|
Non bisogna abusarne; se no, è l’affanno di nuovo e il feroce morso di quei
dolori al petto che la fanno urlare come una belva. No no – bisogna tenerla
lontana così – la sua vita, per viverla soltanto lì, nel ricordo.
Oh come le piacciono lì certe giornate di nuvole chiare, dopo le piogge, con
l’odore di terra bagnata e nella luce umida l’illusione delle piante e
degl’insetti che sia di nuovo primavera. La notte, le nuvole dilagano su le
stelle e le annegano, per poi lasciarle riapparire su brevi profonde radure
d’azzurro. Ed ella, con l’anima piena della piú angosciosa dolcezza d’amore,
ecco, affonda gli occhi in quel notturno azzurro, e si beve tutte quelle stelle.
Poche gocce d’acqua, qualche goccia di latte, ora, e nient’altro. Ma nel sogno
così, anche a occhi aperti, dov’ella perennemente viveva, venivano a nutrirla in
abbondanza i ricordi che per lei erano vita. Le recavano con piú la materialità,
ma la fragranza e il sapore dei cibi d’allora, di quelli che piú le piacevano,
frutta ed erbe, e l’aria d’allora e la gajezza e la salute.
Come poteva piú morire? Dopo un lieve sonno, la sua anima era pienamente
ristorata, e bastava al suo corpo, così com’era ridotto, che quasi non era piú,
una goccia l’acqua, una goccia di latte.
La grossolanità goffa dei corpi, non solo del marito e della cugina, ma di
quanti le s’accostavano al letto era ormai ai suoi occhi, a tutti i suoi sensi
acutissimi, d’una gravezza insopportabile, e cagione di ribrezzo e qualche volta
anche di terrore. La diafana gracilità delle pinne el suo nasino fremeva,
spasimava, avvertendo i nauseanti odori di quei corpi, la densità acre dei loro
fiati; e quasi avevan peso per lei anche i loro sguardi quando le si posavano
addosso per commiserarla. Sì, sì questa commiserazione, come tutti gli altri
sentimenti e desiderii, in quei corpi, avevan peso per lei e anche cattivi
odori. Nascondeva perciò spesso la faccia sui guanciali, finché non si fossero
allontanati dal letto. Da lontano, con piú spazio attorno alla chiara, aerea
levità del suo sogno, li guardava, e dentro di sé ne rideva, come di grosse
bestie strane che non potevano vedersi, da sé, come le vedeva lei, condannate
all’affanno di stupidi bisogni, di gravi e non pulite passioni.
Piú che per tutti gli altri rideva tra sé per il marito, quando lo vedeva
piantato in mezzo alla camera con la pensosità pesante e lugubre dei buoi. Anche
così da lontano, gli scorgeva la pelle spungosa, seminata di puntini neri. Certo
egli credeva di lavarsi bene, ogni mattina; bene come si lavavano tutti gli
altri; ma anche a tutti gli altri, per quanto si lavassero, restavano sempre
nella pelle tutti quei puntini neri. Poteva scorgerli lei sola, come lei sola
scorgeva la granulosità dei nasi e tant’altre cose che, a guardar così da
lontano, erano per lei divertentissime.
La grossa cugina con gli occhiali, per esempio, non poteva fare a meno
d’abbassar le palpebre, appena ella la fissava col capo di solito reclinato giú
dal guanciale, sul bianco della rimboccatura del lenzuolo.
In quel bianco, il suo visino quasi spariva, e solo si vedevano, acuti e
brillanti, i due grandi occhi di zaffiro, come due vive gemme posate lì.
Ridevano però, ardevano diabolici di riso, non perché sotto gli occhiali della
cugina scorgessero grossi e lunghi i peli delle ciglia, quasi antenne d’insetto,
ma perché ella sapeva bene che la cugina, venendo qua così pacifica, con l’aria
di niente, ad assisterla, lasciava nelle altre stanze di là un dramma che piú
goffo nella sua grossolanità non si sarebbe potuto immaginare: il dramma della
sua passione, povera grossa cugina con gli occhiali; il dramma, certo, della sua
vergogna e del suo rimorso; ma anche – oh Dio, perdono! – anche de’ suoi segreti
piaceri carnali col grosso cugino, attossicati da chi sa quante lagrime,
poverina!
Avrebbe voluto dirle che, via, non stesse a pigliarsela tanto, perché ella
sapeva, aveva indovinato da un pezzo, e le pareva naturalissimo che tutti e due,
cugino e cugina, visto che la morte non veniva di qua a liberarli, di là si
fossero messi insieme maritalmente, con quei loro grossi corpi – oh Dio, si sa –
tentati l’uno verso l’altro dalla vicinanza e dal bisogno d’un conforto
reciproco. Naturalissimo. E già due volte, in sei anni, la poverina era stata
costretta a sparire, la prima volta per tre mesi, la seconda per due. Perché –
si sa, oh Dio – non è senza conseguenze, il piú delle volte, questo cocente
bisogno di conforto reciproco. Il marito le aveva detto che era andata in
campagna a riposarsi un poco. Glie lo aveva detto però con tale aria smarrita e
vergognosa, che certo ella sarebbe scoppiata a ridergli in faccia, se veramente
avesse ancora potuto ridere. Ma non poteva, altro che con gli occhi, ormai.
