Novelle per un anno - 1928 - Candelora
2. Il signore della nave
Giuro che non ho voluto offendere il signor Lavaccara né una
volta né due, come in paese si va dicendo.
Il signor Lavaccara mi volle parlare d'un suo porco per
convincermi ch'era una bestia intelligente.
Io allora gli domandai:
- Scusi, è magro?
Ed ecco che il signor Lavaccara mi guardò una prima volta
come se con questa domanda non propriamente lui ma avessi
voluto offendere quella sua bestia.
Mi rispose:
- Magro? Peserà piú d'un quintale!
E io allora gli dissi:
- Scusi, e le pare che possa essere intelligente?
Del porco si parlava. Il signor Lavaccara, con tutta quella
rosea prosperità di carne che gli tremola addosso, credette
che io dopo il porco ora volessi offendere lui, come se in
genere avessi detto che la grassezza esclude l'intelligenza.
Ma del porco, ripeto, si parlava. Non doveva dunque farsi
cosí brutto il signor Lavaccara né domandarmi:
- Ma allora io, secondo lei?
M'affrettai a rispondergli:
- O che c'entra lei, caro signor Lavaccara? È forse un porco
lei? Mi scusi. Quando lei mangia col bello appetito che Dio
le conservi sempre, per chi mangia lei? mangia per sé, non
ingrassa mica per gli altri. Il porco, invece, crede di
mangiare per sé e ingrassa per gli altri.
Mica rise. Niente. Mi restò lí piantato e duro davanti, piú
brutto di prima. E io allora, per smuoverlo, soggiunsi con
premura:
- Poniamo, poniamo, caro signor Lavaccara, che lei con la
sua bella intelligenza fosse un porco, mi scusi. Mangerebbe
lei? Io no. Vedendomi portare da mangiare, io grugnirei,
inorridito:
«Nix! Ringrazio, signori. Mangiatemi magro!». Un porco che
sia grasso vuol dire che questo ancora non l'ha capito; e se
non ha capito questo, può mai essere intelligente? Perciò le
ho domandato se il suo era magro. Lei m'ha risposto che pesa
piú d'un quintale; e allora mi scusi, caro signor Lavaccara,
sarà un bel porco il suo, non dico, ma non è certo un porco
intelligente.
Spiegazione piú chiara di questa mi sembra che non avrei
potuto dare al signor Lavaccara. Ma non ha valso a nulla.
Anzi è certo che ho fatto peggio; me ne sono accorto
parlando. Piú mi sforzavo di render chiara la spiegazione e
piú il signor Lavaccara si scuriva in viso, masticando:
- Già... già...
Perché certo gli è parso che io, facendo ragionare quella
sua bestia come un uomo, o meglio, pretendendo che quella
sua bestia ragionasse come un uomo, non intendessi mica
parlare della bestia, ma di lui.
È cosí. So difatti che il signor Lavaccara va portando in
giro il mio discorso per farne risaltare la fatuità agli
occhi di tutti, perché tutti gli dicano che non avrebbe
senso quel mio discorso riferito a una bestia la quale
anch'essa crede di mangiare per sé e non può sapere che gli
altri la facciano ingrassare per conto loro; e se un porco è
nato porco che può farci? per forza come un porco deve
mangiare, e dire che non dovrebbe e dovrebbe rifiutare il
pasto per farsi mangiar magro è una sciocchezza, perché un
tal proposito a un porco non può mai venire in mente.
Siamo perfettamente d'accordo. Ma se me l'ha cantato lui,
santo Dio, il signor Lavaccara, lui in tutti i toni, che
quella sua bestia la parola sola le mancava! Io gli ho
voluto dimostrare appunto che non poteva averla e non
l'aveva per sua fortuna questa famosa intelligenza umana;
perché un uomo sí, può permetterselo il lusso di mangiare
come un porco, sapendo che alla fine, ingrassando, non sarà
scannato; ma un porco no, no e no. Perdio, mi sembra cosí
chiaro!
Offendere? ma che offendere! io ho voluto anzi difendere
contro se stesso il signor Lavaccara e conservargli intero
il mio rispetto e levargli fin l'ombra del rimorso d'aver
venduto quella sua bestia perché fosse scannata alla festa
del Signore della Nave. Se no, alle corte: m'arrabbio sul
serio e dico al signor Lavaccara che, o il suo porco era un
porco qualunque e non aveva questa famosa intelligenza umana
che lui va dicendo, o il vero porco è lui, il signor
Lavaccara; e ora lo offendo per davvero.
Questione di logica, signori. E poi qui è in ballo la
dignità umana che mi preme salvare ad ogni costo, e non
potrei salvarla se non a patto di convincere il signor
Lavaccara e tutti quelli che gli dànno ragione, che i porci
grassi non possono essere intelligenti, perché se questi
porci parlano tra sé come il signor Lavaccara pretende e va
dicendo, non essi, ma la dignità umana appunto sarebbe
scannata in questa festa del Signore della Nave.
