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II
Tra quell’ampia chiostra di monti azzurrini qua e là spaccata da vaporose
vallate, fosche di guerci e d’abeti, gaje di castagni, Péola, col suo mucchietto
di tetti roggi e i suoi quattro campaniletti scuri, le anguste piazzette sbieche
e le viuzze scoscese tra case piccole vecchie e case un po’ piú grandi nuove,
aveva dunque il privilegio d’ospitare la vedova di quel giornalista Loffredi,
della cui tragica morte ancora avvolta nel mistero si seguitava di tanto in
tanto a parlare nei giornali delle grandi città. Privilegio non comune, poter
sapere dalla viva voce di lei tante cose che gli altri, nelle grandi città, non
sapevano; ma anche solamente vederla e poter dire:
– Il Loffredi, vivo, tenne stretta fra le braccia quella cosina lì!
I "civili" di Péola ne erano tutti insuperbiti. Quanto ai cani, credo che in
verità avrebbero seguitato a dormire pacificamente sdrajati per le viuzze e le
piazzette del paese senza il minimo sentore di quel privilegio non comune, se
tutt’a un tratto, essendosi sparsa la voce della cattiva impressione che avevano
fatto e facevano col loro sonno continuo alla signora Lucietta la gente, specie
i giovinetti ma anche gli uomini maturi, non si fossero messi a disturbarli, e
cacciarli via a calci, o pestando i piedi e battendo le mani, per chiasso.
Le povere bestie si levavano da terra, piú stupite che seccate; guardavano di
traverso, alzando appena un’orecchia: poi, alcune, ballonzolando su tre zampe
con la quarta aggranchita e rattratta, andavano a sdrajarsi piú là. Ma che
cos’era accaduto?
Forse l’avrebbero capito, se fossero stati cani un poco piú intelligenti e meno
imbalorditi dal sonno. Bastava, santo Dio, fermarsi un po’ a guardare dalle
imboccature della Piazzetta ove a nessuno di loro era piú permesso, non che di
sdrajarsi, ma neppur di passare di corsa.
C’era in quella Piazzetta l’ufficio del telegrafo.
Si sarebbero accorti (se fossero stati cani un poco più intelligenti) che tutti,
passando di là, specialmente i giovinotti, ma anche gli uomini maturi, pareva
entrassero in un’altra aria, piú vivida, per cui il passo, i moti della persona,
diventavano subito piú svelti, piú agili; e le teste si rigiravano come se, per
un tuffo di sangue improvviso, non trovassero piú da rassettarsi entro il giro
del colletto inamidato, e le mani si davano un gran da fare per tirar giú il
panciotto e accomodar la cravatta.
Attraversata la piazzetta, erano poi tutti com’ebbri, ilari e nervosi; e,
vedendo un cane:
– Passa via!
– Fuori dai piedi!
– Via di qua, brutta bestiaccia!
E anche sassate – non bastavano i calci – anche sassate tiravano, ohè!
Per fortuna, in ajuto di quei poveri cani, qualche finestra si spalancava di
furia, e una testa di donna, con occhi feroci, tra due pugna tese rabbiosamente
s’avventava a gridare:
– Ma che v’ha preso, manigoldi, contro codeste povere bestie?
Oppure:
– Anche lei? Anche lei, signor notajo? Come non si vergogna, scusi? Ma guarda
che calcio a tradimento, povera bestiolina! Qua, cara, vieni qua... La zampina,
guardate... le ha storpiata la zampina e se ne va col sigaro in bocca, come se
non sapesse niente, vergogna, un uomo serio!
In breve, una vivissima simpatia venne a stabilirsi tra le brutte donne di Péola
e quei poveri cani presi così tutt’a un tratto a perseguitare da’ loro uomini,
mariti, padri, fratelli, cugini, fidanzati e in fine, per contagio, anche da
tutti i ragazzacci.
