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NOVELLE PER UN ANNO - 1928 - "CANDELORA"
Pubblicata nel 1928, la raccolta "Candelora" costituisce il tredicesimo
volume delle Novelle per un anno e include racconti già editi tra il 1911 e il
1917. |
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11. Servitù (1914)
«Corriere della Sera», 30 luglio 1914, poi in «E domani, lunedì», Treves, Milano 1917.
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Due volte la mammina aveva sporto il
capo dall’uscio a raccomandare alla Dolly di non parlar troppo, di non agitarsi
tanto, ché altrimenti la febbre le sarebbe cresciuta.
– Parli sempre tu... giuochi tu sola...
La Dolly, sostenuta da una pila di guanciali, sedeva sul lettino in compagnia di
tutte le sue bambole belle. E due volte, scotendo la testina per cacciar via
dagli occhi i riccioli d’oro scappati nel calore del giuoco di sotto la cunetta
di raso celeste, aveva risposto alla mamma:
– No, io sola; giuoca anche Nenè...
Nenè era la figliuola della nurse.
Ma finora, per dir la verità, Nenè non aveva mai aperto bocca. Tutt’e due le
volte, invece, aveva guardato quasi atterrita la signora che sporgeva il capo
dall’uscio; e il cricchio della maniglia, il cigolio dell’uscio schiuso, lo
sporgersi di quel capo, la voce della mamma di Dolly, arano stati per lei un
fracasso, un crollo, uno scompiglio. Perché era come in un sogno Nenè da due
ore, sospesa, quasi angosciata nel dubbio che non fosse vero ciò che pur si
vedeva attorno e toccava.
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L’abituccio color cece, di due anni fa, le segava il collo, le segava le
ascelle, le opprimeva le spallucce; il nastrino di seta color di rosa, un po’
stinto, attorno al capo le s’allentava a mano a mano e cedeva al goffo rizzarsi
ispido e compatto dei capelli neri ancor zuppi d’acqua (poiché era stata lavata
tutta con insolita cura): non sentiva nulla, non avvertiva nulla, incantata,
abbagliata dal lusso di quella cameretta di bimba, imbottita di raso azzurro. E
lievemente, senza saperlo, con la manina tazza, gonfia per la manica troppo
stretta e corta che le serrava il braccio come un salsicciotto, palpava la
coperta così liscia, così morbida del lettino, mentre tutta occhi e con la
boccuccia aperta seguiva il chiacchierio fitto, volubile della padroncina
malata.
Sentiva bene la Dolly che il giuoco realmente lo faceva Nenè, quantunque finora
non avesse aperto bocca. Con la sua maraviglia intenta e muta dava un’anima
nuova a quelle sette bambole sedute sul lettino come damine in visita, e un
nuovo piacere, a lei, nel farle muovere e parlare. Da tanto tempo, infatti,
quelle sette bambole per Dolly quasi non vivevano piú: erano pezzi di legno,
testine di cera o di porcellana, occhi di vetro, capelli di stoppa. Ma ora
riavevano anima, un’anima nuova, e rivivevano una nuova vita meravigliosa anche
per lei, quale ella non avrebbe mai immaginato di dar loro, un’anima, una vita
che prendevano qualità appunto dalla maraviglia di Nenè, ch’era maraviglia di
servetta. Le faceva perciò parlare come signorone del gran mondo, piene di
capricci e di moine, press’a poco come parlavano le amiche di mammà.
Ecco: questa era la contessina Lulú che guidava da sé la sua auto, fumava
sigarette col bocchino dorato e gridava sempre, agitando in aria un dito
minacciosamente
– Moringhi, Moringhi, se scappi ti raggiungo!
Chi era Moringhi? Un mago? Chi sa! Forse un amico di mammà anche lui, un amico
di tutte le amiche di mamma; ma il nome, a quel grido, si rappresentava a Nenè
come quello d’un mago, poiché la Dolly diceva che era amico specialmente di
quell’altra bambola lì, di Mistress Betsy.
– All right, thank you!
No, no, senza ridere! Parlava sempre inglese, Mistress Betsy. Con mammà, con
tutti. E andava sempre a cavallo – op! op! – mica a sedere però: con le gambe
aperte, così... come i maschiacci!, brutta scostumata! E spesso cadeva; e una
volta, alla caccia della volpe, s’era ferita qua allo zigomo, ecco. Oh, le stava
bene, brutta americanaccia! Mostrava a tutti le sue ferite di cavallerizza, al
petto, alle spalle, anche alle gambe; e quando stringeva la mano faceva male.