Veramente non so che relazione ci sia tra il Signore della
Nave e la scanna dei porci che si suole iniziare il giorno
della sua festa. Penso che, siccome d'estate la carne di
queste bestie è nociva, tanto che se ne proibisce la
macellazione, e con l'autunno il tempo comincia a
rinfrescare, si colga l'occasione della festa del Signore
della Nave, che cade appunto in settembre, per festeggiare
anche, come suol dirsi, le nozze di quell'animale. In
campagna, perché il Signore della Nave si festeggia
nell'antica chiesetta normanna di San Nicola, che sorge un
buon tratto fuori del paese, a una svolta dello stradone,
tra i campi.
Ci dev'essere, se si chiama cosí questo Signore, qualche
storia o leggenda ch'io non so. Ma certo è un Cristo che,
chi lo fece, piú Cristo di cosí non lo poteva fare; ci si
mise addosso con una tale ferocia di farlo Cristo, che nei
duri stinchi inchiodati su la rozza croce nera, nelle
costole che gli si possono contare tutte a una a una, tra i
guidaleschi e le lividure, non un'oncia di carne gli lasciò
che non apparisse atrocemente martoriata. Saranno stati i
giudei su la carne viva di Cristo; ma qui fu lui, lo
scultore. Quando però si dice, esser Cristo e amare
l'umanità! Pur trattato cosí, fa miracoli senza fine questo
Signore della Nave, come si può vedere dalle cento e cento
offerte di cera e d'argento e dalle tabelle votive che
riempiono tutta una parete della chiesetta; ogni tabella col
suo mare blu in tempesta, che non potrebbe essere piú blu di
cosí, e il naufragio della barchetta col nome scritto bello
grosso a poppa che ciascuno possa leggerlo bene, e insomma
ogni cosa, tra nuvole squarciate, e questo Cristo che appare
alle supplicazioni dei naufraghi e fa il miracolo.
Basta. Io intanto con la discussione su l'intelligenza e la
grassezza del porco e il deplorabilissimo malinteso a cui
questa discussione ha dato luogo, ho perduto l'invito del
signor Lavaccara alla festa.
Non me ne dolgo tanto per il piacere che mi è mancato,
quanto per lo sforzo che ho dovuto fare, assistendo solo da
curioso alla festa, per conservare il rispetto a tante brave
persone e salvare, come ho detto, la dignità umana.
Dico la verità. Dati i sani criteri di cui mi sento ormai
profondamente compenetrato, non credevo mi dovesse costar
tanto. Ma alla fine, con l'ajuto di Dio, ci sono riuscito.
Quando, la mattina, tra la polvere dello stradone ho veduto
i branchi e branchetti di tutti quei porcelloni cretacei
avviarsi ballonzolanti e grufolanti al luogo della festa, ho
voluto guardarli apposta a uno a uno attentamente.
Bestie intelligenti, quelle? Ma via! Con quel grugno lí? con
quelle orecchie? con quel buffo cosino arricciolato dietro?
E grugnirebbero cosí, se fossero intelligenti? Ma se è la
voce della stessa ingordigia, quel loro grugnito! Ma se
frugolavano finanche nella polvere dello stradone! fino
all'ultimo, senza il minimo sospetto che tra poco sarebbero
stati scannati. Si fidavano dell'uomo? Ma grazie tante di
questa fiducia! Come se l'uomo, da che mondo è mondo e ha
pratica coi porci, non avesse sempre dimostrato al porco di
appetirne la carne; e ch'esso perciò non deve affatto
fidarsi di lui! Perdio, se l'uomo arriva finanche ad
assaggiargli addosso, da vivo, le orecchie e il codino!
Meglio di cosí? Che se poi vogliamo chiamar fiducia la
stupidità, siamo logici in nome di Dio, e non diciamo che i
porci sono bestie intelligenti.
Ma scusate, e se non se lo dovesse mangiare, che obbligo
avrebbe l'uomo d'allevare il porco con tanta cura, fargli da
servo, lui carne battezzata, condurselo al pascolo, perché?
che servizio gli tende in compenso del cibo che n'ha?
Nessuno vorrà negare che il porco, finché campa, campa bene.
Considerando la vita che ha fatto, se poi è scannato se ne
deve contentare, perché certo per sé, come porco, non se la
meritava.
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E passiamo agli uomini, signori miei! Ho voluto
osservarli apposta anch'essi a uno a uno, mentre
s'avviavano al luogo della festa.
Che altro aspetto, signori miei!
Il dono divino dell'intelligenza traspariva anche dai
minimi atti: dal fastidio con cui voltavano la faccia
per non prendersi il polverone sollevato dai branchi di
quelle bestie, e dal rispetto con cui poi si salutavano
l'un l'altro.
