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Appoggiando il gomito sul bracciuolo destro del seggiolone e allungando un po’
il collo, tutta la testa si sarebbe mostrata nello specchio; e sarebbe bastato
questo, cioè la vista della propria faccia, per far balzare in piedi, sdegnato e
feroce, quell’uomo.
Quasi quasi... No, via, non conveniva. Meglio seguitare a giocare, non
stuzzicare la fiera volontà nemica, penetrata nella profonda, misteriosa
intimità, ove la decisione oscura e paurosa si maturava. C’era il rischio che
questa volontà, vedendo lo squallore della faccia stralunata, il capo calvo,
quelle borse gonfie sotto gli occhi, quella barba non rifatta da tanti giorni,
improvvisamente opponesse alla violenza un’altra violenza. Non conveniva.
Ma ormai la tentazione di quello specchio era troppo forte; non piú per il
corpo, adesso, ma per quella volontà nemica, la quale, ecco, costringeva gli
occhi a fissarlo biecamente.
Maledetto il piede, che dapprima, dondolandosi, vi s’era riflesso! Ma gli occhi,
piuttosto... maledetti gli occhi che lo avevano scorto!
Ora, ecco... – (no no! il corpo reluttava) – ma la volontà nemica lo costringeva
a levarsi dal seggiolone e a presentarsi là, davanti a sé stesso, nello
specchio.
Eccolo!
Quanto disprezzo, quant’odio addensava quella volontà nemica negli occhi! Con
quale maligna voluttà scopriva in quella povera faccia i guasti irrimediabili
del tempo, le lente, sgraziate alterazioni dei tratti, la pelle sulle tempie,
attorno agli zigomi, lisa e ingiallita, gli affossamenti, le rigonfiature, la
calvizie umiliante, la meschinità ridicola e affliggente di quei pochi capelli
superstiti, raffilati quasi a uno a uno sul cranio lucido, piú roseo della
fronte tutta secata di aspre rughe.
E la faccia, che non poteva non riconoscere veri quei guasti, ma che tuttavia
per l’addietro era usa a presentarsi innanzi allo specchio pietosamente nel modo
piú favorevole, ora, quasi non comprendendo il perché di quell’esame così
minuzioso, così acuto e spietato, restava come mortificata e attonita davanti a
sé stessa, come rassegata in una smorfia frigida, tra di schifo e di
compassione. Ma gli occhi, ecco, si provavano a far notare (non per iscusa però,
non per opporsi all’accertamento, del resto ben noto, di quei guasti), ma così
quasi per proprio conto, si provavano a far notare che quelle borse gonfie,
intanto, no, ecco, non ci sarebbero state, avrebbero potuto non esserci, o non
essere almeno casi pronunziate, se quattro notti – quattro notti – non fossero
passate insonni, tra violente smanie e vaneggiamenti. E poi, quella barba
cresciuta.. Ma perché?
Ecco, una mano si levava adunca ad afferrar le guance flaccide e irsute.
Perché? perché tant’odio contro quell’aspetto di povero malato? Soffriva? di che
soffriva?
All’improvviso, un tremor convulso partiva dalle viscere contratte, e gli occhi
– quegli occhi – si riempivano di lagrime.
Su, via, le mani, subito, subito in cerca d’un fazzoletto... in questa... no,
nell’altra tasca... nemmeno? Le chiavi, allora... il mazzetto di chiavi per
aprire il primo cassetto del canterano, ov’erano i fazzoletti.. subito!
Oh! Là... – il fazzoletto, sì – la mano ne pigliava uno, tra i tanti riposti là,
– ma lo pigliava quasi meccanicamente, andando a tasto tra gli altri capi di
biancheria, mentre gli occhi, in fondo al cassetto, in un angolo... sì, la
piccola rivoltella... (Con questa, sì...) Come se ne stava quieta, là nascosta,
col suo manichino d’osso, liscio, bianco, emergente dalla custodia di feltro
grigio...
L’altra mano, quasi di nascosto, si levava a richiudere il cassetto per impedire
agli occhi di seguitare a fissar quella cosa lì, piccola come un giocattolo, ma
da lasciar per ora nel cassetto, così come stava, quieta e nascosta.
