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NOVELLE PER UN ANNO - 1928 - "CANDELORA"
Pubblicata nel 1928, la raccolta "Candelora" costituisce il tredicesimo
volume delle Novelle per un anno e include racconti già editi tra il 1911 e il
1917. |
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 7.
La realtà del sogno (1914)
«Noi e il mondo», novembre 1914, poi in «E domani,
lunedì», Treves, Milano 1917.
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Tutto ciò che egli diceva, pareva
avesse lo stesso valore incontestabile della sua bellezza; che, non potendosi
mettere in dubbio che fosse un bellissimo uomo, ma proprio bello tutto, non
potesse parimenti esser mai contraddetto in nulla.
E non capiva niente, proprio non capiva niente di quanto avveniva in lei!
Nel sentire le interpretazioni che dava con tanta sicurezza di certi suoi moti
istintivi, di certe sue fors’anche ingiuste antipatie, di certi suoi sentimenti,
le veniva la: tentazione di graffiarlo, di schiaffeggiarlo, di morderlo.
Anche perché poi, con quella freddezza e sicurezza e quell’orgoglio di bel
giovine, veniva a mancarle in certi altri momenti, allorché le s’accostava,
perché aveva bisogno di lei. Timido, umile, supplichevole, allora, come insomma
in quei momenti ella non lo avrebbe desiderato; sicché, anche allora, per un
altro verso si sentiva irritata; tanto che, pur essendo proclive a cedere,
s’induriva restia; e il ricordo d’ogni abbandono, avvelenato sul piú bello da
quell’irritazione, le si cangiava in rancore.
Sosteneva che fosse una fissazione in lei l’impaccio, l’imbarazzo che diceva di
provare davanti a tutti gli uomini.
– Li provi, cara, perché ci pensi, – s’ostinava a ripeterle.
– Ci penso, caro, perché li provo! – ribatteva lei. – Che fissazione! Li provo.
È così. E debbo ringraziarne mio padre, la bella educazione che m’ha data! Vuoi
mettere in dubbio anche questo? Eh,
almeno questo no, era sperabile. Ne aveva fatto esperienza lui stesso durante il
fidanzamento. |
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Nei quattro mesi prima del matrimonio, là, nella cittaduzza natale, non gli era stato concesso, non che di toccarle una mano, ma
neppure di scambiare con lei due paroline a bassa voce.
Piú geloso d’un tigre, il padre, le aveva inculcato fin da bambina un vero
terrore degli uomini; non ne aveva ammesso mai uno, che si dice uno, in casa; e
tutte le finestre chiuse; e le rarissime volte che la aveva condotta fuori, le
aveva imposto d’andare a capo chino come le monache, e guardando a terra quasi a
fare il conto dei ciottoli del selciato.
Ebbene, che maraviglia se ora alla presenza d’un uomo provava quell’imbarazzo e
non riusciva a guardar negli occhi nessuno e non sapeva piú né parlare né
muoversi?
Già da sei anni, è vero, s’era liberata dall’incubo di quella feroce gelosia
paterna; vedeva gente, per casa, per via; eppure... Non era piú certamente quel
puerile terrore di prima; ma quest’imbarazzo, ecco. I suoi occhi, per quanto si
sforzassero, non potevano proprio sostenere lo sguardo di nessuno; la lingua,
parlando, le s’imbrogliava in bocca; e d’improvviso, senza saper perché, si
faceva in volto di bragia; per cui tutti potevano credere che le passasse per la
mente chi sa che cosa, mentre proprio non pensava a nulla; e insomma si vedeva
condannata a far cattive figure, a passare per sciocca, per stupida, e non
voleva. Inutile insistere! Grazie al padre, doveva star chiusa, senza veder
nessuno, per non provare almeno il dispetto di quello stupidissimo,
ridicolissimo imbarazzo piú forte di lei.
