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NOVELLE PER UN ANNO - 1928 - "CANDELORA"
Pubblicata nel 1928, la raccolta "Candelora" costituisce il tredicesimo
volume delle Novelle per un anno e include racconti già editi tra il 1911 e il
1917. |
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12. «Ho tante cose da dirvi...» (1911)
«Corriere della Sera», 17 dicembre 1911, poi in «E domani, lunedì», Treves, Milano 1917. |
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La lettera, in un bel foglietto
volgarissimo, di suprema eleganza provinciale, color di rosa e filettato d’oro,
finiva così:
... se parlo d’ansia tu puoi ben dire: ma sei vecchio, sei, povero il mio
Giorgio! Ed é vero, sono vecchio, sì; ma dêi pensare, Momolina, che fin da
ragazzo io t’ho amata, e quanto! Dicevi d’amarmi anche tu, allora! Venne la
bufera – proprio la bufera – e mi ti portò via Quanti mai anni sono passati?
Vent’otto... Ma come si fa che son rimasto sempre lo stesso? Dico meglio: il mio
cuore! Non dovresti perciò farmi aspettare piú a lungo la risposta. Sai? Io
verrò a te domani. Hai avuto circa un mese per riflettere. Mi devi dire domani o
sì o no. Ma dov’essere sì, Momolina! Non far crollare il bel castello che ho
edificato in questo mese, il bel castello dove tu sarai regina e tutte le mie
speranze ancora giovani ti serviranno come ancelle amorose...
La signora Moma s’accorse che
quest’ultima frase, così poetica, era stata aggiunta, appiccicata dopo scritta
la lettera. Il signor Giorgio, o non aveva voluto sprecare il bel foglietto
color di rosa, filettato d’oro; o non aveva voluto sobbarcarsi alla fatica di
rifar di nuovo, chi sa con quanto stento, in bella copia la lettera, con tutti
quegli svolazzi in fine d’ogni parola; e, con molta industria allora, aveva
costretto la poetica frase, sovvenutagli tardi, forse nel rileggere la lettera
prima di chiuderla nella busta, a capir tutta, di minutissimo carattere, nel
poco spazio che avanzava nel rigo dopo il tu sarai regina. L’appiccicatura,
saltando agli occhi evidente, rendeva piú che mai goffe quelle speranze ancora
giovani che dovevano servirla come ancelle amorose e, ottenne questo
bell’effetto: che la signora Moma, sbuffando, buttò via la lettera, senza
leggerne le ultime righe.
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– Oh Dio, viene domani? Ma come non capisce, cretino, che non voglio saperne?
E, ancora col cappello in capo, pestò un piede e alzò la mano guantata a un
vivacissimo gesto di fastidio e di stizza.
Con quel cappello in capo la signora Moma stava, si può dire, da un anno e
quattro mesi. Non se lo levava che per qualche mezz’oretta, per qualche oretta
al giorno; se lo ripiantava di furia in capo, e via di nuovo, fuori di casa.
La cacciava via così, sempre in giro di qua e di là, una smania, non sapeva di
che, una smania che le si esasperava in corpo sopratutto alla vista dei mobili
della casa e specialmente alla vista del magnifico salone di ricevimento con
quelle ricche tende e quelle portiere di damasco, quei quadri antichi e moderni
alle pareti e quel gran pianoforte a coda del marito e quei leggii che parevano
di chiesa, innanzi ai quali sedevano con gli strumenti ad arco i colleghi del
marito e anche Alda, la sua bella figliuola, adesso lontana lontana, anche lei
col suo violino.
Da un anno e quattro mesi era vedova la signora Moma: dell’illustre maestro Aldo
Sorave.
La lettera ricevuta quella mattina nella quale quel signor Giorgio la
chiamava Momolina, le aveva per poco ridestato il ricordo del suo paesello
nativo, di quel ferrigno borgo montano, tutto cinto di faggi, di querci e di
castagni, ove un giorno il giovane maestro Sorave, sbattuto da chi sa quale
tempesta, era venuto a rifugiarsi, genio incompreso, con un libretto da
musicare, La bufera.
