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Prima
pubblicazione: Corriere della Sera, 16 gennaio 1910, poi in Terzetti, Treves, Milano 1912.
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RIASSUNTO
La storia narra di due fratelli,
Marco (più anziano e più esile) ed Annibale (più giovane ma più robusto).
Entrambi sono malati di tisi ed entrambi lottano affinché la malattia non li
uccida prima dei cinquant'anni, come accaduto per tutti i membri della lora
famiglia, ad eccezione del padre morto di polmonite. Questo comporta ai due
fratelli molte costrizioni, tra cui una dieta controllata, l'assunzione di
corroboranti, l'ora di coricarsi e levarsi, la possibilità o meno di uscire a
passeggiare il pomeriggio.
Ma Annibale, il minore, si lascia
andare sempre più a delle trasgressioni. All'inizio il fratello maggiore cerca
di frenarlo, ma poi, vedendo che il fratello continua a rimanere in salute,
decide di lasciarlo fare, nell'intento di verificare gli effetti di quelle
trasgressioni sul fratello, sperando che un giorno anche lui avrebbe potuto
concedersele.
Annibale si invaghisce di una ragazza
e vuole sposarla. Marco è chiaramente contrario e, dopo alcuni litigi col
fratello, decide di non opporsi al matrimonio a patto che i due sposi vadano ad
abitare in un'altra casa e che quella paterna rimanga solo a lui, insieme al
mobilio della sua camera da letto e ad un antico uccello impagliato. Annibale
accetta e si sposa: da quel momento i rapporti tra i due fratelli s'incrinano,
poiché Marco si ritrova a vivere da solo e sempre stando attento alla sua
salute, mentre Annibale si concede sempre più alle trasgressioni e vive felice
in compagnia della moglie. Quando, un giorno, Marco va a visitare il fratello, e
questi gli racconta che ormai ha abbandonato tutte le attenzioni e le cure
mediche, s'illude anche lui di poter fare lo stesso. Annibale, lo accoglie a
casa e lo fa mangiare e bere più del dovuto. In seguito a ciò Marco si sente
male costringendosi a letto per alcuni giorni. Il fratello lo visita per dirgli
che il malessere era stato causato, non da lui, ma dalla troppa pena che il
fratello si dava per il mantenimento del suo stato fisico; Marco gli risponde
premunendogli che di li a poco sarebbe morto. Così fu. Marco allora si sente in
colpa e deicde che egli sarebbe sopravvissuto alla malattia fino ai
sessant'anni, a costo di raddoppiare le cure. Cosi accade: Marco arriva ai
sessant'anni e decide di morire. Si reca in camera sua, estrae dall'uccello
impagliato e dai mobili tutta l'imbottitura di paglia, si punta una rivoltella
alla tempia e si spara.
Tranne il padre, morto a cinquant'anni di polmonite, tutti gli altri della
famiglia - madre e fratelli e sorelle e zie e zii del lato materno - tutti erano
morti di tisi, giovanissimi, uno dopo l'altro.
Una bella processione di bare.
Resistevano loro due soli ancora, Marco e Annibale Picotti; e parevano impegnati
a non darla vinta a quel male che aveva sterminato due famiglie.
Si
vigilavano l'un l'altro, con gli animi sempre all'erta, irsuti; e punto per
punto, con rigore inflessibile seguivano le prescrizioni dei medici, non solo
per le dosi e la qualità dei cibi e i varii corroboranti da prendere in pillole
o a cucchiaj, ma anche per il vestiario da indossare secondo le stagioni e le
minime variazioni di temperatura e per l'ora d'andare a letto o di levarsene, e
le passeggiatine da fare, e gli altri lievi svaghi compatibili, che avevan
sapore anch'essi di cura e di ricetta.
Cosí vivendo, speravano di riuscire a superare in perfetta salute, prima Marco,
poi Annibale, il limite massimo d'età raggiunto da tutti i parenti, tranne il
padre, morto d'altro male.
Quando ci riuscirono, credettero d'aver conseguito una grande vittoria.
Se
non che, Annibale, il minore, se ne imbaldanzí tanto, che cominciò a rallentare
un poco i rigidissimi freni che s'era finora imposti, e a lasciarsi andare a
mano a mano a qualche non lieve trasgressione.
Il
fratello Marco cercò, con l'autorità che gli veniva da quei due o tre anni di
piú, di richiamarlo all'ordine. Ma Annibale, come se veramente della morte
avesse ormai da guardarsi meno, non avendolo essa colto nell'età in cui aveva
colto tutti gli altri di famiglia, non gli volle dar retta.
