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NOVELLE PER UN ANNO - 1928 - "IL VIAGGIO"
Pubblicata nel 1928, la raccolta «Il viaggio» costituisce il dodicesimo
volume delle Novelle per un anno. I
nclude racconti quasi tutti già editi tra il
1897 ed il 1926. |
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15.
Leviamoci questo pensiero (1910)
«Corriere della Sera», 19 luglio 1910, poi in
«Terzetti», Treves, Milano 1912.
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Nella camera mortuaria erano raccolti
tutti i parenti il padre vecchissimo, le sorelle coi loro mariti, i fratelli con
le loro mogli e i figliuoli più grandi; e chi piangeva silenziosamente, col
fazzoletto sogli occhi; e chi, scotendo amaramente il capo, appena appena, con
gli angoli della bocca contratti in giù, mirava sul letto tra i quattro ceri la
povera morta cosparsa di fiori, con un piccolo crocefisso d’argento e la corona
del rosario di grani rossi tra le mani dure, livide, composte a forza sul petto.
Bernardo Sopo, il marito, passeggiava nella camera accanto. Di larghe spalle, quantunque povero e tardo di gambe, calvo e barbuto come un
padre cappuccino, con gli occhi socchiusi, le lenti dimenticate su la punta del
naso, le mani a tergo, passeggiava; si fermava di tratto in tratto, diceva
– Ersilia... poveretta...
Si rimetteva a passeggiare, e poco dopo si rifermava per ripetere:
– Poveretta.
Il suono de’ suoi passi, il suono della sua voce, in quella che non pareva
neppure un’esclamazione di compianto, ma quasi una conclusione ragionata,
urtavano i parenti muti e raccolti nel cordoglio.
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Urtava peggio la sua presenza,
ogni qual volta egli veniva a fermarsi un momento su la soglia e, col capo
reclinato indietro e gli occhi tra i peli, guardava tutti in giro, come per
compassione di quello spettacolo di morte, ch’essi stavano lì a rappresentare
sinceramente, quasi per esercizio d’un dovere, oh tristissimo sì, ma al tutto
inutile.
E appena egli voltava le spalle per rimettersi a passeggiare nella stanza
accanto, tutti avevano l’impressione che, così passeggiando, quell’uomo stesse
ad aspettare, con forzata pazienza, che si finisse una buona volta di piangere.
A un certo punto lo videro entrare nella camera con un’aria che gli conoscevano
bene, aria di rassegnazione, ma testarda, con la quale sfidava le proteste e
accoglieva le ingiurie di tutti, come un asino le nerbate senza rimuoversi d’un
passo dall’orlo del precipizio.
Quasi quasi temettero che andasse a soffiare sui quattro ceri per spegnerli,
come a dire che lo spettacolo era già durato abbastanza e poteva aver fine.
Di tanto tutti quei parenti stimavano capace Bernardo Sopo. E certo, se fosse
dipeso da lui - no’ spenti no, spenti mai - ma non sarebbero stati certo accesi
quei ceri, né sparsi quei fiori, né posti in mano alla morta quel crocefisso e
quella corona di grani rossi. Non per la ragione, però, che con maligno animo
sospettavano i parenti.
Bernardo Sopo si accostò al suocero e lo pregò di recarsi con lui, per un
momento, nello scrittojo.
Qua, la vista dei mobili quieti, in penombra, che non sapevano nulla di quanto
era accaduto di là, lo fece sbuffare, specialmente la vista degli scaffali pieni
zeppi di pesanti libri di filosofia. Aperto un cassetto della scrivania, ne
trasse una cartella di rendita intestata alla moglie defunta, e la porse al
suocero.
Questi, stordito dalla sciagura, guardò coi calvi occhi, insanguati nel pianto,
prima quella cartella, poi il genero, senza comprendere.
– La dote d’Ersilia, – gli disse il Sopo.
Il vecchio, sdegnato, buttò la cartella su la scrivania e, poiché anche lì, non
reggendosi in piedi, era cascato a sedere su la prima seggiola, si levò come
sospinto da una susta, per ritornare alla camera mortuaria. Ma Bernardo Sopo,
strizzando dolorosamente gli occhi e protendendo le mani, cercò di trattenerlo.
– Per carità, – pregò. – Tutto quello che si deve fare...
– Ma piangere! – gli gridò il vecchio, – piangere! piangere per ora, e niente
altro!