Quell’aria nuova, che i loro uomini respiravano da alcuni giorni e per cui
avevano gli occhi così lustri e l’aspetto stralunato, esse sì, le donne, un poco
piú intelligenti dei cani (almeno alcune) l’avevano avvertita subito. S’era come
diffusa sui raggi tetti ammuffiti e in ogni angolo del vecchio sonnolento
paesello e lo ilarava tutto (agli occhi degli uomini, s’intende).
Ma sì. La vita... – angustie, noje, amarezze... – poi, tutt’a un tratto, ecco,
si ride... Oh Dio, così... per niente – si ride. Se dopo giorni e giorni di
bruma e di pioggia spunta un occhio di sole, non s’allegrano tutti i cuori? non
traggono tutti i petti un respiro di sollievo? Ebbene, che cos’è? Niente, un
occhio di sole; e la vita appare subito un’altra. Il peso della noja
s’alleggerisce; i pensieri piú cupi s’inazzurrano; chi non è voluto uscir di
casa, viene all’aperto... Ma sentite che buon odore di terra bagnata? Oh Dio
come si respira bene... Frescura di funghi, eh? E tutti i disegni per la
conquista dell’avvenire diventano facili, agevoli; e ciascuno si scrolla
d’addosso il ricordo delle bussate piú solenni, riconoscendo che, via, aveva
dato ad esse troppa importanza. Che diamine, su, su! Che, su? Ma sì, bisogna
tenersi su... I baffi? Ma sì, anche i baffi su!
– Cara, perché non ti pettini un pochino meglio?
Effetti dell’occhio di sole spuntato improvvisamente a Péola nella piazzetta
dell’ufficio telegrafico. Oltre la persecuzione ai cani, questa domanda di tanti
mariti alla loro moglie:
– Perché, cara, non ti pettini un pochino meglio?
E mai, certo, da anni e anni, al Circolo, per via, nelle case, a passeggio,
avevano canticchiato tanto, senza volerlo, senza saperlo, i "civili" di Péola.
La signora Lucietta vedeva e sentiva tutto questo. Il guizzare di tanti
desiderii da occhi accesi che la seguivano in tutte le mosse e la carezzavano
con lo sguardo voluttuosamente’ il calore di simpatia che la avvolgeva,
inebriarono in breve anche lei.
Non ci sarebbe voluto tanto, perché già fremeva, friggeva di per sé, la signora
Lucietta. Che impiccio le davano certe ciocchette di capelli. che le cadevano su
la fronte appena chinava il capo per seguire con gli occhi il nastro di carta
punteggiato che si svolgeva dalla macchinetta ticchettante sul tavolino
dell’ufficio! Scrollava il capo e quasi sobbalzava, come per un vellicamento di
sorpresa. E che improvvise caldane e che subitanei arresti di respiro, che
finivano a un tratto in una stanca risatina! Oh, ma piangeva anche, sì, sì,
piangeva in certi momenti, senza saper perché. Lagrime calde, brucianti, per un
oscuro improvviso scompiglio nella mente, per uno strano orgasmo, che le dava un
serpeggiar di smanie per tutto il corpo, un’insofferenza... Non poteva frenarle,
quelle lagrime, e sbuffava, sbuffava di stizza, ma poi, subito dopo, per un
nonnulla, ecco, si rimetteva a ridere.
Per non pensare a niente, per non andare svolazzando con la fantasia dietro ogni
immagine comica o pericolosa, per non sorprendersi assorta in certe previsioni
inverosimili, l’unica era d’attendere giudiziosamente al suo ufficio;
raccogliersi, prendere a due mani e tener ben ferma l’attenzione; perché tutto
procedesse là dentro in perfetta regola, con perfetto ordine. E ricordarsi,
ricordarsi sempre che a casa intanto, affidati a una vecchia serva molto stupida
e rozza, c’erano i suoi due poveri piccini orfani. Che pensiero era questo!
