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Non sapeva a quali patti egli, per la pazzia di spuntarla contro tutti quegli
ufficiali, si fosse arreso col padre usurajo, e quali altri avesse con se stesso
stabiliti, non solo per compensarsi del sacrificio che gli costava quel
puntiglio, ma anche per rialzarsi di fronte ai suoi compaesani, a cui era ben
nota la fama che nella città vicina godeva la famiglia della moglie.
Fu imprigionata nella più alta casa del paese, sul colle isolato e ventoso, in
faccia al mare africano. Tutte le finestre ermeticamente chiuse, vetrate e
persiane; una sola, piccola, aperta alla vista della lontana campagna, del mare
lontano. Della cittaduzza non si scorgevano altro che i tetti delle case, i
campanili delle chiese: solo tegole gialligne, più alte, più basse, spioventi
per ogni verso. Rico Verri si fece venire dalla Germania due diverse serrature
speciali; e non gli bastava ogni mattina aver chiuso con quelle due chiavi la
porta; stava un pezzo a sospingerla con tutte e due le braccia furiosamente, per
assicurarsi che era ben serrata. Non trovò una serva che volesse acconciarsi a
stare in quella prigione, e si condannò a scendere ogni giorno al mercato per la
spesa, e condannò la moglie ad attendere alla cucina e alle più umili faccende
domestiche. Rincasando, non permetteva neppure al ragazzo faservizii di salire
in casa; si caricava di tutti i pacchetti e gl’involti della cesta; richiudeva
con una spallata la porta e, appena liberatosi del carico, correva a ispezionare
tutte le imposte, pur assicurate internamente da lucchetti, di cui egli solo
teneva le chiavi.
Gli era divampata, subito dopo il matrimonio, la stessa gelosia del padre, anzi
più feroce, esasperata com’era da un pentimento senza requie e dalla certezza di
non potersi guardare in alcun modo, per quante spranghe mettesse alla porta e
alle finestre. Per la sua gelosia non c’era salvezza: era del passato; il
tradimento era lì, chiuso in quella carcere; era in sua moglie, vivo, perenne,
indistruttibile; nei ricordi di lei, in quegli occhi che avevano veduto, in
quelle labbra che avevano baciato. Né ella poteva negare; ella non poteva altro
che piangere e spaventarsi allorché se lo vedeva sopra terribile, Contraffatto
dall’ira per uno di quei ricordi che gli aveva acceso la visione sinistra dei
sospetti più infami.
– Così, è vero? – le ruggiva sul volto, – ti stringeva così... le braccia, così?
la vita... come te la stringeva... così? così? e la bocca? come te la baciava?
così?
E la baciava e la mordeva e le strappava i capelli, quei poveri capelli non più
pettinati, perché egli non voleva che si pettinasse più, né che più tenesse il
busto, né che si prendesse la minima cura della persona.
Non valse a nulla la nascita d’una prima figlia, e poi d’una seconda; crebbe
anzi con esse il martirio di lei, e tanto più, quanto più le due povere
creaturine man mano, con gli anni, cominciarono a comprendere. Assistevano,
atterrite, a quei sùbiti assalti di pazzia furiosa, a quelle scene selvagge, per
cui i loro visini si scolorivano e s’ingrandivano i loro occhi smisuratamente.
Ah quegli occhi, in quei visini smorti! Pareva che essi soltanto crescessero,
dalla paura che li teneva sempre sbarrati.
Gracili, pallide, mute, andavano dietro alla mamma nell’ombra di quella carcere,
aspettando ch’egli uscisse di casa, per affacciarsi con lei a quell’unica
finestrella aperta, a bere un po’ d’aria, a guardare il mare lontano e a
contarvi nelle giornate serene le vele delle paranze; a guardare la campagna e a
contare anche qua le bianche villette sparse tra il vario verde dei vigneti, dei
mandorli e degli olivi.
Non erano mai uscite di casa, e avrebbero tanto desiderato di esser là, in mezzo
a quel verde, e domandavano alla madre se lei, almeno, fosse mai stata in
campagna, e volevano sapere com’era.
