Novelle per un anno - 1928 - Candelora
3. La camera in attesa

Si dà pur luce ogni mattino a questa camera, quando una
delle tre sorelle a turno viene a ripulirla senza guardarsi
attorno. L'ombra, tuttavia, appena le persiane e le vetrate
della finestra sono richiuse e raccostati gli scuri, si fa
subito cruda, come in un sotterraneo; e subito, come se
quella finestra non sia stata aperta da anni, il crudo di
quest'ombra s'avverte, diventa quasi l'alito sensibile del
silenzio sospeso vano sui mobili e gli oggetti, i quali, a
lor volta, par che rimangano sgomenti, ogni giorno, della
cura con cui sono stati spolverati, ripuliti e rimessi in
ordine.
Il calendario a muro presso la finestra è certo che rimane
col senso dello strappo d'un altro fogliolino, come se gli
paja una inutile crudeltà che gli si faccia segnar la data
in quell'ombra vana e in quel silenzio. E il vecchio
orologio di bronzo, in forma d'anfora, sul piano di marmo
del cassettone, pare che avverta la violenza che gli fanno
costringendolo a staccare ancora là dentro il suo cupo
tic-tac.
Sul tavolino da notte, però, la boccetta dell'acqua, di
cristallo verde dorato, panciuta, incappellata del suo lungo
bicchiere capovolto, pigliando di tra gli scuri accostati
della finestra dirimpetto un filo di luce, sembra ridere di
tutto quello sgomento diffuso nella camera.
C'è, in realtà, alcunché di vivo e d'arguto su quel tavolino
da notte.
Il riso della boccetta dell'acqua viene sí senza dubbio dal
filo di luce, ma forse perché con questo filo di luce quella
boccetta panciuta può scorgere su la lucida lastra di
bardiglio le smorfie delle due figurine d'una scatola di
fiammiferi posata lí da quattordici mesi ormai, perché sia
pronta a un bisogno ad accendere la candela, anch'essa da
quattordici mesi confitta nella bugia di ferro smaltato, in
forma di trifoglio, col manichetto e il bocciuolo d'ottone.
Nell'attesa della fiamma che deve consumarla, s'è ingiallita
quella candela sul trifoglio della bugia, come una vergine
matura. E c'è da scommettere che le due figurine
monellescamente smorfiose della scatola di fiammiferi la
paragonino alle tre sorelle stagionate che vengono un giorno
per una a ripulire e a rimettere in ordine la camera.
Via, benché intatta ancora, povera vergine candela,
dovrebbero cambiarla le tre sorelle, se non proprio ogni
giorno come fanno per l'acqua della boccetta (che anche
perciò è cosí viva e pronta a ridere a ogni filo di luce),
almeno a ogni quindici giorni, a ogni mese, via! per non
vederla cosí gialla, per non vedere in quel giallore i
quattordici mesi che sono passati senza che nessuno sia
venuto ad accenderla, la sera, su quel tavolino da notte.
È veramente una dimenticanza deplorevole, perché non solo
l'acqua della boccetta, ma cambiano tutto quelle tre
sorelle: ogni quindici giorni le lenzuola e le foderette del
letto, rifatto con amorosa diligenza ogni mattina come se
davvero qualcuno vi abbia dormito; due volte la settimana,
la camicia da notte, che ogni sera, dopo rimboccate le
coperte, vien tratta dal sacchetto di raso appeso col
nastrino azzurro alla testata della lettiera bianca, e
distesa sul letto con la falda di dietro debitamente
rialzata. E han cambiato, oh Dio, finanche le pantofole
davanti la poltroncina a piè del letto. Sicuro: le vecchie
buttate via, dentro il comodino, e al loro posto, lí su lo
scendiletto, un pajo di nuove, di velluto, ricamate
dall'ultima delle tre. E il calendario? Quello lí, presso la
finestra, è già il secondo. L'altro, dell'anno scorso, s'è
sentito strappare a uno a uno tutti i giorni dei dodici
mesi, uno ogni mattina, con inesorabile puntualità. E non
c'è pericolo che la maggiore delle tre sorelle, ogni sabato
alle quattro del pomeriggio, si dimentichi d'entrare nella
camera per ridar la corda a quel vecchio orologio di bronzo
sul cassettone, che con tanto risentimento rompe il silenzio
ticchettando e muove le due lancette sul quadrante piano
piano, che non si veda, come se voglia dire che non lo fa
apposta, lui, per suo piacere, ma perché forzato dalla corda
che gli dànno.
