Novelle per un anno - 1928 - Candelora
5. La rosa
I.
Nel bujo fitto della sera invernale il trenino andava col
passo di chi sa che tanto ormai non arriva piú a tempo.
In verità la signora Lucietta Nespi, vedova Loffredi, per
quanto annojata e stanca del lungo viaggio in quella sudicia
vettura di seconda classe, non aveva alcuna fretta
d'arrivare a Pèola.
Pensava... pensava...
Si sentiva trasportata da quel trenino, ma con l'anima era
ancora nella lontana casa di Genova, abbandonata, le cui
stanze, sgombre della bella mobilia ancor quasi nuova,
miseramente svenduta, invece di sembrarle piú grandi, le
erano sembrate piú piccole. Che tradimento!
Aveva bisogno di vederle grandi, lei, molto grandi e belle,
quelle stanze, nell'ultima visita d'addio, dopo lo sgombero,
per poter dire un giorno, con orgoglio, nella miseria a cui
discendeva:
- Eh, la casa che avevo a Genova...
Lo avrebbe detto lo stesso, di certo; ma in fondo all'anima,
le era rimasta la disillusione di quelle stanze sgombre,
cosí meschine.
E pensava anche alle buone amiche, dalle quali, all'ultimo,
non era andata a licenziarsi, perché anch'esse, tutte,
l'avevano tradita, pur dandosi l'aria di volerla ajutare a
gara. Oh sí, ajutarla, conducendole in casa tanti compratori
onesti, a cui certo, prima, avevano magnificato l'occasione
di potere aver per cinque ciò ch'era costato venti e trenta.
Cosí pensando, la signora Lucietta ora restringeva ora
dilatava i begli occhietti vispi e, di tratto in tratto, con
una rapida, speciosa mossetta che le era abituale levava una
mano e si passava l'indice sul nasetto ardito e sospirava.
Era stanca veramente. Avrebbe voluto addormentarsi.
I suoi due bimbi orfani, loro sí, poveri amorini, s'erano
addormentati: uno, il maggiore, disteso sul sedile, sotto un
mantelletto; l'altro qua, rinchioccito, col capino biondo su
le gambe di lei.
Chi sa, si sarebbe forse anch'ella addormentata, se avesse
potuto in qualche modo appoggiare un gomito o il capo, senza
svegliare il piccino, a cui le sue gambe facevano da
guanciale.
Il sedile di fronte serbava l'impronta de' suoi piedini, che
vi avevano trovato un comodo sostegno, prima che fosse
venuto a prender posto - ce n'erano tante di vetture,
nossignori! -proprio lí, un omaccione su i trentacinque
anni, barbuto, bruno in viso, ma con occhi chiari,
verdastri: due occhi grandi, intenti e tristi.
La signora Lucietta ne aveva provato subito un gran
fastidio. Il color chiaro di quei grandi occhi le aveva -
chi sa perché - destato confusamente l'idea che il mondo,
ovunque ella andasse, le sarebbe rimasto sempre estraneo
ormai, e come lontano, lontanissimo e ignoto; e ch'ella vi
si sarebbe sperduta, invano chiedendo ajuto, tra tanti occhi
che sarebbero rimasti a guardarla, come quelli, con qualche
velo di tristezza, sí, ma in fondo indifferenti.
Per non vederli, teneva da un pezzo la faccia voltata verso
il finestrino, quantunque di fuori non si scorgesse nulla.
Si vedeva solo, in alto, sospeso nella tenebra, il riflesso
preciso della lampada a olio della vettura, con la rossa
fiammella fumosa e vacillante, il vetro concavo dello
schermo e l'olio caduto, che vi sguazzava.
Pareva proprio che ci fosse un'altra lampada di là, la quale
seguisse con pena, nella notte, il treno, quasi per dargli
insieme conforto e sgomento.
- La fede... - mormorò, a un certo punto, quel signore.
La signora Lucietta si voltò con aria stordita:
- Che cosa?
- Quel lume che non c'è.
Ravvivando il sorriso e lo sguardo, la signora Lucietta levò
un dito a indicar la lampada nel cielo della vettura.
- Eccolo qua!
Quel signore approvò piú volte col capo, lentamente; poi
aggiunse, con un sorriso triste:
- Eh sí, come la fede... Accendiamo noi il lume di qua,
nella vita; e lo vediamo anche di là; senza pensare che se
si spegne qua, di là non c'è piú lume.
- È filosofo lei! - esclamò la signora Lucietta.
Quegli alzò una mano dal pomo del bastone a un gesto vago e
sospirò con un altro sorriso:
- Osservo...
Il treno si fermò per un gran pezzo davanti a una
stazionuccia di passaggio. Non s'udiva alcuna voce e,
cessato il rumor cadenzato delle ruote, l'attesa in quel
silenzio pareva eterna e sbigottiva.
- Mazzàno, - mormorò il signore. -s'aspetta al solito la
coincidenza.
Alla fine, giunse da lontano, lamentoso, il fischio del
treno in ritardo.
- Eccolo...
Nel lamento di quel treno, che correva nella notte per la
stessa via su cui tra poco anche lei sarebbe passata, la
signora Lucietta udí per un momento la voce del suo destino,
che, sí, proprio, la voleva sperduta nella vita insieme con
quelle due creaturine.
Si riscosse dall'angoscia momentanea e domandò al compagno
di viaggio:
- Ci vorrà ancor molto a Pèola?
- Eh, - rispose quegli, - piú di un'ora... Scende a Pèola
anche lei?
