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Prima
pubblicazione: La lettura novembre 1914, poi in E domani, lunedì, Treves,
Milano 1917.
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INTRODUZIONE
di Maria
Amici
“La rosa”, novella di Luigi Pirandello…
da
Nephelai
La protagonista, Lucietta, sin dall’esordio
della novella si rivela personaggio già variato. In treno – il luogo
pirandelliano tipico dei momenti di ‘rivelazione’ e di ‘svolta’ –, si reca
alla sua nuova destinazione, in cui è stata assunta quale telegrafista, con
i due figli piccoli: è vedova di un uomo che la sposò, giovanissima,
suggerisce l’Autore, come una «bamboletta»; la morte di quegli, dai contorni
ambigui, l’ha costretta a vender casa, e l’‘occhio sociale’, cui non sa
sfuggire, a considerare da un lato la vita di prima più agiata di quanto non
fosse, e dall’altro la condotta del marito più onesta, la sua morte più
lineare se non addirittura eroica, «una vendetta politica».
Nelle pieghe della narrazione, trapela la
critica alla disagiata condizione femminile reificata e manipolata per
sottintesi interessi sessuali, così come la reazione della donna, che ad un
livello morale mediocre e alle convenzioni non sfugge.
Sul treno, la donna incontra il segretario
comunale dello stesso paese verso cui sta viaggiando, un uomo malinconico,
che la colpisce superficialmente per la sua aria e le sue parole da
pensatore, da «filosofo»; i suoi «due occhi grandi, intenti e tristi», anzi,
senza che lui lo voglia la infastidiscono, come segno dell’estraneità del
mondo che le sarebbe sempre rimasto «lontano, lontanissimo e ignoto».
Ugualmente, l’uomo appare remoto, lui e le
sue osservazioni vaghe – come una di esse, interessante per i richiami
intertestuali pirandelliani che evoca, a specchio come il riflesso del
lanternino dello scompartimento che appare, ‘dietro il vetro’, come una
luce esterna che segue l’essere umano ed esiste solo con lui e per lui:
«come la fede… [ – quegli nota – ].
Accendiamo noi il lume di qua, nella vita; e lo vediamo anche di là;
senza pensare che se si spegne qua, di là non c’è più lume».
Il sonnacchioso paese è pressoché sconvolto
dall’arrivo della nuova telegrafista, sia nella componente maschile, che
entra in uno stato di sovraeccitazione che non ha come sfogarsi se non, nel
tocco paradossale e corrosivo di Pirandello, con ..pedate a tradimento ai
cani randagi, quegli stessi che, nella conversazione in treno, alla vedova
avevano significato l’accidia costante del paese; sia in quella femminile,
specialmente tra le «brutte donne», improvvisamente, per reazione di
gelosia, solidale alle «povere bestie».
Significativamente stretta dall’anellino
nuziale che non riesce più a levarsi dalla mano cresciuta, l’attraente
vedova rinuncerebbe all’invito a una festa da ballo rivoltole dai soliti
‘ronzoni’ così spesso impietosamente ritratti dall’Autore, se inaspettata,
in un vaso dentro casa, altrettanto allusivamente non fosse spuntata una
«magnifica rosa rossa» a risvegliare vanità, forse sensualità, desiderio di
ammirazione, la sua «gioja vestita di nero», la «gioja» dei suoi
«vent’anni».
Già durante il viaggio il segretario aveva
preannunciato alla signora l’avvenimento:
«fra pochi giorni avremo al Circolo una
festa da ballo.
- Ah…
E la signora Lucietta lo guardò come colta in un lampo dal sospetto, che
anche questo signore si volesse burlar di lei.
- Ballano i cani? – domandò.
- No: i “civili” di Pèola…»
Appunto tra questi «“civili”», causticamente
virgolettati, nell’amaro umorismo pirandelliano «tragici in quel loro furore
senile», appena la vedova fa il suo ingresso, di nuovo
«Fu l’ebbrezza, fu il delirio, fu la
pazzia».
L’arrivo della donna, della sua femminilità
sbocciata come la rosa – non una metafora sconosciuta, per lo studioso di
letteratura – e, involontariamente?, offerta, sfrena le invidie cariche di
ripicca delle donne e soprattutto il parossismo del desiderio nei maschi
eccitati.
Nella sala, si diffonde la «nebbia» vaporante
della
«bestialità di tutti quegli uomini;
bestialità ansante, bollente, paonazza, sudata, che del sudore, nelle
brevi tregue allucinate, profittava con occhi folli per rassettarsi,
incollarsi, rilisciarsi con mani tremanti sul capo, su le tempie, su la
nuca, i capelli bagnati, irsuti»,
innescata dal richiamo erotico come dall’occasionalità,
dall’eccezionalità del ballo: una vertigine che in diverso modo coinvolge
anche la vedova.
Come dall’esterno, incarnazione mai vieta del
pirandelliano osservatore spersonalizzato, estraneo, forestiero quasi,
ancora una volta – ma ‘a specchio’ dacché la notazione era stata della
vedova – «da lontano», il segretario comunale, distaccatosi dall’«esilio»
che gli avevano imposto la delusione e l’infrangersi dei sogni, la segue con
occhi inteneriti, ammirati, accesi da ben altro sentimento che i presenti, e
che già l’aveva spinto a timide attenzioni nei giorni passati: «costernato»
dall’attrazione che pur sente per quella rosa e ciò che essa in fondo
significa nella vedova, in quel che egli reputa il suo coraggioso
avventurarsi nella vita, eppure senza sapersi convincere ad avvicinarsi a
quella «cara folle fatina vestita di nero», a distoglierla da quell’arena e
i suoi fumi di bruta libidine, a proteggerla da quelli e da se stessa.
Non riesce: ma è lei, «con uno scatto da
cerbiatta» – di biblica memoria di purezza – ad allontanarsi, nello
«sgomento» che le suscita quella «bestiale sovreccitazione» maschile, nel
«ribrezzo» e nell’«onta», entrambe, nel loro diverso portato accomunate,
spesso parole chiave legate alla sfera della sensualità in Pirandello quando
non sorvegliata dalla coscienza e dall’umanità.
Particolarmente «ribrezzo» è termine
pirandelliano tipico a lessicalizzare la reazione della coscienza pura alla
pulsione sessuale non solo non controllata ma di fatto svilita,
disumanizzata, fondata su una visione strumentale dell’essere umano che la
suscita, occasionale, di scarsa rilevanza e (ma si tratta piuttosto di un
segno esteriore) non contestualizzata nell’unione matrimoniale.
E’, questo, uno degli indizi potenti del
‘pudore’, del ‘candore’* di Pirandello, non del suo moralismo – com’è stato
spesso frettolosamente liquidato – ma di una concezione della donna e dei
rapporti personali particolarmente elevata e vocata alla purezza, alla
castità persino nel e dell’atto sessuale.
– Si sa peraltro che si ha difficoltà, e l’hanno anche i critici, a cogliere
ciò che non appartiene.
Nell’atto subitaneo della vedova, la rosa, la
magia e il mistero, soprattutto la naturalità e l’innocenza dell’attrattiva,
le cade dai capelli ed è il sindaco, simbolicamente, a «ghermirla» con la
mano animalesca perché la offra e si offra, lei, al suo favorito. La donna
si ritrae, non sa come reagire a quel losco tentativo di compromissione.
