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Prima
pubblicazione: La Grande Illustrazione, dicembre 1914 ,col titolo
Zuccarello, distinto melodista,
poi in E domani, lunedì, Treves,
Milano 1917.
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IN BREVE Zuccarello è solo
un mediocre musicista che però, esibendo su una locandina la dicitura “distinto
melodista” abbinata al suo nome, dimostra di saper accettare se stesso così
com’è, anche senza possedere un brillante talento.
Sapevamo che Perazzetti, dopo avere sposato quella donna dal cane, non tanto per
ridere, quanto per guardarsi dal pericolo di prender moglie sul serio, s'era
dato da un pezzo, per non so quale connessione, allo studio della filosofia.
Quali effetti un tale studio dovesse produrre in un cervello come il suo, era
facile a noi tutti immaginare. Ma ce ne volle lui stesso rappresentare uno,
l'altra sera, raccontandoci a suo modo la seguente avventura.
-
Ero, - cominciò a dire, guardandosi al solito le unghie, - ero, amici miei,
in uno di quei momenti, purtroppo non rari, in cui la ragione (ne ho, per
disgrazia, ancora un poco), sicura d'aver raggiunto alla fine quell'«assoluto»
che tutti affannosamente, senza saperlo, andiamo cercando nella vita...
- Io, no,
- Io, no,
lo interrompemmo a coro.
- Io, no, -
Bestie, se vi dico senza saperlo! La ragione, del resto, s'accorge a
un tratto di tenere vittoriosamente stretto in pugno un codino, capite? invece
dell'assoluto; un codino di parrucca, quel tal codino di parrucca, a cui
s'aggrappava l'ineffabile barone di Münchhausen per tirarsi fuori dello stagno,
nel quale era caduto.
Protestammo che, se seguitava a parlare cosí difficile, non gli avremmo piú dato
ascolto, e allora Perazzetti ci spiegò, paziente, con gli occhi chiusi e le mani
avanti:
-
Ecco qua. Prima o poi, il fine che ci siamo proposto, a cui tendono tutti i
nostri affetti, tutti i nostri pensieri, e che ha perciò acquistato per noi il
valore intrinseco della nostra stessa vita, un valore assoluto, capite?; appena
raggiunto, o anche prima d'essere raggiunto, ci si scopre vano.
-
Come? perché vano?
- Ma perché ci accorgiamo, santo Dio, che, come questo fine,
qualunque altro avremmo potuto proporcene, che sarebbe stato vano lo stesso.
Perché l'assoluto, cari miei, quell'assoluto in cui soltanto potrebbe quietarsi
il nostro spirito, non si raggiunge mai.
-
Ragion per cui è da imbecilli andarlo cercando, - osservò uno di noi.
- Bravo! Quel che dico io, - approvò Perazzetti. - Ma
lasciatemi dire, per favore. Ogni principio è difficile; poi viene il bello.
Ecco: la vita nostra corre protesa tutta verso quel fine, nel quale s'illude di
poter toccare e sentire la propria realtà. Crolla o svanisce quel fine, crolla e
svanisce all'improvviso con esso la nostra realtà, o, piuttosto, l'illusione
della nostra realtà. E allora (che è, che non è) privi d'un tratto della realtà
che c'immaginavamo di poter finalmente toccare, ci vediamo vaneggiare nel vuoto
e a ogni canto di strada possiamo veder passare la follia e, come niente,
metterci a conversare con essa (che potrebbe anche essere l'ombra del nostro
stesso corpo) e domandarle, per esempio, con molta buona grazia e delicatezza:
-
Chi piú ombra, o cara, di noi due?
State a sentire. Ero dunque in uno di questi deliziosi momenti, con in mano il
codino della mia ragione.
Quasi senza accorgermene, passavo, di sera, per una delle vie piú popolose della
nostra città. Mi pareva che la gente, tutta quanta impazzita come me, andasse in
tumulto, e che i campanelli dei tram, le trombe delle automobili chiamassero
ajuto, allorché, per caso, m'avvenne di posare lo sguardo su una tabella tra le
due finestre ferrate d'un sotterraneo.
