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Prima
pubblicazione: Corriere della Sera, 30 luglio 1914, poi in
E domani, lunedì, Treves, Milano 1917.
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Due volte la mammina aveva sporto il capo dall'uscio a raccomandare alla Dolly
di non parlar troppo, di non agitarsi tanto, ché altrimenti la febbre le sarebbe
cresciuta.
-
Parli sempre tu... giuochi tu sola...
La Dolly, sostenuta da una pila di guanciali, sedeva sul
lettino in compagnia di tutte le sue bambole belle. E due volte, scotendo la
testina per cacciar via dagli occhi i riccioli d'oro scappati nel calore del
giuoco di sotto la cuffietta di raso celeste, aveva risposto alla mamma:
-
No, io sola; giuoca anche Nenè...
Nenè era la figliuola della nurse.
Ma finora, per dir la verità, Nenè non aveva mai aperto
bocca. Tutt'e due le volte, invece, aveva guardato quasi atterrita la signora
che sporgeva il capo dall'uscio; e il cricchio della maniglia, il cigolío
dell'uscio schiuso, lo sporgersi di quel capo, la voce della mamma di Dolly,
erano stati per lei un fracasso, un crollo, uno scompiglio. Perché era come in
un sogno Nenè da due ore, sospesa, quasi angosciata nel dubbio che non fosse
vero ciò che pur si vedeva attorno e toccava.
L'abituccio color cece, di due anni fa, le segava il collo, le segava le
ascelle, le opprimeva le spallucce; il nastrino di seta color di rosa, un po'
stinto, attorno al capo le s'allentava a mano a mano e cedeva al goffo rizzarsi
ispido e compatto dei capelli neri ancor zuppi d'acqua (poiché era stata lavata
tutta con insolita cura): non sentiva nulla, non avvertiva nulla, incantata,
abbagliata dal lusso di quella cameretta di bimba, imbottita di raso azzurro. E
lievemente, senza saperlo, con la manina tozza, gonfia per la manica troppo
stretta e corta che le serrava il braccio come un salsicciotto, palpava la
coperta cosí liscia, cosí morbida del lettino, mentre tutta occhi e con la
boccuccia aperta seguiva il chiacchierío fitto, volubile della padroncina
malata.
Sentiva bene la Dolly che il giuoco realmente lo faceva Nenè, quantunque finora
non avesse aperto bocca. Con la sua maraviglia intenta e muta dava un'anima
nuova a quelle sette bambole sedute sul lettino come damine in visita, e un
nuovo piacere, a lei, nel farle muovere e parlare. Da tanto tempo, infatti,
quelle sette bambole per Dolly quasi non vivevano piú: erano pezzi di legno,
testine di cera o di porcellana, occhi di vetro, capelli di stoppa. Ma ora
riavevano anima, un anima nuova, e rivivevano una nuova vita maravigliosa anche
per lei, quale ella non avrebbe mai immaginato di dar loro, un'anima, una vita
che prendevano qualità appunto dalla maraviglia di Nenè, ch'era maraviglia di
servetta. Le faceva perciò parlare come signorone del gran mondo, piene di
capriccio e di moine, press'a poco come parlavano le amiche di mammà.
Ecco: questa era la contessina Lulú che guidava da sé la sua auto, fumava
sigarette col bocchino dorato e gridava sempre, agitando in aria un dito
minacciosamente:
- Moringhi, Moringhi, se scappi ti raggiungo!
Chi era Moringhi? Un mago? Chi sa! Forse un amico di mammà anche lui, un amico
di tutte le amiche di mammà; ma il nome, a quel grido, si rappresentava a Nenè
come quello d'un mago, poiché la Dolly diceva che era amico specialmente di
quell'altra bambola lí, di Mistress Betsy.
- All right, thank you!
No, no, senza ridere! Parlava sempre inglese; Mistress
Betsy. Con mammà, con tutti. E andava sempre a cavallo - op! op! - mica a sedere
però: con le gambe aperte, cosí… come i maschiacci, brutta scostumata! E spesso
cadeva; e una volta, alla caccia della volpe, s'era ferita qua allo zigomo,
ecco. Oh, le stava bene, brutta americanaccia! Mostrava a tutti le sue ferite di
cavallerizza, al petto, alle spalle, anche alle gambe; e quando stringeva la
mano faceva male.
- All right! Thank you!
