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Nane Papa, quasi senza volerlo, arriccia il volto in una smorfia monellesca,
seguendola con gli occhi; poi si guarda il braccio ferito, che al sole gli
brucia forte; poi, chi sa perché, si sente pungere anche lui gli occhi dal
pianto.
È atroce, veramente, in mezzo a un afoso meriggio di agosto. avvertire così, in
una pausa, la vita che pesa, carica di vergogna e di schifo, e sentire pietà,
mentre si suda, del peso sull’anima di quella vergogna e di quello schifo.
Nella tetraggine di tutto quel sole torrido, sul giardino frastagliato d’ombre,
ha il senso, ora, Nane Papa (un senso che l’opprime, lo urta e quasi lo
sgomentai, della presenza di tante cose immobili e come attonitamente sospese
davanti a lui: gli alberi, quegli alti fusti d’acacia, la vasca con quel giro di
roccia artificiale e con quello specchio verde d’acqua stagnata, i sedili.
Che aspettano?
Egli può muoversi; se ne può anche andare. Ma che stranezza! Si sente come
guardato da tutte quelle cose immobili, attorno; e non solo guardato, ma anche
come legato dal fascino ostile, quasi ironico, che spira dalla loro attonita
immobilità e che gli fa apparire inutile, stupido, anche buffo il suo potersene
andare.
Rappresenta la ricchezza del barone Chico quel giardino. Egli, Nane Papa, vi sta
da circa sei mesi; e solo questa mattina ha provato il bisogno irresistibile di
porre sotto gli occhi a sé stesso e a Candelora ritornata dal mare, la sua
vergogna e quella di lei, in tutta la sua nudità; ma ridendo, perché Candelora
pretendeva d’uscire da questa vergogna, ora che – a suo dire – potevano.
Già! Perché si vendono bene, ora, i quadri di Nane Papa, e il valore della sua
arte nuova, personalissima, s’è imposto, non già perché sia realmente compreso.
ma perché l’imbecillità dei ricchi visitatori delle esposizioni d’arte è stata
costretta dalla critica a fermarsi davanti alle sue tele.
La critica? Via, una parola, la critica! Una parola che non vive, se non nei
calzoni d’un critico. E il critico a cui Candelora un giorno, per disperata,
volle andare a gridare in faccia se era giusto che un artista come Nane Papa
morisse di fame, quel critico (il piú ascoltato di tutti) ha voluto sì con un
magistrale articolo richiamare l’attenzione degli imbecilli sull’arte nuova e
personalissima di Nane Papa, ma ha voluto anche che questo riconoscimento
dell’artista fosse, non diciamo pagato, ma graziosamente compensato con la piú
viva gratitudine di Candelora. E Candelora, subito, non solo a quel critico, ma
a tutti gli ammiratori piú fanatici dell’arte nuova del marito, inebriata della
vittoria che forse le pareva dovesse costarle chi sa quanto, subito s’è
dimostrata gratissima; gratissima a tutti, a quel barone Chico in ispecie che –
ecco è arrivato finanche ad alloggiarli nella sua villetta, per avere l’onore di
dar ricetto a un portento dell’arte, a un figlio della gloria... E che
trattamenti! che regali! che feste!
Se non le è costato nulla far così, niente di male, povera Candelora!
Le ha fatto paura la povertà, ecco. Dice di no, lei dice che le faceva rabbia,
non paura; perché quella povertà non era lo stento, non era l’avvilimento, era
l’ingiustizia, dato il merito di lui. Quest’ingiustizia ha voluto vendicare. E
come? Eccolo, come: la villetta, l’automobile, il canotto, ori, gemme, gite,
abiti, feste... E ha provato un gran dispetto per lui rimasto tal quale, né
triste né lieto, sciamannato come prima, senz’altra gioja fuori di quella de’
suoi colori, senz’altra voglia che di scavare, dl scavare nella sua arte per il
bisogno sempre insoddisfatto di andare in fondo ad essa, quanto piú in fondo
fosse possibile, tanto da non veder piú nulla della buffa fantasmagoria della
vita che gli s’agita attorno.
Forse, anzi certo, rappresenta la sua gloria, questa buffa fantasmagoria: le
gemme, il lusso di Loretta, gl’inviti, le feste. La sua gloria e anche, perché
no? la sua vergogna. Ma che glien’importa?
a sua vita, tutto ciò che di vivo è in lui egli lo mette, lo dà, lo spende per
il gusto di far carnosa una foglia, facendosi egli stesso pasta carnosa, fibre e
vene di quella foglia; rigido e nudo un sasso, che si senta e viva sasso sulla
tela: e questo solo gl’importa.
La sua vergogna? la sua vita? la vita degli altri? Cose estranee, transitorie,
di cui è vano tener conto. L’arte sua lei sola vive, l’opera che prepotentemente
piglia corpo dalla luce e dal tormento della sua anima.
Se è stata così la sua sorte, è segno che non poteva essere altrimenti. Gli pare
già tanto lontana a pensarci!
E così, come da lontano, ha detto a Loretta, questa mattina, che gli sarebbe
piaciuto, certo – oh, ma senza dare alcun peso alla cosa – gli sarebbe piaciuto
trovarsi accanto nella vita una compagna buona. a cui la povertà non avesse
fatto tutta quella rabbia; una compagna umile e mite, sul cui seno avesse potuto
riposarsi; che gli avesse ispirato con le sue sofferenze la stessa pena che
gl’ispirava allora la sua arte misconosciuta.
Loretta, naturalmente, gli è saltata addosso come una gatta inferocita.
Ma che fa, intanto? Non ritorna giú con la tintura di jodio, la bambagia e la
fascetta? Se n’è andata su piangendo, poverina...