Il mazzetto di chiavi rimaneva appeso alla toppa e ciondolante.
Dalla finestra sul giardino entrava la dolce frescura della sera imminente. La
pietà improvvisa, onde quelle lagrime erano sgorgate, ne provava un refrigerio
ineffabile. I polmoni, oppressi dall’angoscia, s’allargavano in lunghi sospiri,
il naso sorsava le ultime lagrime. E l’uomo ritornava a sedere sul seggiolone,
col fazzoletto su gli occhi. Stava un pezzo così: poi abbandonava le mani su le
gambe, e la sinistra, ecco, s’avvicinava alla destra che teneva il fazzoletto,
ne prendeva un lembo e timidamente, come per riprendere il giuoco, col pollice e
l’indice si metteva a scorrerlo fino alla punta.
«Passiamo il tempo così,» pareva dicesse quella mano, «ma sarebbe ora veramente
d’andare a cena; almeno a cena, poiché oggi, a mezzogiorno, non s’è desinato...
Prima d’andare a cena, però...»
E la mano, levandosi di nuovo, ma non piú adunca, riafferrava le guance per
grattar l’ispidume dei peli rinascenti.
«Che barbaccia! Bisognerebbe rifarla per non far voltare la gente, entrando
nella trattoria...»
Cosa strana! Anche la mente pareva scherzasse per proprio conto; vagolava,
parlava tra sé di cose aliene, senza nesso tra loro; seguiva immagini note, che
si presentavano, non richiamate affatto; aeree ma precise, fuori della
coscienza; e dava suggerimenti, pur sicura di non essere ascoltata.
A un tratto, però, avveniva dianzi, per la tentazione dello specchio: la volontà
nemica, come in agguato d’ogni moto istintivo, d’ogni suggerimento che tendesse
ad avversarla, lo ghermiva di sorpresa, lo faceva suo per ritorcerlo subito
contro il corpo.
La barba, sì. Presto presto. E poi un bagno...
«Un bagno? come? di sera? perché?»
Perché sì. Pulito, da capo a piedi. E cambiato tutto: maglia, mutande, calzini,
camicia... tutto. Bisognava che, dopo, il corpo fosse trovato pulito. Intanto,
la barba, subito!
Contrariamente al loro primo desiderio, le mani si sentivano ora messe a
servizio della volontà nemica per un atto che, da normale e consueto che era,
diventava una impresa oscura, decisiva e quasi solenne.
Sul cassettone era il pennello, la scatoletta della pasta di sapone, il rasojo...
Ma bisognava prima versare l’acqua nella catinella, prendere l’accappatojo...
Non sapevano piú con precisione le mani quel che bisognasse far prima. Prima l’accappatojo,
sì...
Nel tondo specchietto a bilico, tirato innanzi sul piano di marmo del
cassettone, appariva di tra gli sgonfi del candido accappatojo l’ispida faccia.
Dio, come stravolta! quasi aguzzata tutta negli occhi attoniti, truci:
irriconoscibile Ed ecco, le mani, impaurite da quegli occhi, allungavano le dita
tremolanti al pennello, scoperchiavano la scatoletta della pasta di sapone; ne
prendevano una ditata, la inserivano tra i peli del pennello bagnato;
cominciavano a insaponar le guance, il mento, la gola...
Godevano altre volte gli occhi e gli orecchi nel vedere e nell’udire il
bollichìo e il friggìo della spuma, fresca, bianchissima, crescente morbida e in
volute bambagiose su le guance, sul mento; e le dita si compiacevano di quel
godimento degli occhi e degli orecchi, e s’indugiavano con voluttà nel far
gonfiare la saponata con altre volute piú boffici e dense.
Ma ora, no. Ora tremavano; e i polpastrelli avevano quasi perduto il tatto.
Tremavano d’armarsi del rasojo, così non piú sicure com’erano di sé; guidate,
come sarebbero tra poco, da quegli occhi spaventosi.
Il petto ansava; il cuore stesso, che pur soffriva in sé ed era la causa di
tutto, batteva ora in tumulto; solo un sottil filo di respiro entrava, quasi
fischiando, acuto, per una delle nari, dilatata. Le mani aprivano il rasojo.
