva
considerato la rovina, non sua solamente, ma anche del padre
e del fratello della seconda moglie, che gli avevano
affidato grossi capitali. Ma forse il suocero e il cognato,
pur soffrendo gravi danni, si sarebbero rialzati. La sua
rovina, invece, era totale.
S'era chiuso in casa, schiacciato non tanto dal peso della
sciagura, quanto dalla coscienza dell'irrimediabilità del
guasto misterioso avvenuto cosí fulmineamente nel congegno
della sua vita.
Muoversi? E perché? Perché uscire di casa? Inutile ogni
atto, ogni passo; inutile anche parlare.
Zitto, rincantucciato in un angolo, era rimasto a guardar le
smanie e le lacrime della moglie disperata, come un
insensato. Tutto barba e tutto capelli.
Finché non era venuto sulle furie il cognato a cacciarlo
fuori a spintoni, dopo averlo fatto tosare a viva forza.
C'era da fare qualche cosa, da guadagnare dieci lirette al
giorno, mettendosi per galoppino a servizio d'una piccola
banca agraria, che s'era aperta or ora. Che stava a covare
lí su quella sedia? Fuori! Fuori! Non bastava il danno
arrecato finora? Voleva anche vivere, con la moglie e le due
piccine, alle spalle delle sue vittime? Fuori!
Fuori, ecco qua. Era uscito di casa, da alcuni giorni. S'era
messo a fare il galoppino per conto di quella piccola banca
agraria. Il cappello spelato, l'abito stinto, le scarpe
sdrucite, e un'aria d'allocco che consolava.
Nessuno lo riconosceva piú.
- Matteo Sinagra, quello lí?
Non si riconosceva piú neanche lui stesso, per dire la
verità. E quella mattina, finalmente...
Era stato un amico, un caro amico del buon tempo, a
chiarirgli la situazione.
Chi era piú, lui? Nessuno. Non solo perché aveva perduto
tutto il suo; non solo perché s'era ridotto in quella
misera, avvilente condizione di galoppino, con l'abito
stinto, il cappello spelato, le scarpe sdrucite. No, no. Non
era piú, veramente, nessuno, perché non c'era piú niente in
lui, fuorché l'aspetto (e pur esso tanto cangiato,
irriconoscibile!) di quel Matteo Sinagra ch'egli era stato
fino a tre anni fa. In questo galoppino uscito or ora di
casa né lui si sentiva né gli altri lo riconoscevano. E
dunque? Chi era lui? Un altro, che ancora non viveva: che
bisognava imparasse a vivere, se mai, una nuova vita,
meschina, affliggente, da dieci lirette al giorno. E ne
valeva la pena? Matteo Sinagra, il vero Matteo Sinagra era
morto, morto assolutamente, tre anni fa.
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Questo gli avevano detto con la piú ingenua crudeltà gli
occhi di quell'amico incontrato per caso quella mattina.
Ritornato in paese dopo circa sei anni d'assenza, questo
amico non sapeva nulla della sciagura di lui. Passando
per via, non lo aveva riconosciuto.
- Matteo? Ma come? Sei tu Matteo Sinagra?
- Dicono...
- Ma come?
E gli occhi, quegli occhi, erano rimasti a mirarlo con
tale espressione di smarrimento e insieme di pietà e di
ribrezzo, ch'egli tutt'a un tratto s'era veduto in essi
morto, assolutamente morto, senza piú neanche un
briciolo in sé di quella vita che Matteo Sinagra aveva
avuto.
E allora, appena quell'amico, non sapendo piú trovare
una parola, uno sguardo, un sorriso da rivolgere a
quest'ombra, gli aveva voltato le spalle, aveva avuto
l'impressione strana che tutte le cose, a un tratto,
proprio gli si fossero vôtate d'ogni senso, tutta la
vita gli si fosse fatta vana.