- Io sí. Sono la nuova telegrafista io. Ho vinto il
concorso. Son riuscita la quinta, sa? M'hanno destinata a
Pèola!
- Ah, guarda... Sí, sí, la aspettavamo difatti per jeri
sera.
La signora Lucietta s'animò tutta:
- E difatti, già, - cominciò a dire; ma subito frenò lo
slancio per non rompere il sonno al suo piccino. Aprí le
braccia e, indicandolo con lo sguardo e poi indicando
l'altro di là: - Ma vede come sono legata? - soggiunse. - E
da me sola... a dovermi staccare da tante cose...
- Lei è la vedova Loffredi, è vero?
- Sí…
E la signora Lucietta chinò gli occhi.
- Ma non si è saputo piú nulla? - domandò, dopo un breve e
grave silenzio, quel signore.
- Nulla. Ma c'è chi sa! - disse con un lampo negli occhi la
signora Lucietta. - Il vero assassino del Loffredi, creda,
non fu il sicario che lo colpí proditoriamente a le spalle e
scomparve. Hanno voluto insinuare, per motivo di donne...
No, sa! Vendetta. È stata una vendetta politica. Per il
tempo che il Loffredi aveva da pensare alle donne, una gli
era anche di troppo. Gli bastavo io. Si figuri, mi prese a
quindici anni!
In cosí dire, il viso della signora Lucietta si fece rosso
rosso, gli occhi le brillarono inquieti, sfuggirono di qua,
di là, e alla fine si chinarono come dianzi.
Quel signore stette un pezzo ad osservarla, impressionato
del rapido passaggio dall'eccitazione improvvisa
all'improvvisa mortificazione.
Ma via! come prendere a lungo sul serio quell'eccitazione e
questa mortificazione? Benché mamma di quei due piccini,
pareva ancora una bambina, anzi una bamboletta; e s'era
forse mortificata lei stessa d'aver con tanta fermezza e
cosí in prima, asserito che il Loffredi, avendo per moglie
una cosina cosí fresca e vispa come lei, non aveva potuto
pensare ad altre donne.
Doveva essere sicura che nessuno, vedendola e sapendo che
uomo era stato il Loffredi, le avrebbe creduto. Vivo il
Loffredi, ella aveva dovuto averne, certo, una gran
suggezione; forse, ricordandolo, ne aveva ancora. Ma non
poteva soffrire si sospettasse che il Loffredi aveva potuto
non curarsi di lei, e che ella era stata per lui una
bamboletta e nient'altro. Voleva esser l'erede unica almeno
di tutto il chiasso, che la tragica fine del fiero e
impetuoso giornalista genovese aveva sollevato, circa un
anno addietro, in tutta la stampa quotidiana d'Italia.
Fu molto soddisfatto quel signore d'avere cosí bene
indovinato l'animo e l'indole di lei, allorché, spintala con
brevi e accorte domande a parlare de' suoi casi, n'ebbe la
conferma dalla sua stessa bocca.
Una gran tenerezza s'impadroní allora di lui per le arie di
libertà che si dava quella calandrella or ora uscita dal
nido, inesperta ancora del volo; per le fiere proteste che
faceva del suo avvedimento e del suo gran coraggio. Ah, che!
che! non sarebbe mai perita lei. Figurarsi, dall'oggi al
domani, sbalzata da uno stato all'altro, tra l'orrore e il
trambusto della tragedia, non s'era perduta un momento; era
corsa qua, era corsa là; aveva fatto questo e quest'altro,
non tanto per sé, no, quanto per quei due poveri piccini...
ma via, sí, un po' anche per sé, che in fin dei conti aveva
appena vent'anni. Venti, già, e non li mostrava nemmeno. Un
altro ostacolo, questo, e il piú dispettoso di tutti. Perché
ognuno, vedendola accanita e disperata, si metteva a ridere,
quasi ella non avesse il diritto d'accanirsi tanto, di
disperarsi tanto. Ah che rabbia! Ma piú s'arrabbiava, e piú
gli altri ridevano. E, ridendo, chi le prometteva una cosa e
chi un'altra; ma tutti avrebbero voluto accompagnare la
promessa con una carezzina che non osavano farle, ma che
ella leggeva loro chiaramente negli occhi. S'era stancata,
alla fine; e, pur d'uscirsene, eccola là: telegrafista a
Pèola!
- Povera signora! - sospirò, sorridendo anche lui, il
compagno di viaggio.
- Povera perché?
- Eh... perché... vedrà, non si divertirà molto, a Pèola.
E le diede qualche ragguaglio del paesello.
Per tutte le viuzze e le piazzette la noja, a Pèola, era
visibile e tangibile, sempre.
- Visibile? Come?
In una infinita moltitudine di cani, che dormivano da mane a
sera, sdrajati su l'acciottolato delle vie. Non si
svegliavano neanche per grattarsi, quei cani; o meglio, si
grattavano, seguitando a dormire.
E guaj a chi, a Pèola, apriva la bocca per sbadigliare! Gli
restava aperta per un'infilata di almeno cinque sbadigli
alla volta. Entrata in bocca a uno, la noja non si risolveva
a uscirne facilmente. E tutti, a Pèola, per ogni cosa da
fare chiudevano gli occhi e sospiravano:
- Domani...
Perché oggi o domani era lo stesso, cioè domani non era mai.
- Vedrà quanto poco avrà da fare all'ufficio del telegrafo,
- concluse. - Non se ne serve mai nessuno. Vede questo
trenino? Va col passo d'una diligenza. E anche la diligenza
rappresenterebbe un progresso per Pèola. La vita, a Pèola,
va ancora in lettiga.
