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Nessuno lo trova, perché lo andiamo cercando fuori, in quell’errore che debba
essere altissimo e che ci vogliano mezzi straordinarii. Abbagliati da vane
illusioni, aberrati da ambiziose e stravaganti speranze, distratti o anche
pervertiti da desiderii artificiosi, quel niente, quel puntino infinitesimale,
che è la cosa piú comune e piú semplice del mondo, ci sfugge e non riusciamo mai
a scoprirlo.
Ma ecco qua questo signor Zuccarello.
– "La dolcezza stessa del suo nome, – io mi diedi a pensare, – l’avrà portato un
bel giorno a cantare, così naturalmente, come fanno gli uccellini. S’è trovata
in gola una discreta vocetta e gli è bastata per distinguersi senza sforzo dagli
altri. Un falso dio si sarebbe proclamato senz’altro: celebre melodista. Lui,
no. Al signor Zuccarello, dio vero del suo mondo qual è, quale può essere, quale
deve essere, basta proclamarsi distinto melodista. Tanto e non piú. Cioè, quanto
basta per esser lui, e non un altro."
Assolutamente bisognava ch’io lo vedessi, gli parlassi quella sera stessa. La
sua vista, una conversazione con lui, mi avrebbero senza dubbio rimesso a posto
lo spirito, ridato la calma e la fiducia nella vita.
Entrai dunque in quel caffè-concerto sotterraneo.
Si doveva andare piú giú della sala col banco di méscita che s’intravedeva dalla
via.
Piú giú, di molto.
Ma in fondo non mi dispiacque l’idea che dovessi andare a conoscere sottoterra
l’uomo che aveva raggiunto l’assoluto. Mi parve anzi giustissimo, e che non
potesse essere altrimenti.
– Quanto, il biglietto? – domandai allo sportellino.
– Sedie o poltrone?
– Ci sono anche poltrone?
– Poltrone, sissignore. Tre lire, compreso l’ingresso e, a scelta, anche una
consumazione.
Titubante, guardai il bigliettajo, come per domandargli:
– Tutto questo, col signor Zuccarello?
Dio sa che cosa il bigliettajo arguì dalla mia aria smarrita perché
evidentemente il signor Zuccarello era per lui un numero come un altro del
programma, e:
– Prezzi normali, – soggiunse, come per tenersi fermo a un dato di fatto
nell’incertezza penosa, in cui quel mio strano modo di guardarlo lo teneva
sospeso.
– Bene bene, – dissi per tranquillarlo.
Diedi le tre lire, presi il biglietto e scesi due lunghe rampe di scala.
Scendendo, avvertii subito che la terra si vendicava della violazione del suo
grembo.
Che questo grembo fosse squarciato per il riposo cieco e muto dei morti, la
terra lo poteva tollerare; ma che fosse aperto, e così oscenamente, ad archi
scosciati, e la cecità fosse rischiarata con tanta sfacciataggine da due grosse
lampade, e il silenzio così profanamente offeso da canti sguajati, strimpellii
di strumenti, acciottolio di stoviglie, risa sconce e applausi, questo no,
questo non lo poteva tollerare.
Ed ecco la sua vendetta: non ostante gli sforzi del proprietario, la luce
elettrica e la musica e gli specchi, quel caffè–concerto aveva il rigido
squallore d’una tomba.
Confesso che mi sarebbe piaciuto molto trovar laggiú, nelle poltrone e nelle
sedie, serii e composti, con la loro brava consumazione davanti, intatta, velata
di polvere e con qualche ragnetto natante, una moltitudine di morti, venuti per
vie sotterranee a quel loro caffè–concerto, con gli abiti neri, lustri d’umido,
spiegazzati e chiazzati qua e là da bianche gromme di muffa.
Trovai di peggio. Morti in anticamera, aspiranti morti, pochissimi e oppressi
d’una disperata tristezza. Ogni stato incerto è peggiore d’ogni cattivo stato
certo. Si recavano alle labbra la tazza di caffè, lo sciop di birra, il
bicchiere di menta, col gesto di chi pensa:
– Poiché è ancora necessario ch’io lo beva...
E nessuno guardava verso il piccolo palcoscenico, dove una scheletrica stella
italiana miagolava, prima levando le braccia come per tentare d’aggrapparsi a un
acuto che non riusciva a prendere, poi abbassando le mani con grazia
squacquerata.
La voce di questa canzonettista e il rombo dell’orchestrina facevano una
violenza orribile, d’indegno stordimento, alla tragica, sconsolata solitudine di
quelle poche mummie di avventori.
Zitto zitto, in punta di piedi m’appressai a un cameriere e gli presentai il
biglietto per avere indicato il mio posto.
– Ma segga dove vuole, – mi rispose il cameriere. – Vede che non c’è nessuno?
– Già, possibile? È così ogni sera?
– Su per giú...
– Dunque il signor Zuccarello non richiama gente?
– Chi?
– Il signor Zuccarello.
Il cameriere guardò nel programma.
– Ah, già – disse. – Nossignore, chi vuole che richiami?
Avvilito, presi posto in una poltrona.