Gli amici, i migliori, quelli a cui egli teneva di piú e che avrebbe voluto
considerare come ornamento della sua casa, del piccolo mondo che, sei anni a
dietro, sposando, aveva sperato di formarsi attorno, già s’erano allontanati a
uno a uno. Sfido! Venivano in casa; domandavano:
– Tua moglie?
Sua moglie se n’era scappata a precipizio al primo squillo del campanello.
Fingeva d’andare a chiamarla; andava davvero; si presentava con la faccia
afflitta, le mani aperte, pur sapendo che sarebbe stato inutile; che la moglie
lo avrebbe fulminato con gli occhi accesi d’ira e gli avrebbe gridato tra i
denti: – "Stupido!" – ; voltava le spalle e ritornava, Dio sa come dentro, di
fuori sorridente, ad annunziare:
– Abbi pazienza, caro, non si sente bene, s’è buttata sul letto.
E una e due e tre volte; alla fine, si sa, s’erano stancati. Poteva loro dar
torto?
Ne restavano ancora due o tre, piú fedeli o piú coraggiosi. E questi, almeno
questi voleva difenderseli, uno specialmente, il piú intelligente di tutti,
dotto sul serio e odiatore della pedanteria, fors’anche un po’ per ostentazione;
giornalista argutissimo; insomma, amico prezioso.
Qualche volta da questi pochi amici superstiti sua moglie s’era fatta vedere, o
perché colta di sorpresa, o perché, in un momento buono, s’era arresa alla
preghiera di lui. E nossignori, non era vero niente che avesse fatto cattiva
figura: tutt’altro!
– Perché quando non ci pensi, vedi . quando t’abbandoni al tuo naturale... tu
sei vivace...
– Grazie!
– Tu sei intelligente...
– Grazie!
– E sei tutt’altro che impacciata, te lo assicuro io! Scusa, che gusto avrei a
farti fare una cattiva figura? Parli con franchezza, ma sì, anche troppa
talvolta... sì, sì, graziosissima, te lo giuro! T’accendi tutta, e gli occhi...
altro che non saper guardare! ti sfavillano, cara mia... E dici, e dici cose
anche ardite, sì... Ti meravigli? Non dico scorrette... ma ardite per una donna;
con scioltezza, con disinvoltura, con spirito insomma, te lo giuro!
S’infervorava nelle lodi, notando ch’ella, pur protestando di non credere
affatto, ne provava in fondo piacere, arrossiva, non sapeva se sorridere o
aggrottar le ciglia.
– E così, è proprio così; credi, è una vera fissazione la tua...
Avrebbe dovuto metterlo almeno in apprensione il fatto che ella non protestava
contro questa sua cento volte asserita "fissazione", e accoglieva quelle lodi
sul suo parlar franco e disinvolto e finanche ardito, con evidente
compiacimento.
Quando e con chi aveva ella parlato così?
Pochi giorni addietro, con l’amico "prezioso"; con quello che le era,
naturalmente, il piú antipatico di tutti. È vero che ella ammetteva
l’ingiustizia di certe sue antipatie, e che sopra tutti antipatici diceva quegli
uomini, davanti ai quali si sentiva piú imbarazzata.
Ma ora il compiacimento d’aver saputo parlare davanti a quello anche con
improntitudine, proveniva dal fatto che costui, (certo per pungerla sotto sotto)
in una lunga discussione su l’eterno argomento dell’onestà delle donne, aveva
osato sostenere che il soverchio pudore accusa infallibilmente un temperamento
sensuale; sicchè c’è da diffidare d’una donna che arrossisce di nulla, che non
osa alzar gli occhi perché crede di scoprire da per tutto un attentato al
proprio pudore, e in ogni sguardo, in ogni parola un’insidia alla propria
onestà. Vuol dire che questa donna ha l’ossessione di immagini tentatrici; teme
di vederle dovunque; se ne turba al solo pensiero. Come no? Mentre un’altra,
tranquilla di sensi, non ha affatto di questi pudori e può parlare senza
turbarsi anche di certe intimità amorose, non pensando che ci possa esser nulla
di male in una... che so, in una camicetta un po’ scollata, in una calza
traforata, in una gonna che lasci scorgere appena appena qual cosa piú su del
ginocchio.