Ma l'aver pensato di coprir di panni l'oscena nudità del
corpo, già questo solo, considerate a quale altezza
colloca l'uomo sopra uno schifosissimo porco. Potrà
mangiare fino a schiattarne e anche imbrodolarsi tutto,
un uomo; ma poi ha questo, che si lava e si veste. E
quand'anche li immaginassimo nudi per lo stradone,
uomini e donne; cosa impossibile, ma ammettiamola pure;
non dico che sarebbe un bel vedere, le vecchie, i
panciuti, i non puliti; tuttavia, che differenza,
pensate, anche a guardar soltanto alla luce dell'occhio
umano, specchio dell'anima, e al dono del sorriso e
della parola.
E i pensieri che ciascuno, pur andando alla festa, aveva
in mente; forse non del padre o della madre, ma di
qualche amico o della nipote o dello zio, che lo scorso
anno partecipavano anche loro allegri alla festa
campestre, bevevano anche loro quella bell'aria aperta,
e adesso, rinserrati nel bujo sottoterra, poverini...
Sospiri, rimpianti, e anche qualche rimorso. Ma sí! Non
erano tutti lieti quei visi; la promessa del godimento
d'una giornata grassa non spianava su la fronte di tanti
magri le rughe delle cure opprimenti e i segni delle
fatiche e delle sofferenze. E parecchi
compassionevolmente portavano a quella festa d'un giorno
la loro miseria di tutto l'anno, per provare se trovasse
piú il verso, là tra tanti sanguigni ben pasciuti,
d'aprire i denti gialli a uno squallido sorriso.
E poi pensavo a tutte le arti, a tutti i mestieri a cui
quegli uomini attendevano con tanto studio, con tanti
travagli e tanti rischi, che i porci certamente non
conoscono. Perché un porco è porco e basta; ma un uomo,
no, signori, potrà anche esser porco, non dico, ma porco
e medico, per esempio, porco e avvocato, porco e
professore di belle lettere e filosofia, e notajo e
cancelliere e orologiajo e fabbro... Tutti i lavori, le
afflizioni, le cure dell'umanità vedevo con
soddisfazione rappresentati in quella folla che
procedeva per lo stradone.
A un certo punto, il signor Lavaccara, reggendo per
mano, uno di qua, uno di là, i due figliuoli piú
piccoli, m'è passato davanti, con la moglie dietro,
rosea e prosperosa come lui, tra le due figliuole
maggiori. Tutt'e sei han fatto finta di non vedermi; ma
le due figliuole, tirando via di lungo, si sono tutte
invermigliate e uno dei piccini, dopo pochi passi, s'è
voltato tre volte a sbirciarmi. La terza volta, cosí per
ridere, io ho cacciato fuori la lingua e l'ho salutato
di nascosto con la mano; s'è fatto serio serio, con un
viso lungo lungo distratto e s'è subito messo a guardare
altrove.
Mangerà il porco anche lui, povero piccino; forse ne
mangerà troppo; ma speriamo che non gli faccia male.
Quand'anche però gli dovesse far male, la previdenza
umana c'è pure per qualche cosa. Andate a cercarla nei
porci, la previdenza; trovatemi un porco farmacista che
prepari con l'alchermes l'olio di ricino per i
porcellini che si siano guastati lo stomaco per
intemperanza!
Ho seguíto da lontano, per un buon tratto, la cara
famigliuola del signor Lavaccara che si avviava
sicuramente incontro a un solennissimo guasto di
stomaco; ma ecco che mi son potuto consolare pensando
che domani troverà da un farmacista la purghetta che li
guarirà.
Quante baracche improvvisate con grandi lenzuola
palpitanti, nello spiazzo davanti la chiesa di San
Nicola, attraversato dallo stradone!
Taverne all'aperto; tavole, tavole e panche; caratelli e
barili di vino; fornelli portatili; banchi e ceppi di
macellaj.
Un velo di fumo grasso misto alla polvere annebbiava lo
spettacolo tumultuoso della festa; ma pareva che non
tanto quella grassa fumicaja, quanto lo stordimento
cagionato dalla confusione e dal baccano impedisse di
vedere chiaramente.
Non erano però grida giulive, di festa, ma grida
strappate dalla violenza d'un ferocissimo dolore. Oh
sensibilità umana! I venditori ambulanti, gridando la
loro merce; i tavernaj, invitando alle loro mense
apparecchiate; i macellai, ai loro banchi di vendita,
intonavano il bando, senza forse saperlo, su le strida
terribili dei porci che là stesso, in mezzo alla folla,
erano macellati, sparati, scorticati, squartati. E le
campane della gentile chiesina ajutavano le voci umane,
rintronando all'impazzata, senza posa, a coprire
pietosamente quelle strida.