Le due figurine smorfiose della scatola evidentemente non
vedono, come possono vederlo il vecchio orologio di bronzo
col bianco occhio tondo del quadrante e il calendario
dall'alto della parete col numero rosso che segna la data,
il lugubre effetto di quella camicia da notte stesa lí sul
letto e di quelle due pantofole nuove in attesa su lo
scendiletto davanti la poltroncina.
Quanto alla candela confitta lí sul trifoglio della bugia,
oh essa è cosí diritta e assorta nella sua gialla rigidità,
che non si cura del dileggio di quelle due figurine
smorfiose e del riso della panciuta boccetta, sapendo bene
che cosa sta ad attendere lí, ancora intatta, cosí
ingiallita.
Che cosa?
Il fatto è che da quattordici mesi quelle tre sorelle e la
loro madre inferma credono di potere e di dovere aspettare
cosí il probabile ritorno del fratello e figliuolo
Cesarino, sottotenente di complemento nel 25o
fanteria, partito (ormai son piú di due anni) per la
Tripolitania e colà distaccato nel Fezzan.
Da quattordici mesi, è vero, non hanno piú notizia di lui.
C'è di piú. Dopo tante ricerche angosciose, suppliche e
istanze, è arrivata alla fine dal Comando della Colonia la
comunicazione ufficiale che il sottotenente Mochi Cesare,
dopo un combattimento coi ribelli, non trovandosi né tra i
morti né tra i feriti né tra i prigionieri, di cui si è
riuscito ad aver notizia certa, deve ritenersi disperso,
anzi scomparso senz'alcuna traccia.
Il caso ha destato in principio molta pietà in tutti i
vicini e conoscenti di quella mamma e di quelle tre sorelle.
A poco a poco però la pietà s'è raffreddata ed è cominciata
invece una certa irritazione, in qualcuno anche una vera
indignazione per questa che pare "una commedia", della
camera cioè tenuta cosí puntualmente in ordine, finanche con
la camicia da notte stesa sul letto rimboccato; quasi che
con questa "commedia" quelle quattro donne vogliano negare
il tributo di lagrime a quel povero giovine e risparmiare a
se stesse il dolore di piangerlo morto.
Troppo presto han dimenticato vicini e conoscenti che essi,
proprio essi, all'arrivo della comunicazione del Comando
della Colonia, quando quella madre e quelle tre sorelle s'eran
pur messe a piangere morto il loro caro levando grida
strazianti, le han persuase a lungo e con tanti argomenti
uno piú efficace dell'altro a non disperarsi cosí. Perché
piangerlo morto - hanno detto - se chiaramente in quella
comunicazione s'annunziava che l'ufficiale Mochi tra i morti
non s'era trovato? Era disperso; poteva ritornare da un
momento all'altro: ma anche dopo un anno, chi sa!
Nell'Africa, ramingo, nascosto... E sono stati pur essi a
sconsigliare e quasi impedire che quella madre e quelle tre
sorelle si vestissero di nero, come volevano anche
nell'incertezza. - No, di nero - hanno detto; perché quel
malaugurio? E alla prima speranza di quelle poverine che
s'esprimeva ancora in forma di dubbio: «Chi sa... sí, forse
è vivo», si sono affrettati a rispondere:
- Ma sarà vivo sí! È vivo certamente!
Ebbene, non è naturale adesso che, mancando davvero ogni
fondamento di certezza alla supposizione che il loro caro
sia morto, e accolta invece, come tutti hanno voluto,
l'illusione che sia vivo, quella povera mamma inferma,
quelle tre sorelle diano quanto piú possono consistenza di
realtà a questa illusione? Ma sí, appunto, lasciando la
camera in attesa, rifacendola con cura minuziosa, traendo
ogni sera dal sacchetto la camicia da notte e stendendola su
le coperte rimboccate. Perché, se si son lasciate persuadere
a non piangerlo morto, a non disperarsi della sua morte,
devono per forza far vedere a lui, vivo per loro, a lui che
veramente può sopravvenire da un momento all'altro, che
ecco, tanto esse ne sono state certe, che gli hanno finanche
preparato ogni sera la camicia da notte lí sul letto, sul
suo lettino rifatto ogni mattina, come se egli davvero la
notte vi abbia dormito. Ed ecco là le nuove pantofole che
Margheritina, aspettando, non si è contentata soltanto di
ricamare, ma ha voluto anche far mettere sú da un calzolajo,
perché egli appena tornato le trovi pronte al posto delle
vecchie.