Nel sentirle parlare così, non poteva tenersi di piangere, e piangeva
silenziosamente, mordendosi il labbro e carezzando le loro testine, finché il
cordoglio non le faceva venire l’affanno, un affanno insopportabile, per cui
avrebbe voluto balzare in piedi, smaniosa; ma non poteva. Il cuore, il cuore le
batteva precipitoso come il galoppo d’un cavallo scappato. Ah, il cuore, il
cuore non le reggeva più, fors’anche per tutta quella grassezza, per tutta
quella gravezza di carne morta, senza più sangue.
Poteva ormai parere, tra l’altro, uno scherno atroce la gelosia di quell’uomo
per una donna a cui, dietro, le spalle non più sostenute dal busto erano quasi
scivolate e, davanti, il ventre salito enormemente, quasi a sorreggere il grosso
petto floscio; per una donna che s’aggirava per casa, ansante, con lenti passi
faticosi, spettinata, imbalordita dal dolore, ridotta quasi materia inerte. Ma
egli la vedeva sempre quale era stata tanti anni addietro, quando la chiamava
Mommina, o anche Mummì, e subito, proferito il nome, gli veniva di stringerle le
bianche e fresche braccia trasparenti sotto il merletto della camicetta nera,
stringergliele di nascosto, forte forte, con tutta la veemenza del desiderio,
fino a farle emettere un piccolo grido. Nella villa comunale sonava allora la
banda del reggimento e il profumo intenso e soave dei gelsomini e delle zàgare,
nel caldo alito della sera, inebriava.
Ora la chiamava Momma, o anche, quando pur con la voce la voleva percuotere: –
Mò! –.
Per fortuna, da qualche tempo non stava più molto in casa; usciva anche di sera
e non rincasava mai prima del tocco.
Lei non si curava affatto di sapere dove andasse. La sua assenza era il più gran
sollievo che potesse sperare. Messe a letto le figliuole, ogni sera stava ad
aspettarlo affacciata a quella finestretta. Guardava le stelle; aveva sotto gli
occhi tutto il paese; una strana vista: tra il chiarore che sfumava dai lumi
delle strade anguste, brevi o lunghe, tortuose, in pendio, la moltitudine dei
tetti delle case, come tanti dadi neri vaneggianti in quel chiarore; udiva nel
silenzio profondo dalle viuzze più prossime qualche suono di passi; la voce di
qualche donna che forse aspettava come lei; l’abbajare d’un cane e, con più
angoscia, il suono dell’ora dal campanile della chiesa più vicina. Perché
misurava il tempo quell’orologio? a chi segnava le ore? Tutto era morto e vano.
Una di queste sere, ritrattasi sul tardi dalla finestretta e vedendo nella
camera, buttato scompostamente su una seggiola, l’abito che il marito soleva
indossare (era uscito quella sera più presto del solito e s’era vestito d’un
altro abito, che teneva riposto per le grandi occasioni), pensò di frugare per
curiosità nella giacca, prima di appenderla nell’armadio. Vi trovò uno di quei
manifestini di teatro a stampa, che si distribuiscono nei caffè e per le vie. Vi
si annunziava per quella sera appunto, nel teatro della città, la prima
rappresentazione della «Forza del destino».
Vedere quell’annunzio, leggere il titolo dell’opera, e rompere in un pianto
disperato fu tutt’uno. Il sangue le aveva fatto un tuffo, le era piombato d’un
tratto al cuore e d’un tratto risalito alla testa, fiammeggiandole innanzi agli
occhi il teatro della sua città, il ricordo delle antiche serate, la gioja
spensierata della sua giovinezza tra le sorelle.
Le due figliuole si svegliarono di soprassalto e accorsero, spaventate, in
camicina. Credevano che fosse ritornato il padre. Vedendo la madre piangere
sola, con quel foglietto di carta gialla sulle ginocchia, restarono stupite.
Allora ella, non potendo in prima articolar parola, si mise ad agitare quel
manifestino, e poi, tranghiottendo le lagrime e scomponendo orribilmente il
volto lagrimoso per sforzarlo a sorridere’ cominciò a dire tra i singhiozzi che
si mutavano in strani scatti di riso:
– Il teatro... il teatro... ecco qua, il teatro... «La forza del destino».
