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Ma poco dopo, ecco picchiare all’uscio del signor avvocato la signorina Lander
con gli occhi rossi dal pianto frenato a stento dal fazzoletto che teneva in
mano pronto, se mai, a porre un altro argine.
– Che vuole da me? – le disse il Furri duramente, senza darle tempo d’aprir
bocca. – Chi le ha detto che ho ricevuto una lettera per lei? Lei entra qua;
fruga tra le mie carte; trova una busta che non le appartiene, e subito le salta
in capo non so che cosa. Ma mi dica un po’, di grazia, chi può mai averle
scritto da Wiesbaden? e che sciagura potrebbe esserle occorsa? So, so ch’ella
commette l’inqualificabile leggerezza di scrivere ancora alla sorella di quel
signor Wahlen che ha moglie e figliuoli e debbo sperare non si curi più di lei
né punto né poco. Può esser morta la sorella? può esser morto lui? Che gliene
deve importare? scusi.
– Ach nein! – strillò a questo punto, ferita nel cuore, la signorina
Lander. – Patre di famiglia! No, no, non dica questa cosa, sighnor!
Morto? morto?
– Non è morto nessuno! – gridò a sua volta il Furri. – Le ripeto che la lettera
non è per lei, e non mi faccia perdere la pazienza con codeste follie. Guardi
del resto il bollo postale: Wiesbaden, vede? Se non si rassicura,
telegrafi a chi sa lei, e mi lasci in pace! Voglio restar solo; è permesso?
La signorina Lander non rispose; si portò il fazzoletto agli occhi e si mosse
per uscire, scotendo il capo, certo col sospetto che ora ella non avrebbe potuto
assicurarsi più che qualche lettera potesse capitare nelle sue mani, che non
fosse prima aperta dal signor avvocato. Il Furri, quantunque avesse ben altro
per il capo, la seguì con gli occhi, compreso di stupore: - Quella vecchia lì,
ingannata in gioventù e tradita dall’amante ammogliatosi poi con un’altra donna,
non solo si occupava ancora, dopo tant’anni, della vita di lui fino a farne
segretamente la vita stessa del suo cuore; ma, sapendolo nella miseria, gli
faceva pervenire, per via indiretta, tutti i suoi risparmii, e pareva non avesse
altro piacere o sollievo se non quanto di lui pensava fantasticando dietro le
notizie che gliene dava una sorella, con la quale era in corrispondenza, o
davanti al ritratto di lui custodito in un cofanetto insieme con quelli dei
figliuoli non suoi, ma che come suoi ella amava - quella vecchia lì.
– Signorina! – chiamò il Furri improvvisamente, scotendosi, mentr’ella stava per
varcare la soglia.
La vecchia signorina si volse di scatto; tese le lunghe braccia e ruppe in
singhiozzi: – Morto, è vero? Morto! Morto! –.
– No, perdio! Vuol proprio farmi uscire dai gangheri questa mattina? – tuonò il
Furri. – Voglio sapere qualcosa da lei... Segga, la prego.
La Lander non piangeva più: imbalordita, con gli occhi rossi, guardava il Furri,
e nell’attesa, era a tratti scossa da certi singulti nel naso. Il Furri stette
un po’ con una mano su gli occhi, come per vedere quel che pensava dentro e
studiare il modo di manifestarlo.
– Ricordo che lei una volta, molt’anni or sono, mi disse che conosceva la
famiglia de Wichmann, è vero?
– Sì, – rispose con esitanza la Lander, non intendendo il perché di quella
domanda, perché ormai non poteva più fare a meno di riferir tutto al suo segreto
tormento. – La famiglia de Wichmann, conosco benissimo. Frau de Wichmann non
stava molto lontano d’abitazione da me, ciusto nella Wenzelgasse.
– Lo so, lo so, – disse il Furri recisamente, per impedire che la vecchia
governante, richiamata dal ricordo al paese natale, si perdesse in inutili
particolari, a lui per altro notissimi. – Mi dica: oltre alla vecchia zia della
signora (quella Frau Lork che abitava a Colonia) sa ella se la famiglia de
Wichmann avesse altri parenti in altre città della Germania?
– La città di nascita della sighnora de Wichmann, – rispose la Lander
dopo aver cercato nella memoria – è Braunschweig.
– Lo so! – interruppe di nuovo il Furri. – Sono andato fin lassù; ma la madre
della signora, che vi abitava ormai sola, era morta da circa un anno, come morta
trovai pure a Colonia Frau Lork, la zia. A Braunschweig mi dissero che a
Düsseldorf abitava un cugino della de Wichmann: ma a Düsseldorf il cugino non
c’era più. Vorrei sapere da lei qualche notizia, se per caso ne avesse, dei
parenti del marito.