E quest'altra? Ah quest'altra qui, che ridere! Roba,
roba proprio da morir dal ridere! Donna Mariú, questa: Sempre malata. - «Oh Dio
qua, oh Dio là...» - «La mia povera testa! il mio povero cuore!» - «Vi prego,
Moringhi, siate buono! Moringhi, non mi fate male: non posso piú ridere,
Moringhi! La mia povera testa! il mio povero cuore!» - Ma mica un cuore
cosí... Un cuore col q e staccato: qu-ore. Moringhi diceva
cosí. Roba da morir dal ridere, un cuore col q!
Nenè non capiva nulla.
Poteva esser vero per lei che quella bambola lí fumasse e quell'altra andasse a
cavallo. Davvero allo zigomo, quello sgraffietto... Ma se avevano finanche le
mutandine coi merletti e i fiocchettini di seta e anche le calze di seta con le
giarrettiere di velluto e le fibbie dorate e le scarpine di coppale, potevano
anche veramente andare a cavallo, fumare, parlare quel linguaggio
incomprensibile. Qualunque prodigio poteva esser vero in quella cameretta lí,
anche i cavallini veri, cavallini vivi, piccoli piccoli, potevano sbucar fuori
da un momento all'altro e mettersi a caracollare sú per le campagne lontane
lontane di quel tappeto azzurro vellutato, con quelle damine in groppa dai veli
svolazzanti.
Affascinata da quella visione, Nenè stentava a credere, o veramente non riusciva
ancora a capire che, stanca alla fine del giuoco, la Dolly stésse ora per
regalarle una di quelle bambole e non sapesse ancor quale.
- No, questa no, - diceva la Dolly. - Questa ha il braccino
malato e deve stare a letto con me. Ecco... ti do... ti do quest'altra, invece,
Mistress Betsy... Ma no, neanche... Ti scappa via, Mistress Betsy: tanto cattiva
è! Scostumata... E poi, parla sempre in inglese, e non la capiresti. Ti do
quest'altra allora. Si chiama Mimí. Ma tu devi chiamarla sempre signora
Marchesina. Marchesina è, sai? La marchesina Mimí. Esigente... ah, esigente!
Bisogna che trovi il bagno pronto ogni mattina, e poi la colazione di cioccolato
e biscottini, e poi... e poi... non mangia niente, sai? non mangia altro che
palline d'argento... quelle che si comprano dove le compra mammà, dal farmacista
Baker di fronte al Grand Hôtel. Ti do Mimí, sí. Ecco, prendila. Per davvero te
la do, sí... per sempre... prendila, ti dico... Aspetta, che le do un bacio...
Ecco, te la puoi portar via.
Nenè guardava sbalordita e piú che mai sospesa e angosciata. S'era levata in
piedi alle insistenze di Dolly; ma restava lí, senza poter alzare la mano, quasi
sul punto di piangere.
Entrò nella cameretta la signora, seguita dalla nurse, ch'era rimasta
dopo il baliatico a servire in quella casa di signori. Anche la mamma, vestita
cosí bene, da nurse, con la cuffietta in capo e il grembiule bianco
ricamato, accanto alla signora, apparve in quel punto a Nenè come trasfigurata
nel lume di quella casa, come infusa nell'azzurro d'una meravigliosa lontananza.
Che diceva? Diceva di no a Dolly, che non doveva darle la bambola. Non doveva
dargliela prima di tutto perché troppo bella, troppo ben vestita, anche calzata
e coi guanti e col cappello, ma figurarsi! una bambola cosí fina a Nenè! E poi,
che se ne farebbe Nenè? È mammina di casa, Nenè: deve attendere a servire il
babbo, e non ha tempo di giocare, ché guaj se il babbo non trova tutto pronto,
la sera.
Il
babbo? dove? Le sembrava tanto lontano ormai, a Nenè, quel suo babbo
cattivo, che rincasava sempre ubriaco e scontento, e per nulla la batteva e
l'afferrava pei capelli o le scaraventava addosso ciò che gli capitava prima
sotto mano, gridandole:
- E non potevi morir tu, invece?
Lei, già, invece del fratellino che la madre aveva lasciato poppante per andare
a bàlia. Una vicina s'era incaricata d'allevarlo per poche lire al mese; e lei,
Nenè, avrebbe dovuto fargli da mammina. Ma il fatto è che il fratellino, un
giorno, era morto in braccio a lei: morto; e lei che non lo sapeva, aveva per un
pezzo seguitato a portarselo in braccio: freddo freddo, bianco bianco, e zitto e
duro... Da allora il babbo era diventato cattivo, cosí cattivo che la mamma non
aveva voluto piú star con lui ed era rimasta a servire in quella casa, o
piuttosto, a farvi la signora, come diceva il babbo e come ora veramente pareva
anche a Nenè. Certo, la mamma parlava ora e guardava e sorrideva e gestiva come
una signora, come la mamma di Dolly appunto, e a lei non pareva piú la sua
mamma.
