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NOVELLE PER UN ANNO - 1928 - "CANDELORA"
Pubblicata nel 1928, la raccolta "Candelora" costituisce il tredicesimo
volume delle Novelle per un anno e include racconti già editi tra il 1911 e il
1917. |
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14.
La carriola (1917)
««E domani, lunedì», Treves, Milano 1917. |
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Relazione
da
http://sites.google.com/site/temisvoltiedivinacommedia/home/analisi-del-tes/luigi-pirandello-relazione-de-la-carriola
Il brano è una novella di Pirandello
e può essere suddiviso in sette sequenze: l'atto compiuto in segreto dall'uomo,
sequenza narrativa dove l'uomo narra appunto il gesto che si concede;
descrizione dell'uomo, sequenza descrittiva che non descrive l'uomo fisicamente,
ma ci fa capire che posto ha all'interno della società; il timore nel compiere
l'atto, sequenza espressiva dove viene riportato il timore dell'uomo; il ritorno
a casa, sequenza espressiva dove l'uomo vede in modo sfocato una vita diversa
dalla sua, forse più bella da vivere; lo sdoppiamento, sequenza riflessiva dove
l'uomo fa capire che sta vivendo una vita voluta non da lui, ma dalla società;
la vita di molti uomini, sequenza descrittiva dove vengono spiegati gli stati
d'animo di molti uomini; l'atto segreto dell'uomo, sequenza narrativo-espressiva.
La novella parla di un avvocato che vive una vita che non è sua, che non ha
voluto lui, ma la società. Per questo l'uomo si lascia dei momenti da solo con
la sua cagnetta cui fa fare la carriola. L'ordine degli eventi della fabula non
corrisponde completamente con quello dell'intreccio perchè è presente una
grandissima analessi che è il nucleo essenziale del racconto. La funzione che
mette in moto il movimento narrativo è lo sdoppiamento dell'uomo che riesce a
vedere la sua pseudo vita, diversa da quella che avrebbe voluto avere. Il
momento di massima tensione o spannung si trova nel gesto che compie l'uomo con
la sua cagnetta.
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Le vicende sono narrate in un tempo storico indeterminato, dato che non sono
presenti marche temporali. La durata delle vicende, secondo l'intero brano è di
quindici giorni, ma, secondo l'analessi, è di circa mezza giornata. Il movimento
narrativo predominante in assoluto è la pausa, usata sia per descrivere i
personaggi ( l'uomo e la cagnetta) sia per esprimere gli articolati pensieri
dell'uomo.
Questo movimento narrativo conferisce all'intera novella un ritmo molto lento.
Le vicende sono ambientate in luoghi immaginari, cioè non riconoscibili a
livello topografico o storico, e sono tutti degli ambienti interni: il treno, la
macchina e lo studio. Di questi tre ambienti, il più significativo e importante
per la comprensione della novella è l'ultimo, infatti quello è l'unico luogo
dove l'uomo può "togliersi la maschera" datagli dalla società per essere un
attimo se stesso. La descrizione degli ambienti è completamente assente. I
personaggi principali sono i protagonisti delle vicende: l'uomo e la cagnetta.
Dell'uomo abbiamo un autoritratto con una presentazione diretta, fatta
dall'uomo. Tutte e due i personaggi sono dinamici: l'uomo, vedendo la sua vita,
si accorge che questa non è la vita che ha voluto lui, ma quella che ha voluto
la società e per questo ha molto rancore; la cagnetta, da giovane, giocava con i
bambini e, ormai vecchia, preferisce dormire senza essere disturbata nello
studio dell'uomo. Riguardo alle tecniche stilistiche e narrative troviamo due
narratori che si alternano: l'uomo, che è un narratore esterno protagonista dei
fatti e un narratore esterno nascosto che adotta una focolizzazione interna
fissa. Per rappresentare i pensieri del personaggio il narratore usa il monologo
interiore, per esempio: "chi lo aveva fatto così, quell'uomo che figurava me?
Chi lo aveva voluto così? Chi così lo vestiva e lo calzava?...".
La carriola
E domani, lunedì, Treves, Milano 1917.
Quand’ho qualcuno attorno, non la
guardo mai; ma sento che mi guarda lei, mi guarda, mi guarda senza staccarmi un
momento gli occhi d’addosso.