- Dio Dio, lei mi spaventa! - disse la signora Lucietta.
- Non si spaventi, via! - sorrise quel signore. - Ora le do
una buona notizia: fra pochi giorni avremo al Circolo una
festa da ballo.
- Ah…
E la signora Lucietta lo guardò come colta in un lampo dal
sospetto, che anche questo signore si volesse burlar di lei.
- Ballano i cani? - domandò.
- No: i "civili" di Pèola... Ci vada: si divertirà. Giusto
il Circolo è su la piazza, vicino all'ufficio del telegrafo.
Ha trovato l'alloggio?
La signora Lucietta rispose di sí, che lo aveva trovato
nella stessa casa che prima ospitava l'ufficiale telegrafico
suo predecessore. Poi domandò:
- E lei, scusi... il suo nome?
- Silvagni, signora. Fausto Silvagni. Sono il segretario
comunale.
- Oh, guarda! Piacere.
- Mah!
E il Silvagni levò una mano dal pomo del bastone a un gesto
sconsolato, atteggiando il volto d'un sorriso amarissimo,
che gli velò d'intensa malinconia i grandi occhi chiari.
Il treno salutò con un fischio lamentoso la stazionuccia di
Pèola.
- Qua?
II.
Tra quell'ampia chiostra di monti azzurrini qua e là
spaccata da vaporose vallate, fosche di querci e d'abeti,
gaje di castagni, Pèola, col suo mucchietto di tetti roggi e
i suoi quattro campaniletti scuri, le anguste piazzette
sbieche e le viuzze scoscese tra case piccole vecchie e case
un po' piú grandi nuove, aveva dunque il privilegio
d'ospitare la vedova di quel giornalista Loffredi, della cui
tragica morte ancora avvolta nel mistero si seguitava di
tanto in tanto a parlare nei giornali delle grandi città.
Privilegio non comune, poter sapere dalla viva voce di lei
tante cose che gli altri, nelle grandi città, non sapevano;
ma anche solamente vederla e poter dire:
- Il Loffredi, vivo, tenne stretta fra le braccia quella
cosina lí!
I «civili» di Pèola ne erano tutti insuperbiti. Quanto ai
cani, credo che in verità avrebbero seguitato a dormire
pacificamente sdrajati per le viuzze e le piazzette del
paese, senza il minimo sentore di quel privilegio non
comune, se tutt'a un tratto, essendosi sparsa la voce della
cattiva impressione che avevano fatto e facevano col loro
sonno continuo alla signora Lucietta la gente, specie i
giovanotti, ma anche gli uomini maturi, non si fossero messi
a disturbarli, e cacciarli via a calci, o pestando i piedi e
battendo le mani, per chiasso. Le povere bestie si levavano
da terra, piú stupite che seccate; guardavano di traverso,
alzando appena un'orecchia: poi, alcune, ballonzolando su
tre zampe con la quarta aggranchita e rattratta, andavano a
sdrajarsi piú là. Ma che cos'era accaduto?
Forse l'avrebbero capito, se fossero stati cani un poco piú
intelligenti e meno imbalorditi dal sonno. Bastava, santo
Dio, fermarsi un po' a guardare dalle imboccature della
piazzetta ove a nessuno di loro era piú permesso, non che di
sdrajarsi, ma neppur di passare di corsa.
C'era in quella piazzetta l'ufficio del telegrafo.
Si sarebbero accorti (se fossero stati cani un poco piú
intelligenti) che tutti, passando di là, specialmente i
giovinotti, ma anche gli uomini maturi, pareva entrassero in
un'altra aria, piú vivida, per cui il passo, i moti della
persona, diventavano subito piú svelti, piú agili; e le
teste si rigiravano come per un tuffo di sangue improvviso,
non trovassero piú da rassettarsi entro il giro del colletto
inamidato, e le mani si davano un gran da fare per tirar giú
il panciotto e accomodar la cravatta.
Attraversata la piazzetta, erano poi tutti com'ebbri, ilari
e nervosi; e, vedendo un cane:
- Passa via!
- Fuori dai piedi!
- Via di qua, brutta bestiaccia!
E anche sassate - non bastavano i calci - anche sassate
tiravano, ohé!
Per fortuna, in ajuto di quei poveri cani, qualche finestra
si spalancava di furia, e una testa di donna, con occhi
feroci, tra due pugna tese rabbiosamente s'avventava a
gridare:
- Ma che v'ha preso, manigoldi, contro codeste povere
bestie?
Oppure:
- Anche lei? Anche lei, signor notajo? Come non si vergogna,
scusi? Ma guarda che calcio a tradimento, povera bestiolina!
Qua, cara, vieni qua... La zampina, guardate... le ha
storpiato la zampina e se ne va col sigaro in bocca, come se
non sapesse niente, vergogna, un uomo serio!
In breve, una vivissima simpatia venne a stabilirsi tra le
brutte donne di Pèola e quei poveri cani presi cosí tutt'a
un tratto a perseguitare da' loro uomini, mariti, padri,
fratelli, cugini, fidanzati e infine, per contagio, anche da
tutti i ragazzacci.
Quell'aria nuova, che i loro uomini respiravano da alcuni
giorni e per cui avevano gli occhi cosí lustri e l'aspetto
stralunato, esse sí, le donne, un poco piú intelligenti dei
cani (almeno alcune) l'avevano avvertita subito. S'era come
diffusa sui roggi tetti ammuffiti e in ogni angolo del
vecchio sonnolento paesello e lo ilarava tutto (agli occhi
degli uomini, s'intende).