Tirarli su, da sola, col suo lavoro, col suo sacrificio, quei figliuoli!
miseramente, pur troppo; oggi qua, domani là, randagia con essi... E poi, quando
sarebbero cresciuti, quando si sarebbero fatta una vita per loro, forse del suo
sacrificio, di tutte le sue pene non avrebbero tenuto alcun conto. No, via! via!
Erano ancor tanto piccini... Perché immaginare queste cose brutte? Sarebbe stata
vecchia, lei, allora; sarebbe passato comunque il suo tempo; e quando il tempo è
passato e si è vecchi, anche ai ricordi tristi siamo già abituati a far buon
viso...
Chi diceva così? Lei, lo diceva. Ma non perché veramente le sorgessero spontanee
nell’animo queste considerazioni affliggenti. Passava ogni mattina dall’ufficio,
e talvolta anche sul tramonto, quando usciva dal Municipio, il segretario
comunale, quel signor Silvagni incontrato sul treno. Si tratteneva un momento,
lì sull’uscio o davanti lo sportello; le parlava di cose aliene, anche liete;
rideva con lei della caccia che si dava ai cani, per esempio, e delle difese che
ne prendevano le donne brutte del paese. Ma negli occhi di quell’uomo, in quei
grandi occhi chiari, intenti e tristi che le restavano a lungo impressi nella
memoria dopo ch’egli se n’era andato via, la signora Lucietta leggeva quelle
considerazioni affliggenti. Il pensiero dei figliuoli, ogni volta, chi sa
perché?, glielo richiamava lui, angosciosissimo; pur senza ch’egli ne avesse
chiesto affatto o glien’avesse fatto parola per incidenza.
Tornava a sbuffare, a ripetersi che i suoi figliuoli erano ancor tanto
piccini... e dunque, via! perché avvilirsi? non doveva e non voleva. Là, su, su,
coraggio! Era giovine lei, per ora.. tanto giovine... e dunque...
– Come dice, signore? Ma sì: conti le parole del telegramma, e poi calcoli due
soldi di piú. Vuole un modulo a stampa? No? Ah, tanto per saperlo... Ho capito.
A rivederla, signore... Ma di niente, si figuri...
Quanti ne entravano all’ufficio a rivolgerle di quelle stupide domande! Come non
ridere? Eran pur buffi davvero tutti quei signori di Péola. E quella commissione
di giovinetti, soci del Circolo di compagnia, col loro bravo presidente anziano,
entrata all’ufficio una mattina per invitarla alla famosa festa da ballo
annunziatale in treno dal signor Silvagni! Che scena! Tutti con gli occhi
spiritati, che da un canto pareva se la volessero mangiare e dall’altro
provassero una strana maraviglia nell’accorgersi che da vicino ella aveva il
nasetto così e così, così e così la bocca e gli occhi e la fronte, per non
parlare che della testa soltanto! Ma i piú impertinenti erano anche i piú
impacciati. Nessuno sapeva come cominciare:
– Vorrà farci l’onore... – È consuetudine annuale, signora... – Una piccola
soirée dansante... – Oh, ma senza pretese, si figuri! – Festa in famiglia... –
Ma sì, lasciate dire! – È consuetudine annuale, signora... – Ma via, che dice!
basta che voglia veramente onorarci...
Si torcevano, si strizzavano le mani, si guardavano in bocca l’un l’altro
nell’atto che si buttavano a parlare, mentre il presidente, che era anche il
sindaco del paese, s’intozzava sempre piú, paonazzo dalla stizza. S’era
preparato il discorso, lui, e non glielo lasciavano dire. S’era passato anche il
cerotto con gran cura su la lunga ciocca di capelli rigirata sul cranio e aveva
infilato i guanti canarini e inserito due dita, dignitosamente, tra i bottoni
del panciotto.
– È consuetudine annuale, signora...
La signora Lucietta, confusa, per quanto con una gran voglia di ridere e tutta
vermiglia in volto per quei pressanti inviti, piú degli occhi cupidi che delle
labbra impacciate, cercò di schermirsi in prima: era ancora a lutto, lo
sapevano... e poi, i due figliuoli... stava con loro la sera soltanto... non li
vedeva per tutto il giorno... era usa metterli a letto lei... e poi aveva tante
cose a cui attendere...
