Novelle per un anno - 1928 - Candelora
4. Romolo
Nelle società cosí dette civili, o dette anche storiche, la
leggenda - si sa - non può piú nascere. Potrebbe nascere e
spesso anche nasce, ma umile, e striscia timida, tra il
popolino: lumachella che ha gli occhi nelle corna e subito
li ritira tra il bollichío della vana bava, appena col dito
rigido e sporco d'inchiostro un professore di storia glieli
tocchi.
Crede, il professore di storia, che in quel suo dito rigido
e sporco d'inchiostro sia la santa verità, e che sia un bene
far ritirare le corna alla lumachella. Disgraziato! E piú
disgraziati i posteri che avranno minuto per minuto
documentati i fatti degli avi e dei padri, che forse,
abbandonati alla memoria e all'immaginazione, a poco a poco,
come ogni cosa lontana, s'inazzurrerebbero di qualche
poesia.
Storia, storia. Finiamola con la poesia.
Ecco qua, senza lupa, senza il fratello Remo, senza volo d'avvoltoj,
Romolo, come ce lo fanno conoscere gli storici; come l'ho
conosciuto io, jeri, vivo.
Romolo: un fondatore di città.
E dire che, a guardarlo bene negli occhi di lupo, peccato!
si poteva credere benissimo che davvero una lupa lo avesse
allattato, bambino, circa novanta anni fa. Il suo Remo di
fronte, rivale, quantunque non fratello, lo aveva avuto
davvero. Non l'aveva ucciso, solo perché Remo aveva pensato
lui di morire prima, a tempo, da sé. Ma non andate ora a
cercare nelle carte geografiche la città fondata da questo
Romolo. Non la trovereste. La troveranno i posteri di
sicuro, di qui a tre o quattrocent'anni, e anche segnata vi
so dire con uno di quei cerchietti che indicano le città
capoluogo di provincia e il suo bravo nome accanto:
Riparo, che ciascuno dentro ci potrà immaginare le belle
cose che vi saranno, vie, piazze, palazzi, chiese,
monumenti, col signor prefetto e la signora prefettessa, se
dureranno ancora questi saggi ordinamenti sociali e se un
terremoto prima (con l'ajuto di Dio che castiga le ambizioni
degli uomini) non l'avrà fatta crollare dalle fondamenta; ma
speriamo di no.
Per ora, è piú che un casale; di già una bella borgata, con
presto due chiesine.
Una è questa qua. Stalla un tempo, per consiglio di Romolo
adattata a chiesina; con un solo altarino dentro, di vecchio
legno ingrassato al tanfo caldo del letame, e una stampa del
sacro cuore di Gesú attaccata al muro coi chiodini; alla
meglio, si sa, ma che importa? Gesú ce la respira davvero,
qui dentro, la sua natività.
Da miglia e miglia lontano, ogni domenica, ci viene con la
mula un prete a dir messa, tutto sudato e impolverato,
d'estate; intabarrato fino agli occhi e con l'ombrellone di
seta verde, d'inverno, come nelle oleografie. La mula,
legata per la cavezza all'anello accanto alla porta,
aspetta, sbuffando e scalciando per le mosche culaje. Ecco
qua in terra il segno delle scalciature. Povera bestia, non
lo sa che è ufficio divino. Le pare una gran seccatura e
mill'anni che finisca.
L'altra, la nuova, sarà presto terminata e sarà una vera
galanteria, col campanile e tutto, tre altarini e il pulpito
e la sagrestia; tutto insomma; chiesa, per davvero, levata
di pianta per chiesa, con un tanto a testa di tutti i
borghigiani.
Ora, quando qui sarà città, nessuno dei tanti figli di essa
saprà di questo Romolo primo loro padre; come, perché sia
nata la città; perché qui e non altrove. Su la terra, in un
luogo, non si riesce piú a vedere questa terra e questo
luogo com'erano prima che la città vi sorgesse. Cancellare
la vita è difficile, quando la vita in un luogo si sia
espressa e imposta con tanto ingombro di pesanti aspetti:
case, vie, piazze, chiese.
C'era il deserto, un beato deserto, qua. Uomini che come un
nastro svolgevano la vita da lontano lontano, passarono
allungando il nastro per questo deserto. Uno stradone. E
carri cominciarono a poco a poco a passare, nella
solitudine, per questo stradone, e qualche uomo a cavallo,
armato, che volgeva attorno gli occhi guardinghi, dallo
sgomento che si scoprisse per la prima volta a lui solo la
vista di tanta solitudine cosí lontana e ignota a tutti.
Silenzio intorno e aperto, sotto la vastità cupa del cielo.
Quando, di qui a quattrocent'anni, campanelli di tram
elettrici, trombe d'automobili squilleranno, streperanno tra
la confusione delle vie affollate, illuminate da lampade ad
arco, con luccichii e sbarbagli di vetri, di specchi negli
sporti, nelle vetrine delle ricche botteghe, chi penserà a
una lampada sola, in cielo, la Luna, che nel silenzio e
nella solitudine, guardava dall'alto il nastro bianco dello
stradone in mezzo al deserto sterminato, e ai grilli e alle
raganelle che qui scampanellavano soli? Chi penserà tra le
chiacchiere vane dei caffè alle cicale che qui arrabbiate
tra le stoppie segate segavano la vasta e ferma afa
nell'abbagliamento delle eterne giornate estive?