Dalle grate di queste finestre s'intravedevano giú un banco di méscita di lacca
verde e luccicante di specchi, una diecina di tavolini di marmo, attorno a cui
stavano seduti molti avventori, uomini, donne; poi, un armonium, ecc. Su quella
tabella due arrabbiatissime lampade elettriche scaraventavano friggendo un
violento sbarbaglio livido su un manifesto rosso, che recava a grossi caratteri
la scritta:
IL SIGNOR ZUCCARELLO
distinto melodista
Ebbene, davanti a questo nome, con tanta rabbia folgorato da quelle due lampade,
io mi fermai con la certezza acquistata lí per lí che questo signor Zuccarello,
il quale si qualificava da sé con dolce probità distinto melodista,
doveva aver raggiunto l'assoluto, e dunque, senza meno, essere un dio.
-
Un dio?
Se ci riflettete bene, non può di conseguenza non essere un
dio chi abbia raggiunto l'assoluto.
Un nostro pernicioso errore è questo: immaginarci che, per
diventare un dio, bisogni attingere con straordinarii mezzi altezze
inaccessibili.
No, amici miei. Niente fuori di noi, nessun'altezza. Coi mezzi piú comuni e piú
semplici, un punto dentro di noi, il punto giusto, preciso, dove s'inserisca
quel seme piccolissimo, che a mano a mano da sé sviluppandosi diverrà un mondo.
Tutto è qui. Saper trovare in noi questo punto giusto per inserirvi il piccolo
seme divino che è in tutti e che ci farà padroni d'un mondo.
Nessuno lo trova, perché lo andiamo cercando fuori, in quell'errore che debba
essere altissimo e che ci vogliano mezzi straordinarii. Abbagliati da vane
illusioni, aberrati da ambiziose e stravaganti speranze, distratti o anche
pervertiti da desiderii artificiosi, quel niente, quel puntino infinitesimale,
che è la cosa piú comune e piú semplice del mondo, ci sfugge e non riusciamo mai
a scoprirlo.
Ma ecco qua questo signor Zuccarello.
- «La dolcezza stessa del suo nome, - io mi diedi a pensare,
- l'avrà portato un bel giorno a cantare, cosí, naturalmente, come fanno gli
uccellini. S'è trovata in gola una discreta vocetta, e gli è bastata per
distinguersi senza sforzo dagli altri. Un falso dio si sarebbe proclamato
senz'altro: celebre melodista. Lui, no. Al signor Zuccarello, dio vero
del suo mondo qual è, quale può essere, quale deve essere, basta proclamarsi
distinto melodista. Tanto e non piú. Cioè, quanto basta per esser lui, e non
un altro.»
Assolutamente bisognava ch'io lo vedessi, gli parlassi quella sera stessa. La
sua vista, una conversazione con lui, mi avrebbero senza dubbio rimesso a posto
lo spirito, ridato la calma e la fiducia nella vita.
Entrai dunque in quel caffè-concerto sotterraneo.
Si doveva andare piú giú della sala col banco di méscita che
s'intravedeva dalla via. Piú giú di molto. Ma in fondo non mi dispiacque l'idea
che dovessi andare a conoscere sottoterra l'uomo che aveva raggiunto l'assoluto.
Mi parve anzi giustissimo, e che non potesse essere altrimenti.
- Quanto, il biglietto? - domandai allo sportellino.
-
Sedie o poltrone?
-
Ci sono anche poltrone?
- Poltrone, sissignore. Tre lire, compreso l'ingresso e, a
scelta, anche una consumazione.
Titubante, guardai il bigliettajo, come per domandargli:
- Tutto questo, col signor Zuccarello?
Dio sa che cosa il bigliettajo arguí dalla mia aria smarrita, perché
evidentemente il signor Zuccarello era per lui un numero come un altro del
programma, e:
- Prezzi normali, - soggiunse, come per tenersi fermo a un
dato di fatto nell'incertezza penosa, in cui quel mio strano modo di guardarlo
lo teneva sospeso.
- Bene bene, - dissi per tranquillarlo.
Diedi le tre lire, presi il biglietto e scesi due lunghe rampe di scala.
Scendendo, avvertii subito che la terra si vendicava della violazione del suo
grembo.
