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Basta. Io intanto con la discussione su l’intelligenza e la grassezza del porco
e il deplorabilissimo malinteso a cui questa discussione ha dato luogo, ho
perduto l’invito del signor Lavaccara alla festa.
Non me ne dolgo tanto per il piacere che mi è mancato, quanto per lo sforzo che
ho dovuto fare, assistendo solo da curioso alla festa, per conservare il
rispetto a tante brave persone e salvare, come ho detto, la dignità umana.
Dico la verità. Dati i sani criteri di cui mi sento ormai profondamente
compenetrato, non credevo mi dovesse costar molto. Ma alla fine, con l’ajuto di
Dio, ci sono riuscito.
Quando, la mattina, tra la polvere dello stradone ho veduto i branchi e
branchetti di tutti quei porcelloni cretacei avviarsi ballonzolanti e grufolanti
al luogo della festa, ho voluto guardarli apposta a uno a uno attentamente.
Bestie intelligenti, quelle? Ma via! Con quel grugno lì? con quelle orecchie?
con quel buffo cosino arricciolato dietro? E grugnirebbero così, se fossero
intelligenti? Ma se è la voce della stessa ingordigia, quel loro grugnito! Ma se
grufolavano finanche nella polvere dello stradone! fino all’ultimo, senza il
minimo sospetto che tra poco sarebbero stati scannati. Si fidavano dell’uomo? Ma
grazie tante di questa fiducia! Come se l’uomo, da che mondo è mondo e ha
pratica coi porci, non avesse sempre dimostrato al porco di appetirne la carne;
e che esso perciò non deve affatto fidarsi di lui! Perdio, se l’uomo arriva
finanche ad assaggiargli addosso, da vivo, le orecchie e il codino! Meglio di
così? Che se poi vogliamo chiamar fiducia la stupidità, siamo logici in nome di
Dio, e non diciamo che i porci sono bestie intelligenti.
Ma scusate, e se non se lo dovesse mangiare, che obbligo avrebbe l’uomo
d’allevare il porco con tanta cura, fargli da servo, lui carne battezzata,
condurselo al pascolo, perché? che servizio gli rende in compenso del cibo che
n’ha? Nessuno vorrà negare che il porco, finché campa, campa bene. Considerando
la vita che ha fatto, se poi è scannato se ne deve contentare, perché certo per
sé, come porco, non se la meritava.
E passiamo agli uomini, signori miei! Ho voluto osservarli apposta anch’essi a
uno a uno, mentre s’avviavano al luogo della festa.
Che altro aspetto, signori miei!
Il dono divino dell’intelligenza traspariva anche dai minimi atti: dal fastidio
con cui voltavano la faccia per non prendersi il polverone sollevato dai branchi
di quelle bestie, e dal rispetto con cui poi si salutavano l’un l’altro.
Ma l’aver pensato di coprir di panni l’oscena nudità del corpo, già questo solo,
considerate a quale altezza colloca l’uomo sopra uno schifosissimo porco. Potrà
mangiare fino a schiattarne e anche imbrodolarsi tutto, un uomo; ma poi ha
questo, che si lava e si veste. E quand’anche li immaginassimo nudi per lo
stradone, uomini e donne; cosa impossibile, ma ammettiamola pure, non dico che
sarebbe un bel vedere, le vecchie, i panciuti, i non puliti; tuttavia, che
differenza, pensate, anche a guardar soltanto alla luce dell’occhio umano,
specchio dell’anima, e al dono del sorriso e della parola.
E i pensieri che ciascuno, pur andando alla festa, aveva in mente; forse non del
padre o della madre, ma di qualche amico o della nipote o dello zio, che lo
scorso anno partecipavano anche loro allegri alla festa campestre. bevevano
anche loro quella bell’aria aperta, e adesso, rinserrati nel bujo sottoterra,
poverini... Sospiri, rimpianti e anche qualche rimorso. Ma sì! Non erano tutti
lieti quei visi; la promessa del godimento di una giornata grassa non spianava
su la fronte di tanti magri le rughe delle cure opprimenti e i segni delle
fatiche e delle sofferenze. E parecchi compassionevolmente portavano a quella
festa d’un giorno la loro miseria di tutto l’anno, per provare se trovasse piú
il verso, là tra tanti sanguigni ben pasciuti, d’aprire i denti gialli a uno
squallido sorriso.