Scusate tanto:
- O che non son forse morti il vostro figliuolo, la vostra
figliuola, quando sono partiti per gli studii nella grande
città lontana?
Ah, voi fate gli scongiuri? mi date sulla voce, gridando che
non sono morti nient'affatto? che saran di ritorno a fin
d'anno e che intanto ricevete puntualmente loro notizie due
volte la settimana?
Calmatevi, sí, via, lo credo bene. Ma come va che, passato
l'anno, quando il vostro figliuolo o la vostra figliuola
ritornano con un anno di piú dalla grande città, voi restate
stupiti, storditi davanti a loro; e voi, proprio voi, con le
mani aperte come a parare un dubbio che vi sgomenta,
esclamate:
- Oh Dio, ma sei proprio tu? Oh Dio, come s'è fatta
un'altra!
Non solo nell'anima, un'altra, cioè nel modo di pensare e di
sentire; ma anche nel suono della voce, anche nel corpo
un'altra, nel modo di gestire, di muoversi, di guardare, di
sorridere...
E, con smarrimento, vi domandate:
- Ma come? erano proprio cosí i suoi occhi? Avrei potuto
giurare che il suo nasino, quand'è partita, era un pochino
all'insú...
La verità è che voi non riconoscete nel vostro figliuolo o
nella vostra figliuola, ritornati dopo un anno, quella
stessa realtà che davate loro prima che partissero. Non c'è
piú, è morta quella realtà. Eppure voi non vi vestite di
nero per questa morte e non piangete... ovvero sí, ne
piangete, se vi fa dolore quest'altro che vi è ritornato
invece del vostro figliuolo, quest'altro che voi non potete,
non sapete piú riconoscere.
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Il vostro figliuolo, quello che voi conoscevate prima
che partisse, è morto, credetelo, è morto. Solo
l'esserci d'un corpo (e pur esso tanto cambiato!) vi fa
dire di no. Ma lo avvertite bene, voi, ch'era un altro,
quello partito un anno fa, che non è piú ritornato.
Ebbene, precisamente come non ritorna piú alla sua mamma
e alle sue tre sorelle questo Cesarino Mochi partito da
due anni per la Tripolitania e colà distaccato nel
Fezzan.
Voi lo sapete bene, ora, che la realtà non dipende
dall'esserci o dal non esserci d'un corpo. Può esserci
il corpo, ed esser morto per la realtà che voi gli
davate. Quel che fa la vita, dunque, è la realtà che voi
le date. E dunque realmente può bastare alla mamma e
alle tre sorelle di Cesarino Mochi la vita ch'egli
seguita ad avere per esse, qua nella realtà degli atti
che compiono per lui, in questa camera che lo attende in
ordine, pronta ad accoglierlo tal quale egli era prima
che partisse.
Ah, non c'è pericolo per quella mamma e per quelle tre
sorelle ch'egli ritorni un altro, com'è avvenuto per il
vostro figliuolo a fin d'anno.
La realtà di Cesarino è inalterabile qua nella sua
camera e nel cuore e nella mente di quella mamma e di
quelle tre sorelle, che per sé, fuori di questa, non ne
hanno altra.
- Tittí, quanti ne abbiamo del mese? - domanda dal
seggiolone la mamma inferma all'ultima delle tre
figliuole.
- Quindici, - risponde Margherita, alzando il capo dal
libro; ma non ne è ben certa e domanda a sua volta alle
due sorelle: - Quindici, è vero?
- Quindici, sí, - conferma Nanda, la maggiore, dal
telajo.
- Quindici, - ripete Flavia che cuce.
Su la fronte di tutt'e tre s'incide, per quella domanda
della madre a cui hanno risposto, la stessa ruga.
Nella quiete della vasta sala da pranzo luminosa, velata
da candide tendine di mussolo, è entrato un pensiero,
che di solito, non per istudio, ma istintivamente è
tenuto lontano dalle quattro donne: il pensiero del
tempo che passa.
Le tre sorelle hanno indovinato il perché di questo
pensiero pauroso nella mente della madre inferma,
abbandonata sul seggiolone; e perciò han corrugato la
fronte.
Non è già per Cesarino.