– Ma via! per una sera... – Poteva anche venire dopo averli messi a letto... – E
non c’era la serva?... per una sera!
A uno dei giovanotti, nella furia, scappò detto finanche:
– Il lutto? Ma che sciocchezza!
Ebbe una gomitata in un fianco e non fiatò piú.
La signora Lucietta promise in fine che sarebbe andata, o piuttosto che avrebbe
fatto di tutto per andare; ma poi, quando tutti se ne furono andati, rimase a
guardarsi nella manina bianca posata su la veste nera il cerchietto d’oro che il
Loffredi sposando le aveva messo al dito. La sua manina era allora così gracile:
manina di ragazzetta; e ora che le dita erano un po’ ingrossate, quell’anellino
le faceva male. Così stretto era, che non poteva cavarselo piú.
III
Nella camera da letto del vecchio quartierino mobigliato la signora Lucietta ora
stava a dire a se stessa di no, che non sarebbe andata; e intanto dondolava –
aòh – su le ginocchia il suo angioletto biondo, vestito di nero – aòh, aòh –
questo suo piú piccino, caro caro. che voleva ogni sera addormentarsi in braccio
a lei.
L’altro, il maggiore, spogliato dalla vecchia serva taciturna, s’era messo da sé
per benino nel suo tettuccio e... sì? Sì sì, che bellezza! già dormiva.
Con la maggior leggerezza di mano possibile la signora Lucietta prendeva ora a
svestire il piccino già addormentato anch’esso in grembo a lei; pian pianino le
scarpette, una e due; Pian pianino i calzini, uno... e due, e via ora i
calzoncini insieme con le mutandine... e ora, ah ora veniva il difficile:
sfilare i braccini dalle maniche del giubbetto alla cacciatora: su, piano piano,
con l’ajuto della serva... non così, di qua... sì, giú... piano... piano, ecco
fatto! E ora da quest’altra parte...
– No, amore... Sì, qua, qua con la mamma tua... è mamma tua qua... Lasciate,
faccio da me... Rimboccate la coperta, piuttosto... sì, costà, pian pianino...
Ma perché poi così tanto pian pianino?
A un anno appena dalla tragica morte del marito voleva proprio andare a ballare?
No, non sarebbe andata forse la signora Lucietta, se tutt’a un tratto, uscita
dalla camera da letto nell’attigua saletta d’ingresso, non avesse visto davanti
la finestra chiusa di quella saletta un prodigio, un vero prodigio.
Stava da tanti giorni in quel quartierino d’affitto, e non s’era neanche accorta
che davanti la finestra della saletta d’ingresso ci fosse un vecchio portafiori
di legno, tutto impolverato.
In quel portafiori, quasi all’improvviso, fuor di stagione, era sbocciata una
magnifica rosa rossa.
La signora Lucietta restò dapprima a mirarla, stupita tra lo smortume della
tappezzeria grigiastra, di quella sudicia soletta. Poi, dalla gioja di quella
rosa rossa ebbe come un tuffo nel sangue. Vide vivo lì in quella rosa il suo
desiderio ardente di godere una notte almeno. E liberatasi d’un tratto dalla
perplessità che finora la aveva tenuta, dall’orrore dello spettro del marito,
dal pensiero dei figli, corse, staccò dal gambo quella rosa e istintivamente,
presentandosi davanti allo specchio su la mensola, se la accostò al capo.
Sì, là! Con quella sola rosa tra i capelli sarebbe andata alla festa, e i suoi
vent’anni, e la sua gioja vestita di nero...
– Via!
IV
Fu l’ebbrezza. fu il delirio, fu la pazzia.