Vuol essere amata, adesso, Loretta. Amata da lui, forse per dispetto della sua
indifferenza. Non è una pazzia? Se egli la amasse davvero, dovrebbe ucciderla.
Ci vuole quella indifferenza, come condizione imprescindibile per sopportare la
vergogna ch’ella gli rappresenta accanto. Uscire da questa vergogna? E come è
piú possibile ormai, se tutti e due l’hanno dentro, fuori, attorno? L’unica è
questa, non darci importanza, e seguitare, lui a dipingere, lei a divertirsi,
con Chico per ora, poi con un altro, ma anche con Chico e un altro insieme,
allegramente. Cose della vita, sciocchezze... In un modo o nell’altro, passano e
non lasciano traccia. Ridere, intanto, di tutte le cose nate male, che restano a
penare nelle lor forme sgraziate o sconce, finché col tempo non crollano in
cenere. Ogni cosa porta con se la pena della sua forma, la pena d’esser così e
di non poter piú essere altrimenti. È appunto in questo il nuovo della sua arte,
nel far sentire questa pena della forma. Sa bene lui che ogni gobbo bisogna che
si rassegni a portare la sua gobba. E come le forme sono i fatti. Quando un
fatto è fatto, è quello, non si cangia piú. Candelora, per quanto faccia, non
potrà piú, per esempio, ritornar pura come quando era povera. Sebbene pura,
forse, non è stata mai, Candelora, neppure da bambina Non avrebbe potuto fare
ciò che ha fatto; e goderne, dopo.
Ma come mai, così all’improvviso, questa nostalgia di purezza; di mettersi con
lui, adesso, appartata’ tranquilla, modesta, amorosa? Con lui, dopo quanto è
avvenuto? Quasiché lui, adesso, sia piú in grado di prendere sul serio qualche
cosa, nella vita: e l’amore, poi! e un amore poi, così tutto gualcito, come
quello di lei, con l’immagine buffa di Chico e di quel critico e di tanti altri
che, attorno a lei e a lui idillicamente abbracciati, si metterebbero a fare
giro giro tondo...
Ohè, al sole, il sangue s’è tutto aggrumato e incrostato su le dentate; e il
polso, e anche un po’ la mano gli si sono gonfiati; e incordate le vene.
Nane Papa si scuote dalle sue considerazioni e s’avvia per salire alla villetta.
Chiama due volte, prima dalla scala, poi dalla saletta d’ingresso:
– Candelora! Candelora!
La sua voce rintrona nelle stanze vuote. Nessuno risponde. Entra nella stanza
accanto allo studio, ov’è la scrivania, e dà un balzo indietro. Nella gran luce,
ferma in quella stanza bianca, Candelora è buttata per terra, lunga, stirata,
con le vesti scomposte, come se si fosse rotolata; una coscia scoperta. Accorre,
le solleva la testa. Oh Dio, che ha fatto? La bocca, il mento, il collo, il
seno, sono macchiati d’un giallo nerastro. Ha bevuto la boccetta del jodio.
– È niente! è niente! – le grida. – Candelora mia, ma che sciocchezza hai fatto?
Bambina mia... Ma non è niente! Ti brucerà un po’ lo stomaco... Su! su!
Cerca di sollevarla, e non ci riesce, perché la poverina s’è indurita nello
spasimo. Ma non le dice poverina, lui: – Bambina... bambina... – perché gli pare
un po’ buffo il fatto che abbia bevuto la tintura di jodio. – Bambina... – le
ripete, e la chiama anche scioccherella sua... E cerca di tirar la veste
azzurra, labile, su quella coscia scoperta che l’offende; e torce gli occhi per
non vederle la bocca così tutta nera... La vesticciuola si lacera allo strappo
della sua mano convulsa e scopre di più la coscia.
È solo nella villa. Loretta ritornata quella mattina dai bagni di mare, prima di
partire volle licenziare le donne di servizio. Nessuno dunque può ajutarlo a
sollevarla da terra; nessuno può correre a chiamare una vettura per farla
trasportare a un ospedale per un pronto soccorso. Ma per fortuna, ecco dalla via
la tromba dell’automobile di Chico, il barone. E, poco dopo, Chico appare,
sbalordito, con la faccia gialla di vecchio ebete sul corpo giovanile,
sperticato, elegantissimamente vestito.
– Oh! e che è?
Senza volerlo, sporge l’occhio con la caramella, a fissar quella coscia
scoperta.
– Ajutami a sollevarla, perdio! – gli grida Nane, esasperato dagli inutili
sforzi.
Ma appena la sollevano, dalla mano rimasta schiacciata sotto il fianco casca a
terra una rivoltella, e lì, dov’era il fianco, si scopre una chiazza di sangue.
– Ah! ah! – geme allora Nane, trasportandola con Chico verso la camera da letto.
Non è indurita dallo spasimo, Loretta, ma dalla morte. Nane Papa, come
impazzito, appena disteso il cadavere sul letto, grida a Chico:
– Chi era ai bagni con voi? dimmi chi era ai bagni con voi quest’estate!
Chico, smarrito fa alcuni nomi.
– Ah, perdio! – esclama allora Nane, feroce, venendogli addosso, afferrandolo
per il petto e scrollandolo tutto. – Ma è possibile che dobbiate essere tutti
quanti così stupidi, voialtri che avete un po’ di quattrini?
– Così stupidi? noi? – fa Chico, piú che mai imbalordito, rinculando a ogni
scrollone.
– Ma sì! ma sì! ma sì! – seguita a inveire Nane Papa. – Cosi stupidi da far
nascere la voglia a questa poverina d’essere amata da me! Capisci? Da me! da me!
Amata da me!
E rompe in un pianto disperato abbattendosi sul cadavere di Loretta.
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