Vorrei farle intendere, a quattr’occhi, che non è nulla; che stia tranquilla;
che non potevo permettermi con altri questo breve atto, che per lei non ha
alcuna importanza e per me è tutto. Lo compio ogni giorno al momento opportuno,
nel massimo segreto, con spaventosa gioja, perché vi assaporo, tremando, la
voluttà d’una divina, cosciente follia, che per un attimo mi libera e mi vendica
di tutto.
Dovevo essere sicuro (e la sicurezza mi parve di poterla avere solamente con
lei) che questo mio atto non fosse scoperto. Giacché, se scoperto, il danno che
ne verrebbe, e non soltanto a me, sarebbe incalcolabile. Sarei un uomo finito.
Forse m’acchiapperebbero, mi legherebbero e mi trascinerebbero, atterriti, in un
ospizio di matti.
Il terrore da cui tutti sarebbero presi, se questo mio atto fosse scoperto,
ecco, lo leggo ora negli occhi della mia vittima.
Sono affidati a me la vita, l’onore, la libertà, gli averi di gente innumerevole
che m’assedia dalla mattina alla sera per avere la mia opera, il mio consiglio,
la mia assistenza; d’altri doveri altissimi sono gravato, pubblici e privati: ho
moglie e figli, che spesso non sanno essere come dovrebbero, e che perciò hanno
bisogno d’esser tenuti a freno di continuo dalla mia autorità severa,
dall’esempio costante della mia obbedienza inflessibile e inappuntabile a tutti
i miei obblighi, uno piú serio dell’altro, di marito, di padre, di cittadino, di
professore di diritto, d’avvocato. Guai, dunque, se il mio segreto si scoprisse!
La mia vittima non può parlare, è vero. Tuttavia, da qualche giorno, non mi
sento piú sicuro. Sono costernato e inquieto. Perché, se è vero che non può
parlare, mi guarda, mi guarda con tali occhi e in questi occhi è così chiaro il
terrore, che temo qualcuno possa da un momento all’altro accorgersene, essere
indotto a cercarne la ragione.
Sarei, ripeto, un uomo finito. Il valore dell’atto ch’io compio, può essere
stimato e apprezzato solamente da quei pochissimi, a cui la vita si sia rivelata
come d’un tratto s’è rivelata a me.
Dirlo e farlo intendere, non è facile. Mi proverò.
Ritornavo, quindici giorni or sono, da Perugia, ove mi ero recato per affari
della mia professione.
Uno degli obblighi miei piú gravi è quello di non avvertire la stanchezza che
m’opprime, il peso enorme di tutti i doveri che mi sono e mi hanno imposto, e di
non indulgere minimamente al bisogno di un po’ di distrazione, che la mia mente
affaticata di tanto in tanto reclama. L’unica che mi possa concedere, quando mi
vince troppo la stanchezza per una briga a cui attendo da tempo, è quella di
volgermi a un’altra nuova.
M’ero perciò portate in treno, nella busta di cuojo, alcune carte nuove da
studiare. A una prima difficoltà incontrata nella lettura, avevo alzato gli
occhi e li avevo volti verso il finestrino della vettura. Guardavo fuori, ma non
vedevo nulla, assorto in quella difficoltà.
Veramente non potrei dire che non vedessi nulla. Gli occhi vedevano; vedevano e
forse godevano per conto loro della grazia e della soavità della campagna umbra.
Ma io, certo, non prestavo attenzione a ciò che gli occhi vedevano.
Se non che, a poco a poco, cominciò ad allentarsi in me quella che prestavo alla
difficoltà che m’occupava, senza che per questo, intanto, mi s’avvistasse di piú
lo spettacolo della campagna, che pur mi passava sotto gli occhi limpido, lieve,
riposante.
Non pensavo a ciò che vedevo e non pensai piú a nulla: restai, per un tempo
incalcolabile, come in una sospensione vaga e strana, ma pur chiara e placida.