La stella italiana, inchinandosi a vuoto tre o quattro volte, si ritirò tra le
quinte; l’orchestrina tacque; un silenzio sepolcrale si fece nel caffè
sotterraneo.
Mi sorse allora come in un lampo di follia la tentazione di mettermi a battere
fragorosamente le mani per rompere, per fracassare quel silenzio, per far
balzare in piedi atterriti quei pochi taciturni, oppressi avventori, aspiranti
morti Mi avrebbero preso per pazzo? Ma che ero io? A restare lì ancora per poco,
in quel vuoto sotterraneo, in quel silenzio di morte, non sarei impazzito
davvero?
Soffocato, m’alzai rumorosamente, con una smania esasperata di parlar forte, di
gridare, di pigliarmela con qualcuno. E, come il cameriere mi s’appressò per
domandarmi:
– Che cosa ordina il signore?
– Niente, – gli risposi ad alta voce. – Non ordino niente! Lei ha detto che il
signor Zuccarello non richiama nessuno? Sappia intanto, che ha richiamato me!
Avvenne quel che avevo immaginato. Tutti, anche i sonatori dell’orchestrina, si
voltarono sbalorditi a guardarmi; parecchi si levarono da sedere; il cameriere,
quasi basito, mormorò:
– Ma io non ho mica inteso d’offenderla, signore...
– No, no, – seguitai con sdegno e con ira. – Tanto perché lei lo sappia! E lo
dica al suo direttore o al signor proprietario del caffè, che fa di queste belle
speculazioni, impiantare qua, in un sotterraneo, un caffè per fare impazzire i
suoi avventori!
Un signore, a questo punto mi si fece incontro, turbato, pallidissimo. Lo fissai
per fermarlo a una certa distanza, e lo interpellai altezzosamente:
– Lei è il proprietario?
– Il proprietario, a servirla.
– Ah, bravo! La prego di dirmi, se lei, scritturando il signor Zuccarello, gli
aveva detto che il suo nome sarebbe apparso su, nella via, in quella tabella
folgorata da due lampade elettriche!
Il proprietario mi guardò inebetito, balbettò:
– Io... nella tabella... il signor Zuccarello?... sissignore... è l’uso...
– Ah, è l’uso? – dissi, con un sorriso di trionfo. – E il signor Zuccarello
dunque lo sapeva? Lo sapeva e s’è qualificato da sé distinto melodista?
– Sissignore, da sé. Ma io non capisco...
– Lo vedo bene, – gridai, – lo vedo bene che lei non capisce nulla! Scusi, che
cosa c’è lassú?
Indicai, così dicendo, in alto, nella parete di fronte al palcoscenico, un
riflettore per illuminare gli artisti alla ribalta.
All’improvvisa diversione, tutti nella sala scoppiarono a ridere e alzarono il
capo a guardare dove io indicavo con fiero cipiglio. Piú che mai sconcertato, il
proprietario guardò anche lui, rispose:
– Un riflettore...
– Ah, è un riflettore? E lei non pensa d’accenderlo per illuminare alla ribalta
un artista come il signor Zuccarello? un artista che si qualifica da sé distinto
melodista, pur sapendo che il suo nome sarà esposto, su, nella via, in quella
tabella sfolgorante di luce?
Un nuovo scoppio di risa accolse queste mie parole. Il proprietario ne fu
scosso; il primo sbalordimento si cangiò in irritazione; forse gli balenò il
sospetto ch’io fossi pagato dal signor Zuccarello per fare quella parte; si
scrollò irosamente e disse:
– Ma io non debbo dar conto a lei, se accendo o non accendo...
– No no, scusi, scusi – lo interruppi subito, facendomi manieroso, – lei deve
rispettare in me un avventore attirato come una farfalletta dal lume di quella
sua tabella nella via, un avventore che ha avuto fiducia nel signor Zuccarello e
se ne promette una gioja che lei non può neanche immaginarsi!
– Ma questo... – si provò a interrompermi a sua volta il proprietario.
Non gli diedi tempo:
– Questo anche per suo tornaconto! Caro signore, qua siamo in un sotterraneo,
lei lo sa bene; anzi in una catacomba! Dia ordine, via, che s’accenda il
riflettore, e faccia un’altra cosa, sempre per suo tornaconto: inviti tutti gli
avventori, che stanno a sbadigliare nella sala di sopra, a scendere qua, a
sentire il signor Zuccarello! Gratis, non importa per una sera! È una vera
indegnità che un distinto melodista come lui debba cantare alle sedie!
Tutte quelle mummie d’avventori, già richiamate alla vita, a questa mia inattesa
proposta batterono festosamente le mani, approvando a coro: il proprietario mi
guardò ancora per un momento accigliato e perplesso, poi sorrise anche lui, aprì
le braccia, s’inchinò e corse su a dare gli ordini.
Poco dopo, la sala era quasi piena, rumorosa, ansiosa per la promessa d’un
godimento insperato. Il riflettore di contro al palcoscenico cominciò a
sfriggere, sbarbagliando, s’accese; l’orchestrina attaccò il preludio della
prima romanza, e il signor Zuccarello in marsina, cravatta bianca, guanti
bianchi, si fece avanti, raggiante, accolto da uno strepitoso applauso.