Ridere, ridere forte, con la sua bocca rossa, coi suoi denti splendenti, ridere
come una pazza, poteva là soltanto, nel sogno vivo in cui si vedeva, con la sua
immagine rosea e fresca di salute; e là, sì, là aveva riso riso riso, ma tanto,
come una pazza!
Avrebbe forse dovuto pentirsene, come d’un peccato, perché costava
necessariamente lagrime agli altri questo suo inutile riso. Ma che poteva farci
se non moriva? E del resto, che pentimento, se l’uno e l’altra, stanchi
d’aspettare invano la sua morte, s’erano di là accomodati tra loro? Perché non
potevano, con lei ancora lì, regolare la loro unione, la nascita dei due
figliuoli? Avrebbero dovuto pensarci prima, ai figliuoli! Li avevano fatti e ora
piangevano? Per fortuna, certo, i due piccini non potevano ancora prender parte
a quel loro affanno. fuori come le i dalla goffaggine delle grossolane e
complicate passioni.
N’ebbe la prova, un giorno.
Nell’ampia camera luminosa non c’era nessuno. Di tanto in tanto alla cugina
faceva comodo credere ch’ella dormisse e che poteva perciò lasciarla sola, non
ostante l’espressa raccomandazione del marito. (S’erano messi insieme i due, ma
certo in un modo molto curioso, salvando cioè nei loro cuori grossi ma teneri
l’affetto per lei, un affetto che appariva tanto piú comico quanto piú si
dimostrava sincero e commovente, ma che pur forse doveva dare alla cugina,
qualche volta, una cert’ombra di gelo sia, se egli, per esempio, nel sostenerla
negli accessi del male, le ravviava con dita tremanti i lunghi capelli d’oro,
ricordo d’intime carezze lontane.)
Quel giorno, la cugina la aveva lasciata con tanto d’occhi aperti; ma non
importa: doveva credere che dormisse, ed era uscita da un pezzo dalla camera,
quando a un tratto l’uscio s’era schiuso ed era entrata una grossa bamboccetta
con gli occhiali, che reggeva con un braccino sul petto una bambola tignosa, in
carnicino rosso e senza un piede, e nell’altra mano una mela sbocconcellata.
Smarrita e titubante, pareva una pollastrotta scappata dalla stia e penetrata
per caso in un salotto.
Ella, sorridente, le aveva fatto cenno con la mano d’accostarsi al letto; ma la
bimba era rimasta come incantata a mirarla da lontano.
Con gli occhiali, povera mimma, chi sa qualcuno non volesse credere di chi era
figlia; ma ben pasciuta poi, sana, placida e – si poteva giurare – perfettamente
ignara dell’affanno che aveva dovuto costare alla madre il metterla al mondo
illecitamente; ignara e beata de le belle rosse mele che si potevano intanto
mangiare, così con tutta la buccia e col solo ajuto dei dentini, in questo
illecito mondo, dove per lei forse solamente alle bambole poteva capitare la
disgrazia di perdere un piede e il parrucchino di stoppa.
Volle avere pietà; e quando, poco dopo, la madre accorse tutta sossopra e quasi
atterrita a ritirar di furia quella bimba dalla camera, ove certo s’era
introdotta eludendo la rigorosa vigilanza, chiuse gli occhi e finse di dormire
davvero. Finse di dormire anche quando la cugina, ancora tutta rimescolata,
venne a riprendere il suo posto d’assistenza presso il letto; ma, Dio Dio, che
tentazione d’aprire un tratto gli occhi ridenti e di domandarle all’improvviso:
– Come si chiama?
Sì, via, bisognava un giorno o l’altro venire a questa risoluzione. Chi sa quali
disordini cagionava di là il mantenere ancora, qua, tutto questo inutile
mistero! E poi anche si moriva dalla curiosità di sapere se l’altro figliuolo
fosse un bamboccetto o un’altra bamboccetta, e se anche questa seconda, per non
sbagliare, fosse con gli occhiali.
Ma s’infranse da sé il mistero, in un modo inopinato, pochi giorni dopo
l’entrata furtiva di quella bimba nella camera.
Urli, pianti, fracasso di seggiole rovesciate, un gran subbuglio, quel giorno,
venne dalle stanze di là, nell’ora del desinare. Ella indovinò che qualcuno era
trascinato con molto stento, sorretto per la testa e pei piedi, da una stanza
all’altra, dalla sala da pranzo a un letto. Il marito? Un colpo d’apoplessia? I
pianti, gli urli erano disperati. Doveva esser morto.
Non per lei, che da tanto tempo stava qui ad aspettarla, sua preda accaparrata,
ma per un altro che non se l’aspettava, la morte era entrata nella casa. Era
entrata, forse; passando innanzi all’uscio socchiuso di quella camera bianca;
forse s’era fermata un momento a guardarla sul bianco letto; poi s’era
introdotta di là nella sala da pranzo per picchiar di dietro col dito adunco sul
cranio lucido del grosso marito intento a divorare senza sospetto il suo pranzo
quotidiano.
