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NOVELLE PER UN ANNO - 1928 - "CANDELORA"
Pubblicata nel 1928, la raccolta "Candelora" costituisce il tredicesimo
volume delle Novelle per un anno e include racconti già editi tra il 1911 e il
1917. |
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3.
La camera in attesa (1916)
«La lettura», maggio 1916, poi
in «E domani, lunedì», Treves, Milano 1917.
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Si dà pur luce ogni mattino a questa
camera, quando una delle tre sorelle a turno viene a ripulirla senza guardarsi
attorno. L’ombra, tuttavia, appena le persiane e le vetrate della finestra sono
richiuse e raccostati gli scuri, si fa subito cruda, come in un sotterraneo; e
subito, come se quella finestra non sia stata aperta da anni, il crudo di
quest’ombra s’avverte, diventa quasi l’alito sensibile del silenzio sospeso vano
sui mobili e gli oggetti, i quali, a lor volta, par che rimangano sgomenti, ogni
giorno, della cura con cui sono stati spolverati, ripuliti e rimessi in ordine.
Il calendario a muro presso la finestra è certo che rimane col senso dello
strappo d’un altro fogliolino, come se gli paja una inutile crudeltà che gli si
faccia segnar la data in quell’ombra vana e in quel silenzio. E il vecchio
orologio di bronzo, in forma d’anfora, sul piano di marmo del cassettone, pare
che avverta la violenza che gli fanno costringendolo a staccare ancora là dentro
il suo cupo tic-tac.
Sul tavolino da notte, però, la boccetta dell’acqua, di cristallo verde dorato,
panciuta, incappellata del suo lungo bicchiere capovolto, pigliando di tra gli
scuri accostati della finestra dirimpetto un filo di luce, sembra ridere di
tutto quello sgomento diffuso nella camera.
C’è, in realtà, alcunché di vivo e d’arguto su quel tavolino da notte.
Il riso della boccetta dell’acqua viene sì senza dubbio dal filo di luce, ma
forse perché con questo filo di luce quella boccetta panciuta può scorgere su la
lucida lastra di bardiglio le smorfie delle due figurine d’una scatola di
fiammiferi posata lì da quattordici mesi ormai, perché sia pronta a un bisogno
ad accendere la candela, anch’essa da quattordici mesi confitta nella bugia di
ferro smaltato, in forma di trifoglio, col manichetto e il bocciuolo d’ottone. |
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Nell’attesa della fiamma che deve consumarla, s’è ingiallita quella candela sul
trifoglio della bugia, come una vergine matura. E c’è da scommettere che le due
figurine monellescamente smorfiose della scatola di fiammiferi la paragonino
alle tre sorelle stagionate che vengono un giorno per una a ripulire e a
rimettere in ordine la camera.
Via, benché intatta ancora, povera vergine candela, dovrebbero cambiarla le tre
sorelle, se non proprio ogni giorno come fanno per l’acqua della boccetta (che
anche perciò è così viva e pronta a ridere a ogni filo di luce), almeno a ogni
quindici giorni, a ogni mese, via! per non vederla così gialla, per non vedere
in quel giallore i quattordici mesi che sono passati senza che nessuno sia
venuto ad accenderla, la sera, su quel tavolino da notte.
È veramente una dimenticanza deplorevole, perché non solo l’acqua della
boccetta, ma cambiano tutto quelle tre sorelle: ogni quindici giorni le lenzuola
e le foderette del letto, rifatto con amorosa diligenza ogni mattina come se
davvero qualcuno vi abbia dormito; due volte la settimana, la camicia da notte,
che ogni sera, dopo rimboccate le coperte, vien tratta dal sacchetto di raso
appeso col nastrino azzurro alla testa della lettiera bianca, e distesa sul
letto con la falda di dietro debitamente rialzata. E han cambiato, oh Dio,
finanche le pantofole davanti la poltroncina a piè del letto. Sicuro: le vecchie
buttate via, dentro il comodino, e al loro posto, lì su lo scendiletto un pajo
nuove, di velluto, ricamate dall’ultima delle tre. E il calendario? Quello lì,
presso la finestra, è già il secondo. L’altro, dell’anno scorso, s’è sentito
strappare a uno a uno tutti i giorni dei dodici mesi, uno ogni mattina con
inesorabile puntualità. E non c’è pericolo che la maggiore delle tre sorelle,
ogni sabato alle quattro del pomeriggio, si dimentichi d’entrare nella camera
per ridar la corda a quel vecchio orologio di bronzo sul cassettone, che con
tanto risentimento rompe il silenzio ticchettando e muove le due lancette sul
quadrante piano piano, che non si veda, come se voglia dire che non lo fa
apposta, lui, per suo piacere, ma perché forzato dalla corda che gli danno.