Erano, sí, entrambi della stessa corporatura, bassotti e piuttosto ben piantati,
col naso tozzo, ritto, gli occhi obliqui, la fronte angusta e i baffi grossi; ma
lui, Annibale, quantunque minore d'età, era piú robusto di Marco; aveva quasi
una discreta pancettina, lui, della quale si gloriava; e piú ampio il torace,
piú larghe le spalle. Ora dunque, se Marco, pur cosí piú esile com'era, stava
benone, non poteva egli impunemente far getto in qualche trascorso di quanto
aveva d'avanzo rispetto al fratello?
Marco, dopo aver fatto il suo dovere, come la coscienza gli aveva dettato,
lasciò andare i richiami e le riprensioni, per stare a vedere, senza suo
rischio, gli effetti di quelle trasgressioni nella salute del fratello. Che se a
lungo andare esse non avessero recato alcun nocumento, anche lui... chi sa! se
le sarebbe forse concesse un po' per volta; avrebbe potuto almeno provare.
Ma
che! no, no! orrore! Annibale venne a dirgli un giorno che s'era innamorato e
che voleva prender moglie. Imbecille! Con quella minaccia terribile sul capo,
sposare? Sposare... chi? la morte? Ma sarebbe stato anche un delitto, perdio,
mettere al mondo altri infelici! E chi era quella sciagurata che si prestava a
un simile delitto? a un doppio, a un doppio delitto?
Annibale s'inquietò. Disse al fratello che non poteva assolutamente permettere
ch'egli usasse siffatte espressioni verso colei che tra poco sarebbe stata sua
moglie; che, del resto, se doveva conservare la vita cosí a patto di non
viverla, tanto valeva che la perdesse; un po' prima, un po' dopo, che
gl'importava? era stufo, ecco, e basta cosí.
Il
fratello rimase a guardarlo col volto atteggiato di commiserazione e di sdegno,
tentennando appena appena il capo.
Oh
sciocco! Vivere... non vivere... Quasi che fosse questo! Bisognava non morire! E
non già per paura della morte; ma perché questa era una feroce ingiustizia,
contro alla quale tutto l'essere suo si ribellava, non solamente per sé, ma
anche per tutti i parenti caduti, ch'egli con quella sua dura, ostinata
resistenza doveva vendicare.
Basta, sí, basta. Non voleva inquietarsi, lui; gli dispiaceva anzi d'essersi in
prima alterato e riscaldato. Non piú! Non piú!
Voleva sposare? Liberissimo! Sarebbe rimasto lui solo a guardare in faccia la
morte, senza lasciarsi allettare dalle insidie della vita.
Patti chiari, però. Stare insieme - niente; noje, impicci - niente. Se voleva
sposare - fuori! Fuori, perché il fratello maggiore, il capo di casa era lui; e
la casa spettava dunque a lui. Tutto il resto sarebbe stato diviso in parti
uguali. Anche i mobili di casa, sí. Poteva portarsi via tutti quelli che
desiderava; ma pian piano, con garbo, senza sollevar polvere, perché la salute,
lui, se la voleva guardare.
Quell'armadio? Ma sí, e anche quel cassettone e la specchiera e le seggiole e il
lavabo... sí, sí... Quelle tende? Ma sí, anche quelle... e la tavola grande da
pranzo per tutti i floridi figliuoli che gli sarebbero nati, sí, e anche la
vetrina con tutto il vasellame. Purché gli lasciasse intatta, insomma, la sua
camera con quei seggioloni antichi e il divano, imbottiti di finto cuojo, a cui
era affezionato, e quei due scaffali di vecchi libri e la scrivania. Quelli no,
quelli li voleva per sé.
-
Anche questo? - gli domandò, sorridendo, il fratello.
E
indicò tra i due scaffali, un grosso uccello impagliato, ritto su una gruccia da
pappagallo; cosí antico, che dalle penne scolorite non si arrivava piú a
riconoscere che razza d'uccello fosse stato.
-
Anche questo. Tutto quello che sta qua dentro, - disse Marco. - Che c'è da
ridere? Un uccello impagliato. Ricordi di famiglia. Làscialo stare!
Non volle dire che, cosí ben conservato, quell'uccello gli pareva di buon
augurio e, per la sua antichità, gli dava un certo conforto, ogni qual volta lo
guardava.
Quand'Annibale sposò, egli non volle prender parte alla festa nuziale. Solo una
volta, per convenienza, era andato in casa della sposa, e non le aveva rivolto
né una parola di congratulazione né un augurio. Gelida visita di cinque minuti.