Ma sí. La vita... - angustie, noje, amarezze... - poi,
tutt'a un tratto, ecco, si ride... Oh Dio, cosí... per
niente - si ride. Se dopo giorni e giorni di bruma e di
pioggia spunta un occhio di sole, non s'allegrano tutti i
cuori? non traggono tutti i petti un respiro di sollievo?
Ebbene, che cos'è? Niente, un occhio di sole; e la vita
appare subito un'altra. Il peso della noja s'alleggerisce; i
pensieri piú cupi s'inazzurrano; chi non è voluto uscir di
casa, viene all'aperto... Ma sentite che buon odore di terra
bagnata? Oh Dio come si respira bene... Frescura di funghi,
eh? E tutti i disegni per la conquista dell'avvenire
diventano facili, agevoli; e ciascuno si scrolla d'addosso
il ricordo delle bussate piú solenni, riconoscendo che, via,
aveva dato ad esse troppa importanza. Che diamine, sú, sú!
Che, sú? Ma sí, bisogna tenersi sú... I baffi? Ma sí, anche
i baffi sú!
- Cara, perché non ti pettini un pochino meglio?
Effetti dell'occhio di sole spuntato improvvisamente a Pèola
nella piazzetta dell'ufficio telegrafico. Oltre la
persecuzione ai cani, questa domanda di tanti mariti alla
loro moglie:
- Perché, cara, non ti pettini un pochino meglio?
E mai, certo, da anni e anni, al Circolo, per via, nelle
case, a passeggio, avevano canticchiato tanto, senza
volerlo, senza saperlo, i «civili» di Pèola.
La signora Lucietta vedeva e sentiva tutto questo. Il
guizzare di tanti desiderii da occhi accesi che la seguivano
in tutte le mosse e la carezzavano con lo sguardo
voluttuosamente, il calore di simpatia che la avvolgeva,
inebriarono in breve anche lei.
Non ci sarebbe voluto tanto, perché già fremeva, friggeva di
per sé, la signora Lucietta. Che impiccio le davano certe
ciocchette di capelli, che le cadevano su la fronte appena
chinava il capo per seguire con gli occhi il nastro di carta
punteggiato che si svolgeva dalla macchinetta ticchettante
sul tavolino dell'ufficio! Scrollava il capo e quasi
sobbalzava, come per un vellicamento di sorpresa. E che
improvvise caldane e che subitanei arresti di respiro, che
finivano a un tratto in una stanca risatina! Oh, ma piangeva
anche, sí, sí, piangeva in certi momenti, senza saper
perché. Lagrime calde, brucianti, per un oscuro, improvviso
scompiglio nella mente, per uno strano orgasmo, che le dava
un serpeggiar di smanie per tutto il corpo,
un'insofferenza... Non poteva frenarle, quelle lagrime, e
sbuffava, sbuffava di stizza, ma poi, subito dopo, per un
nonnulla, ecco, si rimetteva a ridere.
Per non pensare a niente, per non andare svolazzando con la
fantasia dietro ogni immagine comica o pericolosa, per non
sorprendersi assorta in certe previsioni inverosimili,
l'unica era d'attendere giudiziosamente al suo ufficio;
raccogliersi, prendere a due mani e tener ben ferma
l'attenzione, perché tutto procedesse là dentro in perfetta
regola, con perfetto ordine. E ricordarsi, ricordarsi sempre
che a casa intanto, affidati a una vecchia serva molto
stupida e rozza, c'erano i suoi due poveri piccini orfani.
Che pensiero era questo! Tirarli sú, da sola, col suo
lavoro, col suo sacrificio, quei figliuoli! miseramente, pur
troppo; oggi qua, domani là, randagia con essi... E poi,
quando sarebbero cresciuti, quando si sarebbero fatta una
vita per loro, forse del suo sacrificio, di tutte le sue
pene non avrebbero tenuto alcun conto. No, via! via! Erano
ancor tanto piccini... Perché immaginare queste cose brutte?
Sarebbe stata vecchia, lei, allora; sarebbe passato comunque
il suo tempo; e quando il tempo è passato e si è vecchi,
anche ai ricordi tristi siamo già abituati a far buon
viso...
Chi diceva cosí? Lei, lo diceva. Ma non perché veramente le
sorgessero spontanee nell'animo queste considerazioni
affliggenti. Passava ogni mattina dall'ufficio, e talvolta
anche sul tramonto, quando usciva dal Municipio, il
segretario comunale, quel signor Silvagni incontrato sul
treno. Si tratteneva un momento, lí sull'uscio o davanti lo
sportello; le parlava di cose aliene, anche liete; rideva
con lei della caccia che si dava ai cani, per esempio, e
delle difese che ne prendevano le donne brutte del paese. Ma
negli occhi di quell'uomo, in quei grandi occhi chiari,
intenti e tristi che le restavano a lungo impressi nella
memoria dopo ch'egli se n'era andato via, la signora
Lucietta leggeva quelle considerazioni affliggenti. Il
pensiero dei figliuoli, ogni volta, chi sa perché?, glielo
richiamava lui, angosciosissimo; pur senza ch'egli ne avesse
chiesto affatto o glien'avesse fatto parola per incidenza.
Tornava a sbuffare, a ripetersi che i suoi figliuoli erano
ancor tanto piccini... e dunque, via! perché avvilirsi? non
doveva e non voleva. Là, sú, sú, coraggio! Era giovine, lei,
per ora... tanto giovine... e dunque...