Con questo, badiamo, non diceva mica che una donna, per non essere creduta
sensuale, dovesse mostrarsi sfacciata, sguaiata e far vedere quello che non si
deve far vedere. Sarebbe stato un paradosso. Egli parlava del pudore. E il
pudore per lui era la vendetta dell’insincerità. Non che non fosse sincero per
se stesso. Era anzi sincerissimo, ma come espressione della sensualità.
Insincera è la donna che voglia negare la sua sensualità mostrando in prova il
rosso del suo pudore su le guance. E questa donna può essere insincera anche
senza volerlo, anche senza saperlo. Perché nulla è piú complicato della
sincerità. Fingiamo tutti spontaneamente, non tanto innanzi agli altri, quanto
innanzi a noi stessi; crediamo sempre di noi quello che ci piace credere, e ci
vediamo non quali siamo in realtà, ma quali presumiamo d’essere secondo la
costruzione ideale che ci siamo fatta di noi stessi. Così può avvenire che una
donna, anche a sua insaputa sensualissima, sinceramente creda d’esser casta e di
provare sdegno e ribrezzo della sensualità, per il solo fatto che arrossisce di
nulla. Questo arrossir di nulla, che è per se stesso espressione sincerissima
della reale sensualità di lei, è assunto invece come prova della creduta
castità; e, così assunto, diventa naturalmente insincero.
– Via, signora, – aveva concluso alcune sere fa quell’amico prezioso, – la
donna, per sua natura (salve, s’intende, le eccezioni) è tutta nei sensi. Basta
saperla prendere, accendere e dominare. Le troppo pudiche non hanno neppur
bisogno d’essere accese: s’accendono, avvampano subito da sè, appena toccate.
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Non aveva dubitato un momento, ella, che tutto questo discorso si riferisse a
lei; e, appena andato via l’amico, s’era rivoltata ferocemente contro il marito,
che durante la lunga discussione non aveva fatto altro che sorridere come uno
scimunito e approvare.
– M’ha insultata in tutti i modi per due ore, e tu, tu invece di difendermi, hai
sorriso, hai approvato, lasciandogli intendere così, ch’era vero quel che
diceva, perché tu, mio marito, eh tu, tu lo potevi sapere...
– Ma che cosa? – aveva esclamato lui, trasecolato. – Tu farnetichi... Io? che tu
sii sensuale? Ma che dici? Se quello parlava della donna in genere, che c’entri
tu? Ma se avesse per poco sospettato che tu potessi riferire a te il suo
discorso, non avrebbe aperto bocca! E poi, scusa, come poteva crederlo, se non
ti sei mostrata affatto con lui quella donna pudibonda di cui egli parlava? Non
hai mica arrossito; hai difeso con impeto, con fervore la tua opinione. E io ho
sorriso perché me ne compiacevo, perché vedevo la prova di quanto ho sempre
detto e sostenuto, che cioè quando tu non ci pensi, non sei punto impacciata,
punto imbarazzata: e che tutto codesto tuo presunto imbarazzo non è altro che
fissazione. Che c’entra il pudore, di cui quello ti parlava?
Non aveva trovato da rispondere a questa giustificazione del marito. S’era
chiusa in sì, cupa, a rimuginare perché si fosse sentita così a dentro ferire
dal discorso di colui. Non era pudore, no, no e no, non era pudore il suo, quel
tal pudore schifoso di cui quegli parlava; era imbarazzo, imbarazzo, imbarazzo;
ma certo un maligno come quello poteva scambiare per pudore quell’imbarazzo, e
perciò crederla una... una a quel modo, ecco!