Ah voi, piccoline mie, povere animucce mie, non sapete. Ve lo dico io, ve lo
dico io, venite, tornate ai vostri lettucci per non raffreddarvi. Ora ve lo
faccio io, sì, sì, ora ve lo faccio io, il teatro. Venite!
E ricondotte a letto le figliuole, tutta accesa in volto e sussultante ancora
dai singulti, prese a descrivere affollatamente il teatro, gli spettacoli che vi
si davano, la ribalta, l’orchestra, gli scenarii, poi a narrare l’argomento
dell’opera e a dire dei varii personaggi, com’erano vestiti, e infine, tra lo
stupore delle piccine che la guardavano, sedute sul letto, con tanto d’occhi e
temevano che fosse impazzita, si mise a cantare con strani gesti questa e
quell’aria e i duetti e i cori, a rappresentar la parte dei varii personaggi,
tutta la «Forza del destino»; finché, esausta, con la faccia paonazza
dallo sforzo, non arrivò all’ultima aria di Leonora: «Pace, pace, mio Dio». Si
mise a cantarla con tanta passione che, dopo i versi
Come il dì primo da tant’anni dura
Profondo il mio soffrir,
non poté andare più avanti: scoppiò di
nuovo in pianto. Ma si riprese subito; si alzò, fece ridistendere nei lettucci
le figliuole sbalordite e, baciandole e rincalzando le coperte, promise che il
giorno appresso, appena uscito di casa il padre, avrebbe rappresentato loro
un’altra opera, più bella, «Gli Ugonotti», sì, e poi un’altra, una al
giorno! Così le sue care piccine avrebbero almeno vissuto della sua vita di un
tempo.
Rincasando dal teatro, Rico Verri notò subito nel volto della moglie
un’accensione insolita. Ella temette che il marito la toccasse: si sarebbe
accorto allora del fremito convulso che ancora la agitava tutta. Quando, la
mattina seguente, egli notò qualcosa d’insolito anche negli occhi delle
figliuole, entrò in sospetto; non disse nulla, ma si propose di scoprire se mai
ci fosse qualche accordo segreto, sopraggiungendo in casa all’improvviso.
Nel sospetto si raffermò la sera del dì seguente, trovando la moglie disfatta,
con un affanno da cavallo, gli occhi schizzanti, il volto congestionato,
incapace di reggersi in piedi; e le figliuole addirittura imbalordite.
Tutti «Gli Ugonotti» tutti, dalla prima all’ultima battuta, aveva loro
cantato, e non solo cantato, anche rappresentato, sostenendo a volta a volta, e
anche a due e tre alla volta, tutte le parti. Le bimbe avevano ancora negli
orecchi l’aria di Marcello:
Pif, paf, pif,
Dispersa sen vada
La nera masnada
e il motivo del coro che avevano
imparato a cantare insieme con lei:
Al rezzo placido
Dei verdi faggi
Correte, o giovani
Vaghe beltà...
Rico Verri sapeva che da qualche tempo
la moglie soffriva di mal di cuore, e finse di credere a un improvviso assalto
del male.
Il giorno dopo, rincasando due ore prima del solito, nell’introdurre le due
chiavi tedesche nei buchi delle serrature credette di udire strane grida
nell’interno della casa; tese l’orecchio; guardò, infoscandosi, le finestre
serrate... Chi cantava in casa sua? «Miserere di un uomo che s’avvia...»
Sua moglie? Il Trovatore?
Sconto col sangue mio
L’amor che posi in te!
Non ti scordar, non ti scordar di me,
Leonora, addio!
Si precipitò in casa; salì a balzi la
scala; trovò in camera, dietro la cortina del letto, il corpo enorme della
moglie buttato per terra con un cappellaccio piumato in capo, i buffetti sul
labbro fatti col sughero bruciato; e le due figliuole sedute su due seggioline
accanto, immobili con le mani su le ginocchia, gli occhi spalancati e le
boccucce aperte, in attesa che la rappresentazione della mamma seguitasse.
Rico Verri con un urlo di rabbia s’avventò sopra il corpo caduto della moglie e
lo rimosse con un piede.
Era morta.
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