Carri, uomini a cavallo, qualcuno raro a piedi, passavano e
tutti sentivano di quella solitudine uno sgomento che a mano
a mano diveniva oppressione intollerabile. Che era per essi
quello stradone? Lunghezza di cammino; via da fare. Chi
poteva pensare di fermarcisi?
Un uomo. Questo vecchio qua. Allora sui trent'anni, andando
un giorno d'estate appresso ai pensieri che lo traevano
fuori del consorzio degli altri uomini a cercare nella
solitudine la sua ventura, ebbe il coraggio di fermare in
mezzo a questo stradone l'ombra del suo corpo. Sentí forse
che in quel punto tanti come lui, passando, avevano,
avrebbero sentito il bisogno d'un poco di riposo, d'un poco
di conforto e d'ajuto. E disse qua.
Si guardò attorno a osservare ciò che prima aveva soltanto
guardato con l'occhio distratto di chi passa e non pensa a
fermarsi; guardò col senso della sua presenza, non per un
solo momento qua, ma stabile; e si provò a respirare l'aria
allora deserta, a vedere intorno le cose, come quelle che
dovevano essere la sua aria e la sua vista di tutti i
giorni. E col coraggio che gli sorgeva dentro per
distendersi e imporsi attorno comparò la tristezza infinita
di quella solitudine, se il suo coraggio avrebbe saputo
resisterle e durarvi, quando - non ora - d'inverno, col
cielo aggrondato e il freddo, nell'eterne giornate di
pioggia, si sarebbe fatta piú squallida e paurosa.
Parla per apologhi il vecchio; e narra che da ragazzo aveva
una sorellina malatuccia e disappetente, che faceva tanto
penar la madre per contentarla.
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Ora un giorno, mentr'egli giocava per istrada coi
compagni a un gioco furioso, la madre, che se ne stava
seduta allo scalino davanti la porta, lo chiamò perché
piano piano, con un sorsellino càuto si sorbisse da un
uovo, ch'ella teneva in mano, la chiara soltanto, non
ben cotta, la chiara soltanto, di cui la sorellina
malatuccia e disappetente aveva schifo.
Ebbene, con quel sorsellino che avrebbe dovuto scoronar
l'uovo appena appena, egli, nella furia del gioco
interrotto, senza farlo apposta, s'era tirato dentro
tutto l'uovo, chiara e torlo, tutto quanto, lasciando
con tanto d'occhi sbarrati per la sorpresa e il guscio
in mano, vuoto, la madre e la sorellina.
Lo stesso ora qua, per lo stradone.
Quando disse «qua» non aveva certo in mente questa
borgata d'oggi, la città di domani. Pensava che sarebbe
restato sempre lui solo a offrire ajuto a tutti quelli
che sarebbero passati di là. Ma dentro quel suo primo
respiro, tratto in mezzo allo stradone, non c'era
soltanto aria per un solo tetto di paglia; c'era dentro
l'aria per tutta questa borgata d'oggi, per la città di
domani. E tanto era stato il suo coraggio nel levare
quel primo tetto di paglia, che altri per forza dovevano
sentirsene attirati.
Quando però una necessità non pensata si para davanti a
una illusione, questa necessità ci sembra un tradimento.
Ecco qua: dopo che lui, sfidando gli orrori della
solitudine, per mesi e mesi solo, era riuscito a far
fermare davanti a quel suo tetto di paglia i carri che
passavano, e poi, levata a poco a poco la casetta di
pietra e fatta venir la moglie coi figliuoli, era
riuscito a far sedere sotto la pergola i carrettieri a
bere il vino, di cui una bottiglina di saggio pendeva
appesa con una frasca d'insegna alla porta, e a mangiare
in rozze scodelle campestri i cibi cucinati dalla
moglie, mentr'egli attendeva a riparare una ruota o una
molla a qualche carro o a ferrar la mula o il cavallo;
un altro era venuto su lo stradone, un po' piú in giú, a
levare contro alla sua casa un'altra casa.
Perché un paese (ora il vecchio lo sa bene e lo può dire
per esperienza) un paese nasce cosí.
Non è mica vero che gli uomini si mettono insieme per
darsi conforto e ajuto a vicenda. Insieme si mettono per
farsi la guerra. Quando una casa sorge in un punto,
l'altra casa non le si mette mica accanto come una
compagna o una buona sorella; di fronte le si mette,
come una nemica, a toglierle la vista e il respiro.
Egli non aveva il diritto d'impedire che un'altra casa
gli sorgesse di fronte. La terra su cui sorgeva, non era
sua. Ma questa terra prima era un deserto. Che vita
aveva? La vita gliel'aveva data lui. E l'usurpazione e
la frode che quell'altro era venuto a commettere, non
era della terra, ma della vita che egli a questa terra
aveva dato.