Se veramente, però, non s’era mostrata imbarazzata, come il marito asseriva;
l’imbarazzo tuttavia lo provava; poteva qualche volta vincerlo, forzarsi a non
mostrarlo; ma lo provava. Ora, se il marito negava in lei quest’imbarazzo,
voleva dire che non s’accorgeva di nulla. Non si sarebbe perciò neanche accorto
se quest’imbarazzo fosse in lei un’altra cosa, cioè quel tal pudore di cui
quello aveva parlato.
Possibile? Ah Dio, no! Il solo pensiero le faceva schifo, orrore.
Eppure...
Fu nel sogno la rivelazione.
Cominciò come una sfida, quel sogno, come una prova, a cui quell’uomo
odiosissimo la sfidasse, in seguito alla discussione avuta con lei tre sere
avanti.
Ella doveva dimostrargli che non avrebbe arrossito di nulla; che egli poteva
fare su lei qualunque cosa gli piacesse, ch’ella non si sarebbe né turbata né
punto scomposta.
Ed ecco, egli cominciava con fredda audacia la prova. Le passava prima
lievemente una mano sul volto. Al tocco di quella mano ella faceva uno sforzo
violento su se stessa per nascondere il brivido che le correva per tutta la
persona, e non velare lo sguardo e tener fermi e impassibili gli occhi e appena
sorridente la bocca. Ed ecco, ora egli le accostava le dita alla bocca; le
rovesciava delicatamente il labbro inferiore e annegava lì, nell’interno
umidore, un bacio caldo, lungo, d’infinita dolcezza. Ella serrava i denti;
s’interiva tutta per dominare il tremito, il fremito del corpo; e allora egli
prendeva tranquillamente a denudarle il seno, e... Che c’era di male? No no,
nulla, nulla di male. Ma... oh Dio, no... egli s’indugiava perfidamente nella
carezza... no, no... troppo... e... Vinta, perduta, dapprima senza concedere,
cominciava a cedere, non per forza di lui, no, ma per il languore spasimoso del
suo stesso corpo; e alla fine...
Ah! Balzò dal sogno convulsa, disfatta, tremante, piena di ribrezzo e d’orrore.
Guatò il marito, che le dormiva ignaro accanto; e l’onta che sentiva per sé si
cangiò subito in abominazione per lui, come se lui fosse cagione dell’ignominia
di cui provava ancora il piacere e il raccapriccio: lui, lui per la stupida
ostinazione d’accogliere in casa quegli amici.
Ecco: ella lo aveva tradito in sogno; tradito, e non ne aveva rimorso, no, ma
rabbia per sé, d’essere stata vinta, e rancore, rancore contro di lui, anche
perché in sei anni di matrimonio non aveva saputo mai, mai farle provare quel
che aveva or ora provato in sogno, con un altro.
Ah, tutta nei sensi... Dunque, era vero?
No, no. La colpa era di lui, del marito che, non volendo credere al suo
imbarazzo, la forzava a vincersi, a far violenza alla sua natura, la esponeva a
quelle prove, a quelle sfide, dond’era nato il sogno. Come resistere a una tal
prova? La aveva voluta lui, il marito. E questo era il castigo. Ne avrebbe
goduto, se dalla gioja maligna che provava al pensiero del castigo di lui,
avesse potuto staccare l’onta che provava per sé.
E ora?
L’urto avvenne nel pomeriggio del giorno appresso, dopo il duro silenzio
mantenuto per tutta la giornata contro ogni insistente domanda del marito, che
voleva sapere perché fosse così e che cosa le fosse accaduto.
Avvenne all’annunzio della solita visita di quell’amico prezioso.
Udendo nella saletta d’ingresso la voce di lui, ella sussultò, d’improvviso
contraffatta. Un’ira furibonda le guizzò negli occhi. Saltò addosso al marito e,
fremente da capo a piedi, gl’intimò di non ricevere quell’uomo.
– Non voglio! Non voglio! Fallo andar via!
Egli restò in prima, piú che stupito, quasi sgomento di quello scatto furioso.