Ariosa. Lo spirito mi s’era quasi alienato dai sensi, in una lontananza
infinita, ove avvertiva appena, chi sa come, con una delizia che non gli pareva
sua, il brulichio d’una vita diversa, non sua, ma che avrebbe potuto esser sua,
non qua, non ora, ma là, in quell’infinita lontananza; d’una vita remota, che
forse era stata sua, non sapeva come né quando; di cui gli alitava il ricordo
indistinto non d’atti, non d’aspetti, ma quasi di desiderii prima svaniti che
sorti; con una pena di non essere, angosciosa, vana e pur dura, quella stessa
dei fiori, forse, che non han potuto sbocciare; il brulichio, insomma, di una
vita che era da vivere, là lontano lontano, donde accennava con palpiti e guizzi
di luce; e non era nata; nella quale esso, lo spirito, allora, sì, ah, tutto
intero e pieno si sarebbe ritrovato; anche per soffrire, non per godere
soltanto, ma di sofferenze veramente sue.
Gli occhi a poco a poco mi si chiusero, senza che me n’accorgessi, e forse
seguitai nel sonno il sogno di quella vita che non era nata. Dico forse, perché,
quando mi destai, tutto indolenzito e con la bocca amara, acre e arida, già
prossimo all’arrivo, mi ritrovai d’un tratto in tutt’altro animo, con un senso
d’atroce afa della vita, in un tetro, plumbeo attonimento, nel quale gli aspetti
delle cose piú consuete m’apparvero come votati di ogni senso, eppure, per i
miei occhi, d’una gravezza crudele, insopportabile.
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Con quest’animo scesi alla stazione, montai sulla mia automobile che m’attendeva
all’uscita, e m’avviai per ritornare a casa.
Ebbene, fu nella scala della mia casa; fu sul pianerottolo innanzi alla mia
porta.
Io vidi a un tratto, innanzi a quella porta scura, color di bronzo, con la targa
ovale, d’ottone, su cui è inciso il mio nome, preceduto dai miei titoli e
seguito da’ miei attributi scientifici e professionali, vidi a un tratto, come
da fuori, me stesso e la mia vita, ma per non riconoscermi e per non
riconoscerla come mia.
Spaventosamente d’un tratto mi s’impose la certezza, che l’uomo che stava
davanti a quella porta, con la busta di cuojo sotto il braccio, l’uomo che
abitava là in quella casa, non ero io, non ero stato mai io. Conobbi d’un tratto
d’essere stato sempre come assente da quella casa, dalla vita di quell’uomo, non
solo, ma veramente e propriamente da ogni vita. Io non avevo mai vissuto; non
ero mai stato nella vita; in una vita, intendo, che potessi riconoscer mia, da
me voluta e sentita come mia. Anche il mio stesso corpo, la mia figura, quale
adesso improvvisamente m’appariva, così vestita, così messa su, mi parve
estranea a me; come se altri me l’avesse imposta e combinata, quella figura, per
farmi muovere in una vita non mia, per farmi compiere in quella vita, da cui ero
stato sempre assente, atti di presenza, nei quali ora, improvvisamente, il mio
spirito s’accorgeva di non essersi mai trovato, mai, mai! Chi lo aveva fatto
così, quell’uomo che figurava me? chi lo aveva voluto così? chi così lo vestiva
e lo calzava? chi lo faceva muovere e parlare così? chi gli aveva imposto tutti
quei doveri uno piú gravoso e odioso dell’altro? Commendatore, professore,
avvocato, quell’uomo che tutti cercavano, che tutti rispettavano e ammiravano,
di cui tutti volevan l’opera, il consiglio, l’assistenza, che tutti si
disputavano senza mai dargli un momento di requie, un momento di respiro – ero
io? io? propriamente? ma quando mai? E che m’importava di tutte le brighe in cui
quell’uomo stava affogato dalla mattina alla sera; di tutto il rispetto, di
tutta la considerazione di cui godeva, commendatore, professore, avvocato, e
della ricchezza e degli onori che gli erano venuti dall’assiduo scrupoloso
adempimento di tutti quei doveri, dell’esercizio della sua professione?