E poi pensavo a tutte le arti, a tutti i mestieri a cui quegli uomini
attendevano con tanto studio, con tanti travagli e tanti rischi, che i porci
certamente non conoscono. Perché un porco è porco e basta; ma un uomo, no,
signori, potrà anche esser porco, non dico, ma porco e medico, per esempio,
porco e avvocato, porco e professore di belle lettere e filosofia, e notajo e
cancelliere e orologiajo e fabbro... Tutti i lavori, le afflizioni, le cure
dell’umanità vedevo con soddisfazione rappresentati in quella folla che
procedeva per lo stradone.
A un certo punto, il signor Lavaccara, reggendo per mano, uno di qua, uno di là,
i due figliuoli piú piccoli, m’è passato davanti, con la moglie dietro, rosea e
prosperosa come lui, tra le due figliuole maggiori. Tutti e sei han fatto finta
di non vedermi; ma le due figliuole, tirando via di lungo, si sono tutte
invermigliate e uno dei piccini, dopo pochi passi, s’è voltato tre volte a
sbirciarmi. La terza volta, così per ridere, io ho cacciato fuori la lingua e
l’ho salutato di nascosto con la mano; s’è fatto serio serio, con un viso lungo
lungo distratto e s’è subito messo a guardare altrove.
Mangerà il porco anche lui, povero piccino; forse ne mangerà troppo; ma speriamo
che non gli faccia male. Quand’anche però gli dovesse far male, la previdenza
umana c’è pure per qualche cosa. Andate a cercarla nei porci, la previdenza;
trovatemi un porco farmacista che prepari con l’alchermes l’olio di ricino per i
porcellini che si siano guastati lo stomaco per intemperanza!
Ho seguito da lontano, per un buon tratto, la cara famigliuola del signor
Lavaccara che si avviava sicuramente incontro a un solennissimo guasto di
stomaco; ma ecco che mi son potuto consolare pensando che domani troverà da un
farmacista la purghetta che li guarirà.
Quante baracche improvvisate con grandi lenzuola palpitanti, nello spiazzo
davanti la chiesa di San Nicola, attraversato dallo stradone!
Taverne all’aperto; tavole, tavole e panche; caratelli e barili di vino;
fornelli portatili; banchi e ceppi di macellai.
Un velo di fumo grasso misto alla polvere annebbiava lo spettacolo tumultuoso
della festa; ma pareva che non tanto quella grassa fumicaja, quanto lo
stordimento cagionato dalla confusione e dal baccano impedisse di vedere
chiaramente.
Non erano però grida giulive, di festa, ma grida strappate dalla violenza d’un
ferocissimo dolore. Oh sensibilità umana! I venditori ambulanti, gridando la
loro merce; i tavernai, invitando alle loro mense apparecchiate; i macellai, ai
loro banchi di vendita, intonavano il bando, senza forse saperlo, su le strida
terribili dei porci che là stesso, in mezzo alla folla, erano macellati,
sparati, scorticati, squartati. E le campane della gentile chiesina ajutavano le
voci umane, rintronando all’impazzata, senza posa, a coprire pietosamente quelle
strida.
Voi dite: ma perché almeno non si macellavano lontano dalla folla tutti quei
porci? E io vi rispondo: ma perché la festa allora avrebbe perduto uno dei suoi
caratteri tradizionali, forse il suo primitivo carattere sacro, d’immolazione.
Voi non pensate al sentimento religioso, signori.
