Nella tetraggine di tutto quel sole torrido, sul
giardino frastagliato d'ombre, ha il senso, ora, Nane
Papa (un senso che l'opprime, lo urta e quasi lo
sgomenta), della presenza di tante cose immobili e come
attonitamente sospese davanti a lui: gli alberi, quegli
alti fusti d'acacia, la vasca con quel giro di roccia
artificiale e con quello specchio verde d'acqua
stagnata, i sedili.
Che aspettano?
Egli può muoversi; se ne può anche andare. Ma che
stranezza! Si sente come guardato da tutte quelle cose
immobili, attorno; e non solo guardato, ma anche come
legato dal fascino ostile, quasi ironico, che spira
dalla loro attonita immobilità e che gli fa apparire
inutile, stupido, anche buffo il suo potersene andare.
Rappresenta la ricchezza del barone Chico quel giardino.
Egli, Nane Papa, vi sta da circa sei mesi; e solo questa
mattina ha provato il bisogno irresistibile di porre
sotto gli occhi a se stesso e a Candelora ritornata dal
mare, la sua vergogna e quella di lei, in tutta la sua
nudità; ma ridendo, perché Candelora pretendeva d'uscire
da questa vergogna, ora che - a suo dire - potevano.
Già! Perché si vendono bene, ora, i quadri di Nane Papa,
e il valore della sua arte nuova, personalissima, s'è
imposto, non già perché sia realmente compreso, ma
perché l'imbecillità dei ricchi visitatori delle
esposizioni d'arte è stata costretta dalla critica a
fermarsi davanti alle sue tele.
La critica? Via, una parola, la critica! Una parola che
non vive, se non nei calzoni d'un critico. E il critico
a cui Candelora un giorno, per disperata, volle andare a
gridare in faccia se era giusto che un artista come Nane
Papa morisse di fame, quel critico (il piú ascoltato di
tutti) ha voluto sí con un magistrale articolo
richiamare l'attenzione degli imbecilli sull'arte nuova
e personalissima di Nane Papa, ma ha voluto anche che
questo riconoscimento dell'artista fosse, non diciamo
pagato, ma graziosamente compensato con la piú viva
gratitudine di Candelora. E Candelora, subito, non solo
a quel critico, ma a tutti gli ammiratori piú fanatici
dell'arte nuova del marito, inebriata della vittoria che
forse le pareva dovesse costarle chi sa quanto, subito
s'è dimostrata gratissima; gratissima a tutti, a quel
barone Chico in ispecie che - ecco - è arrivato finanche
ad alloggiarli nella sua villetta, per avere l'onore di
dar ricetto a un portento dell'arte, a un figlio della
gloria... E che trattamenti! che regali! che feste!
Se non le è costato nulla far cosí, niente di male,
povera Candelora!
Le ha fatto paura la povertà, ecco. Dice di no, lei;
dice che le faceva rabbia, non paura; perché quella
povertà non era lo stento, non era l'avvilimento; era
l'ingiustizia, dato il merito di lui. Quest'ingiustizia
ha voluto vendicare. E come? Eccolo, come: la villetta,
l'automobile, il canotto, ori, gemme, gite, abiti,
feste... E ha provato un gran dispetto per lui rimasto
tal quale, né triste né lieto, sciamannato come prima,
senz'altra gioja fuori di quella de' suoi colori,
senz'altra voglia che di scavare, di scavare nella sua
arte per il bisogno sempre insoddisfatto di andare in
fondo ad essa, quanto piú in fondo fosse possibile,
tanto da non veder piú nulla della buffa fantasmagoria
della vita che gli s'agita attorno.
Forse, anzi certo, rappresenta la sua gloria, questa
buffa fantasmagoria: le gemme, il lusso di Loretta,
gl'inviti, le feste. La sua gloria e anche, perché no?
la sua vergogna. Ma che glien'importa?
Tutta la sua vita, tutto ciò che di vivo è in lui egli
lo mette, lo dà, lo spende per il gusto di far carnosa
una foglia, facendosi egli stesso pasta carnosa, fibre e
vene di quella foglia; rigido e nudo un sasso, che si
senta e viva sasso sulla tela; e questo solo gl'importa.
La sua vergogna? la sua vita? la vita degli altri? Cose
estranee, transitorie, di cui è vano tener conto. L'arte
sua, lei sola vive, l'opera che prepotentemente piglia
corpo dalla luce e dal tormento della sua anima.
Se è stata cosí la sua sorte, è segno che non poteva
essere altrimenti. Gli pare già tanto lontana a
pensarci!
E cosí, come da lontano, ha detto a Loretta, questa
mattina, che gli sarebbe piaciuto, certo - oh, ma senza
dare alcun peso alla cosa - gli sarebbe piaciuto
trovarsi accanto nella vita una compagna buona, a cui la
povertà non avesse fatto tutta quella rabbia; una
compagna umile e mite, sul cui seno avesse potuto
riposarsi; che gli avesse ispirato con le sue sofferenze
la stessa pena che gl'ispirava allora la sua arte
misconosciuta.
Loretta, naturalmente, gli è saltata addosso come una
gatta inferocita.
Ma che fa, intanto? Non ti torna giú con la tintura di
jodio, la bambagia e la fascetta? Se n'è andata sú
piangendo, poverina...
Vuol essere amata, adesso, Loretta. Amata da lui, forse
per dispetto della sua indifferenza. Non è una pazzia?
Se egli la amasse davvero, dovrebbe ucciderla. Ci vuole
quella indifferenza, come condizione imprescindibile per
sopportare la vergogna ch'ella gli rappresenta accanto.