- Come dice, signore? Ma sí: conti le parole del telegramma,
e poi calcoli due soldi di piú. Vuole un modulo a stampa?
No? Ah, tanto per saperlo... Ho capito. A rivederla,
signore... Ma di niente, si figuri...
Quanti ne entravano all'ufficio a rivolgerle di quelle
stupide domande! Come non ridere? Eran pur buffi davvero
tutti quei signori di Pèola. E quella commissione di
giovinotti, soci del Circolo di compagnia, col loro bravo
presidente anziano, entrata all'ufficio una mattina, per
invitarla alla famosa festa da ballo annunziatale in treno
dal signor Silvagni! Che scena! Tutti con gli occhi
spiritati, che da un canto pareva se la volessero mangiare e
dall'altro provassero una strana maraviglia nell'accorgersi
che da vicino ella aveva il nasetto cosí e cosí, cosí e cosí
la bocca e gli occhi e la fronte, per non parlare che della
testa soltanto! Ma i piú impertinenti erano anche i piú
impacciati. Nessuno sapeva come cominciare:
- Vorrà farci l'onore... - È consuetudine annuale,
signora... - Una piccola soirée dansante... - Oh, ma
senza pretese, si figuri! - Festa in famiglia... - Ma sí,
lasciate dire! - È consuetudine annuale, signora... - Ma
via, che dice! basta che voglia veramente onorarci...
Si torcevano, si strizzavano le mani, si guardavano in bocca
l'un l'altro nell'atto che si buttavano a parlare, mentre il
presidente, che era anche il sindaco del paese, s'intozzava
sempre piú, paonazzo dalla stizza. S'era preparato il
discorso, lui, e non glielo lasciavano dire. S'era passato
anche il cerotto con gran cura su la lunga ciocca di capelli
rigirata sul cranio, e aveva infilato i guanti canarini e
inserito due dita, dignitosamente, tra i bottoni del
panciotto.
- È consuetudine annuale, signora...
La signora Lucietta, confusa, per quanto con una gran voglia
di ridere e tutta vermiglia in volto per quei pressanti
inviti, piú degli occhi cupidi che delle labbra impacciate,
cercò di schermirsi in prima: era ancora a lutto, lo
sapevano... e poi, i due figliuoli... stava con loro la sera
soltanto... non li vedeva per tutto il giorno... era usa
metterli a letto lei... e poi aveva tante cose a cui
attendere....
- Ma via! per una sera... - Poteva anche venire dopo averli
messi a letto... - E non c'era la serva?... per una sera!
A uno dei giovanotti, nella furia, scappò detto finanche:
- Il lutto? Ma che sciocchezza!
Ebbe una gomitata in un fianco e non fiatò piú.
La signora Lucietta promise infine che sarebbe andata, o
piuttosto, che avrebbe fatto di tutto per andare; ma poi,
quando tutti se ne furono andati, rimase a guardarsi nella
manina bianca posata su la veste nera il cerchietto d'oro
che il Loffredi sposando le aveva messo al dito. La sua
manina era allora cosí gracile: manina di ragazzetta; e ora
che le dita erano un po' ingrossate, quell'anellino le
faceva male. Cosí stretto era, che non poteva cavarselo piú.
Inizio
pagina
III.
Nella camera da letto del vecchio quartierino
mobigliato, la signora Lucietta ora stava a dire a se
stessa di no, che non sarebbe andata; e intanto
dondolava - aòh - su le ginocchia il suo
angioletto biondo, vestito di nero - aòh, aòh -
questo suo piú piccino, caro caro, che voleva ogni sera
addormentarsi in braccio a lei.
L'altro, il maggiore, spogliato dalla vecchia serva
taciturna, s'era messo da sé per benino nel suo
lettuccio e... sí? Sí sí, che bellezza! già dormiva.
Con la maggior leggerezza di mano possibile la signora
Lucietta prendeva ora a svestire il piccino già
addormentato anch'esso in grembo a lei; pian pianino le
scarpette, una e due; pian pianino i calzini, uno... e
due; e via ora i calzoncini insieme con le mutandine...
e ora, ah ora veniva il difficile: sfilare i braccini
dalle maniche del giubbetto alla cacciatora: sú, piano
piano, con l'ajuto della serva... non cosí, di qua...
sí, giú... piano... piano, ecco fatto! E ora da
quest'altra parte...
¾ No, amore... Sí, qua, qua con la mamma tua... è mamma
tua qua... Lasciate, faccio da me... Rimboccate la
coperta, piuttosto... sí, costà, pian pianino...
Ma perché poi cosí tanto pian pianino?
A un anno appena dalla tragica morte del marito voleva
proprio andare a ballare? No, non sarebbe andata forse
la signora Lucietta, se tutt'a un tratto, uscita dalla
camera da letto nell'attigua saletta d'ingresso, non
avesse visto davanti la finestra chiusa di quella
saletta un prodigio, un vero prodigio.
Stava da tanti giorni in quel quartierino d'affitto, e
non s'era neanche accorta che davanti la finestra della
saletta d'ingresso ci fosse un vecchio portafiori di
legno, tutto impolverato.
In quel portafiori, quasi all'improvviso, fuor di
stagione, era sbocciata una magnifica rosa rossa.
La signora Lucietta restò dapprima a mirarla, stupita,
tra lo smortume della tappezzeria grigiastra, di quella
sudicia saletta. Poi, dalla gioja di quella rosa rossa
ebbe come un tuffo nel sangue. Vide vivo lí in quella
rosa il suo desiderio ardente di godere una notte
almeno. E liberatasi d'un tratto dalla perplessità che
finora la aveva tenuta, dall'orrore dello spettro del
marito, dal pensiero dei figli, corse, staccò dal gambo
quella rosa e istintivamente, presentandosi davanti allo
specchio su la mensola, se la accostò al capo. Sí, là!