Ma da ora soltanto? - No… Perdio! Da tre anni cosí... Da
tre anni era morto, da ben tre anni... E ancora stava lí,
in piedi?... camminava... respirava... guardava?... Ma
come?... Se non era piú niente! se non era piú nessuno!
Con quell'abito addosso, di tre anni fa... con quelle
scarpe di tre anni fa, ancora ai piedi...
Via, via, via: non si vergognava? Un morto, ancora in
piedi? A cuccia, là, al cimitero!
Tolto di mezzo l'ingombro di questo morto, alla vedova,
alle due orfanelle avrebbero pensato i parenti. Matteo
Sinagra s'era tastata nel taschino del panciotto la
rivoltella, sua fida compagna di tant'anni. E
senz'altro, eccolo per la via che conduce al cimitero.
È una cosa davvero divertente, un godimento inaudito.
Un morto, che se ne va da sé, co' suoi piedi, piano
piano, con tutto il comodo, al suo destino.
Matteo Sinagra lo sa perfettamente, che è un morto: un
morto vecchio, anche; un morto di tre anni, che ha avuto
tutto il tempo di votarsi d'ogni rimpianto della vita
perduta.
Ora è leggero leggero: una piuma! Ha ritrovato se
stesso; è entrato nella sua qualità, d'ombra di se
stesso. Libero d'ogni ostacolo, scevro d'ogni
afflizione, esente d'ogni peso, va a riposarsi
comodamente.
Ed ecco: quella via che conduce al cimitero, a farla
cosí da morto, per l'ultima volta, senza ritorno, gli si
rappresenta in un modo nuovo, che lo riempie d'una gioja
di liberazione, che è veramente già fuori della vita,
oltre la vita.
I morti la fanno in carrozza, chiusi e saldati in una
doppia cassa, di zinco e di noce. Egli cammina, respira,
può volgere il collo di qua e di là, a guardare ancora.
E guarda con occhi nuovi le cose che non sono piú per
lui, che per lui non hanno piú senso.
Gli alberi... oh guarda! erano cosí gli alberi? erano
questi? E quei monti laggiú... perché? quei monti
azzurri, con quella nuvola bianca sopra... Le nuvole...
che cose strane!... E là, in fondo, il mare... Era cosí?
Quello, il mare?
E un sapore nuovo ha l'aria, che gli entra nei polmoni,
una soavità di refrigerio su le labbra, nelle narici...
L'aria... ah, l'aria... Che delizia! La respira... ah,
la beve ora, come non l'ha mai bevuta di là nella vita;
come nessuno che stia nella vita, può berla! È aria come
aria; non respiro per vivere. Tutta questa infinita,
avvolgente delizia mica la possono avere gli altri
morti, che se ne vanno per quella via in carrozza, tesi,
stirati, attuffati nel bujo d'una cassa. Neanche i vivi
la possono avere, i vivi che non sanno che cosa voglia
dire goderla dopo, cosí, una volta e per sempre:
eternità viva, presente, fremente!
Ancora è lunga, la via. Ma egli già potrebbe fermarsi
qui; è nell'eternità; vi cammina, vi respira, in
un'ebbrezza divina, ignota ai vivi.
- Mi vuoi? Portami con te...
Un sasso. Un sasso della via. E perché no?
Matteo Sinagra si china, lo raccatta, lo pesa nella
mano. Un sasso... Erano cosí i sassi? erano questi? Sí,
eccolo, un piccolo frantume di roccia, un pezzo di terra
viva, di tutta questa terra viva, un frantume
dell'universo... Eccolo qua: in tasca; verrà con lui.
E quel fiorellino?
Ma sí, anch'esso, qua qua, all'occhiello di questo
morto, che se ne va da sé, cosí alieno e sereno e
felice, coi suoi piedi, alla sua fossa, come a una
festa, col fiorellino all'occhiello.