Bernardo Sopo tornò a strizzare dolorosamente gli occhi, per pietà profonda di
quel povero vecchio, di quel povero padre; ma poi sollevò la faccia, sollevò il
petto, trasse con le nari quanta più aria poté, e quindi, votandosene, con gesto
di sconsolata stanchezza, disse:
– A che giova?
Non avendo avuto figliuoli dalla moglie, egli doveva restituire la dote.
Bisognava che si levasse questo pensiero.
Un altro pensiero, che non gli pareva l’ora di levarsi, era quello della casa.
Morta la moglie e dovendo restituire la dote, egli con quel che aveva di suo e
coi tanti pesi che aveva addosso, non poteva più sostenerne la pigione. Quella
casa, per altro, sarebbe stata troppo grande per lui, che restava ormai solo.
Per fortuna, essa figurava come locata alla moglie; sicché dunque il contratto,
con la morte di questa, si scioglieva naturalmente.
Ma c’erano i mobili, i mobili, tutti quei mobili di cui la povera morta, che
amava gli agi, aveva ingombrato le stanze fin negli angoli più riposti. E
Bernardo Sopo se li sentiva come tanti macigni sul petto.
Ci mancavano ancora sei giorni a finire il mese. La pigione di quel mese era
pagata; non avrebbe voluto pagare quella del mese venturo a cagione di tutti
quei mobili là, di cui non sapeva che farsi. Aveva già stabilito d’andarsene in
una camera mobiliata. Intanto, come far presto? Per levarsi quest’altro pensiero
dei mobili, bisognava che prima la moglie fosse portata via al camposanto; e
dovevano passare almeno quarantotto ore, per espressa volontà dei parenti, morta
com’era all’improvviso, di paralisi cardiaca.
– Quarantotto ore, – diceva tra sè Bernardo Sopo, seguitando a passeggiare con
gli occhi socchiusi e grattandosi il mento con la mano irrequieta tra i peli
della folta barba da padre cappuccino. – Quarantotto ore! Come se la povera
Ersilia potesse non esser morta davvero! Purtroppo è morta! Purtroppo per me,
non per lei. Ah lei sì, povera Ersilia, se l’è levato questo pensiero della
morte. Mentre noi qua, ora... Tutte queste sciocchezze da fare; e che si devono
fare! la veglia al cadavere, sicuro, e i ceri e i fiori e i funerali in chiesa e
il trasporto e il seppellimento. Quarantotto ore!
E non badando alle torve occhiate che tutti gli lanciavano per quel che or ora
il suocero era tornato a riferire su la cartella della dote, seguitò a
dimostrare in tutti i modi la smania, l’affanno che quell’attesa forzata gli
cagionava.
Assillato dalla sollecitudine, non trovava requie; s’accostava a questo e a
quello dei parenti più intimi della defunta, irresistibilmente tratto dall’idea
di proporgli qualcuna delle tante cose che si dovevano fare; ma subito avvertiva
in quello la repulsione, l’urto. Non se n’aveva per male. Già c’era avvezzo. Del
resto riconosceva che quella repulsione, quell’urto erano naturali verso uno
che, come lui, stava a rappresentare le dure necessità dell’esistenza.
Comprendeva e compativa. Gli restava un pezzo accanto, a guardarlo attraverso le
pàlpebre semichiuse, inerte, ingombrante, soffocante, finché non provocava con
uno sbuffo la domanda:
– Mi vuoi?
Accennava di sì col capo, mestamente, e con aria stanca, abbattuta, se lo
portava a passeggiare nella sala da pranzo.
Qua, dopo essere andato due o tre volte su e giù, esclamando a tratti: "La vita,
caro, che tristezza!" "La vita... che miseria!" oppure di nuovo: "Ersilia...
poveretta..." si fermava e, con atteggiamento umile e pietoso, o fingendosi
all’improvviso distratto, sospirava:
– Tu, se vuoi, caro, potresti prenderti intanto queste due vetrine col servizio
da tavola e la cristalliera; anche la credenza, se vuoi.
L’offerta, in quel punto, col cadavere ancor lì presente, pareva a quello un
insulto, anzi peggio, un pugno sul petto. E senza avere altra risposta, che uno
sguardo di disgusto, d’abominazione, Bernardo Sopo si vedeva lasciato in asso.