Con quella sola rosa tra i capelli sarebbe andata alla
festa, e i suoi vent'anni, e la sua gioja vestita di
nero...
Via!
IV.
Fu l'ebbrezza, fu il delirio, fu la pazzia.
Al suo primo apparire, quando già quasi tutti avevano
perduto la speranza ch'ella venisse, le tre cupe sale
del Circolo a pianterreno, divise da due larghe arcate,
malamente illuminate da lampade a petrolio e da candele,
parve che all'improvviso sfolgorassero di luce, tant'era
acceso e quasi sbigottito dal fremito interno del sangue
il suo visino, e cosí fulgidamente le sfavillarono gli
occhi e cosí pazza di gioja le strideva quella rosa di
fuoco tra i capelli neri.
Tutti gli uomini perdettero la testa. Irresistibilmente,
sciolti d'ogni freno di convenienza, d'ogni riguardo
alla gelosia delle mogli o delle fidanzate, all'invidia
delle zitellone, figliuole, sorelle, cugine, sotto
colore che bisognava accogliere con festa l'ospite
forestiera, accorsero a lei in folla, con vivaci
esclamazioni, e lí per lí, subito, poiché già le danze
erano cominciate, senza neanche darle tempo di volgere
un'occhiata attorno, presero a contendersela tra loro.
Quindici, venti braccia le s'offrirono col gomito teso.
Tutti da prendere; ma quale per primo? A uno per volta,
sí... Avrebbe un po' per volta ballato con tutti...
Ecco, largo! largo! Sú, e la musica? Ma che facevano i
musicanti? S'erano anch'essi incantati a mirare? Musica!
musica!
E via, tra i battimani, ecco spiccata la prima danza col
vecchio sindaco e presidente del Circolo, in abito
lungo.
Ma bravo! ma bravo!
- Che scosci, guardate!
- Uh, le falde della finanziera... guardate, guardate
quelle falde, come s'aprono e chiudono su i calzoni
chiari!
- Ma bravo! ma bravo!
- Oh Dio, la ciocca! la ciocca incerottata... gli si
stacca la ciocca!
- Che? La conduce a sedere? Digià? - E altre quindici,
venti braccia col gomito teso le si parano davanti.
- Con me! con me!
- Un momento! un momento!
- L'ha promesso a me!
- No, prima a me!
Dio, che scandalo! Per miracolo non facevano a
strattarsi l'un l'altro.
I respinti, in attesa che venisse il loro turno, si
recavano mogi mogi a invitare altre dame, delle loro;
qualcuna piú brutta, accettava ingrugnata; le altre,
indignate, stomacate, rifiutavano con un:
- Grazie tante! - a schizzo.
E si scambiavano tra loro con occhi feroci sguardi di
schifo; qualcuna scattava da sedere, faceva cenni
violenti di volersene andare; invitava questa o
quell'amica a seguirla: via tutte! via tutte! Non s'era
mai vista simile indecenza!
Alcune quasi piangenti, altre tremanti di rabbia, si
sfogavano con certi omicelli stremenziti nei vecchi
abitucci lustri, di taglio antico, odoranti di pepe e di
canfora. Come foglie secche, per non esser rapiti dal
turbine, s'erano costoro ritratti al muro, riparati tra
le oneste gonne di seta delle loro mogli o cognate o
sorelle, goffe gonne a sbuffi e a falbalà, stridenti dei
piú vivaci colori, verdi, gialle, rosse, celesti, che
ermeticamente, con gran conforto delle loro nari e della
loro coscienza, custodivano, cosí prese dal tanfo delle
onorate cassapanche, gli arcigni pudori provinciali.
Il caldo a poco a poco nelle tre sale s'era fatto
soffocante. Quasi una nebbia s'era diffusa dal vaporare
della bestialità di tutti quegli uomini; bestialità
ansante, bollente, paonazza, sudata, che del sudore,
nelle brevi tregue allucinate, profittava con occhi
folli per rassettarsi, incollarsi, rilisciarsi con mani
tremanti sul capo, su le tempie, su la nuca, i capelli
bagnati, irsuti. E si ribellava ormai, quella
bestialità, con tracotanza inaudita a ogni richiamo
della ragione: veniva una volta l'anno la festa! Del
resto, nulla di male! Zitte e a posto, le donne!
Fresca, leggera, tutta compresa nella sua gioja che
respingeva ogni contatto brutale, ridendo e guizzando
con scatti improvvisi, per appagarsi di se stessa,
intatta e pura in quel suo momento di follia, agile
fiamma volubile in mezzo al tetro fuoco di tutti quei
ciocchi congestionati, la signora Lucietta, vinta la
vertigine, divenuta lei stessa vertigine, ballava,
ballava, senza piú nulla vedere, senza piú distinguere
nessuno; e gli archi delle tre sale, i lumi, i mobili,
le stoffe gialle, verdi, rosse, celesti delle signore,
gli abiti neri e i candidi sparati delle camíce degli
uomini, tutto le s'avvolgeva ormai attorno in strisci
vorticosi. Si staccava d'un balzo dalle braccia d'un
ballerino, appena lo sentiva stanco, pesante, ansimante,
e subito si buttava tra altre braccia, le prime che si
vedeva tese davanti, e via, via per riavvolgersi in
quegli strisci vorticosi, per farsi girare ancora
attorno in frenetico scompiglio tutti quei lumi e tutti
quei colori.