Non sarebbe andato di sicuro in casa del fratello, né al ritorno dal viaggio di
nozze, né mai. Si sentiva venir male, un tremito alle gambe, pensando a quel
matrimonio.
-
Che rovina! che pazzia! - non rifiniva d'esclamare, aggirandosi per l'ampia
stanza ben turata, intanfata di medicinali, con gli occhi fissi nel vuoto e
tastando con le mani irrequiete i mobili rimasti - Che rovina! che pazzia!
Nella vecchia carta da parato erano rimaste e spiccavano le impronte degli altri
mobili portati via dal fratello; e quelle impronte gli accrescevano
l'impressione del vuoto, nel quale egli, quasi cancellato, vagava come un' anima
in pena.
Via, via, no! non doveva scoraggiarsi; non doveva pensarci piú a quell'ingrato,
a quel pazzo! Avrebbe saputo bastare a se stesso.
E
si metteva a fischiare pian piano, o a tamburar con le dita su i vetri della
finestra, guardando fuori gli alberi del giardinetto ischeletriti dall'autunno,
finché non avvistava lí sullo stesso vetro, su cui tamburellava, oh Dio, una
mosca morta, intisichita, appesa ancora per una zampina.
Passarono parecchi mesi, quasi un anno dalle nozze del fratello.
La
vigilia di Natale, Marco Picotti sentiva venire dalla strada il suono delle
zampogne e dell'acciarino e il coro delle donne e dei fanciulli per l'ultimo
giorno di novena davanti alla cappelletta parata di fronde; udiva lo
schioppettío dei due grossi fasci di paglia che ardevano sotto quella
cappelletta; e cosí angosciato, si disponeva ad andare a letto all'ora solita,
allorché una furiosa scampanellata lo fece sobbalzare, quasi con tutta la casa.
Una visita d'Annibale e della cognata. Annibale e Lillina.
Irruppero imbacuccati, sbuffanti, e si misero a pestare i piedi per il freddo, e
a ridere, a ridere... Come ridevano! Vispi, allegri, festanti.
Gli parvero ubriachi.
Oh, una visitina di dieci minuti, soltanto per fargli gli augurii: non volevano
che per causa loro ritardasse neppure d'un minuto l'andata a letto. E... non si
poteva intanto aprire, neppure uno spiraglietto, per rinnovare l'aria un tantino
là dentro? no, è vero? non si poteva, neppure per un minuto? Oh Dio, e che
cos'era là quella bestiaccia, quell'uccellaccio impagliato su la gruccia? E
questa? oh, una bilancetta! per le medicine, è vero? carina, carina. E donna
Fanny? dov'era donna Fanny?
Per tutti quei dieci minuti, Lillina non si fermò un attimo, saltellando cosí,
di qua e di là, per la camera del cognato.
Marco Picotti rimase stordito come per una improvvisa furiosa folata di vento,
che fosse venuta a scompigliargli non solo la vecchia camera silenziosa, ma
anche tutta l'anima.
-
E dunque... e dunque... - si mise a dire, seduto sul letto, quand'essi se ne
furono andati; e si grattava con ambo le mani la fronte: - E dunque...
Non sapeva concludere.
Possibile? Aveva ritenuto per certo che il fratello, subito dopo la prima
settimana dalle nozze, dovesse disfarsi, cascare a pezzi. Invece, invece, eccolo
là - benone; stava benone! e come lieto! felice addirittura.
Ma
dunque? Che non ci fosse piú bisogno davvero, neanche per lui, di tutte quelle
cure opprimenti, di tutta quella paurosa vigilanza? Che potesse anche lui
sottrarsi all'incubo che lo soffocava; e vivere, vivere, buttarsi a vivere come
il fratello?
Questi, ridendo, gli aveva dichiarato che non seguiva piú nessuna cura e nessuna
regola. Tutto via! al diavolo, medici e medicamenti!
-
Se provassi anch'io?
Se
lo propose, e per la prima volta andò in casa d'Annibale.
Fu
accolto con tanta festa, che ne rimase per un pezzo balordo. Chiudeva gli occhi
e parava le mani in difesa, ogni qual volta Lillina accennava di saltargli al
collo. Ah che cara diavoletta, che cara diavoletta, quella Lillina! Friggeva
tutta. Era la vita! Volle per forza che rimanesse a desinare con loro. E quanto
lo fece mangiare, e quanto bere! Si levò ebbro, ma piú di gioja che di vino.
