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NOVELLE PER UN ANNO - 1928 - "CANDELORA"
Pubblicata nel 1928, la raccolta "Candelora" costituisce il tredicesimo
volume delle Novelle per un anno e include racconti già editi tra il 1911 e il
1917. |
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4. Romolo (1917)
«E domani, lunedì», Treves, Milano 1917.
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Nelle società così dette civili. o
dette anche storiche, la leggenda – si sa – non può piú nascere. Potrebbe
nascere, e spesso anche nasce, ma umile, e striscia timida tra il popolino:
lumachella che ha gli occhi nelle corna e subito li ritira tra il bollichìo
della vana bava, appena col dito rigido e sporco d’inchiostro un professore di
storia glieli tocchi.
Crede, il professore di storia, che in quel suo dito rigido e sporco
d’inchiostro sia la santa verità, e che sia un bene far ritirare le corna alla
lumachella. Disgraziato! E piú disgraziati i posteri che avranno minuto per
minuto documentati i fatti degli avi e dei padri, che forse, abbandonati alla
memoria e all’immaginazione, a poco a poco, come ogni cosa lontana,
s’inazzurrerebbero di qualche poesia.
Storia, storia. Finiamola con la poesia.
Ecco qua, senza lupa, senza il fratello Remo, senza volo d’avvoltoj, Romolo,
come ce lo fanno conoscere gli storici; come l’ho conosciuto io, jeri, vivo.
Romolo: un fondatore di città.
E dire che, a guardarlo bene negli occhi di lupo, peccato! si poteva credere
benissimo che davvero una lupa lo avesse allattato, bambino, circa novanta anni
fa. Il suo Remo di fronte. rivale. quantunque non fratello, lo aveva avuto
davvero. Non l’aveva ucciso, solo perché Remo aveva pensato lui di morire prima
a tempo, da sé. Ma non andate ora a cercare nelle carte geografiche la città
fondata da questo Romolo. Non la trovereste. |
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La troveranno i posteri di sicuro, di
qua a tre o quattrocento anni, e anche segnata vi so dire con uno di quei
cerchietti che indicano le città capoluogo di provincia e il suo bravo nome
accanto: Riparo, che ciascuno dentro ci potrà immaginare le belle cose che vi
saranno, vie, piazze, palazzi, chiese, monumenti, col signor prefetto e la
signora prefettessa, se dureranno ancora questi saggi ordinamenti sociali e se
un terremoto prima (con l’ajuto di Dio che castiga le ambizioni degli uomini)
non l’avrà fatta crollare dalle fondamenta; ma speriamo di no.
Per ora, è piú che un casale; di già una bella borgata, con presto due chiesine.
Una è questa qua. Stalla un tempo, per consiglio di Romolo adattata a chiesina;
con un solo altarino dentro, di vecchio legno ingrassato al tanfo caldo del
letame, e una stampa del sacro cuore di Gesú attaccata al muro coi chiodini;
alla meglio, si sa, ma che importa? Gesú ce la respira davvero, qui dentro, la
sua natività.
Da miglia e miglia lontano, ogni domenica, ci viene con la mula un prete a dir
messa, tutto sudato e impolverato, d’estate; intabarrato fino agli occhi e con
l’ornbrellone di seta verde, d’inverno, come nelle oleografie. La mula, legata
per la cavezza all’anello accanto alla porta, aspetta, sbuffando e scalciando
per le mosche culaje. Ecco qua in terra il segno delle scalciature. Povera
bestia, non lo sa che è ufficio divino. Le pare una gran seccatura e mill’anni
che finisca.
L’altra, la nuova, sarà presto terminata e sarà una vera galanteria, col
campanile e tutto, tre altarini e il pulpito e la sagrestia; tutto insomma;
chiesa, per davvero, levata di pianta per chiesa, con un tanto a testa di tutti
i borghigiani.
Ora, quando qui sarà città, nessuno dei tanti figli di essa saprà di questo
Romolo primo loro padre; come, perché sia nata la città; perché qui e non
altrove. Su la terra, in un luogo, non si riesce piú a vedere questa terra e
questo luogo com’erano prima che la città vi sorgesse. Cancellare la vita è
difficile. quando la vita in un luogo ci sia espressa e imposta con tanto
ingombro di pesanti aspetti: case, vie, piazze, chiese.
C’era il deserto, un beato deserto, qua. Uomini che come un nastro svolgevano la
vita da lontano lontano, passarono allungando il nastro per questo, deserto. Uno
stradone. E carri cominciarono a poco a poco a passare, nella solitudine, per
questo stradone, e qualche uomo a cavallo, armato, che volgeva attorno gli occhi
guardinghi, dallo sgomento che si scoprisse per la prima volta a lui solo la
vista di tanta solitudine così lontana e ignota a tutti. Silenzio intorno e
aperto, sotto la vastità cupa del cielo.