Scorge allora – una scelta ben più
rassicurante –, più «lontano», il segretario comunale, del quale non teme il
coinvolgimento nella ridda dei desideri: gli altri insorgono per vendetta,
con «sospetti maligni», denunciando, ma è un’illazione, l’intenzione riposta
di quella scelta, nella donna: e, altrimenti, che comunque essa inveri il
desiderio dell’uomo.
Il turbamento del segretario, «la crudele
sofferenza nei suoi occhi», a sua volta le inoculano il timore e il fastidio
che quei sospetti, quella maldicenza gretta, fossero sì fondati, ma non su
di lei, bensì nell’animo del timido segretario: che non aveva forse osato,
per quella sua disposizione timida e distaccata, lontana, rivelarlesi
e irresoluto non riesce adesso a schermirsi né ad opporsi alle insinuazioni,
rivendicando la propria estraneità, peraltro non sentita.
Ecco allora che la vedova si rivolge a lui
con incredulità e «dispetto», a difendere la propria onorabilità e nondimeno
a ridimensionare e inibire, opponendo un veto implicito, i sentimenti e i
desideri dell’uomo:
«E, facendosi innanzi al Silvagni,
agitata da un fremito convulso, guardandolo negli occhi, gli domandò:
- Può lei credere sul serio che, offrendole codesta rosa, io abbia
voluto farle una dichiarazione?»
Ugualmente la donna, in definitiva, non sa
sfuggire alla propria – già paventata – estraneità a quel mondo che in lei
vede solo un corpo da possedere e tale fraintendimento estende decisamente,
ciecamente, all’‘altro’, a chiunque; il «dispetto» ribadisce il suo
«fastidio» già provato in precedenza per il segretario e per ciò che egli
significava del mondo che, per lei, sarebbe stato sempre «indifferente»
nei suoi confronti, o di lei avrebbe approfittato, ‘burlandosene’.
Entrambi condizionati dalla pressione
inesorabile, e tràdita da secoli dalla Grecia omerica, di una tale ‘società
di vergogna’, sintagma di doddsiana memoria*, come lei ma con un più profondo senso di
consapevolezza, anche l’uomo si trova intrappolato nella maschera
impostagli successivamente da essa, dalla donna amata e dalla volontà di
costei d’essere tutelata.
Pur di preservare, ancora, non solo
l’onorabilità ma l’innocenza e la purezza della donna e dell’amore stesso,
per fissare per sempre quell’amore nel «cerchio magico»* che lo sottragga
allo svilirsi sulle bocche altrui e specialmente alla deperibilità e al
decadimento della tensione spirituale e della dirittura morale, il
segretario si rende conto che, così come lei imponeva, anche quel momento
vertiginoso e critico della scelta
«esigeva da lui la rinunzia a un amore
che sarebbe durata per tutta la vita, una risposta che valesse per ora e
per sempre, la risposta che doveva far subito appassire tra le sue dita
quella rosa».
Così, nell’atto di restituirle la rosa perché
la butti via, da allora e per il futuro il segretario rinuncia alla vita,
alla reciprocità dell’amore, e in fondo a sottrarsi alla sua dimensione di
«lontano».
L’amore, peraltro, per come Pirandello pare
intenderlo, è sentimento così assoluto, eterno ed elevato e imprendibile, e
in definitiva ‘altro’, da rivelarsi fragilissimo se trasferito sul piano del
contingente e del temporale: se il vagheggiamento si traduce in relazione
effettiva, l’amore, che non sopporta la materialità ma neanche la
realizzazione, ne è vulnerato spesso irreparabilmente, fino a svanire: così
la scelta possibile, l’unica, è la rinuncia, restare «lontano».
«La signora Lucietta riprese con mano non ben
ferma quella rosa e la buttò via in un canto.
- Ecco, sì… grazie… – disse [il segretario];
sapendo bene ormai ciò che con quella rosa d’un momento aveva buttato via
per sempre».
L’esito cinematografico*
Nel 1921 da La rosa sarà tratto, a
cura di Stefano Landi (nome d’arte di Stefano Pirandello figlio), un film,
per la regia di Arnaldo Frateili: nel cast tra vari D’Amico figurano gli
attori Lamberto Picasso e Olimpia Barroero e, oggi diremmo quale special
guest, lo scrittore Bruno Barilli.
Nello stesso anno, ancora da novelle di
Pirandello, sarà tratto il soggetto di Ma non è una cosa seria di
Augusto Camerini (adattamento e cura di Camerini e Frateili) e Il viaggio
di Gennaro Righelli.
Un consiglio per la bibliografia
- e note -
* ‘Pudore’ e ‘candore’ sono espressioni
tematiche rispettivamente di
Luigi Filippo D’Amico ne L’uomo delle
contraddizioni. Pirandello visto da vicino, Palermo : Sellerio, 2007; e
Massimo Bontempelli nell’orazione funebre
Pirandello, o del candore, pronunciata dinanzi alla Regia Accademia
d’Italia il 17 gennaio 1937, poi in Id., Introduzioni e discorsi,
Milano : Bompiani, 1964.
Si tenga tuttavia presente che la definizione
dell’autore de La vita intensa e Nostra Dea risente della sua
impostazione teorica dell’approccio con la realtà tipica del suo ‘realismo
magico’; con tutto ciò la lettura di Bontempelli ha punti interessanti, sia
sul piano personale sia perché nella definizione della sincerità nell’anima
candida nel suo istinto delle cose, nell’approccio dell’artista con il
reale, con l’ingenuità del «bambino che è stato», riprende molto da vicino
un articolo di Pirandello, Non parlo di me, pubblicato sulla rivista
“Occidente” nel 1933 e altri, citati in Simona Micali, Pirandello e il
mito come archetipo, reperibile su
PirandelloWeb e
qui.
*Per la distinzione tra
società-civiltà-cultura “della colpa” e “della vergogna”, si legga E. R.
Dodds, The Greeks and the irrational, University of California,
Berkeley & Los Angeles 1951: trad. it.: I greci e l’irrazionale (con
presentazione di Arnaldo Momigliano), Firenze : Sansoni, 2003.
* Sul «cerchio magico» ci si sofferma su
Nephelai anche nella lettura della novella Prima notte.
* Un elenco su web di film tratti da opere di
Pirandello si trova anche alla voce
Pirandello, Luigi, nell’Enciclopedia del cinema Treccani e
altrove.
* Sul film La rosa di Frateili – e
anche sull’abitudine al coinvolgimento reciproco (esclusivo?) dei membri del
‘clan’ D’Amico-Frateili-(Cecchi) -, La forma del fuoco e la memoria del
vento: Gabriele Baldini saggista e narratore, a cura di Viola Papetti,
Roma : Edizioni di storia e letteratura, 2005.
In estrema sintesi
La sintesi è di Elio Gioanola, in Pirandello’s
story. La vita o si vive o si scrive, Milano: Jaca Book, 2007, p.
200.
“una bella vedova, giovanissima, […] si
trova sbalestrata in un paese del sud a fare la telefonista. Qui è fatta
oggetto della tenera ammirazione del segretario comunale e delle mire
oscene dei notabili del luogo. Partecipa a un ballo con una rosa tra i
capelli, «intatta e pura» nella sua gioia in mezzo alla «bestialità
ansante, bollente, paonazza, sudata» dei ballerini, mentre il segretario
la segue con lo sguardo estasiato.