Quando fu la sera però, appena giunto a casa, Marco Picotti si sentí male. Una
forte costipazione di petto e di stomaco, per cui dovette stare a letto parecchi
giorni.
Invano Annibale cercò di dimostrargli che questo era dipeso perché se n'era dato
troppo pensiero e non s'era buttato con coraggio e con allegria allo sproposito.
No, no! mai piú! Mai piú! E guardò il fratello con tali occhi, che Annibale a un
tratto... - no, perché?
-
Che... che mi vedi? - gli domandò, impallidendo, con un sorriso smorto sulle
labbra.
Disgraziato! La morte... la morte... Già ne aveva il segno lí, in faccia, il
segno che non falla!
Glielo aveva scorto in quell'improvviso impallidire.
I
pomelli gli erano rimasti accesi. Spenta l'allegria ecco lí sugli zigomi, i due
fuochi della morte, cupi, accesi.
Annibale Picotti morí difatti circa tre anni dopo le nozze
E
fu per Marco il colpo piú tremendo.
Lo
aveva previsto, sí, lo sapeva bene che per forza al fratello doveva andargli a
finire cosí. Ma, intanto, che terribile mònito per lui, e che schianto!
Non volle arrischiarsi neanche ad accompagnarlo fino al cimitero. Troppo si
sarebbe commosso e troppo dispetto, anzi odio gli avrebbero mosso dentro gli
sguardi della gente, che da un canto lo avrebbero compassionato e dall'altro gli
si sarebbero fitti acutamente in faccia, per scoprire anche in lui i segni del
male di che erano morti tutti i suoi, fino a quell'ultimo.
No, egli no, non doveva morire! Egli solo, della sua famiglia, l'avrebbe vinta!
Aveva già quarantacinque anni. Gli bastava arrivare fino ai sessanta. Poi la
morte - ma un'altra, non quella! non quella di tutti i suoi! - poteva pure
prendersi la soddisfazione di portarselo via. Non gliene sarebbe importato piú
nulla.
E
raddoppiò le cure e la vigilanza. Non voleva però in pari tempo che la
costernazione assidua, quello starsi a spiare tutti i momenti gli nocesse. E
allora arrivò fino a proporsi di fingere davanti a se stesso che non ci pensava
piú. Sí, ecco, di tratto in tratto, certe parole, come: «Fa caldo» - oppure: -
«Bel tempo» - gli venivano alle labbra, sole, non pensate, proprio sole; non che
lui le volesse proferire per sentir se la voce non gli si fosse un poco
arrochita.
E
andava in giro per le ampie stanze vuote della casa antica, dondolando il fiocco
della papalina di velluto e fischiettando.
La
piccola donna Fanny, la cameriera, che non si sentiva ancora tanto vecchia e in
parecchi anni che stava lí a servizio non era per anco riuscita a levarsi dal
capo che il padrone avesse qualche mira su lei e per timidezza non glielo
sapesse dire; vedendolo gironzare cosí per casa, gli sorrideva e gli domandava:
-
Vuole qualche cosa, signorino?
Marco Picotti la guardava d'alto in basso e le rispondeva, asciutto:
-
Non voglio nulla. Soffiatevi il naso!
Donna Fanny si storceva tutta e soggiungeva:
-
Capisco, capisco... Vossignoria mi rimprovera perché mi vuol bene.
-
Non voglio bene a nessuno! - le gridava allora con tanto d'occhi sbarrati. - Vi
dico: soffiatevi il naso, perché pigliate tabacco! E quando uno piglia tabacco,
non fa veder certe gocce che pendono dal naso.
Le
voltava le spalle, e si rimetteva a fischiettare, dimenando il fiocco e
gironzando.
Un
giorno, la vedova del fratello ebbe la cattiva ispirazione di fargli una visita.
-
Per carità, no! le gridò lui, premendosi forte le mani sul volto per non vederla
piangere, cosí vestita di nero. - Andate, andate via! Non v'arrischiate piú a
venire, per carità! Volete farmi morire? Ve ne scongiuro, andate via subito! Non
posso vedervi, non posso vedervi!
Un
attentato gli parve, quella visita. Ma che credeva colei, ch'egli non pensasse
piú al fratello? Ci pensava, ci pensava... Soltanto fingeva di non pensarci,
perché non doveva, ancora non doveva!
Per tutto un giorno ci stette male. E anche la notte, nello svegliarsi, ebbe un
furioso accesso di pianto, di cui la mattina dopo finse di non ricordarsi piú.
