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Era senza dubbio il ritratto d’un giovinetto morto, e lo dimostrava chiaramente
anche il posto che occupava nel salottino, come in segno di ricordo, ma non
molto caro, se era lasciato lì, tra quei mobiletti nuovi, fuori d’ogni intimità
della casa: posto piú di considerazione, che d’affetto.
Sapevo che Stefano Conti non aveva né aveva avuto mai fratelli; né del resto
quell’immagine aveva alcun tratto caratteristico della famiglia del mio amico;
neppure un’ombra di somiglianza con Stefano o con le due sorelle di lui, già da
un pezzo maritate. La data del ritratto, poi, e quel che si scorgeva del
vestiario non potevano far pensare che fosse qualche antico parente della madre
o del padre, morto nell’adolescenza lontana.
Quando, di lì a poco Stefano sopravvenne e, dopo le prime esclamazioni nel
ritrovarci tanto mutati l’uno e l’altro, ci mettemmo a rievocare i nostri
ricordi, provai, alzando gli occhi di nuovo a quel ritratto e domandandone al
mio amico qualche notizia, lo strano sentimento di commettere una violenza, di
cui mi volessi vergognare, o piuttosto, un tradimento, che tanto piú doveva
rimordermi in quanto approfittavo che nessuno potesse rinfacciarmelo, se non lo
stesso mio sentimento. Mi parve che il giovinetto lì effigiato, con la disperata
tristezza degli occhi mi dicesse: «Perché chiedi di me? Io t’ho confidato che
sento la stessa pena che tu, entrando qui, hai sentito. Perché esci ora da
questa pena e vuoi da altri intorno a me notizie che io, qui muta immagine, non
posso correggere o smentire? ».
Stefano Conti, alla mia domanda, storse la testa e levò un braccio, come per
ripararsi dalla vista di quel ritratto.
– Per carità, non me ne parlare! Non posso neanche guardarlo!
– Scusami, non credevo... – balbettai.
– No! Non immaginare niente di male, – s’affrettò a soggiungere Stefano. – Il
male che mi fa la vista di questo ritratto è così difficile a dire, se sapessi!
– È un tuo parente? – m’arrischiai a domandare.
– Parente? – ripeté Stefano Conti, stringendosi ne le spalle, piú forse per
ritrarsi da un contatto ideale che gli faceva ribrezzo, che per non saper come
dire. – Era... era un figliuolo della mamma.
Tal maraviglia afflitta e tanto imbarazzo mi si dipinsero in volto, che Stefano
Conti, arrossendo improvvisamente, esclamò:
– Non illegittimo, ti prego di credere! Mia madre fu una santa!
– Ma dici tuo fratellastro, allora! – gli gridai quasi con ira.
– Me lo avvicini troppo, con questa parola, e mi fai male, – rispose Stefano,
contraendo il volto dolorosamente. – Ecco, ti dirò, mi forzerò a spiegarti una
difficilissima complicazione di sentimenti, che ha poi, come vedi, questo
effetto, di farmi tener lì, come per un’ammenda, questo ritratto. La sua vista
mi sconvolge ancora; e sono passati tanti anni! Sappi che io ebbi attossicata
l’infanzia nel modo piú crudele da questo ragazzo, morto di sedici anni.
Attossicata, nell’amore piú santo: quello della madre.
Sta’ a sentire.
Vivevamo allora nella campagna dove son nato e dove dimorai fino a sedici anni,
cioè fino a quando mio padre, disgraziatissimo, non abbandonò l’impresa della
Mandrana, che poi ad altri fruttò onori e ricchezza.
Vivevamo lì, soli, come esiliati dal mondo.
Ma quest’esilio lo penso adesso: allora non lo sentivo, perché non immaginavo
neppure che lontano da quella terra, da quella casa solitaria ov’ero nato e
crescevo, di là dai colli che scorgevo grigi e tristi all’orizzonte, ci fosse
altro mondo. Tutto il mio mondo era lì, né c’era altra vita per me fuori di
quella de la mia casa, cioè di mio padre e di mia madre, delle mie due sorelle e
delle persone di servizio.