Il che però non gli toglieva l’animo d’accostarsi, poco dopo, a un altro dei
parenti più intimi e di portarselo a passeggiare nel salotto per proporgli a un
certo punto, come a quell’altro:
– Se ti piacciono questo canapè e queste poltroncine, puoi prenderle, sai, caro!
Finché, vedendo che tutti a un modo i più intimi gli si rivoltavano
scandalizzati, non cominciò a profferire i mobili e gli oggetti della casa ai
meno intimi e anche a qualche estraneo, amico di casa, i quali, con minor
scrupolo, ma pur perplessi e timidi, lo ringraziavano. Bernardo Sopo troncava
subito i ringraziamenti con un gesto della mano alzava le spalle per significare
che non dava alcuna importanza al regalo, e soggiungeva:
– Dovresti affrettarti piuttosto a farli portar via; mi preme di sgombrare al
più presto.
Quegli altri allora presero a fulminarlo dalla camera mortuaria con certi
occhiacci da spiritati e a dar segni d’ira e di sdegno e di dispetto, per un
altro verso.
No, non avevano diritto, nessun diritto su quei mobili che appartenevano a lui
soltanto, a Bernardo Sopo; ma perdio, era un’indecenza!
E a uno a uno, non riuscendo più a trattenersi, balzarono da sedere e corsero a
investirlo, a gridargli tra i denti che doveva vergognarsi, di quel che stava
facendo, vergognarsi come si vergognavano per lui quelli stessi che,
nell’imbarazzo, non avevano saputo opporsi alle profferte. Li chiamavano in
testimonianza
– È vero? è vero?
Quelli si stringevano nelle spalle, con un sorriso afflitto su le labbra.
– Ma certo! ognuno! – esclamavano allora i parenti. – Sono mortificazioni!
E Bernardo Sopo, sempre con gli occhi chiusi, aprendo le braccia:
– Ma scusate, perché, cari, perché? Io mi spoglio... Per me è finita, cari miei!
Bisogna che non ci pensi più! So quello che porto addosso. Lasciatemi fare. Son
cose che si devono fare.
Quelli gridavano:
– Va bene, si devono fare: ma a tempo e a luogo, perdio!
E allora lui, per troncare il discorso, rimettendosi:
– Capisco... capisco...
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Ma non capiva affatto; o piuttosto, capiva questo soltanto ch’era una debolezza
quell’indugio che si voleva frapporre; una debolezza, come tutto quel pianto là.
Lo credevano senza cuore, perché egli non piangeva. Ma dimostrava forse il
pianto la intensità del dolore? Dimostrava la debolezza di chi soffre. Chi
piange vuol far conoscere che soffre, o vuole intenerire, o chiede conforto e
commiserazione. Egli non piangeva, perché sapeva che nessuno avrebbe potuto
confortarlo, e che era inutile ogni commiserazione. Né c’era da aver pena per
quelli che se n’andavano. Fortunati da invidiare, anzi!
La vita era per Bernardo Sopo profondamente oscura; la morte, uno sbuffo di più
densa tenebra nell’oscurità. Né al lume della scienza per la vita né al lume
della fede per la morte riusciva a dar credito; e in tanta oscurità non vedeva
profilarsi altro, a ogni passo, che le sgradevoli, dure, ispide necessità
dell’esistenza, a cui era vano tentar di sottrarsi, e che si dovevano subito
perciò affrontare o subire, per levarsene al più presto il pensiero.
Ecco, sì, levarsene il pensiero! Tutta la vita non era altro che questo: un
pensiero, una sequela di pensieri da levarsi. Ogni indugio era una debolezza.
Tutti quei parenti che s’indignavano, sapevan pur bene che egli era stato sempre
così. Quante volte non li aveva fatti ridere la loro Ersilia, raccontando con
festosa esagerazione le furiose avventure della sua vita coniugale con
quell’uomo, il quale, poveretto, che poteva farci? aveva in corpo la smania, la
frenesia di levarsi tutti i pensieri, appena gli si affacciassero alla mente
come un’ineluttabile necessità. Anche, anche a letto, sì, tutti i pensieri! Ed
ella, la poverina, si rappresentava come una cagnetta stanca, in corsa perpetua,
dietro a lui, sempre con tanto di lingua fuori.
Si doveva andare a teatro? Quell’uomo non aveva più requie. Non già perché gli
premesse il teatro; anzi al contrario! Il pensiero d’andarci diventava per lui
un tale incubo, che non gli pareva l’ora di levarselo; e, sissignori, ogni
volta, un’ora prima, nel palco, al bujo, ad aspettare!