Uscire da questa vergogna? E come è piú possibile ormai,
se tutti e due l'hanno dentro, fuori, attorno? L'unica è
questa, non darci importanza, e seguitare, lui a
dipingere, lei a divertirsi, con Chico per ora, poi con
un altro, ma anche con Chico e un altro insieme,
allegramente. Cose della vita, sciocchezze... In un modo
o nell'altro, passano e non lasciano traccia. Ridere,
intanto, di tutte le cose nate male, che restano a
penare nelle lor forme sgraziate o sconce, finché col
tempo non crollano in cenere. Ogni cosa porta con sé la
pena della sua forma, la pena d'esser cosí e di non
poter piú essere altrimenti. È appunto in questo il
nuovo della sua arte, nel far sentire questa pena della
forma. Sa bene lui che ogni gobbo bisogna che si
rassegni a portare la sua gobba. E come le forme sono i
fatti. Quando un fatto è fatto, è quello, non si cangia
piú. Candelora, per quanto faccia, non potrà piú, per
esempio, ritornar pura come quando era povera. Sebbene
pura, forse, non è stata mai, Candelora, neppure da
bambina. Non avrebbe potuto fare ciò che ha fatto; e
goderne, dopo.
Ma come mai, cosí all'improvviso, questa nostalgia di
purezza; di mettersi con lui, adesso, appartata,
tranquilla, modesta, amorosa? Con lui, dopo quanto è
avvenuto? Quasiché lui, adesso, sia piú in grado di
prendere sul serio qualche cosa, nella vita; e l'amore,
poi! e un amore poi, cosí tutto gualcito, come quello di
lei, con l'immagine buffa di Chico e di quel critico e
di tanti altri che, attorno a lei e a lui idillicamente
abbracciati, si metterebbero a fare giro giro tondo...
Ohé, al sole, il sangue s'è tutto aggrumato e incrostato
su le dentate; e il polso, e anche un po' la mano gli si
sono gonfiati; e incordate le vene.
Nane Papa si scuote dalle sue considerazioni e s'avvia
per salire alla villetta. Chiama due volte, prima dalla
scala, poi dalla saletta d'ingresso:
- Candelora! Candelora!
La sua voce rintrona nelle stanze vuote. Nessuno
risponde. Entra nella stanza accanto allo studio, ov'è
la scrivania, e dà un balzo indietro. Nella gran luce,
ferma in quella stanza bianca, Candelora è buttata per
terra, lunga, stirata, con le vesti scomposte, come se
si fosse rotolata; una coscia scoperta. Accorre, le
solleva la testa. Oh Dio, che ha fatto? La bocca, il
mento, il collo, il seno, sono macchiati d'un giallo
nerastro. Ha bevuto la boccetta del jodio.
- È niente! è niente! - le grida. - Candelora mia, ma
che sciocchezza hai fatto? Bambina mia... Ma non è
niente! Ti brucerà un po' lo stomaco... Sú! sú!
Cerca di sollevarla, e non ci riesce, perché la poverina
s'è indurita nello spasimo. Ma non le dice poverina,
lui: - Bambina... bambina... - perché gli pare un po'
buffo il fatto che abbia bevuto la tintura di jodio. -
Bambina... - le ripete, e la chiama anche scioccherella
sua... E cerca di tirar la veste azzurra, labile, su
quella coscia scoperta che l'offende; e torce gli occhi
per non vederle la bocca cosí tutta nera... La
vesticciuola si lacera allo strappo della sua mano
convulsa e scopre di piú la coscia.
È solo nella villa. Loretta, ritornata quella mattina
dai bagni di mare, prima di partire volle licenziare le
donne di servizio. Nessuno dunque può ajutarlo a
sollevarla da terra; nessuno può correre a chiamare una
vettura per farla trasportare a un ospedale per un
pronto soccorso. Ma per fortuna, ecco dalla via la
tromba dell'automobile di Chico, il barone. E, poco
dopo, Chico appare, sbalordito, con la faccia gialla di
vecchio ebete sul corpo giovanile, sperticato,
elegantissimamente vestito.
- Oh! e che è?
Senza volerlo, sporge l'occhio con la caramella, a
fissar quella coscia scoperta.
- Ajutami a sollevarla, perdio! - gli grida Nane,
esasperato dagli inutili sforzi.
Ma appena la sollevano, dalla mano rimasta schiacciata
sotto il fianco casca a terra una rivoltella, e lí,
dov'era il fianco, si scopre una chiazza di sangue.
- Ah! ah! - geme allora Nane, trasportandola con Chico
verso la camera da letto.
Non è indurita dallo spasimo, Loretta, ma dalla morte.
Nane Papa come impazzito, appena disteso il cadavere sul
letto grida a Chico:
- Chi era ai bagni con voi? dimmi chi era ai bagni con
voi quest'estate?
Chico, smarrito, fa alcuni nomi
- Ah, perdio! - esclama allora Nane, feroce, venendogli
addosso, afferrandolo per il petto e scrollandolo tutto.
- Ma è possibile che dobbiate essere tutti quanti cosí
stupidi, vojaltri che avete un po' di quattrini?
- Cosí stupidi? noi? - fa Chico, piú che mai imbalordito,
rinculando a ogni scrollone.
- Ma sí! ma sí! ma sí! - seguita a inveire Nane Papa.
- Cosí stupidi da far nascere la voglia a questa
poverina d'essere amata da me! Capisci? Da me! da me!
Amata da me!
E rompe in un pianto disperato abbattendosi sul cadavere
di Loretta.