– All right! Thank you!
E quest’altra? Ah quest’altra qui, che ridere! Roba, roba proprio da morir dal
ridere! Donna Mariú, questa. Sempre malata. "Oh Dio qua, oh Dio là..." – "La mia
povera testa! il mio povero cuore!" – "Vi prego, Moringhi, siate buono! Moringhi,
non mi fate male: non posso piú ridere, Moringhi! La mia povera testa! il mio
povero cuore!" – Ma mica un cuore così.... Un cuore col q e staccato:
qu-ore.
Moringhi diceva così. Roba da morir dal ridere, un cuore col q!
Nenè non capiva nulla.
Poteva esser vero per lei che quella bambola lì fumasse e quell’altra andasse a
cavallo. Davvero allo zigomo, quello sgraffietto... Ma se avevano finanche le
mutandine coi merletti e i fiocchettini di seta e anche le calze di seta con le
giarrettiere di velluto e le fibbie dorate e le scarpine di coppale, potevano
anche veramente andare a cavallo, fumare, parlare quel linguaggio
incomprensibile. Qualunque prodigio poteva esser vero in quella cameretta lì,
anche i cavallini veri, cavallini vivi, piccoli, piccoli, potevano sbucar fuori
da un momento all’altro, e mettersi a caracollare su per le campagne lontane
lontane di quel tappeto azzurro vellutato, con quelle damine in groppa dai veli
svolazzanti.
Affascinata da quella visione, Nenè stentava a credere, o veramente non riusciva
ancora a capire che, stanca alla fine del giuoco, la Dolly stesse ora per
regalarle una di quelle bambole e non sapesse ancor quale.
– No, questa no, – diceva la Dolly. – Questa ha il braccino malato e deve stare
a letto con me. Ecco... ti do... ti do quest’altra, invece, Mistress Betsy... Ma
no, neanche... Ti scappa via, Mistress Betsy: tanto cattiva è! Scostumata... E
poi, parla sempre in inglese, e non la capiresti. Ti do quest’altra allora. Si
chiama Mimì. Ma tu devi chiamarla sempre signora Marchesina. Marchesina è, sai?
La marchesina Mimì. Esigente... ah, esigente! Bisogna che trovi il bagno pronto
ogni mattina, e poi la colazione di cioccolato e biscottini, e poi... e poi...
non mangia niente, sai? non mangia altro che palline d’argento... quelle che si
comprano dove le compra mammà, dal farmacista Baker di fronte al Grand Hôtel. Ti
do Mimì, sì. Ecco, prendila. Per davvero la do, sì... per sempre... prendila, ti
dico... Aspetta, che le do un bacio... Ecco, te la puoi portar via.
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Nenè guardava sbalordita e piú che mai sospesa e angosciata. S’era levata in
piedi alle insistenze di Dolly; ma restava lì, senza poter alzare la mano, quasi
sul punto di piangere.
Entrò nella cameretta la signora, seguita dalla nurse, ch’era rimasta dopo il
baliatico a servire in quella casa di signori. Anche la mamma, vestita così
bene, da nurse, con la cuffietta in capo e il grembiule bianco ricamato, accanto
alla signora, apparve in quel punto a Nenè come trasfigurata nel lume di quella
casa, come infusa nell’azzurro d’una meravigliosa lontananza.
Che diceva? Diceva di no a Dolly, che non doveva darle la bambola. Non doveva
dargliela prima di tutto perché troppo bella, troppo ben vestita, anche calzata
e coi guanti e col cappello, ma figurarsi! una bambola così fina a Nenè! E poi,
che se ne farebbe Nenè? È mammina di casa, Nenè: deve attendere a servire il
babbo, e non ha tempo di giocare, ché guaj se il babbo non trova tutto pronto,
la sera.
Il babbo? dove? Le sembrava tanto lontano ormai, a Nenè, quel suo babbo cattivo,
che rincasava sempre ubriaco e scontento, e per nulla la batteva e l’afferrava
pei capelli o le scaraventava addosso ciò che gli capitava prima sotto mano,
gridandole:
– E non potevi morir tu, invece?
Lei, già, invece del tortellino che la madre aveva lasciato poppante per andare
a balia. Una vicina s’era incaricata d’allevarlo per poche lire al mese; e lei,
Nenè, avrebbe dovuto fargli da mammina. Ma il fatto è che il fratellino un
giorno era morto in braccio a lei: morto; e lei che non lo sapeva, aveva per un
pezzo seguitato a portarselo in braccio: freddo freddo, bianco bianco, e zitto e
duro... Da allora il babbo era diventato cattivo, così cattivo che la mamma non
aveva voluto piú star con lui ed era rimasta a servir in quella casa, o
piuttosto, a farvi la signora, come diceva il babbo e come ora veramente pareva
anche a Nenè. Certo, la mamma parlava ora e guardava e sorrideva e gestiva come
una signora, come la mamma di Dolly appunto, e a lei non pareva piú la sua
mamma.