Seduto nell'ultima sala, accosto al muro in un canto
quasi in ombra, Fausto Silvagni, con le mani sul pomo
del bastone e su le mani la grossa barba fulva, da circa
due ore la seguiva coi grandi occhi chiari, animati da
un benigno sorriso. Egli solo intendeva tutta la purezza
di quella folle gioja, e ne godeva; ne godeva come se
quel tripudio innocente fosse un dono della sua
tenerezza a lei.
Tenerezza solo? ancora solo tenerezza? non gli palpitava
già troppo dentro, per essere ancora solo tenerezza?
Da anni e anni Fausto Silvagni con quei suoi occhi
intenti e tristi guardava come da lontano ogni cosa;
come remote ombre evanescenti, gli aspetti vicini; e
dentro di sé, i suoi stessi pensieri e i suoi
sentimenti.
Fallita per avversità di casi, per gravosi obblighi
meschini la sua vita, spenta sul piú bello la luce di
tanti sogni tenuta fin da ragazzo accesa con l'ardore di
tutta l'anima (sogni che ora non poteva richiamare al
suo ricordo senza strazio e senza rossore), rifuggiva
dalla realtà, nella quale era costretto a vivere. Ci
camminava; se la vedeva attorno; la toccava; ma nessun
pensiero, nessun sentimento ne veniva piú a lui; e anche
se stesso vedeva come lontano da sé, perduto in un
esilio angoscioso.
Ora, in questo esilio, un sentimento all'improvviso era
venuto a raggiungerlo; un sentimento ch'egli avrebbe
voluto tener discosto per non riconoscerlo ancora. Non
avrebbe voluto riconoscerlo, ma non osava piú neanche
scacciarlo.
Non era forse volata da' suoi sogni lontani, questa cara
folle fatina vestita di nero, con una rosa di fiamma tra
i capelli? Potevano anche essere i suoi sogni stessi,
divenuti vivi, ora, in questa fatina, perché egli, non
avendo potuto raggiungerli allora sott'altra forma, in
questa se li stringesse vivi e spiranti tra le
braccia... Chi sa! Non poteva fermarla, trattenerla e
ritornare per essa e con essa finalmente dal suo lontano
esilio? Se egli non la fermava, se egli non la
tratteneva, chi sa dove e come sarebbe andata a finire,
quella povera fatina folle. Aveva bisogno d'ajuto, anche
lei, bisogno di guida e di consiglio, cosí sperduta
anche lei in un mondo non suo, e con quella gran voglia
di non perdersi, ma anche, ahimè, di godere. Quella rosa
lo diceva, quella rosa rossa tra i capelli... Fausto
Silvagni guardava da un pezzo, costernato, quella rosa.
Non sapeva perché. La vedeva su quel capo come una
fiamma... Si scoteva tanto quella testolina folle; come
non cascava quella rosa? Ebbene, temeva di questo? Non
sapeva dirselo, e seguitava a guardarla, costernato.
Dentro, intanto, sotto sotto, il cuore gli diceva,
tremando:
- «Domani; domani o uno di questi giorni, parlerai...
Ora lascia ch'ella balli cosí, come una fatina folle...»
Ma ormai la maggior parte dei cavalieri cascavano a
pezzi dalla stanchezza; si dichiaravano vinti e si
voltavano attorno, come ubriachi, in cerca delle loro
donne andate via. Solo sei o sette ancora resistevano,
accaniti, tra cui due anziani - chi l'avrebbe creduto? -
il vecchio sindaco in abito lungo e il notajo vedovo,
tutt'e due in uno stato miserando, con gli occhi
schizzanti dalle orbite, le facce sudate, infocate,
impiastricciate di tintura, la cravatta di traverso, la
camicia spiegazzata, tragici in quel loro furore senile.
Erano stati finora respinti dai giovanotti; ora,
frenetici, si rilanciavano per farsi buttare uno dopo
l'altro come balle su le seggiole, appena compiuti due
giri.
Era la stretta finale, l'ultima danza.
Se li vide tutti e sette attorno, sopra, aggressivi,
furibondi, la signora Lucietta.
- Con me! con me! con me! con me!
N'ebbe sgomento. D'un tratto le s'avventò agli occhi la
bestiale sovreccitazione di quegli uomini, e al pensiero
ch'essi avessero potuto bestialmente accendersi per la
sua innocente festosità, provò ribrezzo, onta. Volle
fuggire, sottrarsi a quell'aggressione; ma, allo scatto
di cerbiatta, i capelli già un po' allentati le
cascarono; e la rosa - giú a terra.
Fausto Silvagni si tirò sú a guardare, come sospinto dal
presentimento oscuro d'un imminente pericolo. Ma già
quei sette s'eran precipitati a raccogliere la rosa.
Riuscí a ghermirla il vecchio sindaco, a costo d'un
tremendo sgraffio alla mano.
- Eccola! - gridò, e corse con gli altri a porgerla alla
signora Lucietta riparata in fondo alla seconda sala per
ricomporsi alla meglio i capelli. - Eccola qua... Ma no,
che grazie! Ora lei... - (non aveva piú fiato da
parlare, il vecchio sindaco; la testa gli ciondolava) -
...ora lei deve far la scelta... ecco... deve offrirla,
qua, a uno...
- Bravo! bene!
- A uno... a sua scelta... bravissimo!
- Vediamo! Vediamo!
- A chi l'offre? A sua scelta!
- Il giudizio di Paride!
- Silenzio! Vediamo a chi l'offre!