Ed erano lì, dietro quella porta che recava su la targa ovale d’ottone il mio
nome, erano lì una donna e quattro ragazzi, che vedevano tutti i giorni con un
fastidio ch’era il mio stesso, ma che in loro non potevo tollerare, quell’uomo
insoffribile che dovevo esser io, e nel quale io ora vedevo un estraneo a me, un
nemico. Mia moglie? i miei figli? Ma se non ero stato mai io, veramente, se
veramente non ero io (e lo sentivo con spaventosa certezza) quell’uomo
insoffribile che stava davanti alla porta; di chi era moglie quella donna, di
chi erano figli quei quattro ragazzi? Miei, no! Di quell’uomo, di quell’uomo che
il mio spirito, in quel momento, se avesse avuto un corpo, il suo vero corpo, la
sua vera figura, avrebbe preso a calci o afferrato, dilacerato, distrutto,
insieme con tutte quelle brighe, con tutti qua doveri e gli onori e il rispetto
e la ricchezza, e anche la moglie, sì, fors’anche la moglie...
Ma i ragazzi?
Mi portai le mani alle tempie e me le strinsi forte.
No. Non li sentii miei. Ma attraverso un sentimento strano, penoso, angoscioso,
di loro, quali essi erano fuori di me, quali me li vedevo ogni giorno davanti,
che avevano bisogno di me, delle mie cure, del mio consiglio, del mio lavoro;
attraverso questo sentimento e col senso d’atroce afa col quale m’ero destato in
treno, mi sentii rientrare in quell’uomo insoffribile che stava davanti alla
porta.
Trassi di tasca il chiavino; aprii quella porta e rientrai anche in quella casa
e nella vita di prima.
Ora la mia tragedia è questa. Dico mia, ma chi sa di quanti!
Chi vive, quando vive, non si vede: vive... Se uno può vedere la propria vita, è
segno che non la vive piú: la subisce, la trascina. Come una cosa morta, la
trascina. Perché ogni forma è una morte.
Pochissimi lo sanno; i piú, quasi tutti, lottano, s’affannano per farsi, come
dicono, uno stato, per raggiungere una forma; raggiuntala, credono d’aver
conquistato la loro vita, e cominciano invece a morire. Non lo sanno, perché non
si vedono; perché non riescono a staccarsi piú da quella forma moribonda che
hanno raggiunta; non si conoscono per morti e credono d’esser vivi. Solo si
conosce chi riesca a veder la forma che si è data o che gli altri gli hanno
data, la fortuna, i casi, le condizioni in cui ciascuno è nato. Ma se possiamo
vederla, questa forma, è segno che la nostra vita non è piú in essa: perché se
fosse, noi non la vedremmo: la vivremmo, questa forma, senza vederla. e morremmo
ogni giorno di piú in essa, che è già per sì una morte, senza conoscerla.
Possiamo dunque vedere e conoscere soltanto ciò che di noi è morto. Conoscersi è
morire.
Il mio caso è anche peggiore. Io vedo non ciò che di me è morto; vedo che non
sono mai stato vivo, vedo la forma che gli altri, non io, mi hanno data, e sento
che in questa forma la mia vita, una mia vera vita, non c’è stata mai. Mi hanno
preso come una materia qualunque, hanno preso un cervello, un’anima, muscoli,
nervi, carne, e li hanno impastati e foggiati a piacer loro, perché compissero
un lavoro, facessero atti, obbedissero a obblighi, in cui io mi cerco e non mi
trovo. E grido, l’anima mia grida dentro questa forma morta che mai non è stata
mia: – Ma come? io, questo? io, così? ma quando mai? – E ho nausea, orrore, odio
di questo che non sono io, che non sono stato mai io; di questa forma morta, in
cui sono prigioniero, e da cui non mi posso liberare. Forma gravata di doveri,
che non sento miei, oppressa da brighe di cui non m’importa nulla, fatta segno
d’una considerazione di cui non so che farmi; forma che è questi doveri, queste
brighe, questa considerazione, fuori di me, sopra di me: cose vuote, cose morte
che mi pesano addosso, mi soffocano, mi schiacciano e non mi fanno piú
respirare.
Liberarmi? Ma nessuno può fare che il fatto sia come non fatto, e che la morte
non sia, quando ci ha preso e ci tiene.