Le due figurine smorfiose della scatola evidentemente non vedono, come possono
vederlo il vecchio orologio di bronzo col bianco occhio tondo del quadrante e il
calendario dall’alto della parete col numero rosso che segna la data, il lugubre
effetto di quella camicia da notte stesa lì sul letto e di quelle due pantofole
nuove in attesa su lo scendiletto davanti la poltroncina.
Quanto alla candela confitta lì sul trifoglio della bugia, oh essa è così
diritta e assorta nella sua gialla rigidità, che non si cura del dileggio di
quelle due figurine smorfiose e del riso della panciuta boccetta, sapendo bene
che cosa sta ad attendere lì, ancora intatta, così ingiallita.
Che cosa?
Il fatto è che da quattordici mesi quelle tre sorelle e la loro madre inferma
credono di potere e di dovere aspettare così il probabile ritorno del fratello e
figliuolo Cesarino, sottotenente di complemento nel 25° fanteria, partito (ormai
son piú di due anni) per la Tripolitania e colà distaccato nel Fezzan.
Da quattordici mesi, è vero, non hanno piú notizia di lui. C’è di piú. Dopo
tante ricerche angosciose, suppliche e istanze, è arrivata alla fine dal Comando
della Colonia la comunicazione ufficiale che il sottotenente Mochi Cesare, dopo
un combattimento coi ribelli, non trovandosi né tra i morti né tra i feriti né
tra i prigionieri, di cui si è riuscito ad avere notizia certa, deve ritenersi
disperso, anzi scomparso senz’alcuna traccia.
Il caso ha destato in principio molta pietà in tutti i vicini e conoscenti di
quella mamma e di quelle tre sorelle. A poco a poco però la pietà s’è
raffreddata ed è cominciata invece una certa irritazione, in qualcuno anche una
vera indignazione per questa che pare "una commedia", della camera cioè temuta
così puntualmente in ordine, finanche con la camicia da notte stesa sul letto
rimboccato; quasi che con questa "commedia" quelle quattro donne vogliano negare
il tributo di lagrime a quel povero giovine e risparmiare a se stesse il dolore
di piangerlo morto.
Troppo presto han dimenticato i vicini e conoscenti che essi, proprio essi,
all’arrivo della comunicazione del Comando della Colonia, quando quella madre e
quelle tre sorelle s’eran pur messe a piangere morto il loro caro levando grida
strazianti, le han persuase a lungo e con tanti argomenti uno piú efficace
dell’altro a non disperarsi così. Perché piangerlo morto – han detto – se
chiaramente in quella comunicazione s’annunziava che l’ufficiale Mochi tra i
morti non s’era trovato? Era disperso; poteva ritornare da un momento all’altro:
ma anche dopo un anno, chi sa! Nell’Africa, ramingo, nascosto... E sono stati
pur essi a sconsigliare e quasi impedire che quella madre e quelle tre sorelle
si vestissero di nero, come voler vano anche nell’incertezza. – No, di nero –
hanno detto; perché quel malaugurio? E alla prima speranza di quelle poverine
che s’esprimeva ancora in forma di dubbio: "Chi sa... sì, forse è vivo", si sono
affrettati a rispondere:
– Ma sarà vivo sì! È vivo certamente!
Ebbene, non è naturale adesso che, mancando davvero ogni fondamento di certezza
alla supposizione che il loro caro sia morto, e accolta invece, come tutti hanno
voluto l’illusione che sia vivo, quella povera mamma inferma, quelle tre sorelle
diano quanto piú possono consistenza di realtà a questa illusione? Ma sì,
appunto, lasciando la camera in attesa. rifacendola con cura minuziosa, traendo
ogni sera dal sacchetto la camicia da notte e stendendola su le coperte
rimboccate. Perché, se si son lasciate persuadere a non piangerlo morto, a non
disperarsi della sua morte, devono per forza far vedere a lui, vivo per loro a
lui che veramente può sopravvenire da un momento all’altro, che ecco, tanto esse
ne sono state certe, che gli hanno finanche preparato ogni sera la camicia da
notte lì sul letto, sul suo lettino rifatto ogni mattina, come se egli davvero
la notte vi abbia dormito. Ed ecco là le nuove pantofole che Margheritina,
aspettando. non si è contentata soltanto di ricamare, ma ha voluto anche far
mettere su da un calzolajo, perché egli appena tornato le trovi pronte al posto
delle vecchie.