– Ma, no, via, signorina! Ma le pare? Ma neanche per sogno! Una bambola così
bella a questa mia povera Nenè!
Ma ecco, la signora le prendeva un braccino, poi le posava sul petto la bambola,
quella Marchesina Mimì, e poi sulla bambola le ripiegava il braccino perché la
reggesse forte
– Grulla, e non si ringrazia nemmeno? Su, come si dice?
Nulla. Non poteva dir nulla, Nenè. E non osava nemmeno guardare quella bambola
marchesina contro il suo petto, sotto il suo braccino.
Se n’andò via come intronata, gli occhi sbarrati, senza sguardo, la boccuccia
aperta, e coi capelli che le si rizzavano sotto il nastro calor di rosa, quanto
piú la madre cercava d’assettarglieli sul capo. Scese le scale, attraversò tante
vie e si ridusse alla catapecchia, ove abitava col padre, senza veder nulla,
senza sentir nulla, quasi alienata d’ogni senso di vita.
Le viveva invece lì sul petto, stretta sotto il braccio, quella bambola
meravigliosa; d’una vita incomprensibile però, quale le sbarbagliava ancora
nella mente attraverso il chiacchierio fitto e volubile della padroncina malata.
Oh Dio, se quella bambola parlava col linguaggio che le aveva messo in bocca la
Dolly, come avrebbe fatto lei a comprenderla?
– Moringhi, Moringhi, se scappi ti raggiungo!
Ah, Moringhi, certo, non sarebbe venuto lì nella catapecchia a trovare la
marchesina Mimì, e nessuna delle amiche sarebbe venuta. E le sigarette col
bocchino dorato? e le palline d’argento profumate? e i cavallini veri, i
cavallini vivi, piccoli piccoli?
Non le s’affacciava neppur per ombra alla mente che avrebbe potuto giocarci, con
quella bambola. Servirla, sì, avrebbe potuto servirla; ma come, se non sapeva
nemmeno parlarle? se non capiva nulla della vita a cui la bambola era avvezza?
Entrata nel bugigattolino ov’era la sua cuccia con una seggiola spagliata e una
panchetta che le serviva da tavolino per far le aste e le vocali quand’ancora
andava a scuola, si guardò attorno smarrita, avvilita, non per sé ma per la
damina che portava in braccio. Non osava ancora guardarla.
Certo, per sé, la marchesina Mimì aveva gli occhi di vetro e non vedeva. Ma
vedeva lei, Nenè, ora, la miseria brutta di quel suo bugigattolino con gli occhi
della marchesina Mimì abituati al lusso della cameretta da cui veniva. Finché
lei non la guardava, la marchesina Mimì ancora stretta sotto il suo braccio, non
vedeva nulla Avrebbe veduto però, appena lei si fosse risolta a guardarla.
Ebbene, bisognava che vedesse fin da principio il meno peggio possibile.
Pensò che nella cassetta dei panni sotto la cuccia c’era un grembiulino azzurro,
smesso dalla Dolly e regalato dalla signora alla balia per lei: era stato
lavato, rilavato tante volte; s’era stinto; aveva piú d’uno strappo; ma veniva
di là; era stato della Dolly, e forse la marchesina Mimì lo avrebbe
riconosciuto.
Senza posarla, senza guardarla, Nenè si chinò; trasse da quella cassetta il
grembiulino e lo stese su la panca come un tappeto, badando che gli strappi,
almeno i piú grossi, non venissero in mostra sul piano. Ecco, per il momento
poteva metterla a sedere lì, sul pulito di quel grembiule vecchio, ma fino.