- Ma, no, via, signorina! Ma le pare? Ma neanche per sogno!
Una bambola cosí bella a questa mia povera Nenè!
Ma ecco, la signora le prendeva un braccino, poi le posava
sul petto la bambola, quella Marchesina Mimí, e poi sulla bambola le
ripiegava il braccino perché la reggesse forte.
-
Grulla, e non si ringrazia nemmeno? Sú, come si dice?
Nulla. Non poteva dir nulla, Nenè. E non osava nemmeno guardare quella bambola
marchesina contro il suo petto, sotto il suo braccino.
Se n'andò via come intronata, gli occhi sbarrati senza
sguardo, la boccuccia aperta, e coi capelli che le si rizzavano sotto il nastro
color di rosa, quanto piú la madre cercava d'assettarglieli sul capo. Scese le
scale, attraversò tante vie e si ridusse alla catapecchia, ove abitava col
padre, senza veder nulla, senza sentir nulla, quasi alienata d'ogni senso di
vita.
Le viveva invece lí sul petto, stretta sotto il braccio,
quella bambola meravigliosa; d'una vita incomprensibile però, quale le
sbarbagliava ancora nella mente attraverso il chiacchierío fitto e volubile
della padroncina malata. Oh Dio, se quella bambola parlava col linguaggio che le
aveva messo in bocca la Dolly, come avrebbe fatto lei a comprenderla?
-
Moringhi, Moringhi, se scappi ti raggiungo!
Ah, Moringhi, certo, non sarebbe venuto lí, nella catapecchia a trovare la
marchesina Mimí, e nessuna delle amiche sarebbe venuta. E le sigarette col
bocchino dorato? e le palline d'argento profumate? e i cavallini veri, i
cavallini vivi, piccoli piccoli?
Non le s'affacciava neppur per ombra alla mente che avrebbe potuto giocarci, con
quella bambola. Servirla, sí, avrebbe potuto servirla; ma come, se non sapeva
nemmeno parlarle? se non capiva nulla della vita a cui la bambola era avvezza?
Entrata nel bugigattolino ov'era la sua cuccia con una seggiola spagliata e una
panchetta che le serviva da tavolino per far le aste e le vocali quand'ancora
andava a scuola, si guardò attorno smarrita, avvilita, non per sé ma per la
damina che portava in braccio. Non osava ancora guardarla.
Certo, per sé, la marchesina Mimí, aveva gli occhi di vetro e non vedeva. Ma
vedeva lei, Nenè, ora, la miseria brutta di quel suo bugigattolino con gli occhi
della marchesina Mimí abituati al lusso della cameretta da cui veniva. Finché
lei non la guardava, la marchesina Mimí, ancora stretta sotto il suo braccio,
non vedeva nulla. Avrebbe veduto però, appena lei si fosse risolta a guardarla.
Ebbene, bisognava che vedesse fin da principio il meno peggio possibile.
Pensò che nella cassetta dei panni sotto la cuccia c'era un grembiulino azzurro,
smesso dalla Dolly e regalato dalla signora alla bàlia per lei: era stato
lavato, rilavato tante volte; s'era stinto; aveva piú d'uno strappo; ma veniva
di là; era stato della Dolly, e forse la marchesina Mimí lo avrebbe
riconosciuto.
Senza posarla, senza guardarla, Nenè si chinò; trasse da quella cassetta il
grembiulino e lo stese su la panca come un tappeto, badando che gli strappi,
almeno i piú grossi, non venissero in mostra sul piano. Ecco, per il momento
poteva metterla a sedere lí, sul pulito di quel grembiule vecchio, ma fino.