«Egli solo intendeva tutta la purezza di quella folle gioja, e ne
godeva; ne godeva come se quel tripudio innocente fosse un dono della
sua tenerezza a lei». Il giovane è uno di quelli che guardano «come da
lontano ogni cosa, perduto in un esilio angoscioso». Lei, accortasi a un
tratto della «bestiale sovreccitazione» di quegli uomini, prova
«ribrezzo e onta». La rosa le cade dai capelli, il sindaco la raccoglie
e le propone di darla ad uno dei presenti in segno d’amore. La donna
scarta tutti i ballerini e cerca il segretario, che impallidisce
mortalmente, turbatissimo per la possibilità che gli si presenta. Tutti
gridano che è una dichiarazione e lei gli chiede se davvero creda che lo
sia. Lui, per salvaguardare l’innocente purezza della vedova, è
costretto a dire di no e le restituisce la rosa.
Così rinuncia a realizzare l’amore, ma nello
stesso tempo lo salvaguarda dal suo possibile degrado. Le rose si
vagheggiano, non si colgono”.
da
Liber Liber
I
Nel bujo fitto della sera invernale il trenino andava col passo di chi sa che
tanto ormai non arriva piú a tempo.
In
verità la signora Lucietta Nespi, vedova Loffredi, per quanto annojata e stanca
del lungo viaggio in quella sudicia vettura di seconda classe, non aveva alcuna
fretta d'arrivare a Pèola.
Pensava... pensava...
Si
sentiva trasportata da quel trenino, ma con l'anima era ancora nella lontana
casa di Genova, abbandonata, le cui stanze, sgombre della bella mobilia ancor
quasi nuova, miseramente svenduta, invece di sembrarle piú grandi, le erano
sembrate piú piccole. Che tradimento!
Aveva bisogno di vederle grandi, lei, molto grandi e belle, quelle stanze,
nell'ultima visita d'addio, dopo lo sgombero, per poter dire un giorno, con
orgoglio, nella miseria a cui discendeva:
-
Eh, la casa che avevo a Genova...
Lo
avrebbe detto lo stesso, di certo; ma in fondo all'anima, le era rimasta la
disillusione di quelle stanze sgombre, cosí meschine.
E
pensava anche alle buone amiche, dalle quali, all'ultimo, non era andata a
licenziarsi, perché anch'esse, tutte, l'avevano tradita, pur dandosi l'aria di
volerla ajutare a gara. Oh sí, ajutarla, conducendole in casa tanti compratori
onesti, a cui certo, prima, avevano magnificato l'occasione di potere aver per
cinque ciò ch'era costato venti e trenta.
Cosí pensando, la signora Lucietta ora restringeva ora dilatava i begli
occhietti vispi e, di tratto in tratto, con una rapida, speciosa mossetta che le
era abituale levava una mano e si passava l'indice sul nasetto ardito e
sospirava.
Era stanca veramente. Avrebbe voluto addormentarsi.
I
suoi due bimbi orfani, loro sí, poveri amorini, s'erano addormentati: uno, il
maggiore, disteso sul sedile, sotto un mantelletto; l'altro qua, rinchioccito,
col capino biondo su le gambe di lei.
Chi sa, si sarebbe forse anch'ella addormentata, se avesse potuto in qualche
modo appoggiare un gomito o il capo, senza svegliare il piccino, a cui le sue
gambe facevano da guanciale.
Il
sedile di fronte serbava l'impronta de' suoi piedini, che vi avevano trovato un
comodo sostegno, prima che fosse venuto a prender posto - ce n'erano tante di
vetture, nossignori! -proprio lí, un omaccione su i trentacinque anni, barbuto,
bruno in viso, ma con occhi chiari, verdastri: due occhi grandi, intenti e
tristi.
La
signora Lucietta ne aveva provato subito un gran fastidio. Il color chiaro di
quei grandi occhi le aveva - chi sa perché - destato confusamente l'idea che il
mondo, ovunque ella andasse, le sarebbe rimasto sempre estraneo ormai, e come
lontano, lontanissimo e ignoto; e ch'ella vi si sarebbe sperduta, invano
chiedendo ajuto, tra tanti occhi che sarebbero rimasti a guardarla, come quelli,
con qualche velo di tristezza, sí, ma in fondo indifferenti.
Per non vederli, teneva da un pezzo la faccia voltata verso il finestrino,
quantunque di fuori non si scorgesse nulla.
Si
vedeva solo, in alto, sospeso nella tenebra, il riflesso preciso della lampada a
olio della vettura, con la rossa fiammella fumosa e vacillante, il vetro concavo
dello schermo e l'olio caduto, che vi sguazzava.
Pareva proprio che ci fosse un'altra lampada di là, la quale seguisse con pena,
nella notte, il treno, quasi per dargli insieme conforto e sgomento.
-
La fede... - mormorò, a un certo punto, quel signore.
La
signora Lucietta si voltò con aria stordita:
-
Che cosa?
-
Quel lume che non c'è.
Ravvivando il sorriso e lo sguardo, la signora Lucietta levò un dito a indicar
la lampada nel cielo della vettura.
-
Eccolo qua!
Quel signore approvò piú volte col capo, lentamente; poi aggiunse, con un
sorriso triste:
-
Eh sí, come la fede... Accendiamo noi il lume di qua, nella vita; e lo vediamo
anche di là; senza pensare che se si spegne qua, di là non c'è piú lume.
-
È filosofo lei! - esclamò la signora Lucietta.
Quegli alzò una mano dal pomo del bastone a un gesto vago e sospirò con un altro
sorriso:
-
Osservo...
Il
treno si fermò per un gran pezzo davanti a una stazionuccia di passaggio. Non
s'udiva alcuna voce e, cessato il rumor cadenzato delle ruote, l'attesa in quel
silenzio pareva eterna e sbigottiva.
-
Mazzàno, - mormorò il signore. -s'aspetta al solito la coincidenza.
Alla fine, giunse da lontano, lamentoso, il fischio del treno in ritardo.
-
Eccolo...
Nel lamento di quel treno, che correva nella notte per la stessa via su cui tra
poco anche lei sarebbe passata, la signora Lucietta udí per un momento la voce
del suo destino, che, sí, proprio, la voleva sperduta nella vita insieme con
quelle due creaturine.
Si
riscosse dall'angoscia momentanea e domandò al compagno di viaggio:
-
Ci vorrà ancor molto a Pèola?
-
Eh, - rispose quegli, - piú di un'ora... Scende a Pèola anche lei?
-
Io sí. Sono la nuova telegrafista io. Ho vinto il concorso. Son riuscita la
quinta, sa? M'hanno destinata a Pèola!
-
Ah, guarda... Sí, sí, la aspettavamo difatti per jeri sera.
La
signora Lucietta s'animò tutta:
-
E difatti, già, - cominciò a dire; ma subito frenò lo slancio per non rompere il
sonno al suo piccino. Aprí le braccia e, indicandolo con lo sguardo e poi
indicando l'altro di là: - Ma vede come sono legata? - soggiunse. - E da me
sola... a dovermi staccare da tante cose...
-
Lei è la vedova Loffredi, è vero?
-
Sí…
E
la signora Lucietta chinò gli occhi.
-
Ma non si è saputo piú nulla? - domandò, dopo un breve e grave silenzio, quel
signore.
-
Nulla. Ma c'è chi sa! - disse con un lampo negli occhi la signora Lucietta. - Il
vero assassino del Loffredi, creda, non fu il sicario che lo colpí
proditoriamente a le spalle e scomparve. Hanno voluto insinuare, per motivo di
donne... No, sa! Vendetta. È stata una vendetta politica. Per il tempo che il
Loffredi aveva da pensare alle donne, una gli era anche di troppo. Gli bastavo
io. Si figuri, mi prese a quindici anni!