Doveva ora piangere di questa disgrazia? Era per quelli che restavano in vita.
Le feste, i lutti, le gioje, i dolori degli altri non erano piú da gran tempo
per lei, che dal suo letto li considerava solo come buffi aspetti di qualche
cosa che piú non la riguardasse. Era anche lei della morte. Quell’esile filo di
vita che conservava ancora, serviva per condurla fuori, lontano, nel passato,
tra le cose morte, in cui solo il suo spirito viveva ancora, non chiedendo altro
di qua, alla vita degli altri, che una goccia d’acqua, una goccia di latte; non
poteva dunque legarla piú a questa vita degli altri, ormai estranea a lei, come
un sogno senza senso.
Chiuse gli occhi ed aspettò che di là quel subbuglio a poco a poco si quietasse.
Dopo alcuni giorni vide entrare nella camera, vestita di nero, tra le due
bambine vestite anch’esse di nero, la grossa cugina con gli occhiali, disfatta
dal pianto. Le si piantò come un incubo lì davanti al letto; poi prese a
sussultare, arrangolando; e infine stimò giustizia gridarle in faccia tra
infinite lagrime la sua disperazione, mostrando le due piccine orfane, e il
danno ormai irreparabile ch’ella aveva fatto loro non morendo prima. Come, come
sarebbero rimaste adesso quelle due piccine?
Ella ascoltò da prima sbigottita; ma poi, protraendosi a lungo lo spettacolo un
po’ teatrale di quella disperazione pur sincera, non ascoltò piú: fissò l’altra
bimba che ancora non conosceva e notò con piacere che questa era senza occhiali.
Le parve un refrigerio sentirsi così esile, quasi impalpabile, tra il fresco
delle lenzuola bianche, bianca, di fronte a tutto quel nero angoscioso
tempestoso bagnato di lagrime, che involgeva e sconvolgeva la grossa cugina; e
ben buffo le parve, che se lo fosse assunto lei, così, il lutto del marito, e lo
avesse anche imposto a quelle due povere piccine che fortunatamente avevano
l’aria di non ricordarsi piú di nulla e una gran maraviglia avevano negli occhi
spalancati d’esser penetrate finalmente in quella camera proibita e di veder sul
letto lei che le guardava con curiosità affettuosa.
Non comprendevano, certo, quelle due bambine ch’ella avesse loro fatto un gran
danno, quel gran danno che la loro mamma gridava così disperatamente. Ma non
c’era proprio rimedio? nessun rimedio? Lo chiese a nome delle due piccine, per
risparmiar loro lo sbigottimento di tutto quel pianto e di tutte quelle grida.
C’era? E dunque, perché quel pianto e quelle grida? di che si trattava? di
lasciar tutto ciò che ella possedeva a quelle due piccine? Ma subito! ma pronta!
Veramente, per sé, ella credeva di non possedere piú altro che quell’esile filo
di vita, il quale aveva soltanto bisogno di qualche goccia d’acqua, di qualche
goccia di latte. Che le importava di tutto il resto? Che le importava di
lasciare agli altri ciò che non era piú suo da tanto tempo? Era una faccenda
difficile e molto complicata? Ah sì? e come? perché? Ma dunque davvero era una
goffaggine insopportabile la vita, se una cosa così semplice poteva diventar
difficile e complicata.
E le parve di vedersela entrare in camera, alcuni giorni dopo, la complicata
goffaggine della vita nella persona d’un notajo, il quale alla presenza di due
testimonii, prese a leggerle un atto interminabile, di cui non comprese nulla.
Alla fine, con molta delicatezza, si vide presentare un oggetto che non vedeva
piú da tanto tempo. Una penna, perché apponesse la firma a quell’atto, non solo
in fondo, ma parecchie volte, in margine a ogni foglio di esso.
La sua firma?
Prese la penna; la osservò. Quasi non sapeva piú reggerla tra le dita. E alzò
poi in faccia al notajo i limpidi occhi di zaffiro con un’espressione smarrita e
ridente. La sua firma? Aveva ancora dunque il peso d’un nome ella? un nome da
lasciare là su quella carta?
Amina... e poi come? Il nome di zitella, e poi quello di maritata. Oh, e anche
vedova bisognava mettere? Vedova... lei? E guardo la cugina. Poi scrisse:
Amina Berardi del fu Francesco, vedova Vismara.
Rimase a contemplarla un pezzo quella sua incerta scrittura sulla carta. E le
parve così buffo che si potesse credere che in quel rigo di scrittura lì ci
fosse veramente lei, e che gli altri se ne potessero contentare, non solo, ma se
ne beassero tanto, come d’un atto di grande generosità, che costituiva una vera
fortuna per le due povere piccine vestite di nero, quella firma. Sì? E ancora,
dunque! ancora... Amina Berardi del fu Francesco, vedova Vismara... Per lei era
come uno scherzo, strascicare quel lungo nome goffo su per tutti quei fogli di
carta bollata, come una bambina parata da grande, la lunga coda della veste di
mamma.
Inizio
pagina
 |