– Il luogotenente de Wichmann, – s’affrettò a rispondere la signorina Lander con
insolita scioltezza di lingua – è morto cloriosamente nella cuerra del Settanta!
Ma non so la città di nascita, non so che famiglia.
– Né lui né la signora erano nativi di Bonn, dunque, – riprese il Furri. – Vi è
nata soltanto la signorina?
– Sì, Anny! la mia Aennchen: Hans, come tutti la chiamavano, come
maschio, perché era così... come si dice? tutto spirito... un cafallino...
Hans l’ha conosciuta lei, sighnor?
– Sì, – rispose, più col cenno del capo che con la parola, il Furri.
– Qui in Italia?
Il Furri ripeté il cenno.
– Sono ancora in Italia? – domandò esitante la Lander.
– No.
– A Bonn, tue anni, non erano più tornate, dopo loro viatcio in
Italia: venduta casa, mobilio, tutto.
– Lo so, lo so. Io, andando in Germania, dovevo... dovevo rimettere nelle loro
mani una lettera importantissima da Roma. Non le ho trovate: sono andato in giro
per loro, ma così, senza nessuna traccia...
– E dove sono allora? – domandò costernata la Lander.
– Mi arriva ora una lettera da Wiesbaden. Speravo perciò che lei sapesse dirmi,
se vi avesse mai avuto residenza qualche parente della famiglia de Wichmann. Se
lei non sa, non ho altro da dirle. Le raccomando... – S’interruppe; stava per
aggiungere: – le raccomando di non far parola a Lauretta di questo nostro
colloquio –; ma poi, temendo non farle intendere più che non bisognasse, la
pregò d’uscire, e quella uscì stordita, ma pur rassicurata per sé, sebbene con
la certezza che ci doveva esser sotto qualcosa di grave, se il sighnor
era così umwölkt a cagione della lettera per cui tanto ella aveva
lagrimato.
– Hans! – sospirò il Furri, appena rimasto solo, tentennando leggermente il
capo. E quasi imitando una voce che venisse da molto lontano, aggiunse: –
Riesin... meine liebe Riesin... –. Strizzò gli occhi, contrasse il volto
come per un interno spasimo insopportabile, e si mise a passeggiare per la
camera mormorando a capo chino: – Ora! Ora! –. Gli occhi a un tratto gli
andarono sulla busta, lì su la scrivania; la prese, e rilesse, con gli angoli
della bocca contratti in giù dallo sdegno:
– Furi. Ha dimenticato finanche il nome.
Trasse di tasca la lettera listata a nero, ma non ebbe animo neanche di posarvi
lo sguardo, e la richiuse nella busta lacerata.
Si rimise a passeggiare.
Poco dopo, quasi attirato dalla propria imagine, si fermò davanti allo specchio
dell’armadio e, nel vedersi così stravolto, impallidì e si premé forte con una
mano il grosso capo calvo, guardandosi fiso negli occhi, imponendo a se stesso
di calmarsi, di domare l’interna agitazione. Sparve subito infatti la
contrazione della fronte, gli ritornò agli occhi, quasi velati da costante
cordoglio, Lo sguardo fioco, che s’intonava al pallore del volto contornato da
una corta barba brizzolata. Tutto il corpo stanco dimostrava una senilità
precoce.
Di questo suo rapido deperire s’era fatta il Furri una tremenda fissazione, una
costernazione non ovviata mai, alla quale dava in apparenza sostegno di ragione
o di scusa il fatto, che veramente nessuno della sua numerosa famiglia era
pervenuto al limite d’età superato da lui (ma in quelle condizioni), da lui e
dalla sorella Maddalena, credeva ancora per la pietosa cura di Lauretta, vana
cura in parte, perché i nipoti lontani, per scusare la mancanza di caratteri di
colei, in ogni lettera erano costretti a ripetere che incessanti infermità le
impedivano di scrivere.
Ogni giorno per lui poteva essere l’ultimo.
Certo, avvertiva una grande debolezza alle gambe, come un abbandono di tutte le
membra divenute pesanti. Mormorava di tanto in tanto qualche frase su quel suo
stato, e tendeva l’udito alle lugubri parole, come per sentire egli stesso con
che voce le pronunziava. Le improvvise, impulsive ribellioni a quest’incubo
sortivan sempre lo stesso effetto: una maggiore angoscia, la riprova ch’egli era
un essere ormai finito. Non era terrore della morte, no: la morte l’aveva tante
volte sfidata, da giovine; ma quel doverla aspettare così, quasi spiandola, quel
sapere che di minuto in minuto poteva sopravvenire, quell’infinita sospensione
nell’attesa che a un tratto qualcosa dovesse mancargli dentro: ecco il terrore,
ecco l’orrenda ambascia.