La pose a sedere pian piano, con mani tremanti per paura di
farle male e di sciuparle l'abito; e finalmente osò guardarla. Un sentimento
misto di pietà e d'adorazione espressero le manine rimaste innanzi al petto
aperte, in un gesto d'incertezza angustiosa. E a poco a poco si piegò su le
ginocchia, guardando negli occhi la bambola. Ahimè, la vita maravigliosa, di cui
la Dolly nella sua cameretta la aveva fatta vivere, qua s'era come spenta. La
bambola le stava davanti, come se non vedesse nulla, in attesa ch'ella facesse
qualche cosa per lei, per ridarle vita, la sua vita perduta, di gran signora. Ma
come? che cosa? le mancava tutto. La Dolly le aveva detto ch'erano avvezze a
cambiarsi d'abito piú volte al giorno le sue bambole, e che quella marchesina
Mimí poi aveva anche tante vestaglie una piú bella dell'altra, rosse, gialle,
viola, a fiorellini, a ombrellini giapponesi... Possibile che ora stésse vestita
sempre cosí, sempre con quel cappellino in capo, con quelle scarpine ai piedi,
con quei braccialettini al polso, e quella catenella al collo da cui pendeva il
ventaglino? Ah, com'era bello quel ventaglino di piume, ventaglino vero, che
faceva un po' di vento davvero, poco poco, quanto poteva bastare a quella
piccola marchesina Mimí...
Ah, là, sí, in casa di Dolly, con tutte le cose adatte, il lettuccio di legno
bianco e gli altri mobiletti e il ricco corredo, là sí sarebbe stata felice lei
di servire quella bambola marchesina. Ma qua? Come non aveva pensato la Dolly
che avrebbe dovuto anche darle almeno almeno il lettuccio e un po' di corredo,
non per far piú ricco e compiuto il dono, ma perché la bambola non avesse a
soffrire, e perché lei, Nenè, avesse modo di servirla? Come poteva cosí, senza
nulla? Al piú al piú, col fiato e col dito, o con la punta d'una pezzuola,
avrebbe potuto ripulirle le scarpettine di coppale. Nient'altro.
Quasi quasi era meglio ritornare da Dolly, con la bambola, e dirle:
-
O mi dài da farla vivere com'è avvezza, o te la tieni.
Chi sa! Forse Dolly le avrebbe dato tutto...
Un lungo, grosso grosso sospiro sollevò il petto di Nenè
accosciata lí davanti alla panchetta. Volse il capo, e in un momento, di nuovo
abbagliata, vide in un angolo lercio del bugigattolino la cameretta della
marchesina Mimí. Cameretta? un gran camerone, col tappeto azzurro vellutato, lí
per terra, e il lettino di legno bianco, col parato a padiglione di seta
celeste, e di là l'armadietto a specchio, le sedioline dorate, la specchiera; e
vide sé, vestita bene come la mamma, tutta intenta a servire quella sua
padroncina esigente e capricciosa; a prevenirne tutti i desiderii, per non farsi
sgridare, ché certo, per quanto ella facesse, la marchesina Mimí, lí sola con
lei, benché circondata da tutti i suoi agi, da tutto il suo lusso, sarebbe stata
a malincuore, senza piú visite d'amiche, né di Moringhi, né passeggiate a
cavallo. E, per sfogarsi, certo l'avrebbe comandata a bacchetta.
-
Pronto il bagno?
-
Ecco, un momentino, signora Marchesina...
-
Ma il mio bagno dev'esser pronto subito, appena mi alzo! Che fate? Datemi
adesso il mio cioccolato e i biscottini! La mia vestaglia, subito!
-
Quale, signora Marchesina? Quella rossa? quella gialla? quella con gli
ombrellini giapponesi?
-
No, quella viola! Non lo sapete?
-
Subito, signora Marchesina, eccola qua.
Vedeva, con gli occhi sbarrati, quel suo sogno là in quell'angolo incantato,
Nenè, e parlava sola cosí da un pezzo, forte e imperiosa per conto della
marchesina Mimí, umile e inchinevole per sé, da servetta amorosa che compatisce
i capricci della padroncina tiranna; allorché, tutt'a un tratto, con un brivido
di terrore alla schiena, vide una manaccia scabra, enorme, allungarsi sul suo
capo e ghermire la bambola su la panchetta.
Insaccò la testa; poi, allibita, arrischiò di su la spalluccia, con la coda
dell'occhio, uno sguardo.
Suo padre, dietro a lei, con un ghigno su le labbra ispide, guatava la bambola
fragile in quella sua manaccia scabra e scrollava il capo, ripetendo:
-
Ah, sí? ah, sí?
Con l'anima oppressa d'angoscia, gli vide levare l'altra mano, afferrare con due
dita la falda del cappellino alla bambola, dare uno strappo violento.
Soffocò un gemito involontario.
Insieme col cappellino se n'era venuta la testa. E quella testa col cappellino e
il busto decapitato, due strazii orribili, informi, volarono via per la finestra
presso il tetto, accompagnati da un calcio e da una esclamazione rabbiosa:
-
Sú, in piedi! Non voglio signore, io, per casa!
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