In
cosí dire, il viso della signora Lucietta si fece rosso rosso, gli occhi le
brillarono inquieti, sfuggirono di qua, di là, e alla fine si chinarono come
dianzi.
Quel signore stette un pezzo ad osservarla, impressionato del rapido passaggio
dall'eccitazione improvvisa all'improvvisa mortificazione.
Ma
via! come prendere a lungo sul serio quell'eccitazione e questa mortificazione?
Benché mamma di quei due piccini, pareva ancora una bambina, anzi una
bamboletta; e s'era forse mortificata lei stessa d'aver con tanta fermezza e
cosí in prima, asserito che il Loffredi, avendo per moglie una cosina cosí
fresca e vispa come lei, non aveva potuto pensare ad altre donne.
Doveva essere sicura che nessuno, vedendola e sapendo che uomo era stato il
Loffredi, le avrebbe creduto. Vivo il Loffredi, ella aveva dovuto averne, certo,
una gran suggezione; forse, ricordandolo, ne aveva ancora. Ma non poteva
soffrire si sospettasse che il Loffredi aveva potuto non curarsi di lei, e che
ella era stata per lui una bamboletta e nient'altro. Voleva esser l'erede unica
almeno di tutto il chiasso, che la tragica fine del fiero e impetuoso
giornalista genovese aveva sollevato, circa un anno addietro, in tutta la stampa
quotidiana d'Italia.
Fu
molto soddisfatto quel signore d'avere cosí bene indovinato l'animo e l'indole
di lei, allorché, spintala con brevi e accorte domande a parlare de' suoi casi,
n'ebbe la conferma dalla sua stessa bocca.
Una gran tenerezza s'impadroní allora di lui per le arie di libertà che si dava
quella calandrella or ora uscita dal nido, inesperta ancora del volo; per le
fiere proteste che faceva del suo avvedimento e del suo gran coraggio. Ah, che!
che! non sarebbe mai perita lei. Figurarsi, dall'oggi al domani, sbalzata da uno
stato all'altro, tra l'orrore e il trambusto della tragedia, non s'era perduta
un momento; era corsa qua, era corsa là; aveva fatto questo e quest'altro, non
tanto per sé, no, quanto per quei due poveri piccini... ma via, sí, un po' anche
per sé, che in fin dei conti aveva appena vent'anni. Venti, già, e non li
mostrava nemmeno. Un altro ostacolo, questo, e il piú dispettoso di tutti.
Perché ognuno, vedendola accanita e disperata, si metteva a ridere, quasi ella
non avesse il diritto d'accanirsi tanto, di disperarsi tanto. Ah che rabbia! Ma
piú s'arrabbiava, e piú gli altri ridevano. E, ridendo, chi le prometteva una
cosa e chi un'altra; ma tutti avrebbero voluto accompagnare la promessa con una
carezzina che non osavano farle, ma che ella leggeva loro chiaramente negli
occhi. S'era stancata, alla fine; e, pur d'uscirsene, eccola là: telegrafista a
Pèola!
-
Povera signora! - sospirò, sorridendo anche lui, il compagno di viaggio.
-
Povera perché?
-
Eh... perché... vedrà, non si divertirà molto, a Pèola.
E
le diede qualche ragguaglio del paesello.
Per tutte le viuzze e le piazzette la noja, a Pèola, era visibile e tangibile,
sempre.
-
Visibile? Come?
In
una infinita moltitudine di cani, che dormivano da mane a sera, sdrajati su
l'acciottolato delle vie. Non si svegliavano neanche per grattarsi, quei cani; o
meglio, si grattavano, seguitando a dormire.
E
guaj a chi, a Pèola, apriva la bocca per sbadigliare! Gli restava aperta per
un'infilata di almeno cinque sbadigli alla volta. Entrata in bocca a uno, la
noja non si risolveva a uscirne facilmente. E tutti, a Pèola, per ogni cosa da
fare chiudevano gli occhi e sospiravano:
-
Domani...
Perché oggi o domani era lo stesso, cioè domani non era mai.
-
Vedrà quanto poco avrà da fare all'ufficio del telegrafo, - concluse. - Non se
ne serve mai nessuno. Vede questo trenino? Va col passo d'una diligenza. E anche
la diligenza rappresenterebbe un progresso per Pèola. La vita, a Pèola, va
ancora in lettiga.
-
Dio Dio, lei mi spaventa! - disse la signora Lucietta.
-
Non si spaventi, via! - sorrise quel signore. - Ora le do una buona notizia: fra
pochi giorni avremo al Circolo una festa da ballo.
-
Ah…
E
la signora Lucietta lo guardò come colta in un lampo dal sospetto, che anche
questo signore si volesse burlar di lei.
-
Ballano i cani? - domandò.
-
No: i "civili" di Pèola... Ci vada: si divertirà. Giusto il Circolo è su la
piazza, vicino all'ufficio del telegrafo. Ha trovato l'alloggio?
La
signora Lucietta rispose di sí, che lo aveva trovato nella stessa casa che prima
ospitava l'ufficiale telegrafico suo predecessore. Poi domandò:
-
E lei, scusi... il suo nome?
-
Silvagni, signora. Fausto Silvagni. Sono il segretario comunale.
-
Oh, guarda! Piacere.
-
Mah!
E
il Silvagni levò una mano dal pomo del bastone a un gesto sconsolato,
atteggiando il volto d'un sorriso amarissimo, che gli velò d'intensa malinconia
i grandi occhi chiari.
Il
treno salutò con un fischio lamentoso la stazionuccia di Pèola.
-
Qua?
II
Tra quell'ampia chiostra di monti azzurrini qua e là spaccata da vaporose
vallate, fosche di querci e d'abeti, gaje di castagni, Pèola, col suo mucchietto
di tetti roggi e i suoi quattro campaniletti scuri, le anguste piazzette sbieche
e le viuzze scoscese tra case piccole vecchie e case un po' piú grandi nuove,
aveva dunque il privilegio d'ospitare la vedova di quel giornalista Loffredi,
della cui tragica morte ancora avvolta nel mistero si seguitava di tanto in
tanto a parlare nei giornali delle grandi città. Privilegio non comune, poter
sapere dalla viva voce di lei tante cose che gli altri, nelle grandi città, non
sapevano; ma anche solamente vederla e poter dire:
-
Il Loffredi, vivo, tenne stretta fra le braccia quella cosina lí!
I
«civili» di Pèola ne erano tutti insuperbiti. Quanto ai cani, credo che in
verità avrebbero seguitato a dormire pacificamente sdrajati per le viuzze e le
piazzette del paese, senza il minimo sentore di quel privilegio non comune, se
tutt'a un tratto, essendosi sparsa la voce della cattiva impressione che avevano
fatto e facevano col loro sonno continuo alla signora Lucietta la gente, specie
i giovanotti, ma anche gli uomini maturi, non si fossero messi a disturbarli, e
cacciarli via a calci, o pestando i piedi e battendo le mani, per chiasso. Le
povere bestie si levavano da terra, piú stupite che seccate; guardavano di
traverso, alzando appena un'orecchia: poi, alcune, ballonzolando su tre zampe
con la quarta aggranchita e rattratta, andavano a sdrajarsi piú là. Ma che
cos'era accaduto?