Ecco l'entrata del cimitero. Un'altra ventina di passi,
e il morto sarà a casa sua. Niente lagrime. Ci viene da
sé, con passo svelto, e con quel fiorellino
all'occhiello.
Fanno un bel vedere questi cipressi di guardia al
cancello. Oh, è una casa modesta, in vetta a un poggio,
tra gli olivi. Ci saranno, sí e no, un centinaio di
gentilizie, senz'alcuna pretesa d'arte: cappellette con
un altarino, il cancelletto e un po' di fiori attorno.
È proprio, per i morti, una dimora invidiabile, questo
cimitero. Lontano dal paese, i vivi ci vengono di raro.
Matteo Sinagra entra e saluta il vecchio custode che sta
seduto davanti all'uscio della sua casetta, a destra
dell'entrata, con lo scialle bigio di lana su le spalle
ed il berretto gallonato sul naso.
- Ehi, Pignocco!
Pignocco dorme.
E Matteo Sinagra resta a contemplar quel sonno
dell'unico vivo fra tanti morti, e - in qualità di morto
- ne prova dispiacere, una certa irritazione.
S'ha un bel dire. Fa bene ai morti pensare che un vivo
vegli sul loro sonno e stia in faccende sopra la terra
che li ricopre. Sonno sopra, sonno sotto: troppo sonno.
Bisognerebbe svegliare Pignocco; dirgli:
- Eccomi qua; sono dei tuoi. Sono venuto da me, co' miei
piedi, per far risparmiare un po' di soldi ai miei
parenti. Ma è questa la cura che tu ti prendi di noi?
Oh via, che cura, povero Pignocco! Che bisogno di
custodia hanno i morti? Quando ha annaffiato qua e là
qualche ajuola; quando ha acceso in questa e in quella
gentilizia qualche lampadino che non fa lume a nessuno;
quando ha spazzato le foglie morte dai vialetti; che
altro gli resta da fare? Non fiata nessuno lí dentro. Il
ronzío delle mosche allora e il lento stormire degli
smemorati olivi sul poggio lo persuadono a dormire. Sta
in attesa anche lui della morte, povero Pignocco; e in
quell'attesa, ecco qua, provvisoriamente dorme sopra i
tanti morti che dormono per sempre sotto.
Forse si sveglierà tra poco, allo scoppio secco della
rivoltella. Ma forse, neppure. è cosí piccola la
rivoltella, e lui dorme cosí profondamente... Piú tardi,
verso sera, allorché prima di chiudere il cancello, si
recherà in giro a fare un'ultima ispezione, troverà un
ingombro nero in quel vialetto, là in fondo.
- Oh! E che roba è questa?
Niente, Pignocco. Uno che deve andar sotto. Chiama,
chiama che gli apparecchino il letto, giú, alla meglio,
senza tanti riguardi. Per risparmio di spese ai parenti
è venuto da sé, e anche per il piacere di vedersi cosí,
prima, morto tra i morti, a casa sua, arrivato a destino
in buona salute, con gli occhi aperti, in perfetta
coscienza. Lasciagli in tasca il sasso che si è seccato
anch'esso di stare al sole su la strada. E lasciagli
anche il fiorellino all'occhiello, che è la sua
civetteria di morto in questo momento. Se l'è colto e se
l'è offerto da sé, per tutte le corone che i parenti e
gli amici non gli offriranno È qua ancora sopra la
terra; ma è proprio come se fosse venuto da sotto, dopo
tre anni, per curiosità di vedere che effetto fanno sul
poggio queste tombe gentilizie, queste ajuole, questi
vialetti inghiajati, queste croci nere e queste corone
di latta nel campo dei poveri.
Un bell'effetto, veramente.
E zitto zitto, in punta di piedi, Matteo Sinagra, senza
svegliare Pignocco, s'introduce.
È ancora presto per andare a dormire. Vagherà per i
vialetti fino a sera, curiosando (da morto, s'intende);
aspetterà che sorga la luna, e buona notte.
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