La pose a sedere pian piano, con mani tremanti per paura di farle male e di
sciuparle l’abito; e finalmente osò guardarla. Un sentimento misto di pietà e
d’adorazione espressero le manine rimaste innanzi al petto aperte, in un gesto
d’incertezza angustiosa. E a poco a poco si piegò su le ginocchia, guardando
negli occhi la bambola. Ahimè, la vita meravigliosa, di cui la Dolly nella sua
cameretta la aveva fatta vivere, qua s’era come spenta. La bambola le stava
davanti come se non vedesse nulla, in attesa ch’ella facesse qualche cosa per
lei, per ridarle vita, la sua vita perduta, di gran signora. Ma come? che cosa?
le mancava tutto. La Dolly le aveva detto ch’erano avvezze a cambiarsi d’abito
piú volte al giorno le sue bambole, e che quella marchesina Mimi poi aveva anche
tante vestaglie una piú bella dell’altra, rosse, gialle, viola, a fiorellini, a
ombrellini giapponesi... Possibile che ora stesse vestita sempre così, sempre
con quel cappellino in capo, con quelle scarpine ai piedi, con quei
braccialettini al polso, e quella catenella al collo da cui pendeva il
ventaglino? Ah, com’era bello quel ventaglino di piume, ventaglino vero, che
faceva un po’ di vento davvero, poco poco, quanto poteva bastare a quella
piccola marchesina Mimì...
Ah, là, sì, in casa di Dolly, con tutte le cose adatte, il lettuccio di legno
bianco, e gli altri mobiletti e il ricco corredo, là sì sarebbe stata felice lei
di servire quella bambola marchesina. Ma qua? Come non aveva pensato la Dolly
che avrebbe dovuto anche darle almeno almeno il lettuccio e un po’ di corredo,
non per far piú ricco e compiuto il dono, ma perché la bambola non avesse a
soffrire, e perché lei, Nenè, avesse modo di servirla? Come poteva così, senza
nulla? Al piú al piú, col fiato e col dito, o con la punta d’una pezzuola,
avrebbe potuto ripulirle le scarpettine di coppale. Nient’altro.
Quasi quasi era meglio ritornare da Dolly, con la bambola, e dirle:
– O mi dài da farla vivere com’è avvezza, o te la tieni.
Chi sa! Forse Dolly le avrebbe dato tutto...
Un lungo, grosso grosso respiro sollevò il petto di Nenè accasciata lì davanti
alla panchetta. Volse il capo, e in un momento, di nuovo abbagliata, vide in un
angolo lercio del bugigattolino la cameretta della marchesina Mimì. Cameretta?
un gran camerone, col tappeto azzurro vellutato, lì per terra, e il lettino di
legno bianco, col parato a padiglione di seta celeste, e di là l’armadietto a
specchio, le sedioline dorate, la specchiera; e vide sè vestita bene come la
mamma, tutta intenta a servire quella sua padroncina esigente e capricciosa; a
prevenirne tutti i desiderii. per non farsi sgridare, ché certo. per quanto ella
facesse, la marchesina Mimì, lì sola con lei, benché circondata da tutti i suoi
agi, da tutto il suo lusso, sarebbe stata a malincuore, senza piú visite
d’amiche, né di Moringhi, né passeggiate a cavallo. E, per sfogarsi, certo
l’avrebbe comandata a bacchetta.
– Pronto il bagno?
– Ecco, un momentino, signora Marchesina.,.
– Ma il mio bagno dov’esser pronto subito, appena mi alzo! Che fate? Datemi
adesso il mio cioccolato e i biscottini! La mia vestaglia, subito!
– Quale, signora Marchesina? Quella rossa? quella gialla? quella con gli
ombrellini giapponesi?
– No, quella viola! Non lo sapete?
– Subito, signora Marchesina, eccola qua.
Vedeva, con gli occhi sbarrati, quel suo sogno là in quell’angolo incantato,
Nenè, e parlava sola così da un pezzo, forte e imperiosa per conto della
marchesina Mimì, umile e inchinevole per sé, da servetta amorosa che compatisce
i capricci della padroncina tiranna, allorché, tutt’a un tratto, con un brivido
di terrore alla schiena, vide una manaccia scabra, enorme, allungarsi sul suo
capo e ghermire la bambola su la panchetta.
Insaccò la testa; poi, allibita, arrischiò di su la spalluccia, con la coda
dell’occhio, uno sguardo.
Suo padre, dietro a lei, con un ghigno su le labbra ispide, guatava la bambola
fragile in quella sua manaccia scabra e scrollava il capo, ripetendo:
– Ah, sì? ah, sì?
Con l’anima oppressa d’angoscia, gli vide levare l’altra mano, afferrare con due
dita la falda del cappellino alla bambola, dare uno strappo violento.
Soffocò un gemito involontario.
Insieme col cappellino se n’era venuta la testa. E quella testa col cappellino e
il busto decapitato, due strazii orribili, informi, volarono via per la finestra
presso il tetto, accompagnati da un calcio e da una esclamazione rabbiosa:
– Su, in piedi! Non voglio signore, io, per casa!
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