Che questo grembo fosse squarciato per il riposo cieco e muto dei morti, la
terra lo poteva tollerare; ma che fosse aperto, e cosí oscenamente, ad archi
scosciati, e la cecità fosse rischiarata con tanta sfacciataggine da due grosse
lampade, e il silenzio cosí profanamente offeso da canti sguajati, strimpellii
di strumenti, acciottolío di stoviglie, risa sconce e applausi, questo no,
questo non lo poteva tollerare.
Ed ecco la sua vendetta: non ostanti gli sforzi del
proprietario, la luce elettrica e la musica e gli specchi, quel caffè-concerto
aveva il rigido squallore d'una tomba.
Confesso che mi sarebbe piaciuto molto trovar laggiú, nelle poltrone e nelle
sedie, serii e composti, con la loro brava consumazione davanti, intatta, velata
di polvere e con qualche ragnetto natante, una moltitudine di morti, venuti per
vie sotterranee a quel loro caffè-concerto, con gli abiti neri, lustri d'umido,
spiegazzati e chiazzati qua e là da bianche gromme di muffa.
Trovai di peggio. Morti in anticamera, aspiranti morti, pochissimi e oppressi
d'una disperata tristezza. Ogni stato incerto è peggiore d'ogni cattivo stato
certo. Si recavano alle labbra la tazza di caffè, lo sciop di birra, il
bicchiere di menta, col gesto di chi pensa:
- Poiché è ancora necessario ch'io lo beva...
E nessuno guardava verso il piccolo palcoscenico, dove una
scheletrica stella italiana miagolava, prima levando le braccia come per
tentare d'aggrapparsi a un acuto che non riusciva a prendere, poi abbassando le
mani con grazia squacquerata.
La voce di questa canzonettista e il rombo dell'orchestrina
facevano una violenza orribile, d'indegno stordimento, alla tragica, sconsolata
solitudine di quelle poche mummie di avventori.
Zitto zitto, in punta di piedi m'appressai a un cameriere e gli presentai il
biglietto per avere indicato il mio posto.
- Ma segga dove vuole, - mi rispose il cameriere. - Vede che
non c'è nessuno?
-
Già, possibile? È cosí ogni sera?
- Sú per giú...
- Dunque il signor Zuccarello non richiama gente?
- Chi?
-
Il signor Zuccarello.
Il
cameriere guardò nel programma.
-
Ah, già, - disse. - Nossignore, chi vuole che richiami?
Avvilito, presi posto in una poltrona.
La
stella italiana, inchinandosi a vuoto tre o quattro volte, si ritirò tra
le quinte; l'orchestrina tacque; un silenzio sepolcrale si fece nel caffè
sotterraneo.
Mi sorse allora come in un lampo di follia la tentazione di
mettermi a battere fragorosamente le mani, per rompere, per fracassare quel
silenzio, per far balzare in piedi atterriti quei pochi, taciturni, oppressi
avventori, aspiranti morti. Mi avrebbero preso per pazzo? Ma che ero io? A
restare lí ancora per poco, in quel vuoto sotterraneo, in quel silenzio di
morte, non sarei impazzito davvero?
Soffocato, m'alzai rumorosamente, con una smania esasperata di parlar forte, di
gridare, di pigliarmela con qualcuno. E, come il cameriere mi s'appressò per
domandarmi:
-
Che cosa ordina il signore?
-
Niente, - gli risposi ad alta voce. - Non ordino niente! Lei ha detto che il
signor Zuccarello non richiama nessuno? Sappia intanto, che ha richiamato me!
Avvenne quel che avevo immaginato. Tutti, anche i sonatori dell'orchestrina, si
voltarono sbalorditi a guardarmi; parecchi si levarono da sedere; il cameriere,
quasi basito, mormorò:
- Ma io non ho mica inteso d'offenderla, signore...
-
No, no, - seguitai con sdegno e con ira. - Tanto perché lei lo sappia! E lo
dica al suo direttore o al signor proprietario del caffè, che fa di queste belle
speculazioni, impiantare qua, in un sotterraneo, un caffè per fare impazzire i
suoi avventori!
Un signore, a questo punto, mi si fece incontro, turbato,
pallidissimo. Lo fissai, per fermarlo a una certa distanza, e lo interpellai
altezzosamente:
-
Lei è il proprietario?
-
Il proprietario, a servirla.