Quando, di qui a quattrocent’anni, campanelli di tram elettrici, trombe
d’automobili squilleranno, streperanno tra la confusione delle vie affollate,
illuminate da lampade ad arco, con luccichii e sbarbagli di vetri, di specchi
negli sporti, nelle vetrine delle ricche botteghe, chi penserà a una lampada
sola, in cielo, la Luna, che nel silenzio e nella solitudine, guardava dall’alto
il nastro bianco dello stradone in mezzo al deserto sterminato, e ai grilli e
alle raganelle che qui scampanellavano soli? Chi penserà tra le chiacchiere vane
nei caffè alle cicale che qui arrabbiate tra le stoppie segate segavano la vasta
e ferma afa nell’abbagliamento delle eterne giornate estive?
Carri, uomini a cavallo, qualcuno raro a piedi, passavano e tutti sentivano di
quella solitudine uno sgomento che a mano a mano diveniva oppressione
intollerabile. Che era per essi quello stradone? Lunghezza di cammino; via da
fare. Chi poteva pensare di fermarcisi?
Un uomo. Questo vecchio qua. Allora sui trent’anni, andando un giorno d’estate
appresso ai pensieri che lo traevano fuori del consorzio degli altri uomini a
cercare nella solitudine la sua ventura, ebbe il coraggio di fermare in mezzo a
questo stradone l’ombra del suo corpo. Senti forse che in quel punto tanti come
lui, passando, avevano, avrebbero sentito il bisogno d’un poco di riposo, d’un
poco di conforto e d’ajuto. E disse qua.
Si guardò attorno a osservare ciò che prima aveva soltanto guardato con l’occhio
distratto di chi passa e non pensa a fermarsi: guardò col senso della sua
presenza, non per un solo momento qua, ma stabile; e si provò a respirare l’aria
allora deserta, a vedere intorno le cose, come quelle che dovevano essere la sua
aria e la sua vista di tutti i giorni. E col coraggio che gli sorgeva dentro per
distendersi e imporsi attorno comparò la tristezza infinita di quella
solitudine, se il suo coraggio avrebbe saputo resisterle e durarvi, quando – non
ora – d’inverno, col cielo aggrondato e il freddo, nell’eterne giornate di
pioggia, si sarebbe fatta piú squallida e paurosa.
Parla per apologhi il vecchio; e narra che da ragazzo aveva una sorellina
malatuccia e disappetente, che faceva tanto penar la madre per contentarla.
Ora un giorno, mentr’egli giocava per istrada coi compagni a un gioco furioso,
la madre, che se ne stava seduta allo scalino davanti la porta, lo chiamò perché
piano piano con un sorsellino cauto si sorbisse da un uovo, ch’ella teneva in
mano la chiara soltanto, non ben cotta, la chiara soltanto, di cui la sorellina
malatuccia e disappetente aveva schifo.
Ebbene, con quel sorsellino che avrebbe dovuto scoronar l’uovo appena appena,
egli, nella furia del gioco interrotto, senza farlo apposta, s’era tirato dentro
tutto l’uovo, chiara e torlo, tutto quanto, lasciando con tanto d’occhi sbarrati
per la sorpresa e il guscio in mano, vuoto, la madre e la sorellina.
Lo stesso ora qua, per lo stradone.
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Quando disse "qua", non aveva certo in mente questa borgata d’oggi, la città di
domani. Pensava che sarebbe restato sempre lui solo a offrire ajuto a tutti
quelli che sarebbero passati di là. Ma dentro quel suo primo respiro, tratto in
mezzo allo stradone, non c’era soltanto aria per un solo tetto di paglia; c’era
dentro l’aria per tutta questa borgata d’oggi, per la città di domani. E tanto
era stato il suo coraggio nel levare quel primo tetto di paglia, che altri per
forza dovevano sentirsene attirati.
Quando però una necessità non pensata si para davanti a una illusione, questa
necessità ci sembra un tradimento.
Ecco qua: dopo che lui, sfidando gli orrori della solitudine, per mesi e mesi
solo, era riuscito a far fermare davanti a quel suo tetto di paglia i carri che
passavano, e poi, levata a poco a poco la casetta di pietra e fatta venir la
moglie coi figliuoli, era riuscito a far sedere sotto la pergola i carrettieri a
bere il vino, di cui una bottiglina di saggio pendeva appesa con una frasca
d’insegna alla porta, e a mangiare in rozze scodelle campestri i cibi cucinati
dalla moglie, mentr’egli attendeva a riparare una ruota o una molla a qualche
carro o a ferrar la mula o il cavallo; un altro era venuto su lo stradone, un
po’ piú in giú, a levare contro alla sua casa un’altra casa.
Perché un paese (ora il vecchio lo sa bene e lo può dire per esperienza) un
paese nasce così.
Non è mica vero che gli uomini si mettono insieme per darsi conforto e ajuto a
vicenda. Insieme si mettono per farsi la guerra. Quando una casa sorge in un
punto, l’altra casa non le si mette mica accanto come una compagna o una buona
sorella; di fronte le si mette, come una nemica, a toglierle la vista e il
respiro.
Egli non aveva il diritto d’impedire che un’altra casa gli sorgesse di fronte.