– Mario Furri, – mormorò additando e fissando con torvo sdegno la propria
imagine nello specchio. Ma l’imagine ritorse e appuntò contro a lui l’indice
teso, come se volesse significare: "Tu, non io: se tu ridessi, io riderei".
Sorrise, difatti, tristemente.
Poco dopo si staccò dallo specchio, fermo nel proponimento di non pensare più,
per il momento, alla lettera inattesa e di studiare poi pacatamente quel che gli
sarebbe convenuto di fare.
Ritornò alla scrivania per leggere le altre lettere ricevute la mattina. Scorse
la prima, scorse la seconda, a metà della terza piegò il capo sulle mani,
sentendo l’incapacità di continuare e quasi la voglia d’addormentarsi. Balzò in
piedi: la sonnolenza lo atterriva; ma simulò a se stesso che non tanto la paura
d’addormentarsi lo avesse spinto ad alzarsi, quanto un pensiero sortogli in
mente all’improvviso: – Era meglio, sì, era meglio, per prudenza, raccomandare
alla Lander di non far cenno di quella lettera a Lauretta –.
Non aveva voluto far mai consapevole di nulla la vecchia governante. Si pentiva
ora d’averle rivolto quelle inutili domande con la sciocca speranza di potere
dalle risposte di lei trarre un filo per uscire dal labirinto delle tante sue
supposizioni. Ma l’avergli la Lander domandato se egli conoscesse Anny lo
assicurava che non aveva sospetti di sorta. Gli era poi sovvenuta a tempo la
scusa verisimilissima della sua ricerca infruttuosa in Germania, quella lettera
importante, cioè, da recapitare alla de Wichmann.
Anny! Anny! Se egli la conosceva!
Tredici anni erano trascorsi dal suo viaggio in Germania, che gli si ridestava
adesso nella memoria come un sogno turbinoso. Nessuna traccia di lei, né vicina,
né lontana. Ma quante notizie tuttavia e quanta parte della vita d’Anny non
aveva raccolte a Bonn! Aveva voluto visitare finanche la casa abbandonata nella
Wenzelgasse, come ogni altro luogo della città, per investigare la prima vita di
lei; perché nulla, con l’ajuto delle notizie, al cospetto delle cose intorno,
gli restasse ignoto. Lì, per la Poppelsdorf-allée, ella era certo andata a
passeggio con le amiche, e lì, su l’ampio e lungo argine del Reno aveva certo
atteso il piccolo battello a vapore che tutto il giorno, come una spola,
riallaccia la vita di Bonn a quella di Beuel dirimpetto; o era andata fin dove
l’argine termina in un sentieruolo su la riva che conduce a Godesberg, a
diporto, i dì festivi. Tutto, tutto aveva voluto vedere, quasi con gli occhi di
lei. E qual segreta corrispondenza non gli era parso di sorprendere tra
l’aspetto di quei luoghi e l’indole di Anny! E come le notizie apprese su
l’antecedente vita di lei e della madre lo avevano confermato nel concetto
ch’egli s’era formato di loro! Della madre aveva sentito che tutti parlavano
male, non quanto però l’odio che egli le portava avrebbe desiderato: era
antipatica a tutti per le sue arie e velleità nobilesche così poco fondate, come
quel de davanti al cognome, in luogo del von, dimostrava. Notizie,
notizie; ma nessuna traccia: nessuna! Come mai ora, improvvisamente, da
Wiesbaden, quella lettera? Da Wiesbaden egli era pur passato; vi si era
trattenuto otto giorni; ma c’era Anny allora? Veramente non aveva più alcun
indizio per cercarla in quella città. Era morta dunque a Wiesbaden la signora de
Wichmann, come la lettera di Anny annunziava? Quand’era morta? Anny non
precisava né il tempo né il luogo; non precisava nulla, fuor che il giorno che
sarebbe arrivata a Roma.
Coi gomiti su la ribalta della scrivania, la testa tra le mani e gli occhi
chiusi, il Furri s’immerse negli antichi ricordi. Era come se si conficcasse una
lama in una vecchia ferita. Ma il pudore dell’età, la coscienza dello stato in
cui era ridotto, non gli consentivano indugio nella tenerezza di certi ricordi.