Si doveva partire? Misericordia di Dio! Un precipizio. Bauli, valige, fagotti;
caccia, cocchiere! corri, facchino! E i sudori! e i sudori! e quante cose
smarrite, e quante dimenticate, per arrivare alla stazione due ore prima della
partenza del treno! Non già perché temesse di perdere la corsa, ma perché non
poteva più aspettare in casa, neanche un minuto, con quel pensiero della
partenza che lo assillava.
E quante volte non s’era presentato in casa con un fagotto di cinque o sei paja
di scarpe, per levarsi per un pezzo il pensiero di comperarle! Era forse l’unico
dei contribuenti che pagasse tutte in una volta per l’annata le rate delle
tasse, sempre il primo dietro gli sportelli dell’esattoria. Per miracolo,
all’alba del giorno segnato per il pagamento della prima rata, non andava a
svegliare in casa l’esattore.
Sempre, nel vederlo assaettato così in tutte le faccende, aveva cercato di
arrestarlo la povera Ersilia; poi, quando lo vedeva stanco o smanioso, con tanto
tempo avanti a sé che non sapeva più come riempire, gli domandava:
– Vedi? Ti sei levato il pensiero. Bebi mio; e ora? e ora?
A questa domanda Bernardo Sopo si metteva a scuotere il capo, sempre con gli
occhi chiusi.
Non voleva confessare, non che agli altri, ma nemmeno a se stesso, che nel fondo
più recondito di quella oscurità che si sentiva dentro e che né il lume della
scienza né quello della fede riuscivano mai a stenebrare neppur d’un primo
frigido pallor d’alba, gli palpitava come un’ansia indefinibile, l’ansia di
un’attesa ignota, un presentimento vago, che nella vita ci fosse da fare qualche
cosa, che non era mai quella delle tante a cui correva dietro per levarsene
subito il pensiero. Ma pur troppo, sempre, quando di queste s’era levato il
pensiero, restava come sospeso e anelante in un vuoto smanioso. Gli rimaneva
quell’ansia, dentro: ma l’attesa, ahimè, era sempre vana, sempre.
E gli anni erano passati e passavano, e Bernardo Sopo, oggi più stanco e più
stufo di jeri, ma pur non meno obbediente a tutte le più dure necessità
dell’esistenza, anzi tanto più obbediente quanto più stanco e più stufo, non
riusciva a comprendere che proprio per questo, proprio per obbedire a quelle
necessità, si stesse nella vita.
Possibile che non ci fosse da fare altro? che si fosse venuti su la terra e ci
si stesse per questo?
Oh sì, c’erano i sogni dei poeti, le architetture mentali dei filosofi, le
scoperte della scienza. Ma a Bernardo Sopo parevano tutti scherzi, questi,
scherzi graziosi o scherzi ingegnosi, illusioni. Che concludevano?
S’era convinto, man mano sempre più, che l’uomo su la terra non poteva concluder
nulla, che tutte le conclusioni a cui l’uomo credeva d’esser venuto, erano per
forza illusorie o arbitrarie.
L’uomo è nella natura, è la natura stessa che pensa, che produce in lui i suoi
frutti di pensiero, frutti secondo le stagioni anch’essi, come quelli degli
alberi, effimeri forse un po’ meno, ma effimeri per forza. La natura non può
concludere, essendo eterna; la natura, nella sua eternità, non conclude mai. E
dunque, neppur l’uomo!
Se n’accorgeva bene Bernardo Sopo, quando, nel tempo che sempre gli avanzava, si
astraeva dalle volgari contingenze, dalle brighe quotidiane, dai doveri che
s’era imposti, dalle abitudini che s’era tracciate, e allargava i confini della
consueta visione della vita e si sollevava, spassionato, a contemplare da questa
altezza tragica e solenne la natura. S’accorgeva che, per concludere, l’uomo si
metteva un paraocchi, che gli facesse vedere per alcun tempo una cosa sola; ma,
quando credeva di averla raggiunta, non la trovava più, perché, levandosi quel
paraocchi e scoprendoglisi la vista di tutte le cose intorno, addio conclusione!
Che restava dunque a non volersi illudere coscientemente, quasi per uno scherzo?