Voi dite: ma perché almeno non si macellavano lontano
dalla folla tutti quei porci? E io vi rispondo: ma
perché la festa allora avrebbe perduto uno dei suoi
caratteri tradizionali, forse il suo primitivo carattere
sacro, d'immolazione.
Voi non pensate al sentimento religioso, signori.
Ho visto tanti impallidire, turarsi con le mani gli
orecchi, torcere il viso per non vedere l'accoratojo
brandito cacciarsi nella gola del porco convulso tenuto
violentemente da otto braccia sanguinose smanicate; e
per dir la verità, ho torto il viso anch'io, ma
lamentando dentro di me amaramente che l'uomo a mano a
mano, col progredire della civiltà, si fa sempre piú
debole, perde sempre piú, pur cercando d'acquistarlo
meglio, il sentimento religioso. Seguita, sí, a
mangiarsi il porco; volentieri assiste alla manifattura
delle salsicce, alla lavatura della corata, al taglio
netto del fegato lucido compatto tremolante; ma torce
poi il viso all'atto dell'immolazione. E certo è ormai
cancellato il ricordo dell'antica Maja, madre del dio
Mercurio, da cui il porco ripete il suo secondo nome.
Ho rivisto sul tardi il signor Lavaccara, sudato e
stravolto, senza giacca, recando tra le mani un gran
piatto bislungo, avviarsi, seguito dai due piccini, al
banco del macellajo al quale aveva venduta quella sua
bestia intelligente. Andava a riceverne - patto della
vendita - la testa e tutto il fegato.
Anche questa volta, ma con piú ragione, il signor
Lavaccara ha finto di non vedermi. Uno dei due piccini
piangeva; ma voglio credere che non piangesse per la
prossima vista della pallida testa insanguinata della
cara grossa bestia carezzata per circa due anni nel
cortile della casa. La contemplerà il padre quella testa
dalle larghe orecchie abbattute, dagli occhi gravemente
socchiusi tra i peli, per lodarne forse, con rimpianto
ancora una volta, l'intelligenza, e per questa maledetta
ostinazione si guasterà il piacere di mangiarsela.
Ah mi avesse invitato a tavola con lui! Mi sarei
risparmiato certamente il grande affanno di vedere, io
solo a digiuno, io solo con gli occhi non offuscati dai
vapori del vino, tutta quella umanità, degna di tanta
considerazione e di tanto rispetto, ridursi a poco a
poco in uno stato miserando, senza piú neppure un'ombra
di coscienza, senza la piú lontana memoria delle
innumerevoli benemerenze che in tanti secoli ha saputo
acquistarsi sopra le altre bestie della terra con le sue
fatiche e con le sue virtú.
Scamiciati gli uomini, discinte le donne; teste
ciondolanti, facce paonazze, occhi imbambolati, danze
folli tra tavole capovolte, panche rovesciate, canti
sguajati, falò, spari di mortaretti, urli di bimbi, risa
sgangherate. Un pandemonio sotto le rosse nubi dense e
gravi del tramonto, sopravvenute quasi con spavento.
Sotto queste nubi divenute a mano a mano piú cupe e
fumolente, ho veduto poco dopo, al richiamo delle
campane sante, raccogliersi alla meglio tra spinte e
urtoni tutta quella folla ubriaca, e imbrancarsi in
processione dietro a quel terribile Cristo flagellato su
la croce nera, tratto fuori dalla chiesa, sorretto da un
chierico pallido e seguito da alcuni preti digiuni, col
càmice e la stola.
Due porcelloni, per loro somma ventura scampati al
macello, sdrajati a piè d'un fico, vedendo passare
quella processione, m'è parso si guardassero tra loro
come per dirsi:
- Ecco, fratello, vedi? e poi dicono che i porci siamo
noi.
Mi sentii fino all'anima ferire da quello sguardo, e
fissai anch'io la folla ubriaca che mi passava davanti.
Ma no, no, ecco - oh consolazione! - vidi che piangeva,
piangeva tutta quella folla ubriaca, singhiozzava, si
dava pugni sul petto, si strappava i capelli
scarmigliati, cempennando, barellando dietro a quel
Cristo flagellato. S'era mangiato il porco, sí, s'era
ubriacata, è vero, ma ora piangeva disperatamente dietro
a quel suo Cristo, l'umanità.
- Morire scannate è niente, o stupidissime bestie! - io
allora esclamai, trionfante. - Voi, o porci, la passate
grassa e in pace la vostra vita, finché vi dura.
Guardate a questa degli uomini adesso! Si sono
imbestiati, si sono ubriacati, ed eccoli qua che
piangono ora inconsolabilmente, dietro a questo loro
Cristo sanguinante su la croce nera! eccoli qua che
piangono il porco che si sono mangiato! E volete una
tragedia piú tragedia di questa?
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