Ci sono i fatti. Quando tu, comunque, hai agito, anche senza che ti sentissi e
ti ritrovassi, dopo, negli atti compiuti; quello che hai fatto resta, come una
prigione per te. E come spire e tentacoli t’avviluppano le conseguenze delle tue
azioni. E ti grava attorno come un’aria densa, irrespirabile la responsabilità,
che per quelle azioni e le conseguenze di esse, non volute o non prevedute, ti
sei assunta. E come puoi piú liberarti? Come potrei io nella prigione di questa
forma non mia, ma che rappresenta me quale sono per tutti, quali tutti mi
conoscono e mi vogliono e mi rispettano, accogliere e muovere una vita diversa,
una mia vera vita? una vita in una forma: che sento morta, ma che deve
sussistere per gli altri, per tutti quelli che l’hanno messa su e la vogliono
così e non altrimenti? Dev’essere questa, per forza. Serve così, a mia moglie,
ai miei figli, alla società, cioè ai signori studenti universitari della facoltà
di legge, ai signori clienti che m’hanno affidato la vita, l’onore, la libertà,
gli averi. Serve così, e non posso mutarla, non posso prenderla a calci e
levarmela dai piedi; ribellarmi, vendicarmi, se non per un attimo solo, ogni
giorno, con l’atto che compio nel massimo segreto, cogliendo con trepidazione e
circospezione infinita il momento opportuno, che nessuno mi veda.
Ecco. Ho una vecchia cagna lupetta, da undici anni per casa, bianca e nera,
grassa, bassa e pelosa, con gli occhi già appannati dalla vecchiaja.
Tra me e lei non c’erano mai stati buoni rapporti. Forse, prima, essa non
approvava la mia professione, che non permetteva si facessero rumori per casa;
s’era messa però ad approvarla a poco a poco, con la vecchiaja; tanto che, per
sfuggire alla tirannia capricciosa dei ragazzi, che vorrebbero ancora ruzzare
con lei giú nel giardino, aveva preso da un pezzo il partito di rifugiarsi qua
nel mio studio da mane a sera, a dormire sul tappeto col musetto aguzzo tra le
zampe. Tra tante carte e tanti libri, qua, si sentiva protetta e sicura. Di
tratto in tratto schiudeva un occhio a guardarmi, come per dire:
«Bravo, sì, caro: lavora; non ti muovere di lì, perché è sicuro che, finché stai
lì a lavorare, nessuno entrerà qui a disturbare il mio sonno.»
Così pensava certamente la povera bestia. La tentazione di compiere su lei la
mia vendetta mi sorse, quindici giorni or sono, all’improvviso, nel vedermi
guardato così.
Non le faccio male; non le faccio nulla. Appena posso, appena qualche cliente mi
lascia libero un momento, mi alzo cauto, pian piano, dal mio seggiolone, perché
nessuno s’accorga che la mia sapienza temuta e ambita, la mia sapienza
formidabile di professore di diritto e d’avvocato, la mia austera dignità di
marito, di padre, si siano per poco staccate dal trono di questo seggiolone; e
in punta di piedi mi reco all’uscio a spiare nel corridojo, se qualcuno non
sopravvenga; chiudo l’uscio a chiave, per un momento solo; gli occhi mi
sfavillano di gioja, le mani mi ballano dalla voluttà che sto per concedermi,
d’esser pazzo, d’esser pazzo per un attimo solo, d’uscire per un attimo solo
dalla prigione di questa forma morta, di distruggere, d’annientare per un attimo
solo, beffardamente, questa sapienza, questa dignità che mi soffoca e mi
schiaccia; corro a lei, alla cagnetta che dorme sul tappeto; piano, con garbo,
le prendo le due zampine di dietro e le faccio fare la carriola: le faccio
muovere cioè otto o dieci passi, non piú, con le sole zampette davanti,
reggendola per quelle di dietro.
Questo è tutto. Non faccio altro. Corro subito a riaprire l’uscio adagio adagio,
senza il minimo cricchio, e mi rimetto in trono, sul seggiolone, pronto a
ricevere un nuovo cliente, con l’austera dignità di prima, carico come un
cannone di tutta la mia sapienza formidabile.
Ma, ecco, la bestia, da quindici giorni, rimane come basita a mirarmi, con
quegli occhi appannati, sbarrati dal terrore. Vorrei farle intendere – ripeto –
che non è nulla; che stia tranquilla, che non mi guardi così.
Comprende, la bestia, la terribilità dell’atto che compio.
Non sarebbe nulla, se per scherzo glielo facesse uno dei miei ragazzi. Ma sa
ch’io non posso scherzare; non le è possibile ammettere che io scherzi, per un
momento solo; e seguita maledettamente a guardarmi, atterrita.
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