Io sono per esperienza con coloro che stimano cattivo consiglio lasciare i
fanciulli nell’ignoranza di tante cose che, scoperte alla fine improvvisamente
per caso, sconvolgono l’animo e lo guastano talvolta irreparabilmente. Sono
convinto che non c’è altra realtà fuori delle illusioni che il sentimento ci
crea. Se un sentimento cangia all’improvviso, crolla l’illusione e con essa
quella realtà in cui vivevamo, e allora ci vediamo subito sperduti nel vuoto.
Questo avvenne a me a sette anni, per il cangiare improvviso d’un sentimento
che, a quell’età, è tutto: quello, ripeto, dell’amor materno.
Nessuna madre, io credo, fu così tutta de’ suoi figli come la mia. Né io, né
certo le mie sorelle, nel vederla dalla mattina alla sera attorno a noi, proprio
dentro la vita nostra, nelle lunghe assenze di mio padre dalla villa,
c’immaginavamo che potesse avere una vita per sé fuori della nostra. Andava, è
vero, di tanto in tanto, una volta ogni due o tre mesi, in città col babbo per
tutto un giorno; ma credevamo che non s’allontanasse affatto da noi con quelle
gite, fatte come ci sembravano per rinnovar le provviste della casa di campagna.
Anzi, tante volte avevamo l’illusione d’averla spinta noi ad andare in città,
per i regalucci, i giocattoli che ci recava al ritorno. Ritornava qualche volta
pallida come una morta e con gli occhi gonfi e rossi; ma quel pallore, seppure
ce n’accorgevamo, era spiegato con la stanchezza del lungo tragitto in vettura;
e quanto agli occhi, possibile che avesse pianto? Erano così rossi e gonfi per
la polvere dello stradone.
Se non che, una sera, vedemmo ritornare in villa, solo e fosco, nostro padre.
– La mamma?
Ci guardò con occhi quasi feroci. La mamma? Era rimasta in città, perché...
perché s’era sentita male.
Ci disse così, dapprima.
S’era sentita male; doveva trattenersi per qualche giorno in città; niente di
grave; aveva bisogno di cure, che in campagna non poteva avere.
Restammo in tale sbigottimento, che mio padre pur di scuotercene, ci maltrattò
aspramente, con un’ira che non solo accrebbe il nostro sbigottimento, ma ci
offese e ci ferì come una crudelissima ingiustizia.
Non avrebbe dovuto sembrargli naturale che restassimo così, a quella notizia
inattesa?
Ma l’ira ingiusta e l’asprezza non erano per noi. Lo comprendemmo una decina di
giorni appresso, allorché mia madre ritornò in villa: non sola.
Vivessi cent’anni, non potrei dimenticare l’arrivo di lei, in carrozza, davanti
al portone della villa.
Udendo dal fondo del viale l’allegro scampanellio dei sonaglioli, ci
precipitammo giú, io e le mie sorelle, per accoglierla in festa: ma su la soglia
del portone fummo bruscamente fermati da nostro padre, smontato allora allora da
cavallo, tutto ansante e polveroso, per prevenir di qualche passo l’arrivo della
vettura che conduceva la mamma.
Non sola! Capisci? Accanto a lei, sorretto da guanciali, tutto avvolto in
scialli di lana, pallido come di cera; con questi occhi smarriti che tu gli vedi
nel ritratto, c’era questo ragazzo: suo figlio! Ed ella era così intenta a lui,
così tutta di lui in quel momento, costernata tanto della difficoltà di calarlo
giú in braccio dalla vettura senza fargli male, che neppure ci salutava – noi,
suoi figli soli, fino a jeri – neppure ci vedeva!
Un altro figlio, quello? La mamma nostra, la mamma tutta di noi fino a jeri,
aveva avuto fuori della nostra un’altra vita? fuori di noi un altro figlio?
quello? e lo amava come noi, piú di noi?
Non so se le mie sorelle provarono quel che provai io, nella stessa misura. Io
ero il piú piccolo, avevo appena sette anni. Mi sentii strappare le visceri, il
cuore, soffocare d’angoscia, occupar l’animo da un sentimento oscuro,
violentissimo, d’odio, di gelosia, di ribrezzo, di non so che altro, perché
tutto l’essere mi s’era rivoltato, stravolto allo spettacolo di quella cosa
inconcepibile: che fuori di me mia madre potesse avere un altro figlio, che non
era mio fratello, e che potesse amarlo come me, piú di me.