Ahimè, nient’altro che le dure necessità dell’esistenza, da subire o da
affrontare subito per levarsene il pensiero al più presto. Ma allora, tanto
valeva uccidersi, per levarsi subito il pensiero di tutto. Bravo, sì!
uccidersi... Poterlo fare! Bernardo Sopo non poteva: la sua vita era purtroppo
una necessità, di cui non si poteva levare il pensiero. Aveva fuori tanti
parenti poveri, per cui doveva vivere.
Dopo il trasporto e il seppellimento della moglie, riuscito a spogliarsi di
tutto nei pochi giorni che restavano a finire il mese, si ridusse a viver solo,
miseramente, in una cameretta d’affitto.
Nessuno dei parenti della moglie volle più sapere di lui. Né egli se ne dolse.
Si sbarazzò subito di moltissime necessità che, anche vivendo la moglie, aveva
sempre stimate superflue, ma accettate per lei, subite o affrontate col solito
coraggio e la solita rassegnazione. Si restrinse in tutte le spese di vitto, di
biancheria, di vestiario, a cui la moglie lo obbligava, per non ridurre di
troppo, ora che la moglie non c’era più, gli assegni a quei parenti poveri, che
non glie ne restavano affatto grati. Neppur di questo egli si doleva. Stimava il
suo sacrifizio come dovere, come necessità, anch’essa incresciosa; e lo lasciava
intendere chiaramente nelle sue lettere a quei parenti, che perciò non gli
restavano grati. Essi, insomma, come tutto il resto, rappresentavano per lui un
pensiero da levarsi, da levarsi al più presto, ogni mese. Anche a costo di
mangiare così, una sola volta al giorno, e anche scarsamente. Subito subito,
anche quel desinarino, per non pensarci più per tutto il giorno.
Sbrigate così subito le poche faccende, a cui ormai gli restava da attendere,
gli crebbe innanzi più che mai il tempo, il vuoto smanioso, che non sapeva come
riempire.
Cominciò a spenderlo a profitto degli altri, di gente che conosceva appena, di
cui per caso veniva a conoscere la necessità. Ma, al solito, anche da questi
beneficati non ebbe altro compenso che sgarbi e ingratitudine. Gli mancava al
tutto il senso dell’opportunità, perché non riusciva a intendere che si potesse
provar piacere a indugiarsi nelle illusioni, convinto com’era che ogni indugio,
di fronte alle necessità impellenti e ineluttabili dell’esistenza, fosse una
debolezza. E non aveva né pietà, né considerazione per tutti quei deboli che
indugiavano: si presentava quando non doveva, a ricordar loro quelle necessità,
con un’aria sempre più stanca e più oppressa, che diceva chiaramente: "Vedete,
pur essendo così, pur costandomi tanto, io sono qua, pronto; su, cari miei,
leviamoci questo pensiero!" .
E ormai tutti, appena lo vedevano da lontano, spiritavano. Era divenuto un
incubo per tutti. Tutti credevano ch’egli provasse un gusto feroce a tormentare,
a opprimere.
Le gambe, con gli anni, gli divennero sempre più tarde. Nulla era più penoso che
il vedere com’egli si adoperasse, ora, nella corsa dietro a quelle necessità sue
e altrui, e cercasse il verso d’andare speditamente con quelle povere gambe che
pareva lo lasciassero sempre allo stesso punto.
Avviluppato nell’ombra tremenda del tempo che gli avanzava, col rodio, l’assillo
di tante sollecitudini non sue soltanto, gli avveniva spesso di fermarsi di
botto in mezzo alla via, non ricordandosi più dove fosse diretto che cosa
dovesse fare.
Col bastone sotto l’ascella, il cappello in mano l’altra mano sul mento
irrequieta tra i peli della folta barba, restava un pezzo a pensare, con gli
occhi chiusi, ripetendo piano a se stesso:
– Io dovevo fare una cosa...
E così una volta lo colse, in mezzo a una piazza deserta, di pieno meriggio,
un’automobile che passava di furia.
Travolto in un attimo, sballottato sotto le ruote, Bernardo Sopo, con le costole
fracassate e le braccia e le gambe spezzate, fu raccolto moribondo da alcuni
vetturini di stazione e trasportato all’ospedale, privo di conoscenza.
Si riebbe pochi momenti prima di morire; riaprì gli occhi appannati; guardò un
pezzo accigliato il medico e gli infermieri attorno al letto: poi, reclinando il
capo sui guanciali, ripeté con l’ultimo sospiro:
– Io dovevo fare una cosa...
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