Ho visto tanti impallidire, turarsi con le mani gli orecchi, torcere il viso per
non vedere l’accoratojo brandito cacciarsi nella gola del porco convulso tenuto
violentemente da otto braccia sanguinose smanicate, e per dir la verità, ho
torto il viso anch’io, ma lamentando dentro di me amaramente che l uomo a mano a
mano, col progredire della civiltà, si fa sempre piú debole, perde sempre più,
pur cercando di acquistarlo meglio, il sentimento religioso. Seguita, sì, a
mangiarsi il porco; volentieri assiste alla manifattura delle salsicce, alla
lavatura della corata al taglio netto del fegato lucido compatto tremolante; ma
torce poi il viso all’atto dell’immolazione. E certo è ormai cancellato il
ricordo dell’antica Maja, madre del dio Mercurio, da cui il porco ripete il suo
secondo nome.
Ho rivisto sul tardi il signor Lavaccara, sudato e stravolto, senza giacca,
recando tra le mani un gran piatto bislungo, avviarsi, seguito dai due piccini,
al banco del macellajo al quale aveva venduta quella sua bestia intelligente.
Andava a riceverne – patto della vendita – la testa e tutto il fegato.
Anche questa volta, ma con piú ragione, il signor Lavaccara ha finto di non
vedermi. Uno dei due piccini piangeva; ma voglio credere che non piangesse per
la prossima vista della pallida testa insanguinata della cara grossa bestia
carezzata per circa due anni nel cortile della casa. La contemplerà il padre
quella testa dalle larghe orecchie abbattute, dagli occhi gravemente socchiusi
tra i peli, per lodarne forse, con rimpianto ancora una volta, l’intelligenza, e
per questa maledetta ostinazione si guasterà il piacere di mangiarsela.
Ah mi avesse invitato a tavola con lui! Mi sarei risparmiato certamente il
grande affanno di vedere, io solo a digiuno, io solo con gli occhi non offuscati
dai vapori del vino, tutta quella umanità, degna di tanta considerazione e di
tanto rispetto, ridursi a poco a poco in uno stato miserando, senza piú neppure
un’ombra di coscienza, senza la piú lontana memoria delle innumerevoli
benemerenze che in tanti secoli ha saputo acquistarsi sopra le altre bestie
della terra con le sue fatiche e con le sue virtù.
Scamiciati gli uomini, discinte le donne; teste ciondolanti, facce paonazze,
occhi imbambolati, danze folli tra tavole capovolte, panche rovesciate, canti
sguajati, falò, spari di mortaretti, urli di bimbi, risa sgangherate. Un
pandemonio sotto le rosse nubi dense e gravi del tramonto, sopravvenute quasi
con spavento.
Sotto queste nubi divenute a mano a mano piú cupe e fumolente, ho veduto poco
dopo, al richiamo delle campane sante, raccogliersi alla meglio tra spinte e
urtoni tutta quella folla ubriaca, e imbrancarsi in processione dietro a quel
terribile Cristo flagellato su la croce nera, tratto fuori dalla chiesa,
sorretto da un chierico pallido e seguito da alcuni preti digiuni, col camice e
la stola.
Due porcelloni. per loro somma ventura scampati al macello, sdrajati a piè d’un
fico, vedendo passare quella processione, m’è parso si guardassero tra loro come
per dirsi:
– Ecco, fratello, vedi? e poi dicono che i porci siamo noi.
Mi sentii fino all’anima ferire da quello sguardo, e fissai anch’io la folla
ubriaca che mi passava davanti. Ma no, no, ecco – oh consolazione! – vidi che
piangeva, piangeva tutta quella folla ubriaca, singhiozzava, si dava pugni sul
petto, si strappava i capelli scarmigliati, cempennando, barellando dietro a
quel Cristo flagellato S’era mangiato il porco, sì, s’era ubriacata, è vero, ma
ora piangeva disperatamente dietro a quel suo Cristo, l’umanità.
– Morire scannate è niente, o stupidissimo bestie! – io allora esclamai,
trionfante. – Voi, o porci, la passate grassa e in pace la vostra vita, finché
vi dura. Guardate questa degli uomini adesso! Si sono imbestiati, si son
ubriacati, ed eccoli qua che piangono ora inconsolabilmente, dietro a questo
loro Cristo sanguinante su la Croce nera! eccoli qua che piangono il porco che
si son mangiato! E volete una tragedia piú tragedia di questa?
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