La terra su cui sorgeva, non era sua. Ma questa terra prima era un deserto. Che
vita aveva? La vita gliel’aveva data lui. E l’usurpazione e la frode che
quell’altro era venuto a commettere, non era della terra, ma della vita che egli
a questa terra aveva dato.
– Qua non è tuo! – poteva soltanto dirgli quell’altro.
– Sì. Ma che era qua prima per te? – poteva gridargli lui. – E ci saresti tu
venuto, se prima non ci fossi venuto io? Qua non c’era nulla; e tu vieni adesso
a rubarmi quello che ci ho messo io!
Troppo, però, veramente – doveva riconoscerlo – troppo ci aveva messo per uno
solo.
Tutti i carri che passavano, spesso in lunga fila, si fermavano la ora. per una
sosta abituale. La moglie non riparava a sentir tutti e non si reggeva piú in
piedi dalla fatica; anch’egli, quelle due braccia sole che Dio gli aveva date,
non se le sentiva piú, la sera, dalla stanchezza. C’era dunque posto e lavoro
non solo per un altro, ma anche forse per tre o quattro altri.
Il vecchio ora dice che l’avrebbe preferito. Tre o quattro altri insieme
sarebbero stati compagni e si sarebbero diviso il lavoro; e sua moglie forse,
allora, non sarebbe morta di fatica. Ma quell’uno fu per forza nemico, un nemico
da respingere, anche col coltello in pugno, dalla vita che egli aveva fatto
nascere su quello stradone, e ch’era sua. Di fronte a tre o quattro altri
insieme, egli avrebbe cercato e stabilito un accordo; e certo sarebbe stato da
essi riconosciuto e rispettato come il primo e come il capo. Da quell’uno
dovette invece accanitamente difendersi la vita, da non lasciargliene prendere
nulla o quel poco soltanto che alle sue braccia non riusciva piú di contenere.
Ma l’effetto fu questo: che gli morì la moglie dalla troppa fatica.
– Dio! – dice il vecchio, adesso, alzando una mano con l’indice teso.
E lascia nell’ombra i casi e gli eventi passati, di cui riconosce in Dio la
causa, e dunque l’obbligo per gli uomini d’accettarli con obbedienza e
rassegnazione, per quanto dolorosi e crudeli possano parere. I casi passano e
vanità è ricordarli di fronte a questa certezza: che la giustizia di Dio trionfa
sempre.
Romolo non può parlare altrimenti. Deve riconoscere, Romolo, che fu giustizia di
Dio la morte della moglie: che Dio, cioè, con questa morte lo volle punire del
suo voler troppo. Perché alla fine il trionfo della giustizia divina Romolo deve
additarlo in lui che – morto Remo – ne sposò in seconde nozze la moglie. E
perché morì Remo? Ma anche lui per punizione di Dio, per una gran paura che Dio
gli mise addosso; morì perché comprese che l’uomo. a cui egli era venuto a
mettersi contro, ora, stroncato dalla morte della moglie, avrebbe certo
rovesciato su lui il furore della sua disperazione.
Poteva Dio permettere che una sua punizione diventasse soverchia e dunque
ingiusta lasciando che quell’altro profittasse di quanto ora a lui era venuto a
mancare con la morte della moglie? La punizione ch’era dolore per lui, doveva
essere paura per quell’altro; e tanta fu, che ne morì. Romolo non dice altro
Soggiunge però, che allora, nelle due case di contro, popolate tutte e due di
figliuoli, a cui finora non era stato mai concesso d’accostarsi gli uni agli
altri per mettere insieme i loro giuochi; nelle due case di contro restarono,
qua un uomo senza donna, là una donna senza uomo. E l’uno vestito di nero vide
l’altra vestita di nero; e nel cuore dell’uno e dell’altra ecco che Dio allora
fece sbocciare la carità, un reciproco bisogno d’ajuto e di conforto. E la prima
guerra finì.
Romolo tentenna il capo e sorride.
Vede in mente come, dopo le prime due, nacquero le altre case di questa borgata,
quando i figliuoli da una parte e dall’altra crebbero, e alcuni fecero nozze tra
loro e altri portarono da lontano chi la moglie, chi il marito.
Ah, una di qua, una di là, quelle case! Non propriamente nemiche. No. Scontrose.
Le spalle non se le voltavano; ma l’una s’era messa un po’ di fianco e l’altra
un po’ di traverso, come se tra loro non volessero vedersi in faccia. Finché,
con l’andare degli anni, tra questa e quella una terza non sorse in mezzo, come
paciera, a riunirle.
– Per questo, – dice Romolo, – le strade antiche dei piccoli paesi sono tutte
storte, che ogni casa vi scantona.
Per questo, sì. Ma poi viene, o Romolo, la civiltà coi piani regolatori, che
obbligano le case a stare in riga.
– La guerra allineata, – tu dici.
Sì; ma civiltà vuol dire appunto il riconoscimento di questo fatto: che l’uomo,
tra tanti altri istinti che lo portano a farsi guerra, ha anche quello che si
chiama istinto gregario, per cui non vive se non coi suoi simili.
– E or dunque vedi da questo, – tu concludi, – se l’uomo può mai essere felice!
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