Mi sentii rubare la madre... No, che dico? Nessuno me la rubava. Lei, lei
commetteva davanti a me e in me una violenza disumana, come se mi rubasse lei la
vita che mi aveva data, staccandosi da me, escludendosi dalla vita mia, per dare
l’amore, che doveva esser tutto mio, quello stesso amore che dava a me a un
altro, che come me ci aveva diritto, lo stesso diritto che ci avevo io.
Grido ancora, vedi? Risento, a pensarci, la stessa esasperazione d’allora,
l’odio che non poté mai piú placarsi, per quanto poi mi narrassero la storia
pietosa di quel ragazzo, da cui mia madre aveva dovuto staccarsi, quando passò a
seconde nozze con mio padre. Non lo aveva preteso mio padre quel distacco. Lo
avevano preteso i parenti del primo marito. Sembra che costui per gravi
dissapori con mia madre, allora giovinetta, dopo quattro o cinque anni di
tempestosa vita coniugale, si fosse ucciso.
Tu intendi ora: le rare volte che mia madre si recava dalla campagna in città,
andava lì a vedere quel suo figliuolo, di cui noi non sapevamo nulla; che gli
cresceva lontano, affidato a un fratello e a una sorella del primo marito. Ora
questo fratello era morto; poco dopo il ragazzo s’era mortalmente ammalato e mia
madre era accorsa al suo capezzale, lo aveva conteso alla morte, e appena
convalescente se l’era portato con sé in campagna, sperando di fargli
riacquistare la salute col suo amore, con le sue cure. Fu tutto invano; morì tre
o quattro mesi dopo. Ma né le sofferenze valsero mai a suscitare in me un moto
di pietà, né la sua morte a placare il mio odio. Io avrei voluto ch’egli
guarisse, anzi; ch’egli rimanesse lì, tra noi, per riempire con l’odio che la
sua presenza m’ispirava il vuoto orrendo rimasto dopo la sua morte tra me e mia
madre. Il vederla riattaccarsi a noi, dopo la morte di lui, come se ormai ella
potesse ridivenir tutta nostra come prima, fu per me uno strazio anche maggiore,
perché mi fece intendere ch’ella non aveva affatto sentito quel che avevo
sentito io; e non poteva difatti sentirlo, perché quello per lei era un
figliuolo, com’ero io!
Ella forse pensava: – "Ma io non ti amo solo! Non amo anche le tue sorelle?".
Senza intendere che nell’amore ch’ella aveva per le mie sorelle c’ero anch’io,
mi sentivo anch’io, sentivo ch’era lo stesso amore ch’ella aveva per me: mentre
lì, no, nell’amore che aveva per quel suo ragazzo, no! lì non c’ero, io, lì non
potevo entrarci, perché quel ragazzo era suo, e quand’ella era di lui e con lui,
non poteva esser mia, con me.
Tu capisci: non mi offendeva tanto per me questa sottrazione d’amore; quanto
m’offendeva il fatto che quel ragazzo era suo. Questo non sapevo tollerare!
Perché la mamma ora non mi pareva piú mia. Non mi pareva piú la mamma ch’era
stata per me prima.
Da allora – credi – ti dico una cosa orrenda... da allora io non mi sentii piú
la mamma nel cuore.
L’ho perduta due volte, io, la madre. Ma ne ho anche avute quasi due. Questa che
m’è morta di recente non era piú la mamma, la mamma vera, la mamma di cui si
dice che ce n’è una sola. La mia vera mamma, la mia sola mamma, mi morì allora,
quand’avevo sett’anni. E allora la piansi davvero: lagrime di sangue, come non
ne verserò mai piú in vita mia, lagrime che scavano e la sciano un solco eterno,
incolmabile.
Me le sento ancora dentro, queste lagrime che m’avvelenarono l’infanzia; e le
devo a lui. Perciò t’ho detto che non posso neanche guardarlo. Riconosco che fu
un di– sgraziato anche lui. Ma ebbe almeno la fortuna di non vivere la sua
disgrazia; mentr’io, non per colpa, ma certo per causa sua, vissi tant’anni
accanto a mia madre senza piú sentirmela nel cuore come prima.
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