Forse l'avrebbero capito, se fossero stati cani un poco piú intelligenti e meno
imbalorditi dal sonno. Bastava, santo Dio, fermarsi un po' a guardare dalle
imboccature della piazzetta ove a nessuno di loro era piú permesso, non che di
sdrajarsi, ma neppur di passare di corsa.
C'era in quella piazzetta l'ufficio del telegrafo.
Si
sarebbero accorti (se fossero stati cani un poco piú intelligenti) che tutti,
passando di là, specialmente i giovinotti, ma anche gli uomini maturi, pareva
entrassero in un'altra aria, piú vivida, per cui il passo, i moti della persona,
diventavano subito piú svelti, piú agili; e le teste si rigiravano come per un
tuffo di sangue improvviso, non trovassero piú da rassettarsi entro il giro del
colletto inamidato, e le mani si davano un gran da fare per tirar giú il
panciotto e accomodar la cravatta.
Attraversata la piazzetta, erano poi tutti com'ebbri, ilari e nervosi; e,
vedendo un cane:
-
Passa via!
-
Fuori dai piedi!
-
Via di qua, brutta bestiaccia!
E
anche sassate - non bastavano i calci - anche sassate tiravano, ohé!
Per fortuna, in ajuto di quei poveri cani, qualche finestra si spalancava di
furia, e una testa di donna, con occhi feroci, tra due pugna tese rabbiosamente
s'avventava a gridare:
-
Ma che v'ha preso, manigoldi, contro codeste povere bestie?
Oppure:
-
Anche lei? Anche lei, signor notajo? Come non si vergogna, scusi? Ma guarda che
calcio a tradimento, povera bestiolina! Qua, cara, vieni qua... La zampina,
guardate... le ha storpiato la zampina e se ne va col sigaro in bocca, come se
non sapesse niente, vergogna, un uomo serio!
In
breve, una vivissima simpatia venne a stabilirsi tra le brutte donne di Pèola e
quei poveri cani presi cosí tutt'a un tratto a perseguitare da' loro uomini,
mariti, padri, fratelli, cugini, fidanzati e infine, per contagio, anche da
tutti i ragazzacci.
Quell'aria nuova, che i loro uomini respiravano da alcuni giorni e per cui
avevano gli occhi cosí lustri e l'aspetto stralunato, esse sí, le donne, un poco
piú intelligenti dei cani (almeno alcune) l'avevano avvertita subito. S'era come
diffusa sui roggi tetti ammuffiti e in ogni angolo del vecchio sonnolento
paesello e lo ilarava tutto (agli occhi degli uomini, s'intende).
Ma
sí. La vita... - angustie, noje, amarezze... - poi, tutt'a un tratto, ecco, si
ride... Oh Dio, cosí... per niente - si ride. Se dopo giorni e giorni di bruma e
di pioggia spunta un occhio di sole, non s'allegrano tutti i cuori? non traggono
tutti i petti un respiro di sollievo? Ebbene, che cos'è? Niente, un occhio di
sole; e la vita appare subito un'altra. Il peso della noja s'alleggerisce; i
pensieri piú cupi s'inazzurrano; chi non è voluto uscir di casa, viene
all'aperto... Ma sentite che buon odore di terra bagnata? Oh Dio come si respira
bene... Frescura di funghi, eh? E tutti i disegni per la conquista dell'avvenire
diventano facili, agevoli; e ciascuno si scrolla d'addosso il ricordo delle
bussate piú solenni, riconoscendo che, via, aveva dato ad esse troppa
importanza. Che diamine, sú, sú! Che, sú? Ma sí, bisogna tenersi sú... I baffi?
Ma sí, anche i baffi sú!
-
Cara, perché non ti pettini un pochino meglio?
Effetti dell'occhio di sole spuntato improvvisamente a Pèola nella piazzetta
dell'ufficio telegrafico. Oltre la persecuzione ai cani, questa domanda di tanti
mariti alla loro moglie:
-
Perché, cara, non ti pettini un pochino meglio?
E
mai, certo, da anni e anni, al Circolo, per via, nelle case, a passeggio,
avevano canticchiato tanto, senza volerlo, senza saperlo, i «civili» di Pèola.
La
signora Lucietta vedeva e sentiva tutto questo. Il guizzare di tanti desiderii
da occhi accesi che la seguivano in tutte le mosse e la carezzavano con lo
sguardo voluttuosamente, il calore di simpatia che la avvolgeva, inebriarono in
breve anche lei.
Non ci sarebbe voluto tanto, perché già fremeva, friggeva di per sé, la signora
Lucietta. Che impiccio le davano certe ciocchette di capelli, che le cadevano su
la fronte appena chinava il capo per seguire con gli occhi il nastro di carta
punteggiato che si svolgeva dalla macchinetta ticchettante sul tavolino
dell'ufficio! Scrollava il capo e quasi sobbalzava, come per un vellicamento di
sorpresa. E che improvvise caldane e che subitanei arresti di respiro, che
finivano a un tratto in una stanca risatina! Oh, ma piangeva anche, sí, sí,
piangeva in certi momenti, senza saper perché. Lagrime calde, brucianti, per un
oscuro, improvviso scompiglio nella mente, per uno strano orgasmo, che le dava
un serpeggiar di smanie per tutto il corpo, un'insofferenza... Non poteva
frenarle, quelle lagrime, e sbuffava, sbuffava di stizza, ma poi, subito dopo,
per un nonnulla, ecco, si rimetteva a ridere.
Per non pensare a niente, per non andare svolazzando con la fantasia dietro ogni
immagine comica o pericolosa, per non sorprendersi assorta in certe previsioni
inverosimili, l'unica era d'attendere giudiziosamente al suo ufficio;
raccogliersi, prendere a due mani e tener ben ferma l'attenzione, perché tutto
procedesse là dentro in perfetta regola, con perfetto ordine. E ricordarsi,
ricordarsi sempre che a casa intanto, affidati a una vecchia serva molto stupida
e rozza, c'erano i suoi due poveri piccini orfani. Che pensiero era questo!
Tirarli sú, da sola, col suo lavoro, col suo sacrificio, quei figliuoli!
miseramente, pur troppo; oggi qua, domani là, randagia con essi... E poi, quando
sarebbero cresciuti, quando si sarebbero fatta una vita per loro, forse del suo
sacrificio, di tutte le sue pene non avrebbero tenuto alcun conto. No, via! via!
Erano ancor tanto piccini... Perché immaginare queste cose brutte? Sarebbe stata
vecchia, lei, allora; sarebbe passato comunque il suo tempo; e quando il tempo è
passato e si è vecchi, anche ai ricordi tristi siamo già abituati a far buon
viso...
Chi diceva cosí? Lei, lo diceva. Ma non perché veramente le sorgessero spontanee
nell'animo queste considerazioni affliggenti. Passava ogni mattina dall'ufficio,
e talvolta anche sul tramonto, quando usciva dal Municipio, il segretario
comunale, quel signor Silvagni incontrato sul treno. Si tratteneva un momento,
lí sull'uscio o davanti lo sportello; le parlava di cose aliene, anche liete;
rideva con lei della caccia che si dava ai cani, per esempio, e delle difese che
ne prendevano le donne brutte del paese. Ma negli occhi di quell'uomo, in quei
grandi occhi chiari, intenti e tristi che le restavano a lungo impressi nella
memoria dopo ch'egli se n'era andato via, la signora Lucietta leggeva quelle
considerazioni affliggenti. Il pensiero dei figliuoli, ogni volta, chi sa
perché?, glielo richiamava lui, angosciosissimo; pur senza ch'egli ne avesse
chiesto affatto o glien'avesse fatto parola per incidenza.