Ella era veramente Momolina, allora. Sedici anni, rosea e fresca, bellina,
grassottella e placida placida. Ma s’era innamorata anche lei del giovane
maestro Sorave. Se n’era innamorata forse perché tutte le ragazze del paese se
ne erano innamorate. Non aveva mai però compreso bene perché egli fra tante
avesse scelto lei, proprio lei, che certo gli s’era mostrata meno accesa di
tutte le altre; tanto che innanzi a lui non aveva saputo se non arrossire e
balbettare; e, forzata a dirgli qualche cosa, gli aveva dichiarato candidamente
di non capir nulla, lei, né di musica, né di poesia, né d’alcun’altra arte.
Ebbene, appunto perciò, forse, il maestro Aldo Sorave se l’era sposata. Pur non
di meno ella credeva, era sicurissima d’aver condiviso per vent’otto anni la
vita del marito, dapprima tempestosa, zingaresca, in viaggi affannosi da un
paese all’altro, con la lingua fuori come una povera cagnetta dietro l’ansia
smaniosa di lui che voleva a ogni costo raggiungere la mèta; poi – nata la
figliuola – un’altra vita, non mai placida veramente, ma certo meno irrequieta,
quella che seguiva ai ritorni di lui dopo i trionfi o d’un giro di concerti o
d’una stagione musicale diretta in questa o in quella città; finché, conquistata
solidamente con la fama l’agiatezza, egli non s’era stabilito a Roma. Qua la
figliuola era cresciuta, bionda e bellissima, in mezzo all’inebriante fulgore
d’arte di cui era circondato il marito. Ma un bel giorno, chi sa come, chi sa
perché, rovesciando tutti i disegni ambiziosi del padre, s’era invaghita d’un
giornalista, brutto e quasi vecchio; aveva voluto sposarlo, e se n’era andata in
America, a Buenos Aires, dove al marito era stata offerta la direzione d’un
grande giornale italiano. Tre mesi appena dopo quelle nozze, il padre, che aveva
negato fino all’ultimo il consenso e non aveva voluto rivedere la figliuola
neanche prima della partenza per l’America, era morto di crepacuore.
Un gran dolore, sì, oh un gran dolore per la signora Moma l’allontanamento di
quell’unica figliuola; e la piú grande delle sciagure era stata poi per lei la
morte lì marito. Ma – ecco – che proprio proprio, con quell’allontanamento e con
questa morte, fosse tutto finito, come se ella non fosse rimasta lì come se non
fosse rimasta la casa, tal quale. per l’agiatezza in cui la aveva lasciata il
marito, la signora Moma non riusciva ancora a capacitarsi.
Certo, la vita d’un tempo, quella fervida vita, così bruscamente interrotta, le
feste d’arte, le conversazioni, la corte delle splendide signore attorno al
vecchio maestro illustre, piccoletto e capelluto, dagli occhi selvaggi sotto le
folte ciglia spioventi come appariva dal ritratto a olio appeso alla parete del
salone; la corte degli elegantissimi giovanotti attorno alla figliuola; non era
piú possibile ormai: questo, sì, la signora Moma lo comprendeva bene. Ma una
vita quale ormai poteva essere nelle mutate condizioni, le tante e tante amiche,
i tanti e tanti amici d’allora potevano bene ricondurla lì, nella casa rimasta
tal quale, in quel magnifico salone, attorno a lei che v’era restata sola e vi
s’aggirava come sperduta.
E col cappello in capo, dalla mattina alla sera, angosciata, esasperata, la
signora Moma correva in cerca degli antichi frequentatori della casa, dall’uno
all’altro, senza requie.
Dapprima era stata accolta con una certa cordialità; molti la avevano
commiserata per la doppia sventura; qualcuno le aveva anche promesso che sarebbe
venuto a trovarla. Ma che! Non era mai piú venuto nessuno. E a poco a poco la
signora Moma era divenuta quasi aggressiva.