Scusate tanto:
– O che non son forse morti il vostro figliuolo, la vostra figliuola, quando
sono partiti per gli studii nella grande città lontana?
Ah, voi fate gli scongiuri? mi date sulla voce, gridando che non sono morti
nient’affatto? che saran di ritorno a fin d’anno e che intanto ricevete
puntualmente loro notizie due volte la settimana?
Calmatevi, sì, via, lo credo bene. Ma come va che, passato l’anno, quando il
vostro figliuolo o la vostra figliuola ritornano con un anno di piú dalla grande
città, voi restate stupiti, storditi davanti a loro; e voi, proprio voi, con le
mani aperte come a parare un dubbio che vi sgomenta, esclamate:
– Oh Dio, ma sei proprio tu? Oh Dio, come s’è fatta un’altra!
Non solo nell’anima, un’altra, cioè nel modo di pensare e di sentire; ma anche
nel suono della voce, anche nel corpo un’altra, nel modo di gestire, di
muoversi, di guardare, di sorridere...
E, con smarrimento, vi domandate:
– Ma come? erano proprio così i suoi occhi? Avrei potuto giurare che il suo
nasino, quand’è partita, era un pochino all’insù...
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La verità è che voi non riconoscete nel vostro figliuolo o nella vostra
figliuola, ritornati dopo un anno, quella stessa realtà che davate loro prima
che partissero. Non c’è piú, è morta quella realtà. Eppure voi non vi vestite di
nero per questa morte e non piangete... ovvero sì, ne piangete, se vi fa dolore
quest’altro che vi è ritornato invece del vostro figliuolo, quest’altro che voi
non potete, non sapete piú riconoscere.
Il vostro figliuolo, quello che voi conoscevate prima che partisse, è morto,
credetelo, è morto. Solo l’esserci d’un corpo (e pur esso tanto cambiato!) vi fa
dire di no. Ma lo avvertite bene, voi, ch’era un altro, quello partito un anno
fa, che non e piú ritornato.
Ebbene, precisamente come non ritorna piú alla sua mamma e alle sue tre sorelle
questo Cesarino Mochi partito da due anni per la Tripolitania e colà distaccato
nel Fezzan.
Voi lo sapete bene, ora, che la realtà non dipende dall’esserci o dal non
esserci di un corpo. Può esserci il corpo, ed esser morto per la realtà che voi
gli davate. Quel che fa la vita, dunque, è la realtà che voi le date. E dunque
realmente può bastare alla mamma e alle tre sorelle di Cesarino Mochi la vita
ch’egli seguita ad avere per esse, qua nella realtà degli atti che compiono per
lui, in questa camera che lo attende in ordine, pronta ad accoglierlo tal quale
egli era prima che partisse.
Ah, non c’è pericolo per quella mamma e per quelle tre sorelle ch’egli ritorni
Un altro, com’è avvenuto per il vostro figliuolo a fin d’anno.
La realtà di Cesarino è inalterabile
qua nella sua camera e nel cuore e nella mente di quella mamma e di quelle tre
sorelle, che per sé, fuori di questa, non ne hanno altra.
– Tittì, quanti ne abbiamo del mese? – domanda dal seggiolone la mamma inferma
all’ultima delle tre figliuole.
– Quindici, – risponde Margherita, alzando il capo dal libro ma non ne è ben
certa e domanda a sua volta alle due sorelle: – Quindici, è vero?
– Quindici, sì, – conferma Nanda, la maggiore, dal telaio.
– Quindici, – ripete Flavia che cuce.
Su la fronte di tutte e tre s’incide, per quella domanda della madre a Cui hanno
risposto, la stessa ruga.
Nella quiete della vasta sala da pranzo luminosa, velata da candide tendine di
mussola, è entrato un pensiero, che di solito, non per istudio, ma
istintivamente è tenuto lontano dalle quattro donne: il pensiero del tempo che
passa.
Le tre sorelle hanno indovinato il perché di questo pensiero pauroso nella mente
della madre inferma. abbandonata sul seggiolone; e perciò han corrugato la
fronte.