C'è un'altra, c'è un'altra - non qua, nella casa, ma che
della casa, forse domani, chi sa! potrebbe essere la
regina - Claretta, la fidanzata del fratello - c'è lei,
sí, purtroppo, che fa pensare al tempo che passa.
La mamma, domandando a quanti si è del mese, ha voluto
contare i giorni che son passati dall'ultima visita di
Claretta.
Veniva prima ogni giorno la cara bambina (bambina
veramente, Claretta, per quelle tre sorelle anziane)
quasi ogni giorno, con la speranza che fosse arrivata la
notizia; perché era certa, piú certa di tutte, lei, che
la notizia sarebbe presto arrivata. E allora entrava
festosa nella camera del fidanzato e vi lasciava sempre
qualche fiore e una lettera. Sí, perché seguitava a
scrivere lei, come al solito, ogni sera, a Cesarino. Le
lettere, invece di spedirle, ecco, veniva a lasciarle
qua perché le trovasse, Cesarino, subito appena
arrivato.
Il fiore avvizziva, la lettera restava.
Pensava forse Claretta, nel trovare sotto il fiore vizzo
la lettera del giorno precedente, che anche il profumo
di questa era svanito senz'avere inebriato nessuno? La
riponeva nel cassetto della piccola scrivania presso la
finestra, e al suo pasto lasciava la nuova e sopra vi
posava un fiore nuovo.
Durò a lungo, per mesi e mesi, questa cura gentile. Ma
un giorno la piccina venne, con piú fiori, sí, ma senza
lettera. Disse che aveva scritto la sera precedente, oh
anche piú a lungo del solito, e che ogni sera avrebbe
seguitato a scrivere, ma in un taccuino, perché la mamma
le aveva fatto notare ch'era un inutile sciupío di carta
da lettere e di buste.
Veramente era cosí: ciò che importava era il pensiero di
scrivere ogni giorno; che poi scrivesse in carta da
lettere o nel taccuino, era lo stesso.
Se non che, con quella lettera cominciò anche a mancare
la visita giornaliera di Claretta. Dapprima tre volte,
poi due, poi prese a venire una sola volta per
settimana. Poi, con la scusa del lutto per la morte
della nonna materna, stette piú di quindici giorni senza
venire. E alla fine, - quando non spontaneamente, ma
condotta dalle sorelle - rientrò per la prima volta,
vestita di nero, nella camera di Cesarino, avvenne una
scena inattesa, che per poco non fece scoppiare
d'angoscia il cuore di quelle tre poverine. Tutt'a un
tratto, cosí vestita di nero, appena entrata, si
rovesciò sul lettino bianco di Cesarino, rompendo in un
pianto disperato.
Perché? che c'entrava? Rimase stordita, come smarrita,
dopo, di fronte allo stupore angoscioso, al tremore di
quelle tre sorelle pallide, livide; disse che non sapeva
lei stessa come era stato, come le era avvenuto... Si
scusò; ne incolpò il suo abito nero, il dolore per la
morte della nonna... Riprese, a ogni modo, a venire una
volta la settimana.
Ma le tre sorelle provavano ora un certo ritegno a
condurla nella camera in attesa; ed ella né c'entrava da
sé, né chiedeva alle tre sorelle che ve la conducessero.
E di Cesarino quasi non parlavano piú.
Tre mesi fa, venne di nuovo vestita di abiti gaj,
primaverili, risbocciata come un fiore, tutta accesa e
vivace come da gran tempo le tre sorelle e la loro
povera mamma non l'avevano piú veduta. Recò tanti, tanti
fiori e volle lei stessa con le sue mani portarli nella
camera di Cesarino e distribuirli in vasetti su la
piccola scrivania, sul tavolino da notte, sul
cassettone. Disse che aveva fatto un bel sogno.
Rimasero con l'affanno, oppresse e quasi sgomente di
quella vivacità esuberante, di quella rinata gajezza
della bambina, le tre sorelle sempre piú pallide e piú
livide. Sentirono, appena cessato il primo stordimento,
come l'urto d'una violenza crudele, l'urto della vita
che rifioriva prepotente in quella bambina e che non
poteva piú esser contenuta nel silenzio di quell'attesa,
a cui esse con le religiose cure delle loro mani gracili
e fredde davano ancora e tenacemente volevano dar sempre
una larva di vita, tanta che bastasse a loro. E non
fecero nessuna opposizione, quando Claretta, facendosi
rossa rossa, disse che le era nata una grande curiosità
di sapere che cosa aveva scritto a Cesarino nelle sue
prime lettere di piú d'un anno fa, chiuse nel cassetto
della scrivania.