– Birbante! birbante! Avevate promesso che sareste venuto...
– Signora mia, creda, non ho potuto.
– Verrete oggi? Fatemi il piacere, venite! Ho tante cose da dirvi... Dalle
quattro alle sei. Ci conto.
– Oggi, no, mi dispiace, signora, non potrei. Spero domani.
– No! Domani certo. V’aspetto, badate! Dalle quattro alle sei. Ho tante cose da
dirvi...
E dalle quattro alle sei la signora Moma stava ad aspettare in casa la visita.
Credeva veramente d’aver tante cose da dire, e ripeteva a tutti, dopo gl’inviti
sempre piú pressanti, quella frase.
Passavano le quattro, passavano le cinque, passavano le sei; l’impazienza, la
smania, l’angoscia, l’esasperazione della signora Moma crescevano; sbuffava,
balzando in piedi; andava su e giú per il salone; s’affacciava ora a questa ora
a quella finestra a guardare se l’aspettato venisse; e, pur certa ormai che non
sarebbe piú venuto, scoccate le sei, si costringeva, divorata dalla rabbia, ad
aspettare ancora dieci minuti, un quarto d’ora, e ancora un altro quarto, e
finanche un’ora! Alla fine, si ripiantava il cappello in capo, e via di nuovo
per le strade, furiosa, imprecando al mal’educato.
Non s’accorgeva nemmeno che ora amici e conoscenti, per non farsi aggredire
avvistandola da lontano, scantonavano, si nascondevano e, quand’erano
acchiappati, le porgevano la mano voltando la faccia, e scappavano via, senza
darle il tempo di finir la solita frase:
– Domani, eh? V’aspetto domani. Dalle quattro alle sei. Ho tante cose da
dirvi...
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Ricordava, la poveretta, d’essersi mostrata sempre affabile e cordiale, con le
amiche, con gli amici, ammiratrici del marito, corteggiatori della figliuola.
Amiche, amici, le sedevano accanto, allora, durante le riunioni, le rivolgevano
anche la parola, la salutavano con aria complimentosa e deferente, entrando nel
salone e uscendone. Inchini, complimenti, sorrisi... Ella udiva paziente tutta
quella musica, tutte quelle dispute d’arte; qualche volta le era avvenuto di
rispondere con un cenno del capo o con un sorriso a qualcuno che nel calore
della discussione le aveva rivolto lo sguardo... No, no, proprio no, non
riusciva a capacitarsi ancora perché, allontanatasi la figliuola, morto il
marito, tutti l’avessero abbandonata, così, come se ella avesse commesso qualche
indegnità; tutti avessero così disertato la bella casa dove quei preziosi
oggetti d’arte erano rimasti attorno a lei come sospesi in una immobilità
silenziosa e quasi solenne.
Erano suoi, tutti e assolutamente suoi, ora, quei mobili e la casa; ella era la
signora e la padrona di tutto; eppure... eppure da una smania orribile si
sentiva presa, guardando, o, piuttosto, sentendosi guardata come un’estranea,
lì, da tutti quegli oggetti che non le dicevano nulla, che non le sapevano dir
nulla, perché avevano tutti un ricordo vivo ancora, o del marito o della
figliuola; e per lei, nessuno.
Se alzava gli occhi a guardare, per esempio, un quadro del salone, sapeva ch’era
antico, come no? sapeva ch’era di pregio; ma che cosa rappresentasse quel
quadro, perché fosse bello, veramente non avrebbe saputo dire neanche a se
stessa; e se guardava il pianoforte... eh, in verità non poteva altro che
guardarlo... non s’arrischiava nemmeno a scoprirne la tastiera, perché il
marito, prima di morire, le aveva espressamente raccomandato che non lo
lasciasse piú toccare a nessuno. Quanto a toccarlo lei, neppur ci pensava,
perché lei, la musica... – sì, c’era vissuta sempre in mezzo – ma neanche le
note, il do dal re aveva imparato mai a distinguere.