Non è già per Cesarino.
C’è un’altra, c’è un’altra – non qua, nella casa, ma che della casa, forse
domani, chi sa! potrebbe essere la regina – Claretta, la fidanzata del fratello
– c’è lei, sì, purtroppo, che fa pensare al tempo che passa.
La mamma, domandando a quanti si è del mese, ha voluto contare i giorni che son
passati dall’ultima visita di Claretta.
Veniva prima ogni giorno la cara bambina (bambina veramente, Claretta, per
quelle tre sorelle anziane) quasi ogni giorno, con la speranza che fosse
arrivata la notizia; perché era certa, piú certa di tutte, lei, che la notizia
sarebbe presto arrivata. E allora entrava festosa nella camera del fidanzato e
vi lasciava sempre qualche fiore e una lettera. Sì, perché seguitava a scrivere
lei, come al solito, ogni sera, a Cesarino. Le lettere, invece di spedirle, ecco
veniva a lasciarle qua perché le trovasse, Cesarino, subito appena arrivato.
Il fiore avvizziva, la lettera restava.
Pensava forse Claretta, nel trovare sotto il fiore vizzo la lettera del giorno
precedente, che anche il profumo di questa era svanito senz’avere inebriato
nessuno? La riponeva nel cassetto della piccola scrivania presso la finestra e
al suo posto lasciava la nuova e sopra vi posava un fiore nuovo.
Durò a lungo, per mesi e mesi, questa cura gentile. Ma un giorno la piccina
venne, con piú fiori, si, ma senza lettera. Disse che aveva scritto la sera
precedente, oh anche piú a lungo del solito, e che ogni sera avrebbe seguitato a
scrivere, ma in un taccuino, perché la mamma le aveva fatto notare ch’era un
inutile sciupio di carta da lettere e di buste.
Veramente era così: ciò che importava era il pensiero di scrivere ogni giorno;
che poi scrivesse in carta da lettere o nel taccuino, era lo stesso.
Se non che, con quella lettera cominciò anche a mancare la visita giornaliera di
Claretta. Dapprima tre volte, poi due, poi prese a venire una sola volta per
settimana. Poi con la scusa del lutto per la morte della nonna materna, stette
piú di quindici giorni senza venire. E alla fine, quando – non spontaneamente,
ma condotta dalle sorelle – rientro per la prima volta, vestita di nero, nella
camera di Cesarino, avvenne una scena inattesa, che per poco non fece scoppiare
d’angoscia il cuore di quelle tre poverine. Tutt’a un tratto, così vestita di
nero, appena entrata, si rovesciò sul lettino bianco di Cesarino, rompendo in un
pianto disperato.
Perché? che c’entrava? Rimase stordita, come smarrita, dopo, di fronte allo
stupore angoscioso, al tremore di quelle tre sorelle pallide, livide; disse che
non sapeva lei stessa com’era stato, come le era avvenuto... Si scusò; ne
incolpò il suo abito nero, il dolore per la morte della nonna... Riprese, a ogni
modo, a venire una volta la settimana.
Ma le tre sorelle provavano ora un certo ritegno a condurla nella camera in
attesa; ed ella né c’entrava da sì, né chiedeva alle tre sorelle che ve la
conducessero. E di Cesarino quasi non parlavano piú.
Tre mesi fa, venne di nuovo vestita di abiti gaj, primaverili, risbocciata come
un fiore, tutta accesa e vivace come da gran tempo le tre sorelle e la loro
povera mamma non l’avevano piú veduta. Recò tanti, tanti fiori e volle lei
stessa con le sue mani portarli nella camera di Cesarino e distribuirli in
vasetti su la piccola scrivania, sul tavolino da notte, sul cassettone. Disse
che aveva fatto un bel sogno.
Rimasero con l’affanno, oppresse e quasi sgomente di quella vivacità esuberante,
di quella rinata gajezza della bambina, le tre sorelle sempre piú pallide e piú
livide. Sentirono, appena cessato il primo stordimento, come l’urto d’una
violenza crudele, l’urto della vita che rifioriva prepotente in quella bambina e
che non poteva piú esser contenuta nel silenzio di quell’attesa, a cui esse con
le religiose cure delle loro mani gracili e fredde davano ancora e tenacemente
volevano dar sempre una larva di vita, tanta che bastasse a loro. E non fecero
nessuna opposizione, quando Claretta facendosi rossa rossa, disse che le era
nata una grande curiosità di sapere che cosa aveva scritto a Cesarino nelle sue
prime lettere di piú d’un anno fa, chiuse nel cassetto della scrivania.