Al suo primo apparire, quando già quasi tutti avevano perduto la speranza
ch’ella venisse, le tre cupe sale del Circolo a pianterreno. divise da due
larghe arcate, malamente illuminate da lampade a petrolio e da candele, parve
che all’improvviso sfolgorassero di luce, tant’era acceso e quasi sbigottito dal
fremito interno del sangue il suo visino, e così fulgidamente le sfavillarono
gli occhi e così pazza di gioja le strideva quella rosa di fuoco tra i capelli
neri.
Tutti gli uomini perdettero la testa. Irresistibilmente, sciolti d’ogni freno di
convenienza, d’ogni riguardo alla gelosia delle mogli o delle fidanzate,
all’invidia delle zitellone, figliuole, sorelle, cugine, sotto colore che
bisognava accogliere con festa l’ospite forestiera, accorsero a lei in folla,
con vivaci esclamazioni, e lì per lì, subito, poiché già le danze erano
cominciate, senza neanche darle tempo di volgere un’occhiata attorno, presero a
contendersela tra loro. Quindici, venti braccia le s’offrirono col gomito teso.
Tutti da prendere; ma quale per primo? A uno per volta, sì... Avrebbe un po’ per
volta ballato con tutti. Ecco, largo! largo! Su, e la musica? Ma che facevano i
musicanti? S’erano anch’essi incantati a mirare? Musica! musica!
E via, tra i battimani, ecco spiccata la prima danza col vecchio sindaco e
presidente del Circolo, in abito lungo.
– Ma bravo! ma bravo!
– Che scosci, guardate!
– Uh, le falde della finanziera... guardate, guardate quelle falde, come
s’aprono e chiudono su i calzoni chiari!
– Ma bravo! ma bravo!
– Oh Dio, la ciocca! la ciocca incerottata... gli si stacca la ciocca!
– Che? La conduce a sedere? Digià? – E altre quindici, venti braccia col gomito
teso le si parano davanti.
– Con me! con me!
– Un momento! un momento’
– L’ha promesso a me!
– No, prima a me!
Dio, che scandalo! Per miracolo non facevano a strattarsi l’un l’altro.
I respinti, in attesa che venisse il loro turno, si recavano mogi mogi a
invitare altre dame, delle loro; qualcuna piú brutta, accettava ingrugnata; le
altre, indignate, stomacate rifiutavano con un:
– Grazie tante! – a schizzo.
E si scambiavano tra loro con occhi feroci sguardi di schifo, qualcuna scattava
da sedere, faceva cenni violenti di volersene andare; invitava questa o
quell’amica a seguirla: via tutte! via tutte! Non s’era mai vista simile
indecenza!
Alcune quasi piangenti, altre tremanti di rabbia, si sfogavano con certi
omicelli stremenziti nei vecchi abitucci lustri, di taglio antico, odoranti di
pepe e di canfora. Come foglie secche, per non esser rapiti dal turbine, s’erano
costoro ritratti al muro, riparati tra le oneste gonne di seta delle loro mogli
o cognate o sorelle, goffe gonne a sbuffi e a falbalà, stridenti dei piú vivaci
colori, verdi, gialle, rosse, celesti, che ermeticamente, con gran conforto
delle loro nari e della loro coscienza, custodivano, così prese dal tanfo delle
onorate cassapanche, gli arcigni pudori provinciali.
Il caldo a poco a poco nelle tre sale s’era fatto soffocante. Quasi una nebbia
s’era diffusa dal vaporare della bestialità di tutti quegli uomini; bestialità
ansante, bollente, paonazza, sudata, che del sudore, nelle brevi tregue
allucinate, profittava con occhi folli per rassettarsi, incollarsi, rilisciarsi
con mani tremanti sul capo, su le tempie, su la nuca i capelli bagnati, irsuti.
E si ribellava ormai, quella bestialità con tracotanza inaudita a ogni richiamo
della ragione: veniva una volta l’anno la festa! Del resto, nulla di male! Zitte
e a posto le donne!