Anelante, col braccio teso e la bellissima rosa alta
nella mano, la signora Lucietta guardò quei sette
infuriati, come, voltandosi nel sentirsi sopraffatta,
una preda inseguita i suoi assalitori. Intuí subito che
volevano a ogni costo ch'ella si compromettesse.
- A uno? a mia scelta? - gridò all'improvviso, con un
lampo negli occhi. - Ebbene, sí... a uno l'offrirò... Ma
scostatevi prima... scostatevi tutti! No, piú... piú...
ecco, cosí... L'offrirò... l'offrirò...
Saettava con lo sguardo ora l'uno ora l'altro, come
fosse incerta nella scelta; e incerti e goffi, con le
mani protese e nelle facce brutali e stravolte una
smorfia d'implorazione sguajata, quei sette pendevano
dal visino di lei ora sfolgorante di malizia, allorché
d'un balzo ella, sguizzando tra gli ultimi due alla sua
manca, prese la corsa verso la prima sala. Aveva trovato
lo scampo: offrire la rosa a uno di quelli che se
n'erano stati tutta la serata quieti a guardare, seduti
accosto al muro: a uno qual si fosse, il primo che
capitava in direzione della corsa.
- Ecco qua! L'offro qua a...
Si trovò davanti i grandi occhi chiari di Fausto
Silvagni. Smorí d'un tratto; restò un momento come
sospesa, confusa, tremante, alla vista del volto di lui;
le sfuggí un'esclamazione sommessa:
¾ Oh Dio... - ma si riprese subito:
¾ Sí, per carità... ecco, a lei, prenda, prenda signor
Silvagni!
Fausto Silvagni prese la rosa e si voltò con un sorriso
vano, squallido, a guardare quei sette che s'erano
precipitati appresso a lei gridando come ossessi:
- No, che c'entra lui? - A uno di noi! - Doveva offrirla
uno di noi!
- Non è vero! - protestò la signora Lucietta battendo un
piede fieramente. - S'è detto a uno, e
basta! E io l' ho offerta qua al signor Silvagni!
- Ma questa è una dichiarazione d'amore bell'e buona! -
gridarono allora quelli.
- Che? - ripigliò la signora Lucietta, facendosi in
volto di bragia. - Ah, nossignori, prego! Sarebbe stata
una dichiarazione, se la avessi offerta a uno di loro!
Ma l'ho offerta al signor Silvagni, che non s'è mosso,
tutta la serata, e che dunque non può crederlo, è vero?
non può crederlo! Come non possono crederlo neanche
loro!
- Ma sí, ma sí che noi lo crediamo! Lo crediamo invece
benissimo! Anzi! tanto piú lo crediamo; - protestarono
quelli a coro. - Proprio a lui oh! proprio a lui!
La signora Lucietta si sentí tutta sconvolgere da un
dispetto feroce. Non era piú uno scherzo ormai! la
malignità schizzava da quegli occhi, da quelle bocche;
era chiara nei loro ammiccamenti, nei loro grugniti
l'allusione alle visite del Silvagni all'ufficio, alla
bontà ch'egli le aveva dimostrato fin dal suo arrivo. E
quel pallore, intanto, quel turbamento di lui davano
esca ai sospetti maligni. Perché quel pallore, quel
turbamento? Poteva forse credere anche lui, che ella...?
Non era possibile! E perché allora? Forse perché lo
credevano gli altri! Invece d'impallidire e di turbarsi
a quel modo, avrebbe dovuto protestare! Non protestava;
impallidiva sempre piú, e una crudele sofferenza gli
s'acuiva di punto in punto negli occhi.
Intuí tutto in un lampo la signora Lucietta, e n'ebbe
come uno schianto. Ma in quell'attimo d'angosciosa
perplessità, di fronte alla sfida di quei sette
impudenti sconfitti che seguitavano a strillarle intorno
con furia dilaniatrice:
- Ecco! ecco, vede? Lo dice lei, ma non lo dice lui!
- Come non lo dice? - gridò, lasciando prevalere, tra il
guizzare e il cozzare di tanti opposti sentimenti, il
dispetto.
E, facendosi innanzi al Silvagni, agitata da un fremito
convulso, guardandolo negli occhi, gli domandò:
- Può lei credere sul serio che, offrendole codesta
rosa, io abbia voluto farle una dichiarazione?
Fausto Silvagni restò un momento a guardarla con quel
sorriso squallido di nuovo sulle labbra.
Povera fatina, forzata dall'impeto bestiale di quegli
uomini a uscire dal cerchio magico di quella pura gioja,
di quell'innocente ebbrezza, nella quale come una
pazzerella s'era aggirata! Ecco che ora, pur di
difendere di tra l'accanimento dei brutali appetiti di
quegli uomini l'innocenza del dono di quella rosa,
l'innocenza di quella sua folle gioja d'una sera,
esigeva da lui la rinunzia a un amore che sarebbe durato
per tutta la vita, una risposta che valesse per ora e
per sempre, la risposta che doveva far subito appassire
tra le sue dita quella rosa.
Sorgendo in piedi e guardando con fredda fermezza quegli
uomini negli occhi, disse:
- Non solo non posso crederlo io; ma stia sicura che non
lo crederà mai nessuno, signora. Ecco a lei la rosa; io
non posso, la butti via lei.
La signora Lucietta riprese con mano non ben ferma
quella rosa e la buttò via in un canto.
- Ecco, sí... grazie... - disse; sapendo bene ormai ciò
che con quella rosa d'un momento aveva buttato via per
sempre.
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