Piú di cento dovevano essere quelle lettere, centoventidue o centoventitré. Le
voleva rileggere; le avrebbe poi conservate lei, per Cesarino, insieme coi
taccuini. E a dieci per volta se l’era tutte riportate a casa.
Da allora le visite si sono diradate. La vecchia mamma inferma, guardando fiso
il bracciolo del seggiolone, conta i giorni che son passati dall’ultima visita;
ed è curioso, che tanto per lei, quanto per le tre figliuole con la fronte
corrugata, questi giorni s’assommino e si facciano troppi, mentre per Cesarino
che non torna, il tempo non passa mai; è come se fosse partito jeri, Cesarino,
anzi come se non fosse partito affatto, ma fosse solo uscito di casa e dovesse
rientrare da un momento all’altro, per sedersi a tavola con loro e poi andare a
dormire nel suo lettino lì pronto.
Il crollo è dato alla povera mamma dalla notizia che Claretta s’è rifatta sposa.
Era da attendersela, questa notizia, poiché già da due mesi, Claretta non si
faceva piú vedere. Ma le tre sorelle, meno vecchie e perciò meno deboli della
mamma, s’ostinano a dire di no, che questo tradimento non se l’aspettavano.
Vogliono a ogni costo resistere al crollo esse, e dicono che Claretta s’è fatta
sposa con un altro, non perché Cesarino sia morto ed ella non abbia perciò
veramente nessuna ragione piú d’aspettarne ancora il ritorno, ma perché dopo
sedici mesi s’è stancata d’aspettarlo. Dicono che la loro mamma muore, non
perché il nuovo fidanzamento di Claretta le abbia fatto crollare l’illusione
sempre piú fievole del ritorno del suo figliuolo, ma per la pena che il suo
Cesarino sentirà, al suo ritorno di questo crudele tradimento di Claretta.
E la mamma, dal letto, dice di sì, che muore di questa pena; ma negli occhi ha
come un riso di luce.
Le tre figliuole glieli guardano, quegli occhi, con invidia accorata. Ella tra
poco, andrà a vedere di là se lui c’è: si leverà da quest’ansia della
lunghissima attesa; avrà la certezza, lei; ma non potrà tornare per da me
l’annunzio a loro.
Vorrebbe dire, la mamma, che non c’è bisogno di quest’annunzio, perché è già
certa che lei lo troverà di là, il suo Cesarino; ma no, non lo dice; sente una
grande pietà per le sue tre povere figliuole che restano sole qua e hanno tanto
bisogno di pensare e di credere che Cesarino sia ancora vivo, per loro, e che un
giorno o l’altro debba ritornare; ed ecco, vela dolcemente la luce degli occhi e
fino all’ultimo, fino all’ultimo vuol rimanere attaccata all’illusione delle tre
figliuole, perché anche dal suo ultimo respiro quest’illusione tragga alito e
seguiti a vivere per loro. Con l’estremo filo di voce sospira:
– Glielo direte che l’ho tanto aspettato...
Nella notte i quattro ceri funebri ardono ai quattro angoli del letto, e di
tratto in tratto hanno un lieve scoppiettìo, che fa vacillare appena la lunga
fiamma gialla.
Tanto è il silenzio della casa, che gli scoppiettii di quei ceri, per quanto
lievi, arrivano di là alla camera in attesa, e quella candela ingiallita, da
sedici mesi confitta sul trifoglio della bugia, quella candela derisa dalle due
figurine smorfiose della scatola di fiammiferi, ad ogni scoppiettìo pare che
abbia un sussulto da cui possa trar fiamma anche lei, per vegliare un altro
morto qui, sul letto intatto.
È per quella candela una rivincita. Difatti, quella sera, non è stata cambiata
l’acqua della boccetta, né tratta dal sacchetto e stesa sulle coperte rimboccate
la camicia da notte. E segna la data di jeri il calendario a muro.
S’è arrestata d’un giorno, e pare per sempre, nella camera, quell’illusione di
vita.
Solo il vecchio orologio di bronzo sul cassettone seguita cupo e piú sgomento
che mai a parlare del tempo in quella buja attesa senza fine.
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