Fresca. leggera, tutta compresa nella sua gioja che respingeva ogni contatto
brutale, ridendo e guizzando con scatti improvvisi, per appagarsi di se stessa,
intatta e pura in quel suo momento di follia, agile fiamma volubile in mezzo al
tetro fuoco di tutti quei ciocchi congestionati, la signora Lucietta, vinta la
vertigine, divenuta lei stessa vertigine, ballava, ballava, senza piú nulla
vedere, senza piú distinguere nessuno; e gli archi delle tre sale, i lumi, i
mobili, le stoffe gialle, verdi, rosse, celesti delle signore, gli abiti neri e
i candidi sparati delle camice degli uomini, tutto le s’avvolgeva ormai attorno
in strisci vorticosi. Si staccava d’un balzo dalle braccia d’un ballerino,
appena lo sentiva stanco, pesante, ansimante, e subito si buttava tra altre
braccia, le prime che si vedeva tese davanti, e via, via per riavvolgersi in
quegli strisci vorticosi, per farsi girare ancora attorno in frenetico
scompiglio tutti quei lumi e tutti quei colori.
Seduto nell’ultima sala, accosto al muro in un canto quasi in ombra, Fausto
Silvagni, con le mani sul pomo del bastone e su le mani la grossa barba fulva,
da circa due ore la seguiva coi grandi occhi chiari, animati da un benigno
sorriso. Egli solo intendeva tutta la purezza di quella folle gioja, e ne
godeva; ne godeva come se quel tripudio innocente fosse un dono della sua
tenerezza a lei.
Tenerezza solo? ancora solo tenerezza? non gli palpitava già troppo dentro, per
essere ancora solo tenerezza?
Da anni e anni Fausto Silvagni con quei suoi occhi intenti e tristi guardava
come da lontano ogni cosa; come remote ombre evanescenti, gli aspetti vicini; e
dentro di sé, i suoi stessi pensieri e i suoi sentimenti.
Fallita per avversità di casi, per gravosi obblighi meschini la sua vita, spenta
sul piú bello la luce di tanti sogni tenuta fin da ragazzo accesa con l’ardore
di tutta l’anima (sogni che ora non poteva richiamare al suo ricordo senza
strazio e senza rossore), rifuggiva dalla realtà, nella quale era costretto a
vivere. Ci camminava; se la vedeva attorno; la toccava; ma nessun pensiero,
nessun sentimento ne veniva piú a lui; e anche se stesso vedeva come lontano da
sì, perduto in un esilio angoscioso.
Ora, in questo esilio, un sentimento all’improvviso era venuto a raggiungerlo;
un sentimento ch’egli avrebbe voluto tener discosto per non riconoscerlo ancora.
Non avrebbe voluto riconoscerlo, ma non osava piú neanche scacciarlo.
Non era forse volata da’ suoi sogni lontani, questa cara folle Atina vestita di
nero, con una rosa di fiamma tra i capelli? Potevano anche essere i suoi sogni
stessi, divenuti vivi, ora, in questa Atina, perchè egli, non avendo potuto
raggiungerli allora sott’altra forma, in questa se li stringesse vivi e spiranti
tra le braccia... Chi sa! Non poteva fermarla, trattenerla e ritornare per essa
e con essa finalmente dal suo lontano esilio? Se egli non la fermava, se egli
non la tratteneva, chi sa dove e come sarebbe andata a finire, quella povera
fatina folle. Aveva bisogno d’ajuto, anche lei, bisogno di guida e di consiglio,
così sperduta anche lei in un mondo non suo, e con quella gran voglia di non
perdersi, ma anche ahimé, di godere. Quella rosa lo diceva, quella rosa rossa
tra i capelli...
Fausto Silvagni guardava da un pezzo, costernato, quella rosa. Non sapeva
perché. La vedeva su quel capo come una fiamma... Si scoteva tanto quella
testolina folle; come non cascava quella rosa? Ebbene, temeva di questo? Non
sapeva dirselo, e seguitava a guardarla, costernato.
Dentro, intanto, sotto sotto, il cuore gli diceva, tremando:
– "Domani; domani o uno di questi giorni, parlerai... Ora lascia ch’ella balli
così, come una fatina folle..."
