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Non si riconosceva piú neanche lui stesso, per dire la verità. E quella mattina,
finalmente...
Era stato un amico, un caro amico del buon tempo, a chiarirgli la situazione.
Chi era piú, lui? Nessuno. Non solo perché aveva perduto tutto il suo; non solo
perché s’era ridotto in quella misera, avvilente condizione di galoppino, con
l’abito stinto, il cappello spelato, le scarpe sdrucite. No, no. Non era piú,
veramente, nessuno, perché non c’era piú niente in lui, fuorché l’aspetto (e pur
esso tanto cangiato, irriconoscibile!) di quel Matteo Sinagra ch’egli era stato
fino a tre anni fa. In questo galoppino uscito or ora di casa né lui si sentiva
né gli altri lo riconoscevano. E dunque? Chi era lui? Un altro, che ancora non
viveva: che bisognava imparasse a vivere, se mai, una nuova vita, meschina,
affliggente, da dieci lirette al giorno. E ne valeva la pena? Matteo Sinagra, il
vero Matteo Sinagra era morto, morto assolutamente, tre anni fa.
Questo gli avevano detto con la piú ingenua crudeltà gli occhi di quell’amico
incontrato per caso quella mattina.
Ritornato in paese dopo circa sei anni d’assenza, questo amico non sapeva nulla
della sciagura di lui. Passando per via, non lo aveva riconosciuto.
– Matteo? Ma come? Sei tu Matteo Sinagra?
– Dicono...
– Ma come?
E gli occhi, quegli occhi, erano rimasti a mirarlo con tale espressione di
smarrimento e insieme di pietà e di ribrezzo, ch’egli tutt’a un tratto s’era
veduto in essi morto, assolutamente morto, senza piú neanche un briciolo in sé
di quella vita che Matteo Sinagra aveva avuto.
E allora, appena quell’amico, non sapendo piú trovare una parola, uno sguardo,
un sorriso da rivolgere a quest’ombra, gli aveva voltato le spalle, aveva avuto
l’impressione strana che tutte le cose, a un tratto, proprio gli si fossero
vôtate d’ogni senso, tutta la vita gli si fosse fatta vana.
Ma da ora soltanto? – No... Perdio! Da tre anni così... Da tre anni era morto,
da ben tre anni... E ancora stava lì, in piedi?.. camminava... respirava...
guardava? Ma come?... Se non era piú niente! se non era piú nessuno! Con
quell’abito addosso, di tre anni fa... con quelle scarpe di tre anni fa, ancora
ai piedi...
Via, via, via: non si vergognava? Un morto, ancora in piedi? A cuccia, là, al
cimitero!
Tolto di mezzo l’ingombro di questo morto, alla vedova, alle due orfanelle
avrebbero pensato i parenti.
Matteo Sinagra s’era tastata nel taschino del panciotto la rivoltella, sua fida
compagna di tant’anni. E senz’altro, eccolo per la via che conduce al cimitero.
È una cosa davvero divertente, un godimento inaudito. Un morto, che se ne va da
sé, co’ suoi piedi, piano piano, con tutto il comodo, al suo destino.
Matteo Sinagra lo sa perfettamente, che è un morto: un morto vecchio, anche: un
morto di tre anni, che ha avuto tutto il tempo di votarsi d’ogni rimpianto della
vita perduta.
Ora è leggero leggero: una piuma! Ha ritrovato se stesso; è entrato nella sua
qualità, d’ombra di se stesso. Libero d’ogni ostacolo, scevro d’ogni afflizione,
esente da ogni peso, va a riposarsi comodamente.
Ed ecco: quella via che conduce al cimitero, a farla così da morto, per l’ultima
volta, senza ritorno, gli si rappresenta in un modo nuovo, che lo riempie d’una
gioja di liberazione, che è veramente già fuori della vita, oltre la vita.
I morti la fanno in carrozza, chiusi e saldati in una doppia cassa, di zinco e
di noce. Egli cammina, respira, può volgere il collo di qua e di là, a guardare
ancora
E guarda con occhi nuovi le cose che non sono piú per lui, che per lui non hanno
piú senso.
Gli alberi... oh guarda! erano così gli alberi? erano questi? E quei monti
laggiú... perché? quei monti azzurri, con quella nuvola bianca sopra... Le
nuvole... che cose strane!... E là, in fondo, il mare... Era così? Quello, il
mare?
E un sapore nuovo ha l’aria, che gli entra nei polmoni, una soavità di
refrigerio su le labbra, nelle narici... L’aria... ah, l’aria... Che delizia! La
respira... ah, la beve ora, come non l’ha mai bevuta di là nella vita; come
nessuno che stia nella vita, può berla! È aria come aria; non respiro per
vivere. Tutta questa infinita, avvolgente delizia mica la possono avere gli
altri morti, che se ne vanno per quella via in carrozza, tesi, stirati,
attuffati nel bujo d’una cassa. Neanche i vivi la possono avere, i vivi che non
sanno che cosa voglia dire goderla dopo, così, una volta e per sempre: eternità
viva, presente, fremente!