Non le viveva, ecco, non poteva piú viverle attorno, quella casa. Per riprendere
a vivere bisognava assolutamente che un po’ dell’antica vita, quella degli
altri, quella della figliuola e del marito, tornasse a muoversi in essa.
Altra vita, lì, una sua vita, non era possibile; perché in realtà lei, la
signora Moma (ditelo piano, per carità, se non volete esser troppo crudeli, voi
che adesso la chiamate «una terribile seccatrice»), la signora Moma, lì, nella
sua casa, non aveva mai avuto una vita sua e quasi non c’era mai stata.
Questo ella, naturalmente, non poteva intenderlo: lo avvertiva solo come una
smania che le si esacerbava sempre piú e la cacciava fuori senza requie,
incaponita a richiamare, a ricondurre attorno a sé quella vita, nell’angoscia
smaniosa di sentirsela mancare e sfuggire, senza saper perché.
Il giorno appresso – s’intende – accolse a modo d’un cane quel povero signor
Giorgio Fantini, suo compaesanello innamorato di vent’otto anni fa, che pure con
la sua profferta di nozze intendeva di richiamare e di ricondurre lei piuttosto
a quell’unica vita ch’ella veramente avrebbe potuto vivere, là nel ferrigno
borgo montano tra i boschi di faggi, di querci e di castagni; modesta vita
tranquilla, dai giorni semplici, uguali, dove non avveniva mai nulla ch’ella non
potesse capire, dove in ogni cosa nota avrebbe potuto sentire e toccare la
realtà sicura della propria esistenza.
E non era poi tanto vecchio quel signor Giorgio Fantini; ed era anche un
bell’uomo, molto piú bello certamente di quel piccoletto e capelluto
maestro–bufera Aldo Sorave; ed era anche ricco, padrone di molte terre e di
molte case, e non privo d’una certa coltura antica e sana, se poteva leggere nel
loro testo latino e senz’aiuto di traduzione le Georgiche di Virgilio.
Già non si fece neppur trovare in casa la signora Moma. Quando, dopo circa tre
ore, rincasò tutta accaldata e sbuffante, piú che mai invelenita dalla stizza
contro tutti quegli ingrati e mal’educati che la sfuggivano e le mancavano di
parola,, lo investì malamente, là nel salone, senza neppur levarsi il cappello,
sollevando soltanto la veletta per fargli scorgere bene, negli occhi, la sua
collera e il fermo proposito di respingere quella proposta che le pareva quasi
un insulto, anzi una tracotanza.
– Ma chi v’ha detto di venire, caro Fantini? Io non ve l’ho detto! Non v’ho
neppure risposto! Ma sì, scusate: vi pare sul serio che sia una cosa possibile?
Ma basta che vi guardiate un po’ attorno, caro Fantini! Vedete? Questa è la mia
casa... Credete proprio possibile ch’io, alla mia età, rinunzi ormai a ciò che
per tanti anni ha formato la mia vita? Via, via... Un po’ di riflessione...
Avreste dovuto riflettere un po’ prima, veramente... Basta; non ne parliamo piú.
Qua la mano, caro Fantini, senza rancore, e restiamo buoni amici.
Non ebbe il coraggio d’insistere il signor Giorgio Fantini; guardò in giro quel
solenne salone dov’ella diceva d’aver la sua vita, e poco dopo uscì con lei che
per un momento, a causa di lui, aveva dovuto interrompere la sua quotidiana
inesorabile ricerca.
E la vide per via, nella tristezza brumosa della sera decembrina, fermarsi tre o
quattro volte in mezzo a una fiumana di gente ad aggredir questo e quello: e
s’accorse che quei signori aggrediti le porgevano la mano voltando la faccia; e
ogni volta con una strana voce rabbiosa di pianto le udì ripetere quella sua
solita frase:
– Ma avevate promesso di farvi vedere! Venite! venite! Dalle quattro alle sei.
Ho tante cose da dirvi...
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