Ma ormai la maggior parte dei cavalieri cascavano a pezzi dalla stanchezza; si
dichiaravano vinti e si voltavano attorno, come ubriachi, in cerca delle loro
donne andate via. Solo sei o sette ancora resistevano, accaniti, tra cui due
anziani – chi l’avrebbe creduto? – il vecchio sindaco in abito lungo e il notajo
vedovo, tutt’e due in uno stato miserando, con gli occhi schizzanti dalle
orbite, le facce sudate, infocate, impiastricciate di tintura, la cravatta di
traverso, la camicia spiegazzata, tragici in quel loro furore senile. Erano
stati finora respinti dai giovanotti; ora, frenetici, si rilanciavano per farsi
buttare uno dopo l’altro come balle su le seggiole, appena compiuti due giri.
Era la stretta finale, l’ultima danza.
Se li vide tutti e sette attorno, sopra, aggressivi, furibondi, la signora
Lucietta.
– Con me! con me! con me! con me!
N’ebbe sgomento. D’un tratto le s’avventò agli occhi la bestiale sovreccitazione
di quegli uomini, e al pensiero ch’essi avessero potuto bestialmente accendersi
per la sua innocente festività, provò ribrezzo, onta. Volle fuggire, sottrarsi a
quell’aggressione: ma, allo scatto di cerbiatta, i capelli già un po’ allentati
le cascarono; e la rosa giú - a terra.
Fausto Silvagni si tirò su a guardare, come sospinto dal presentimento oscuro
d’un imminente pericolo. Ma già quei sette s’eran precipitati a raccogliere la
rosa. Riuscì a ghermirla il vecchio sindaco, a costo d’un tremendo sgraffio alla
mano.
– Eccola! – gridò, e corse con gli altri a porgerla alla signora Lucietta
riparata in fondo alla seconda sala per ricomporsi alla meglio i capelli. –
Eccola qua... Ma no, che grazie! Ora lei... – (non aveva piú fiato da parlare,
il vecchio sindaco; la testa gli ciondolava) – ... ora lei deve far la scelta...
ecco... deve offrirla, qua, a uno...
– Bravo! bene!
– A uno... a sua scelta... bravissimo!
– Vediamo! Vediamo!
– A chi ’offre? A sua scelta!
– Il giudizio di Paride!
– Silenzio! Vediamo a chi l’offre!
Anelante, col braccio teso e la bellissima rosa alta nella mano, la signora
Lucietta guardò quei sette infuriati, come, voltandosi nel sentirsi sopraffatta,
una preda inseguita i suoi assalitori. Intuì subito che volevano a ogni costo
ch’ella si compromettesse.
– A uno? a mia scelta? – gridò all’improvviso, con un lampo negli occhi. –
Ebbene, sì... a uno l’offrirò... Ma scostatevi prima... scostatevi tutti! No,
piú... piú... ecco, così... L’offrirò... l’offrirò...
Saettava con lo sguardo ora l’uno ora l’altro, come fosse incerta nella scelta e
incerti e goffi, con le mani protese e nelle facce brutali e stravolte una
smorfia d’implorazione sguajata, quei sette pendevano dal visino di lei ora
sfolgorante di malizia, allorché d’un balzo ella, sguizzando tra gli ultimi due
alla sua manca, prese la corsa verso la prima sala. Aveva trovato lo scampo:
offrire la rosa a uno di quelli che se n’erano stati tutta la serata quieti a
guardare, seduti accosto al muro: a uno qual si fosse, il primo che capitava in
direzione della corsa.
– Ecco qua! L’offro qua a...
Si trovò davanti i grandi occhi chiari di Fausto Silvagni. Smorì d’un tratto;
restò un momento come sospesa, confusa, tremante, alla vista del volto di lui;
le sfuggì un’esclamazione sommessa: – Oh Dio... – ma si riprese subito:
– Sì, per carità... ecco, a lei, prenda, prenda signor Silvagni!