-
Ah, bravo! La prego di dirmi, se lei, scritturando il signor Zuccarello, gli
aveva detto che il suo nome sarebbe apparso sú, nella via, in quella tabella
folgorata da due lampade elettriche!
Il
proprietario mi guardò inebetito, balbettò:
-
Io... nella tabella... il signor Zuccarello?... sissignore... è l'uso...
-
Ah, è l'uso? - dissi, con un sorriso di trionfo. - E il signor Zuccarello
dunque lo sapeva? Lo sapeva e s'è qualificato da sé distinto melodista?
-
Sissignore, da sé. Ma io non capisco...
-
Lo vedo bene, - gridai, - lo vedo bene che lei non capisce nulla! Scusi, che
cosa c'è lassú?
Indicai, cosí dicendo, in alto, nella parete di fronte al palcoscenico, un
riflettore per illuminare gli artisti alla ribalta.
All'improvvisa diversione, tutti nella sala scoppiarono a ridere e alzarono il
capo a guardare dove io indicavo con fiero cipiglio. Piú che mai sconcertato, il
proprietario, guardò anche lui, rispose:
- Un riflettore...
- Ah, è un riflettore? E lei non pensa d'accenderlo per
illuminare alla ribalta un artista come il signor Zuccarello? un artista che si
qualifica da sé distinto melodista, pur sapendo che il suo nome sarà
esposto sú, nella via, in quella tabella sfolgorante di luce?
Un nuovo scoppio di risa accolse queste mie parole. Il
proprietario ne fu scosso; il primo sbalordimento si cangiò in irritazione;
forse gli balenò il sospetto ch'io fossi pagato dal signor Zuccarello per fare
quella parte; si scrollò irosamente e disse:
- Ma io non debbo dar conto a lei, se accendo o non
accendo...
- No no, scusi, scusi, - lo interruppi subito, facendomi
manieroso, - lei deve rispettare in me un avventore attirato come una
farfalletta dal lume di quella sua tabella nella via, un avventore che ha avuto
fiducia nel signor Zuccarello e se ne promette una gioja, che lei non può
neanche immaginarsi!
- Ma questo... - si provò a interrompermi a sua volta il
proprietario.
Non gli diedi tempo:
- Questo anche per suo tornaconto! Caro signore, qua siamo in
un sotterraneo, lei lo sa bene; anzi in una catacomba! Dia ordine, via, che
s'accenda il riflettore, e faccia un'altra cosa, sempre per suo tornaconto:
inviti tutti gli avventori, che stanno a sbadigliare nella sala di sopra, a
scendere qua, a sentire il signor Zuccarello! Gratis, non importa per una sera!
È una vera indegnità che un
distinto melodista come lui debba cantare alle sedie!
Tutte quelle mummie d'avventori, già richiamate alla vita, a questa mia inattesa
proposta batterono festosamente le mani, approvando a coro; il proprietario mi
guardò ancora per un momento accigliato e perplesso, poi sorrise anche lui, aprí
le braccia, s'inchinò e corse sú a dare gli ordini.
Poco dopo, la sala era quasi piena, rumorosa, ansiosa per la promessa d'un
godimento insperato. Il riflettore di contro al palcoscenico cominciò a
sfriggere, sbarbagliando, s'accese; l'orchestrina attaccò il preludio della
prima romanza, e il signor Zuccarello in marsina, cravatta bianca, guanti
bianchi, si fece avanti, raggiante, accolto da uno strepitoso applauso.
Ah, miei cari amici, se l'aveste veduto! Piuttosto piccolino, con una faccia che
pareva intagliata in un saponetto da barbiere, color di rosa, con un che di
caprigno nei capelli fitti, ricci e neri, e anche nella voce, quando cominciò a
belare, appassionatamente.
Per me, la maggior prova, la prova piú lampante che non m'ero affatto ingannato
sul suo conto, fu questa: che non si sforzò per nulla. Tanto e non piú, cosí
nella voce come nei gesti e nei sorrisi. Dava quel che poteva, e perfettamente
sapeva quanto poteva dare. Nelle pause, cacciava fuori la lingua, sorridendo,
per umettarsi le labbra, e graziosamente, con due dita, si tirava i polsini di
sotto le maniche.
Perfetto!