Tornava a sbuffare, a ripetersi che i suoi figliuoli erano ancor tanto
piccini... e dunque, via! perché avvilirsi? non doveva e non voleva. Là, sú, sú,
coraggio! Era giovine, lei, per ora... tanto giovine... e dunque...
-
Come dice, signore? Ma sí: conti le parole del telegramma, e poi calcoli due
soldi di piú. Vuole un modulo a stampa? No? Ah, tanto per saperlo... Ho capito.
A rivederla, signore... Ma di niente, si figuri...
Quanti ne entravano all'ufficio a rivolgerle di quelle stupide domande! Come non
ridere? Eran pur buffi davvero tutti quei signori di Pèola. E quella commissione
di giovinotti, soci del Circolo di compagnia, col loro bravo presidente anziano,
entrata all'ufficio una mattina, per invitarla alla famosa festa da ballo
annunziatale in treno dal signor Silvagni! Che scena! Tutti con gli occhi
spiritati, che da un canto pareva se la volessero mangiare e dall'altro
provassero una strana maraviglia nell'accorgersi che da vicino ella aveva il
nasetto cosí e cosí, cosí e cosí la bocca e gli occhi e la fronte, per non
parlare che della testa soltanto! Ma i piú impertinenti erano anche i piú
impacciati. Nessuno sapeva come cominciare:
-
Vorrà farci l'onore... - È consuetudine annuale, signora... - Una piccola
soirée dansante... - Oh, ma senza pretese, si figuri! - Festa in famiglia...
- Ma sí, lasciate dire! - È consuetudine annuale, signora... - Ma via, che dice!
basta che voglia veramente onorarci...
Si
torcevano, si strizzavano le mani, si guardavano in bocca l'un l'altro nell'atto
che si buttavano a parlare, mentre il presidente, che era anche il sindaco del
paese, s'intozzava sempre piú, paonazzo dalla stizza. S'era preparato il
discorso, lui, e non glielo lasciavano dire. S'era passato anche il cerotto con
gran cura su la lunga ciocca di capelli rigirata sul cranio, e aveva infilato i
guanti canarini e inserito due dita, dignitosamente, tra i bottoni del
panciotto.
-
È consuetudine annuale, signora...
La
signora Lucietta, confusa, per quanto con una gran voglia di ridere e tutta
vermiglia in volto per quei pressanti inviti, piú degli occhi cupidi che delle
labbra impacciate, cercò di schermirsi in prima: era ancora a lutto, lo
sapevano... e poi, i due figliuoli... stava con loro la sera soltanto... non li
vedeva per tutto il giorno... era usa metterli a letto lei... e poi aveva tante
cose a cui attendere....
-
Ma via! per una sera... - Poteva anche venire dopo averli messi a letto... - E
non c'era la serva?... per una sera!
A
uno dei giovanotti, nella furia, scappò detto finanche:
-
Il lutto? Ma che sciocchezza!
Ebbe una gomitata in un fianco e non fiatò piú.
La
signora Lucietta promise infine che sarebbe andata, o piuttosto, che avrebbe
fatto di tutto per andare; ma poi, quando tutti se ne furono andati, rimase a
guardarsi nella manina bianca posata su la veste nera il cerchietto d'oro che il
Loffredi sposando le aveva messo al dito. La sua manina era allora cosí gracile:
manina di ragazzetta; e ora che le dita erano un po' ingrossate, quell'anellino
le faceva male. Cosí stretto era, che non poteva cavarselo piú.
III
Nella camera da letto del vecchio quartierino mobigliato, la signora Lucietta
ora stava a dire a se stessa di no, che non sarebbe andata; e intanto dondolava
- aòh - su le ginocchia il suo angioletto biondo, vestito di nero -
aòh, aòh - questo suo piú piccino, caro caro, che voleva ogni sera
addormentarsi in braccio a lei.
L'altro, il maggiore, spogliato dalla vecchia serva taciturna, s'era messo da sé
per benino nel suo lettuccio e... sí? Sí sí, che bellezza! già dormiva.
Con la maggior leggerezza di mano possibile la signora Lucietta prendeva ora a
svestire il piccino già addormentato anch'esso in grembo a lei; pian pianino le
scarpette, una e due; pian pianino i calzini, uno... e due; e via ora i
calzoncini insieme con le mutandine... e ora, ah ora veniva il difficile:
sfilare i braccini dalle maniche del giubbetto alla cacciatora: sú, piano piano,
con l'ajuto della serva... non cosí, di qua... sí, giú... piano... piano, ecco
fatto! E ora da quest'altra parte...
¾ No, amore... Sí, qua, qua con la
mamma tua... è mamma tua qua... Lasciate, faccio da me... Rimboccate la coperta,
piuttosto... sí, costà, pian pianino...
Ma
perché poi cosí tanto pian pianino?
A
un anno appena dalla tragica morte del marito voleva proprio andare a ballare?
No, non sarebbe andata forse la signora Lucietta, se tutt'a un tratto, uscita
dalla camera da letto nell'attigua saletta d'ingresso, non avesse visto davanti
la finestra chiusa di quella saletta un prodigio, un vero prodigio.
Stava da tanti giorni in quel quartierino d'affitto, e non s'era neanche accorta
che davanti la finestra della saletta d'ingresso ci fosse un vecchio portafiori
di legno, tutto impolverato.
In
quel portafiori, quasi all'improvviso, fuor di stagione, era sbocciata una
magnifica rosa rossa.
La
signora Lucietta restò dapprima a mirarla, stupita, tra lo smortume della
tappezzeria grigiastra, di quella sudicia saletta. Poi, dalla gioja di quella
rosa rossa ebbe come un tuffo nel sangue. Vide vivo lí in quella rosa il suo
desiderio ardente di godere una notte almeno. E liberatasi d'un tratto dalla
perplessità che finora la aveva tenuta, dall'orrore dello spettro del marito,
dal pensiero dei figli, corse, staccò dal gambo quella rosa e istintivamente,
presentandosi davanti allo specchio su la mensola, se la accostò al capo. Sí,
là! Con quella sola rosa tra i capelli sarebbe andata alla festa, e i suoi
vent'anni, e la sua gioja vestita di nero...
Via!
IV
Fu
l'ebbrezza, fu il delirio, fu la pazzia.
Al
suo primo apparire, quando già quasi tutti avevano perduto la speranza ch'ella
venisse, le tre cupe sale del Circolo a pianterreno, divise da due larghe
arcate, malamente illuminate da lampade a petrolio e da candele, parve che
all'improvviso sfolgorassero di luce, tant'era acceso e quasi sbigottito dal
fremito interno del sangue il suo visino, e cosí fulgidamente le sfavillarono
gli occhi e cosí pazza di gioja le strideva quella rosa di fuoco tra i capelli
neri.
Tutti gli uomini perdettero la testa. Irresistibilmente, sciolti d'ogni freno di
convenienza, d'ogni riguardo alla gelosia delle mogli o delle fidanzate,
all'invidia delle zitellone, figliuole, sorelle, cugine, sotto colore che
bisognava accogliere con festa l'ospite forestiera, accorsero a lei in folla,
con vivaci esclamazioni, e lí per lí, subito, poiché già le danze erano
cominciate, senza neanche darle tempo di volgere un'occhiata attorno, presero a
contendersela tra loro. Quindici, venti braccia le s'offrirono col gomito teso.