Ah, miei cari amici, se l’aveste veduto! Piuttosto piccolino, con una faccia che
pareva intagliata in un saponetto da barbiere, color di rosa, con un che di
caprigno nei capelli fitti, ricci e neri, e anche nella voce, quando cominciò a
belare, appassionatamente.
Per me, la maggior prova, la prova piú lampante che non m’ero affatto ingannato
sul suo conto, fu questa: che non si sforzò per nulla. Tanto e non piú, così
nella voce come nei gesti e nei sorrisi. Dava quel che poteva, e perfettamente
sapeva quanto poteva dare. Nelle pause, cacciava fuori la lingua, sorridendo,
per umettarsi le labbra, e graziosamente, con due dita, si tirava i polsini di
sotto le maniche.
Perfetto!
Ma naturalmente nessuno degli spettatori riusciva a rendersi conto di quella
perfezione. Sentivo che tutti tenevano la loro disillusione sospesa in una
aspettativa, che si volgeva dubbiosa da me a lui, da lui a me. Per fortuna, un
buon acuto finale, smorzato con arte, rialzò, sostenne le sorti; io mi affrettai
ad applaudire con entusiasmo, tutti applaudirono con me, e il signor Zuccarello
venne fuori due o tre volte a ringraziare, inchinandosi con una mano sul petto.
Ma voi capite, amici miei, che a me non importava tanto, quella sera, di salvare
il signor Zuccarello, quanto di salvare «l’assoluto». Ne avevo proprio bisogno!
E lo salvai, non ostante tutto; voglio dire, non ostante che il signor
Zuccarello, dopo lo spettacolo, mi venne incontro adiratissimo, quasi con le
mani in faccia, a domandarmi conto e ragione di quanto avevo fatto, del pericolo
a cui lo avevo esposto d’un fiasco clamoroso e anche di fargli perdere la
scrittura per l’inqualificabile soperchieria usata al proprietario del caffè.
Stentai non poco a calmarlo, ma alla fine ci riuscii; non solo, ma riuscii anche
a farmelo amico. Lo condussi con me per piú d’un’ora per le vie già deserte, e
lo feci entrare in un caffè notturno, perché seguitasse, bevendo una tazza di
birra, a parlarmi di sé, della sua vita, delle sue speranze, dei suoi desiderii.
Vi figurate che m’abbia detto cose straordinarie? Siete veramente imbecilli! Mi
disse le cose piú ovvie, piú comuni, piú semplici del mondo, quali poteva dirle
uno che aveva saputo trovare in sì il punto giusto, il puntino infinitesimale,
dove aveva inserito il seme che l’aveva fatto un dio modesto, padrone del suo
piccolo mondo. Era contento e soddisfatto di tutto, anche di cantare alle sedie
in quel lugubre caffè sotterraneo. Perché in quell’equilibrio perfetto che
solamente può dare la piena soddisfazione di sì, egli aveva capito che a lui
conveniva d’essere un piccolo dio provinciale, di condurre cioè nei paeselli di
provincia la sua modesta divinità; e gli bastava perciò di poter dire, per
accrescere colà il suo prestigio, d’aver cantato a Roma, in un caffè–concerto di
Roma; quale, non importava.
La prova maggiore della sua divinità mi fu data però da un’ombra, che, appena
usciti dal caffè sotterraneo, prese a seguirci a distanza per piú d’un’ora lungo
le vie deserte; l’ombra d’una donna miserabile, che potei distinguere bene
quando, schiudendo timidamente la porta a vetri del caffè notturno, strisciò
dentro, dieci minuti dopo ch’eravamo entrati noi, e andò a rincantucciarsi in un
angolo in fondo, vestita di un abito nero, inverdito e sfrittellato, con un
cappellino frusto, guarnito di una piuma piangente da un lato; su le spalle
curve, una vecchia mantiglia sfrangiata; ai piedi, un pajo di scarpacce da uomo.
Avevo notato che, andando via, egli di tanto in tanto, pian piano e come di
nascosto, si voltava a lanciare indietro un’occhiata inquieta.
«Ma sì, lo so!» avrei voluto dirgli, per levarlo da quella inquietudine. «Lo so
ed è giusto che sia così: non credere che m’offenda il fatto che tu tenga così a
distanza tua moglie e che ella sia così miserabile.»
Ero sicuro che lui la teneva ancora con sì, non solo per farsi servire da lei,
come da una schiava, ma anche per misurare da lei il cammino che aveva saputo
percorrere; e parimenti ero sicuro che ella, senza muovere un lamento, faceva di
tutto per tener lui come un damerino.
Dite di no? Lasciatemi ripetere, amici, che siete veramente imbecilli. Sappiate
che dopo aver accompagnato fino al portone dell’alberguccio il signor Zuccarello,
nel ritornare indietro, io m’ebbi, nel bujo fitto della strada, un profondissimo
inchino da quell’ombra. E non potei fare a meno di considerare che era giusto
che ella s’inchinasse a me così, perché lo voleva in lei quello stesso Iddio, a
cui io or ora avevo reso omaggio.
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