Ancora è lunga, la via. Ma egli già potrebbe fermarsi qui; è nell’eternità; vi
cammina, vi respira, in un’ebbrezza divina, ignota ai vivi.
– Mi vuoi? Portami con te...
Un sasso. Un sasso della via. E perché no?
Matteo Sinagra si china, lo raccatta, lo pesa nella mano. Un sasso... Erano così
i sassi? erano questi? Sì, eccolo, un piccolo frantume di roccia, un pezzo di
terra viva, di tutta questa terra viva, un frantume dell’universo... Eccolo qua:
in tasca; verrà con lui.
E quel fiorellino?
Ma sì, anch’esso, qua qua, all’occhiello di questo morto, che se ne va da sì,
così alieno, sereno e felice, coi suoi piedi, alla sua fossa, come a una festa,
col fiorettino all’occhiello.
Ecco l’entrata del cimitero. Un’altra ventina di passi, e il morto sarà a casa
sua. Niente lagrime. Ci viene da sé, con passo svelto, e con quel fiorettino
all’occhiello.
Fanno un bel vedere questi cipressi di guardia al cancello. Oh, è una casa
modesta, in vetta a un poggio, tra gli olivi. Ci saranno, sì e no, un centinaio
di gentilizie, senz’alcuna pretesa d’arte; cappelletto con un altarino, il
cancelletto e un po’ di fiori attorno.
È proprio, per i morti, una dimora invidiabile, questo cimitero. Lontano dal
paese, i vivi ci vengono di raro.
Matteo Sinagra entra e saluta il vecchio custode che sta seduto davanti
all’uscio della sua casetta, a destra dell’entrata, con lo scialle bigio di lana
su le spalle ed il berretto gallonato sul naso
– Ehi, Pignocco!
Pignocco dorme.
E Matteo Sinagra resta a contemplar quel sonno dell’unico vivo fra tanti morti,
e – in qualità di morto – ne prova dispiacere, una certa irritazione. `
S’ha un bel dire. Fa bene ai morti pensare che un vivo vegli sul loro sonno e
stia in faccende sopra la terra che li ricopre. Sonno sopra, sonno sotto: troppo
sonno. Bisognerebbe svegliare Pignocco; dirgli:
– Eccomi qua; sono dei tuoi. Sono venuto da me, coi miei piedi, per far
risparmiare un po’ di soldi ai miei parenti. Ma è questa la cura che tu ti
prendi di noi?
Oh via, che cura, povero Pignocco! Che bisogno di custodia hanno i morti? Quando
ha annaffiato qua e là qualche ajuola; quando ha acceso in questa e in quella
gentilizia qualche lampadina che non fa lume a nessuno; quando ha spazzato le
foglie morte dai vialetti; che altro gli resta da fare? Non fiata nessuno lì
dentro. Il ronzio delle mosche allora e il lento stormire degli smemorati olivi
sul poggio lo persuadono a dormire. Sta in attesa anche lui della morte, povero
Pignocco; e in quel l’attesa, ecco qua, provvisoriamente dorme sopra i tanti
morti che dormono per sempre sotto.
Forse si sveglierà tra poco, allo scoppio secco della rivoltella. Ma forse,
neppure. È così piccola la rivoltella, e lui dorme così profondamente... Piú
tardi, verso sera, allorché prima di chiudere il cancello, si recherà in giro a
fare un’ultima ispezione, troverà un ingombro nero in quel vialetto, là in
fondo.
– Oh! E che roba è questa?
Niente, Pignocco. Uno che deve andar sotto. Chiama, chiama che gli apparecchino
il letto, giú, alla meglio, senza tanti riguardi. Per risparmio di spese ai
parenti è venuto da sé, e anche per il piacere di vedersi così, prima, morto tra
morti, a casa sua, arrivato a destino in buona salute, con gli occhi aperti, in
perfetta coscienza. Lasciagli in tasca il sasso che si è seccato anch’esso di
stare al sole su la strada. E lasciagli anche il fiorellino all’occhiello, che è
la sua civetteria di morto in questo momento. Se l’è colto e se l’è offerto da
sé, per tutte le corone che i parenti e gli amici non gli offriranno. È qua
ancora sopra la terra; ma è proprio come se fosse venuto da sotto, dopo tre
anni, per curiosità di vedere che effetto fanno sul poggio queste tombe
gentilizie, queste ajuole, questi vialetti inghiaiati, queste croci nere e
queste corone di latta nel campo dei poveri.
Un bell’effetto, veramente. E zitto zitto, in punta di piedi, Matteo Sinagra,
senza svegliare Pignocco, s’introduce.
È ancora presto per andare a dormire. Vagherà per i vialetti fino a sera,
curiosando (da morto, s’intende); aspetterà che sorga la luna, e buona notte.
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