Tutti da prendere; ma quale per primo? A uno per volta, sí... Avrebbe un po' per
volta ballato con tutti... Ecco, largo! largo! Sú, e la musica? Ma che facevano
i musicanti? S'erano anch'essi incantati a mirare? Musica! musica!
E
via, tra i battimani, ecco spiccata la prima danza col vecchio sindaco e
presidente del Circolo, in abito lungo.
Ma
bravo! ma bravo!
-
Che scosci, guardate!
-
Uh, le falde della finanziera... guardate, guardate quelle falde, come s'aprono
e chiudono su i calzoni chiari!
-
Ma bravo! ma bravo!
-
Oh Dio, la ciocca! la ciocca incerottata... gli si stacca la ciocca!
-
Che? La conduce a sedere? Digià? - E altre quindici, venti braccia col gomito
teso le si parano davanti.
-
Con me! con me!
-
Un momento! un momento!
-
L'ha promesso a me!
-
No, prima a me!
Dio, che scandalo! Per miracolo non facevano a strattarsi l'un l'altro.
I
respinti, in attesa che venisse il loro turno, si recavano mogi mogi a invitare
altre dame, delle loro; qualcuna piú brutta, accettava ingrugnata; le altre,
indignate, stomacate, rifiutavano con un:
-
Grazie tante! - a schizzo.
E
si scambiavano tra loro con occhi feroci sguardi di schifo; qualcuna scattava da
sedere, faceva cenni violenti di volersene andare; invitava questa o quell'amica
a seguirla: via tutte! via tutte! Non s'era mai vista simile indecenza!
Alcune quasi piangenti, altre tremanti di rabbia, si sfogavano con certi
omicelli stremenziti nei vecchi abitucci lustri, di taglio antico, odoranti di
pepe e di canfora. Come foglie secche, per non esser rapiti dal turbine, s'erano
costoro ritratti al muro, riparati tra le oneste gonne di seta delle loro mogli
o cognate o sorelle, goffe gonne a sbuffi e a falbalà, stridenti dei piú vivaci
colori, verdi, gialle, rosse, celesti, che ermeticamente, con gran conforto
delle loro nari e della loro coscienza, custodivano, cosí prese dal tanfo delle
onorate cassapanche, gli arcigni pudori provinciali.
Il
caldo a poco a poco nelle tre sale s'era fatto soffocante. Quasi una nebbia
s'era diffusa dal vaporare della bestialità di tutti quegli uomini; bestialità
ansante, bollente, paonazza, sudata, che del sudore, nelle brevi tregue
allucinate, profittava con occhi folli per rassettarsi, incollarsi, rilisciarsi
con mani tremanti sul capo, su le tempie, su la nuca, i capelli bagnati, irsuti.
E si ribellava ormai, quella bestialità, con tracotanza inaudita a ogni richiamo
della ragione: veniva una volta l'anno la festa! Del resto, nulla di male! Zitte
e a posto, le donne!
Fresca, leggera, tutta compresa nella sua gioja che respingeva ogni contatto
brutale, ridendo e guizzando con scatti improvvisi, per appagarsi di se stessa,
intatta e pura in quel suo momento di follia, agile fiamma volubile in mezzo al
tetro fuoco di tutti quei ciocchi congestionati, la signora Lucietta, vinta la
vertigine, divenuta lei stessa vertigine, ballava, ballava, senza piú nulla
vedere, senza piú distinguere nessuno; e gli archi delle tre sale, i lumi, i
mobili, le stoffe gialle, verdi, rosse, celesti delle signore, gli abiti neri e
i candidi sparati delle camíce degli uomini, tutto le s'avvolgeva ormai attorno
in strisci vorticosi. Si staccava d'un balzo dalle braccia d'un ballerino,
appena lo sentiva stanco, pesante, ansimante, e subito si buttava tra altre
braccia, le prime che si vedeva tese davanti, e via, via per riavvolgersi in
quegli strisci vorticosi, per farsi girare ancora attorno in frenetico
scompiglio tutti quei lumi e tutti quei colori.
Seduto nell'ultima sala, accosto al muro in un canto quasi in ombra, Fausto
Silvagni, con le mani sul pomo del bastone e su le mani la grossa barba fulva,
da circa due ore la seguiva coi grandi occhi chiari, animati da un benigno
sorriso. Egli solo intendeva tutta la purezza di quella folle gioja, e ne
godeva; ne godeva come se quel tripudio innocente fosse un dono della sua
tenerezza a lei.
Tenerezza solo? ancora solo tenerezza? non gli palpitava già troppo dentro, per
essere ancora solo tenerezza?
Da
anni e anni Fausto Silvagni con quei suoi occhi intenti e tristi guardava come
da lontano ogni cosa; come remote ombre evanescenti, gli aspetti vicini; e
dentro di sé, i suoi stessi pensieri e i suoi sentimenti.
Fallita per avversità di casi, per gravosi obblighi meschini la sua vita, spenta
sul piú bello la luce di tanti sogni tenuta fin da ragazzo accesa con l'ardore
di tutta l'anima (sogni che ora non poteva richiamare al suo ricordo senza
strazio e senza rossore), rifuggiva dalla realtà, nella quale era costretto a
vivere. Ci camminava; se la vedeva attorno; la toccava; ma nessun pensiero,
nessun sentimento ne veniva piú a lui; e anche se stesso vedeva come lontano da
sé, perduto in un esilio angoscioso.
Ora, in questo esilio, un sentimento all'improvviso era venuto a raggiungerlo;
un sentimento ch'egli avrebbe voluto tener discosto per non riconoscerlo ancora.
Non avrebbe voluto riconoscerlo, ma non osava piú neanche scacciarlo.
Non era forse volata da' suoi sogni lontani, questa cara folle fatina vestita di
nero, con una rosa di fiamma tra i capelli? Potevano anche essere i suoi sogni
stessi, divenuti vivi, ora, in questa fatina, perché egli, non avendo potuto
raggiungerli allora sott'altra forma, in questa se li stringesse vivi e spiranti
tra le braccia... Chi sa! Non poteva fermarla, trattenerla e ritornare per essa
e con essa finalmente dal suo lontano esilio? Se egli non la fermava, se egli
non la tratteneva, chi sa dove e come sarebbe andata a finire, quella povera
fatina folle. Aveva bisogno d'ajuto, anche lei, bisogno di guida e di consiglio,
cosí sperduta anche lei in un mondo non suo, e con quella gran voglia di non
perdersi, ma anche, ahimè, di godere. Quella rosa lo diceva, quella rosa rossa
tra i capelli... Fausto Silvagni guardava da un pezzo, costernato, quella rosa.
Non sapeva perché. La vedeva su quel capo come una fiamma... Si scoteva tanto
quella testolina folle; come non cascava quella rosa? Ebbene, temeva di questo?
Non sapeva dirselo, e seguitava a guardarla, costernato.
Dentro, intanto, sotto sotto, il cuore gli diceva, tremando:
-
«Domani; domani o uno di questi giorni, parlerai... Ora lascia ch'ella balli
cosí, come una fatina folle...»