- Qua non è tuo! - poteva soltanto dirgli quell'altro.
- Sí. Ma che era qua prima per te? poteva gridargli lui.
- E ci saresti tu venuto, se prima non ci fossi venuto
io? Qua non c'era nulla; e tu vieni adesso a rubarmi
quello che ci ho messo io!
Troppo, però, veramente - doveva riconoscerlo - troppo
ci aveva messo per uno solo.
Tutti i carri che passavano, spesso in lunga fila, si
fermavano là ora, per una sosta abituale. La moglie non
riparava a servir tutti e non si reggeva piú in piedi
dalla fatica; anch'egli, quelle due braccia sole che Dio
gli aveva date, non se le sentiva piú, la sera, dalla
stanchezza. C'era dunque posto e lavoro non solo per un
altro, ma anche forse per tre o quattro altri.
Il vecchio ora dice che l'avrebbe preferito. Tre o
quattro altri insieme sarebbero stati compagni, e si
sarebbero diviso il lavoro; e sua moglie forse, allora,
non sarebbe morta di fatica. Ma quell'uno fu per forza
nemico, un nemico da respingere, anche col coltello in
pugno, dalla vita che egli aveva fatto nascere su quello
stradone, e ch'era sua. Di fronte a tre o quattro altri
insieme, egli avrebbe cercato e stabilito un accordo; e
certo sarebbe stato da essi riconosciuto e rispettato
come il primo e come il capo. Da quell'uno dovette
invece accanitamente difendersi la vita, da non
lasciargliene prendere nulla o quel poco soltanto che
alle sue braccia non riusciva piú di contenere. Ma
l'effetto fu questo: che gli morí la moglie dalla troppa
fatica.
- Dio! - dice il vecchio, adesso, alzando una mano con
l'indice teso.
E lascia nell'ombra i casi e gli eventi passati, di cui
riconosce in Dio la causa, e dunque l'obbligo per gli
uomini d'accettarli con obbedienza e rassegnazione, per
quanto dolorosi e crudeli possano parere. I casi passano
e vanità è ricordarli di fronte a questa certezza: che
la giustizia di Dio trionfa sempre.
Romolo non può parlare altrimenti. Deve riconoscere,
Romolo, che fu giustizia di Dio la morte della moglie:
che Dio, cioè, con questa morte lo volle punire del suo
voler troppo. Perché alla fine il trionfo della
giustizia divina Romolo deve additarlo in lui che -
morto Remo - ne sposò in seconde nozze la moglie. E
perché morí Remo? Ma anche lui per punizione di Dio, per
una gran paura che Dio gli mise addosso; morí perché
comprese che l'uomo, a cui egli era venuto a mettersi
contro, ora, stroncato dalla morte della moglie, avrebbe
certo rovesciato su lui il furore della sua
disperazione.
Poteva Dio permettere che una sua punizione diventasse
soverchia e dunque ingiusta, lasciando che quell'altro
profittasse di quanto ora a lui era venuto a mancare con
la morte della moglie? La punizione, ch'era dolore per
lui, doveva essere paura per quell'altro; e tanta fu,
che ne morí. Romolo non dice altro.
Soggiunge però, che allora, nelle due case di contro,
popolate tutte e due di figliuoli, a cui finora non era
stato mai concesso d'accostarsi gli uni agli altri per
mettere insieme i loro giuochi; nelle due case di contro
restarono, qua un uomo senza donna, là una donna senza
uomo. E l'uno vestito di nero vide l'altra vestita di
nero; e nel cuore dell'uno e dell'altra ecco che Dio
allora fece sbocciare la carità, un reciproco bisogno d'ajuto
e di conforto.
E la prima guerra finí.
Romolo tentenna il capo e sorride.
Vede in mente come, dopo le prime due, nacquero le altre
case di questa borgata, quando i figliuoli da una parte
e dall'altra crebbero, e alcuni fecero nozze tra loro e
altri portarono da lontano chi la moglie, chi il marito.
Ah, una di qua, una di là, quelle case! Non propriamente
nemiche. No. Scontrose. Le spalle non se le voltavano;
ma l'una s'era messa un po' di fianco e l'altra un po'
di traverso, come se tra loro non volessero vedersi in
faccia. Finché, con l'andare degli anni, tra questa e
quella una terza non sorse in mezzo, come paciera, a
riunirle.
- Per questo, - dice Romolo, - le strade antiche dei
piccoli paesi sono tutte storte, che ogni casa vi
scantona.
Per questo, sí. Ma poi viene, o Romolo, la civiltà coi
piani regolatori, che obbligano le case a stare in riga.
- La guerra allineata, - tu dici.
Sí; ma civiltà vuol dire appunto il riconoscimento di
questo fatto: che l'uomo, tra tanti altri istinti che lo
portano a farsi guerra, ha anche quello che si chiama
istinto gregario, per cui non vive se non coi suoi
simili.
- E or dunque vedi da questo, tu concludi, se l'uomo può
mai essere felice!
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