Non potendo comprendere la ragione di tanta ripugnanza, quando già credeva che
l’amico anzi, per quanto egli aveva detto dopo quella discussione, fosse entrato
un po’ nelle grazie di lei, s’irritò fieramente all’assurda, perentoria
intimazione.
– Ma tu sei pazza, o vuoi farmi impazzire! Debbo perdere davvero per la tua
stupida follia tutti gli amici?
E, divincolandosi da lei, che gli s’era aggrappata addosso, ordinò alla serva di
far passare il signore.
Ella balzò a rintanarsi nella camera accanto, lanciandogli, prima di scomparire
dietro la portiera, uno sguardo d’odio e di sprezzo.
Cascò su la poltrona, come se le gambe d’un tratto le si fossero stroncate; ma
tutto il sangue le frizzava per le vene e tutto l’essere le si rivoltava dentro,
in quell’abbandono disperato, udendo attraverso l’uscio chiuso le espressioni di
festosa accoglienza del marito a colui, con cui ella la notte avanti, nel sogno,
lo aveva tradito. E la voce di quell’uomo... oh Dio... le mani, le mani di
quell’uomo...
D’improvviso, mentre si convelleva tutta su la poltrona, strizzandosi con le
dita artigliate le braccia e il seno, cacciò un urlo e cadde a terra, in preda a
una spaventosa crisi di nervi, a un vero assalto di pazzia.
I due uomini si precipitarono nella camera; restarono un istante atterriti alla
vista di lei che si contorceva per terra come una serpe, mugolando. ululando; il
marito si provò a sollevarla; l’amico accorse ad aiutarlo. Non l’avesse mai
fatto! Sentendosi toccata da quelle mani, il corpo di lei, nell’incoscienza,
nell’assoluto dominio dei sensi ancor memori, prese a fremere tutto, d’un
fremito voluttuoso; e, sotto gli occhi del marito, s’aggrappò a quell’uomo,
chiedendogli smaniosamente, con orribile urgenza, le carezze frenetiche del
sogno.
Inorridito, egli la strappò dal petto dell’amico: ella gridò, si dibatté, poi
gli si arrovesciò tra le braccia quasi esanime, e fu messa a letto.
I due uomini si guardarono esterrefatti, non sapendo che pensare, che dire.
L’innocenza era così evidente nello sbalordimento doloroso dell’amico che nessun
sospetto fu possibile al marito. Lo invitò ad uscire dalla camera: gli disse che
dalla mattina la moglie era turbata, in uno stato di strana alterazione nervosa;
lo accompagnò fino alla porta, domandandogli scusa se lo licenziava per quel
doloroso, improvviso incidente; e ritornò di corsa alla camera di lei.
La ritrovò sul letto, già rinvenuta, aggruppata come una belva, con gli occhi
invetrati; tremava in tutte le membra, come per freddo, con scatti violenti e
sussultava di tratto in tratto.
Com’egli le si fece sopra, fosco, per domandarle conto di quanto era accaduto,
ella lo respinse con ambo le braccia e a denti stretti con voluttà dilaniatrice
gli avventò in faccia la confessione del tradimento. Diceva, con un sorriso
convulso, malvagio, stringendosi in sé e aprendo le mani:
– Nel sogno!.. Nel sogno!...
E non gli fece grazia d’alcun particolare. Il bacio nell’interno del labbro...
la carezza sul seno... Con la perfida certezza ch’egli, pur sentendo come lei
che quel tradimento era una realtà e, come tale, irrevocabile e irreparabile,
perché consumato e assaporato fino all’ultimo, non poteva imputarglielo a colpa.
Il suo corpo – egli poteva batterlo, straziarlo, dilaniarlo – ma eccolo qua, era
stato d’un altro, nell’incoscienza del sogno. Non esisteva nel fatto, per
quell’altro, il tradimento; ma era stato e rimaneva qua, qua, per lei, nel suo
corpo che aveva goduto, una realtà.
Di chi la colpa? E che poteva egli farle?
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