Ma
ormai la maggior parte dei cavalieri cascavano a pezzi dalla stanchezza; si
dichiaravano vinti e si voltavano attorno, come ubriachi, in cerca delle loro
donne andate via. Solo sei o sette ancora resistevano, accaniti, tra cui due
anziani - chi l'avrebbe creduto? - il vecchio sindaco in abito lungo e il notajo
vedovo, tutt'e due in uno stato miserando, con gli occhi schizzanti dalle
orbite, le facce sudate, infocate, impiastricciate di tintura, la cravatta di
traverso, la camicia spiegazzata, tragici in quel loro furore senile. Erano
stati finora respinti dai giovanotti; ora, frenetici, si rilanciavano per farsi
buttare uno dopo l'altro come balle su le seggiole, appena compiuti due giri.
Era la stretta finale, l'ultima danza.
Se
li vide tutti e sette attorno, sopra, aggressivi, furibondi, la signora
Lucietta.
-
Con me! con me! con me! con me!
N'ebbe sgomento. D'un tratto le s'avventò agli occhi la bestiale sovreccitazione
di quegli uomini, e al pensiero ch'essi avessero potuto bestialmente accendersi
per la sua innocente festosità, provò ribrezzo, onta. Volle fuggire, sottrarsi a
quell'aggressione; ma, allo scatto di cerbiatta, i capelli già un po' allentati
le cascarono; e la rosa - giú a terra.
Fausto Silvagni si tirò sú a guardare, come sospinto dal presentimento oscuro
d'un imminente pericolo. Ma già quei sette s'eran precipitati a raccogliere la
rosa. Riuscí a ghermirla il vecchio sindaco, a costo d'un tremendo sgraffio alla
mano.
-
Eccola! - gridò, e corse con gli altri a porgerla alla signora Lucietta riparata
in fondo alla seconda sala per ricomporsi alla meglio i capelli. - Eccola qua...
Ma no, che grazie! Ora lei... - (non aveva piú fiato da parlare, il vecchio
sindaco; la testa gli ciondolava) - ...ora lei deve far la scelta... ecco...
deve offrirla, qua, a uno...
-
Bravo! bene!
-
A uno... a sua scelta... bravissimo!
-
Vediamo! Vediamo!
-
A chi l'offre? A sua scelta!
-
Il giudizio di Paride!
-
Silenzio! Vediamo a chi l'offre!
Anelante, col braccio teso e la bellissima rosa alta nella mano, la signora
Lucietta guardò quei sette infuriati, come, voltandosi nel sentirsi sopraffatta,
una preda inseguita i suoi assalitori. Intuí subito che volevano a ogni costo
ch'ella si compromettesse.
-
A uno? a mia scelta? - gridò all'improvviso, con un lampo negli occhi. - Ebbene,
sí... a uno l'offrirò... Ma scostatevi prima... scostatevi tutti! No, piú...
piú... ecco, cosí... L'offrirò... l'offrirò...
Saettava con lo sguardo ora l'uno ora l'altro, come fosse incerta nella scelta;
e incerti e goffi, con le mani protese e nelle facce brutali e stravolte una
smorfia d'implorazione sguajata, quei sette pendevano dal visino di lei ora
sfolgorante di malizia, allorché d'un balzo ella, sguizzando tra gli ultimi due
alla sua manca, prese la corsa verso la prima sala. Aveva trovato lo scampo:
offrire la rosa a uno di quelli che se n'erano stati tutta la serata quieti a
guardare, seduti accosto al muro: a uno qual si fosse, il primo che capitava in
direzione della corsa.
-
Ecco qua! L'offro qua a...
Si
trovò davanti i grandi occhi chiari di Fausto Silvagni. Smorí d'un tratto; restò
un momento come sospesa, confusa, tremante, alla vista del volto di lui; le
sfuggí un'esclamazione sommessa:
¾ Oh Dio... - ma si riprese subito:
¾ Sí, per carità... ecco, a lei,
prenda, prenda signor Silvagni!
Fausto Silvagni prese la rosa e si voltò con un sorriso vano, squallido, a
guardare quei sette che s'erano precipitati appresso a lei gridando come
ossessi:
-
No, che c'entra lui? - A uno di noi! - Doveva offrirla uno di noi!
-
Non è vero! - protestò la signora Lucietta battendo un piede fieramente. - S'è
detto a uno, e basta! E io l' ho offerta qua al signor Silvagni!
-
Ma questa è una dichiarazione d'amore bell'e buona! - gridarono allora quelli.
-
Che? - ripigliò la signora Lucietta, facendosi in volto di bragia. - Ah,
nossignori, prego! Sarebbe stata una dichiarazione, se la avessi offerta a uno
di loro! Ma l'ho offerta al signor Silvagni, che non s'è mosso, tutta la serata,
e che dunque non può crederlo, è vero? non può crederlo! Come non possono
crederlo neanche loro!
-
Ma sí, ma sí che noi lo crediamo! Lo crediamo invece benissimo! Anzi! tanto piú
lo crediamo; - protestarono quelli a coro. - Proprio a lui oh! proprio a lui!
La
signora Lucietta si sentí tutta sconvolgere da un dispetto feroce. Non era piú
uno scherzo ormai! la malignità schizzava da quegli occhi, da quelle bocche; era
chiara nei loro ammiccamenti, nei loro grugniti l'allusione alle visite del
Silvagni all'ufficio, alla bontà ch'egli le aveva dimostrato fin dal suo arrivo.
E quel pallore, intanto, quel turbamento di lui davano esca ai sospetti maligni.
Perché quel pallore, quel turbamento? Poteva forse credere anche lui, che
ella...? Non era possibile! E perché allora? Forse perché lo credevano gli
altri! Invece d'impallidire e di turbarsi a quel modo, avrebbe dovuto
protestare! Non protestava; impallidiva sempre piú, e una crudele sofferenza gli
s'acuiva di punto in punto negli occhi.
Intuí tutto in un lampo la signora Lucietta, e n'ebbe come uno schianto. Ma in
quell'attimo d'angosciosa perplessità, di fronte alla sfida di quei sette
impudenti sconfitti che seguitavano a strillarle intorno con furia dilaniatrice:
-
Ecco! ecco, vede? Lo dice lei, ma non lo dice lui!
-
Come non lo dice? - gridò, lasciando prevalere, tra il guizzare e il cozzare di
tanti opposti sentimenti, il dispetto.
E,
facendosi innanzi al Silvagni, agitata da un fremito convulso, guardandolo negli
occhi, gli domandò:
-
Può lei credere sul serio che, offrendole codesta rosa, io abbia voluto farle
una dichiarazione?
Fausto Silvagni restò un momento a guardarla con quel sorriso squallido di nuovo
sulle labbra.
Povera fatina, forzata dall'impeto bestiale di quegli uomini a uscire dal
cerchio magico di quella pura gioja, di quell'innocente ebbrezza, nella quale
come una pazzerella s'era aggirata! Ecco che ora, pur di difendere di tra
l'accanimento dei brutali appetiti di quegli uomini l'innocenza del dono di
quella rosa, l'innocenza di quella sua folle gioja d'una sera, esigeva da lui la
rinunzia a un amore che sarebbe durato per tutta la vita, una risposta che
valesse per ora e per sempre, la risposta che doveva far subito appassire tra le
sue dita quella rosa.
Sorgendo in piedi e guardando con fredda fermezza quegli uomini negli occhi,
disse:
-
Non solo non posso crederlo io; ma stia sicura che non lo crederà mai nessuno,
signora. Ecco a lei la rosa; io non posso, la butti via lei.
La
signora Lucietta riprese con mano non ben ferma quella rosa e la buttò via in un
canto.
-
Ecco, sí... grazie... - disse; sapendo bene ormai ciò che con quella rosa d'un
momento aveva buttato via per sempre.
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