Fausto Silvagni prese la rosa e si voltò con un sorriso vano, squallido, a
guardare quei sette che s’erano precipitati appresso a lei gridando come
ossessi:
– No, che c’entra lui? – A uno di noi! – Doveva offrirla a uno di noi!
– Non è vero! – protestò la signora Lucietta battendo un piede fieramente. – S’è
detto a uno, e basta! E io l’ho offerta qua al signor Silvagni!
– Ma questa è una dichiarazione d’amore bell’e buona! – gridarono allora quelli.
– Che? – ripigliò la signora Lucietta, facendosi in volto di bragia. – Ah,
nossignori, prego! Sarebbe stata una dichiarazione, se la avessi offerta a uno
di loro! Ma l’ho offerta al signor Silvagni, che non s’è mosso, tutta la serata,
e che dunque non può crederlo, è vero? non può crederlo! Come non possono
crederlo neanche loro!
– Ma sì, ma sì che noi lo crediamo! Lo crediamo invece benissimo! Anzi! tanto
piú lo crediamo; – protestarono quelli a coro. – Proprio a lui oh! proprio a
lui!
La signora Lucietta si sentì tutta sconvolgere da un dispetto feroce. Non era
piú uno scherzo ormai! la malignità schizzava da quegli occhi, da quelle bocche;
era chiara nei loro ammiccamenti, nei loro grugniti l’allusione alle visite del
Silvagni all’ufficio, alla bontà ch’egli le aveva dimostrato fin dal suo arrivo.
E quel pallore, intanto, quel turbamento di lui davano esca ai sospetti maligni.
Perché quel pallore, quel turbamento Poteva forse credere anche lui, che
ella?... Non era possibile! E perché allora? Forse perché lo credevano gli
altri! Invece d’impallidire e di turbarsi a quel modo, avrebbe dovuto
protestare! Non protestava; impallidiva sempre piú, e una crudele sofferenza gli
s’acuiva di punto in punto negli occhi.
Intuì tutto in un lampo la signora Lucietta, e n’ebbe come uno schianto. Ma in
quell’attimo d’angosciosa perplessità, di fronte alla sfida di quei sette
impudenti sconfitti che seguitavano a strillarle intorno con furia dilaniatrice:
– Ecco! ecco, vede? Lo dice lei, ma non lo dice lui!
– Come non lo dice? – gridò, lasciando prevalere, tra il guizzare e il cozzare
di tanti opposti sentimenti, il dispetto.
E, facendosi innanzi al Silvagni, agitata da un fremito convulso, guardandolo
negli occhi, gli domandò:
– Può lei credere sul serio che, offrendole codesta rosa, io abbia voluto farle
una dichiarazione?
Fausto Silvagni restò un momento a guardarla con quel sorriso squallido di nuovo
sulle labbra.
Povera Atina, forzata dall’impeto bestiale di quegli uomini a uscire dal cerchio
magico di quella pura gioja, di quell’innocente ebbrezza, nella quale come una
pazzerella s’era aggirata! Ecco che ora, pur di difendere di tra l’accanimento
dei brutali appetiti di quegli uomini l’innocenza del dono di quella rosa,
l’innocenza di quella sua folle gioja d’una sera, esigeva da lui la rinunzia a
un amore che sarebbe durato per tutta la vita, una risposta che valesse per ora
e per sempre, la risposta che doveva far subito appassire tra le sue dita quella
rosa.
Sorgendo in piedi e guardando con fredda fermezza quegli uomini negli occhi,
disse:
– Non solo non posso crederlo io; ma stia sicura che non lo crederà mai nessuno,
signora. Ecco a lei la rosa; o non posso, la butti via lei.
La signora Lucietta riprese con mano non ben ferma quella rosa e la buttò via in
un canto.
– Ecco, sì grazie – disse; sapendo bene ormai ciò che con quella rosa d’un
momento aveva buttato via per sempre.
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