Ilare, ilare, la mattina dopo; fischiettava come un merlo, e ogni tanto:
-
«Fa caldo... Bel tempo...»
Quando i baffi, che gli s'erano conservati ostinatamente neri, cominciarono a
brizzolarglisi, come già i capelli su le tempie, - anziché affliggersene - ne fu
contento, contentissimo. La tisi - poiché tutti i suoi erano morti giovanissimi
- gli richiamava l'idea della gioventú. Piú se n'allontanava, piú si sentiva
sicuro. Voleva, doveva invecchiare. Con la gioventú odiava tutte le cose che le
si riferivano: l'amore, la primavera. Sopra tutte, la primavera. Sapeva che
questa era la stagione piú temibile per i malati di petto. E con sorda stizza
vedeva rinverdire e ingemmarsi gli alberi del giardinetto.
Di
primavera, non usciva piú di casa. Dopo il desinare rimaneva a tavola e si
divertiva a far l'armonica coi bicchieri. Se donna Fanny accorreva al suono,
come una farfalletta al lume, la cacciava via, aspramente.
Povera donna Fanny! Era proprio vero che quel brutto padrone non le voleva bene.
E se n'accorse meglio, quando ammalò gravemente e fu mandata via, a morire
all'ospedale. Marco Picotti se ne dolse soltanto perché dovette prendere
un'altra cameriera. E gli toccò di cambiarne tante, in pochi anni! All'ultimo,
poiché nessuna piú lo contentava e tutte si stufavano di lui, si ridusse a viver
solo, a farsi tutto da sé.
Arrivò cosí ai sessant'anni.
Allora la tensione, in cui per tanto tempo aveva tenuto lo spirito, d'un tratto
si rilasciò.
Marco Picotti si sentí placato. Lo scopo della sua vita era raggiunto.
E
ora?
Ora poteva morire. Ah, sí, morire, morire: era stufo, nauseato, stomacato: non
chiedeva altro! Che poteva piú essere la vita per lui? Senza piú quello scopo,
senza piú quell'impegno - stanchezza, noja, afa.
Si
mise a vivere fuori d'ogni regola, a levarsi da letto molto prima del solito, a
uscire di sera, a frequentare qualche ritrovo, a mangiare tutti i cibi. Si
guastò un poco lo stomaco, si seccò molto, s'indispettí piú che mai della vista
della gente che seguitava a congratularsi con lui del buono stato della sua
salute.
L'uggia, la nausea gli crebbero tanto, che un giorno alla fine si convinse che
gli restava da fare qualche cosa; non sapeva ancor bene quale; ma certamente
qualche cosa, per liberarsi dell'incubo che ancora lo soffocava. Non aveva già
vinto? No. Sentiva che ancora non aveva vinto.
Glielo disse, glielo dimostrò a meraviglia quell'uccello impagliato, ritto lí su
la gruccia da pappagallo tra le due scansie.
-
Paglia... paglia... - si mise a dire Marco Picotti quel giorno, guardandolo.
Lo
strappò dalla gruccia; cavò da una tasca del panciotto il temperino e gli spaccò
la pancia:
-
Ecco qua, paglia... paglia...
Guardò in giro la camera; vide i seggioloni antichi di finto cuojo e il divano,
e con lo stesso temperino si mise a spaccarne l'imbottitura e a trarne fuori a
pugni la borra, ripetendo col volto atteggiato di scherno e di nausea:
-
Ecco, paglia... paglia... paglia...
Che intendeva dire? Ma questo, semplicemente. Andò a sedere davanti alla
scrivania, trasse da un cassetto la rivoltella e se la puntò alla tempia.
Questo. Cosí soltanto avrebbe vinto veramente.
Quando si sparse in paese la notizia del suicidio di Marco Picotti, nessuno
dapprima ci volle credere, tanto apparve a tutti in contraddizione col chiuso
testardo furore, con cui fino alla vecchiezza s'era tenuto in vita. Moltissimi,
che videro nella camera quei seggioloni e quel divano squarciati, non sapendo
spiegarsi né il suicidio né quegli squarci, credettero piuttosto a un delitto,
sospettarono che quegli squarci là fossero opera d'un ladro o di parecchi ladri.
Lo sospettò prima di tutti l'autorità giudiziaria, che si pose subito a fare
indagini e ricerche.
Tra i numerosi reperti trovò un posto d'onore appunto quell'uccello impagliato
e, come se potesse giovare a far lume al processo, un bravo ornitologo ebbe
l'incarico di definire che razza d'uccello fosse.
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