Per fortuna, il corpo, aderendo al cassettone, avvertiva a un tratto su la bocca
dello stomaco una pressione dolorosa. Era il mazzetto di chiavi rimasto appeso
lì alla toppa del primo cassetto.
La mano destra, allora, quasi di sua iniziativa, o piuttosto, obbedendo a un
istintivo moto di ribrezzo per l’arma volgarissima già impugnata, posava il
rasojo sul marmo del cassettone e, invece di estrarre la chiave incomoda dalla
toppa, tirava un po’ fuori il cassetto, ne cavava la rivoltella e la poneva sul
piano di marmo, discosta.
Era questo un venire a patti con la volontà nemica. Posando la rivoltella sul
cassettone, la mano diceva a quella volontà:
«Ecco, c’è questa per te. Non hai detto con questa? E lasciami dunque rifar la
barba in pace!»
L’ànsito del petto cessava, la mano non piú tremante, riprendeva svelta e quasi
con gioja il pennello, giacché la spuma s’era ormai tutta rappresa, frigida, tra
i peli.
Allontanato il pericolo, alleggerito il respiro, le dita lavoravano con voluttà
insieme col pennello a far ricrescere la saponata; poi, con la massima
sicurezza, riprendevano il rasojo, lo passavano su la guancia destra, a tratti
netti; su la sinistra; e infine, senz’ombra d’esitazione, su la gola, tornando
come prima a compiacersi del godimento che gli orecchi prendevano del fitto
raschio.
Gli occhi, a poco a poco, avevano perduto l’espressione truce, ma s’erano ora,
quasi subito, velati d’una enorme stanchezza, dietro alla quale lo sguardo
smarrito esprimeva una bontà pietosa, quasi infantile, lontana. Si chiudevano da
sé, quegli occhi di bimbo. E la stanchezza repentinamente invadeva, appesantiva
tutte le membra.
La volontà però aveva un ultimo guizzo sinistro, e prima che il corpo, così
all’improvviso vuoto di forze, cascante, si trascinasse fino alla poltrona a piè
del letto, imponeva alla mano di prendere con sé la rivoltella per posarla U a
piè del letto stesso, accanto alla poltrona; come a dire che concedeva, sì, al
corpo un po’ di riposo, ma che intanto non dimenticava il patto.
L’ultimo barlume del giorno smoriva squallido, umido, alla finestra; l’ombra,
poi man mano il bujo, la tenebra entravano nella camera, e il rettangolo della
finestra ora vaneggiava men nero, prossimo e lontanissimo, punto da un infinito
formicolio di stelle.
Il corpo, tutto il corpo, dormiva ora col capo appoggiato ai piedi del letto, un
braccio proteso verso la piccola rivoltella.
Senza avvertire il freddo della notte, ch’entrava dalla finestra aperta, dormi
quel corpo nell’incomoda positura fino a che il barlume primo del nuovo giorno,
piú squallido, piú umido dell’ultimo del giorno precedente, non diradò appena
appena con un brulichio indistinto l’ombra nel vano di quella finestra.
Ma non si svegliarono le membra; il primo a svegliarsi fu il cuore, raso da un
tormento che il corpo non sapeva. Si svegliò per avvertire una vacuità
spaventevole, sospesa nella sua tetraggine, e un senso d’agrezza cruda, atroce,
ch’emanava quasi da una realtà non vissuta e ov’era impossibile vivere. Ecco,
bisognava approfittare di questo attimo, che il corpo indolenzito era ancora
invaso dal torpore del sonno. Sì, sì, ecco, la volontà poteva piombare su quella
mano ancora inerte sul letto, farle impugnare la rivoltella... Subito! Estratta
dal fodero, così, qua, un attimo, in bocca, sì, qua, qua... con gli occhi
chiusi... così... – ah, quel grilletto, come duro!... su, forza... ec...co...
sì...
Nel corpo traboccato pesantemente a terra, dopo il rimbombo, le dita delle mani,
cedendo lo sforzo violento nel quale s’erano serrate, e riaprendosi, già morte,
lentissimamente da sé, con quel mignolo sbilenco della sinistra innanzi a tutte,
pareva chiedessero:
«E perché?»
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