Ma naturalmente nessuno degli spettatori riusciva a rendersi
conto di quella perfezione. Sentivo che tutti tenevano la loro disillusione
sospesa in una aspettativa, che si volgeva dubbiosa da me a lui, da lui a me.
Per fortuna, un buon acuto finale, smorzato con arte, rialzò, sostenne le sorti;
io mi affrettai ad applaudire con entusiasmo, tutti applaudirono con me, e il
signor Zuccarello venne fuori due o tre volte a ringraziare, inchinandosi con
una mano sul petto.
Ma voi capite, amici miei, che a me non importava tanto,
quella sera, di salvare il signor Zuccarello, quanto di salvare «l'assoluto». Ne
avevo proprio bisogno! E lo salvai, non ostante tutto; voglio dire, non ostante
che il signor Zuccarello, dopo lo spettacolo, mi venne incontro adiratissimo,
quasi con le mani in faccia, a domandarmi conto e ragione di quanto avevo fatto,
del pericolo a cui lo avevo esposto d'un fiasco clamoroso e anche di fargli
perdere la scrittura per l'inqualificabile soperchieria usata al proprietario
del caffè.
Stentai non poco a calmarlo, ma alla fine ci riuscii; non solo, ma riuscii anche
a farmelo amico. Lo condussi con me per piú d'un'ora per le vie già deserte, e
lo feci entrare in un caffè notturno, perché seguitasse, bevendo una tazza di
birra, a parlarmi di sé, della sua vita, delle sue speranze, dei suoi desiderii.
Vi figurate che m'abbia detto cose straordinarie? Siete
veramente imbecilli! Mi disse le cose piú ovvie, piú comuni, piú semplici del
mondo, quali poteva dirle uno che aveva saputo trovare in sé il punto giusto, il
puntino infinitesimale, dove aveva inserito il seme che l'aveva fatto un dio
modesto, padrone del suo piccolo mondo. Era contento e soddisfatto di tutto,
anche di cantare alle sedie in quel lugubre caffè sotterraneo. Perché in
quell'equilibrio perfetto che solamente può dare la piena soddisfazione di sé,
egli aveva capito che a lui conveniva d'essere un piccolo dio provinciale, di
condurre cioè nei paeselli di provincia la sua modesta divinità; e gli bastava
perciò di poter dire, per accrescere colà il suo prestigio, d'aver cantato a
Roma, in un caffè-concerto di Roma; quale, non importava.
La prova maggiore della sua divinità mi fu data però da
un'ombra, che, appena usciti dal caffè sotterraneo, prese a seguirci a distanza
per piú d'un'ora lungo le vie deserte; l'ombra d'una donna miserabile, che potei
distinguere bene quando, schiudendo timidamente la porta a vetri del caffè
notturno, strisciò dentro, dieci minuti dopo ch'eravamo entrati noi, e andò a
rincantucciarsi in un angolo in fondo, vestita di un abito nero, inverdito e
sfrittellato, con un cappellino frusto, guarnito di una piuma piangente da un
lato; su le spalle curve, una vecchia mantiglia sfrangiata; ai piedi, un pajo di
scarpacce da uomo.
Avevo notato che, andando via, egli di tanto in tanto, pian piano e come di
nascosto, si voltava a lanciare indietro un' occhiata inquieta.
- Ma sí, lo so! - avrei voluto dirgli, per levarlo da quella
inquietudine. - Lo so ed è giusto che sia cosí: non credere che m'offenda il
fatto che tu tenga cosí a distanza tua moglie e che ella sia cosí miserablle.
Ero sicuro che lui la teneva ancora con sé, non solo per farsi servire da lei,
come da una schiava, ma anche per misurare da lei il cammino che aveva saputo
percorrere; e parimenti ero sicuro che ella, senza muovere un lamento, faceva di
tutto per tener lui come un damerino.
Dite di no? Lasciatemi ripetere, amici, che siete veramente imbecilli. Sappiate
che dopo aver accompagnato fino al portone dell'alberguccio il signor Zuccarello,
nel ritornare indietro, io m'ebbi, nel bujo fitto della strada, un profondissimo
inchino da quell'ombra. E non potei fare a meno di considerare che era giusto
che ella s'inchinasse a me cosí, perché lo voleva in lei quello stesso iddio, a
cui io or ora avevo reso omaggio.
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