Piú di cento dovevano essere quelle lettere,
centoventidue o centoventitré. Le voleva rileggere; le
avrebbe poi conservate lei, per Cesarino, insieme coi
taccuini. E a dieci per volta se l'era tutte riportate a
casa.
Da allora le visite si sono diradate. La vecchia mamma
inferma, guardando fiso il bracciolo del seggiolone,
conta i giorni che son passati dall'ultima visita; ed è
curioso, che tanto per lei, quanto per le tre figliuole
con la fronte corrugata, questi giorni s'assommino e si
facciano troppi, mentre per Cesarino che non torna, il
tempo non passa mai; è come se fosse partito jeri,
Cesarino, anzi come se non fosse partito affatto, ma
fosse solo uscito di casa e dovesse rientrare da un
momento all'altro, per sedersi a tavola con loro e poi
andare a dormire nel suo lettino lí pronto.
Il crollo è dato alla povera mamma dalla notizia che
Claretta s'è rifatta sposa.
Era da attendersela, questa notizia, poiché già da due
mesi, Claretta non si faceva piú vedere. Ma le tre
sorelle, meno vecchie e perciò meno deboli della mamma,
s'ostinano a dire di no, che questo tradimento non se
l'aspettavano. Vogliono a ogni costo resistere al
crollo, esse, e dicono che Claretta s'è fatta sposa con
un altro, non perché Cesarino sia morto ed ella non
abbia perciò veramente nessuna ragione piú d'aspettarne
ancora il ritorno, ma perché dopo sedici mesi s'è
stancata d'aspettarlo. Dicono che la loro mamma muore,
non perché il nuovo fidanzamento di Claretta le abbia
fatto crollare l'illusione sempre piú fievole del
ritorno del suo figliuolo, ma per la pena che il suo
Cesarino sentirà, al suo ritorno, di questo crudele
tradimento di Claretta.
E la mamma, dal letto, dice di sí, che muore di questa
pena; ma negli occhi ha come un riso di luce.
Le tre figliuole glieli guardano, quegli occhi, con
invidia accorata. Ella, tra poco, andrà a vedere di là
se lui c'è; si leverà da quest'ansia della lunghissima
attesa; avrà la certezza, lei; ma non potrà tornare per
darne l'annunzio a loro.
Vorrebbe dire, la mamma, che non c'è bisogno di questo
annunzio, perché è già certa lei che lo troverà di là,
il suo Cesarino; ma no, non lo dice; sente una grande
pietà per le sue tre povere figliuole che restano sole
qua e hanno tanto bisogno di pensare e di credere che
Cesarino sia ancora vivo, per loro, e che un giorno o
l'altro debba ritornare; ed ecco, vela dolcemente la
luce degli occhi e fino all'ultimo, fino all'ultimo vuol
rimanere attaccata all'illusione delle tre figliuole,
perché anche dal suo ultimo respiro quest'illusione
tragga alito e seguiti a vivere per loro. Con l'estremo
filo di voce sospira:
- Glielo direte che l'ho tanto aspettato...
Nella notte i quattro ceri funebri ardono ai quattro
angoli del letto, e di tratto in tratto hanno un lieve
scoppiettío che fa vacillare appena la lunga fiamma
gialla.
Tanto è il silenzio della casa, che gli scoppiettii di
quei ceri, per quanto lievi, arrivano di là alla camera
in attesa, e quella candela ingiallita, da sedici mesi
confitta sul trifoglio della bugia, quella candela
derisa dalle due figurine smorfiose della scatola di
fiammiferi, ad ogni scoppiettío pare che abbia un
sussulto da cui possa trar fiamma anche lei, per
vegliare un altro morto qui, sul letto intatto.
È per quella candela una rivincita. Difatti, quella
sera, non è stata cambiata l'acqua della boccetta, né
tratto dal sacchetto e stesa sulle coperte rimboccate la
camicia da notte. E segna la data di jeri il calendario
a muro.
S'è arrestata d'un giorno, e pare per sempre, nella
camera, quell'illusione di vita.
Solo il vecchio orologio di bronzo sul cassettone
séguita cupo e piú sgomento che mai a parlare del tempo
in quella buja attesa senza fine.
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