Ricordando, voleva giudicare; e, giudicando, raffermarsi in un proposito
irremovibile. Dietro una porta chiusa, un mondo di cose morte: là dentro il sole
non poteva né doveva più penetrare; vi entrava lui per cercare, ma con tal
sentimento, come se dovesse trovarvi fra l’altro bambole e giocattoli
appartenuti a bambini morti, cose che le mani d’un vecchio dovevano scostare e
sfuggire; dopo, avrebbe richiuso la porta e si sarebbe messo a guardia contro
chiunque avesse voluto forzarla. In quel nascondiglio bujo dei ricordi era pure
una culla abbandonata: la culla di Lauretta ignara.
– Sì, la mamma è morta, figliuola mia; morta nel darti alla luce.
– E ritratti di lei non ne hai?
– No, nessuno.
– E com’era, babbo?
Com’era? Il Furri, al ricordo di questo lontano dialogo con la figlia
fanciulletta, s’addentò furiosamente una mano per soffocare i singhiozzi
irrompenti che gli scotevano tutta la persona.
– Si parte, Lauretta! Domani andiamo via, – annunziò il Furri, uscendo dalla sua
camera per la colazione.
– Si parte? e per dove? – domandò Lauretta sorpresa. – Domani, babbo, è la
settimana santa!
– Che importa? Domani mercoledì, è vero? l’essere santo impedisce forse
di partirei
– No, ma domani è impossibile, babbo! Se non mi do prima a preparare ciò che fa
bisogno! Avresti dovuto dirmelo avanti, che quest’anno intendevi anticipare di
tanto la partenza.
– Ma non si anticipa! Andremo soltanto per una breve ricognizione. Mi spiego:
quest’anno non vorrei andare in montagna, o andarci tardi. E allora ho pensato:
la primavera qua, ai Castelli; poi al mare, per te; e, se mai, l’ultimo mese in
montagna, al solito. Ora andremmo per tre o quattro giorni: una visitina ai
Castelli. Ti sceglierai il nido, e ritorneremo. Via, padroncina, dite di sì; ne
ho bisogno.
– Quand’è così! – esclamò Lauretta.
– Grazie, e le mie civiltà – disse il Furri inchinandosi.
Lauretta rise del buon umore del padre. Le mie civiltà era il modo
d’accomiatarsi nelle lettere d’un mercante di Torino che provvedeva Lauretta
delle stoffe per gli abiti. A tavola poi concertarono l’itinerario della gita.
Il Furri non disse alla figlia, che il giovedì avrebbe dovuto lasciarla sola con
la governante. "E allora perché partire domani?" avrebbe potuto domandargli
Lauretta, che ora si mostrava tutta lieta di quella partenza improvvisa, e già
proponeva, giusto per giovedì, un’ascensione a Monte Cavo E mentre il Furri
ascoltava il caro chiacchierio, pensava: "Perché si parte? Se io te lo dicessi,
figlia mia bella, figlia mia che ridi".
Anny sarebbe appunto arrivata giovedì. Bisognava ch’egli si trovasse ad
accoglierla alla stazione. L’interno sconvolgimento gli dava intanto un’insolita
vivacità di gesti e di parole. Lauretta non ricordava d’aver mai veduto il padre
così. E il Furri, nel compiacersi del buon effetto della sua dissimulazione,
pigliava animo per la tremenda prova che lo attendeva, pur con la coscienza che
quello sforzo avrebbe amaramente scontato, se pure non gli sarebbe riuscito
addirittura fatale. E anche di questo faceva segretamente carico a colei, e non
tanto per sè, quanto per la figliuola. Pensando alla quale, un dubbio angoscioso
gli teneva tuttavia l’animo sospeso. Come sarebbe rimasta Lauretta, quando, tra
poco, e forse anche per questo colpo improvviso, egli non sarebbe più? Non era
forse provvidenziale e quasi un annunzio della sua prossima fine, la venuta di
colei? In premio della tua vita intemerata, in compenso del tuo lungo soffrire e
dei tuoi sacrificii, non morrai angosciato dal pensiero di lasciare sola tua
figlia e senz’ajuto: eccoti la madre, che viene a prendere accanto a lei il tuo
posto". Mario Furri era credente, e inoltre, per la sua fissazione, tenuto e
legato da superstizioni. Se non che, quale madre veniva a prendere il suo posto?
Per Lauretta la sua mamma era morta. Chi sarebbe stata ora costei? Un’estranea,
un’intrusa che, comunque, non avrebbe mai potuto incarnare l’imagine che la
figliuola, fantasticando in un passato senza ricordi, s’era creata della propria
madre morta nel darle la vita. Quale comunione d’affetti, da un altro canto,
avrebbe potuto stabilirsi tra colei e la figlia se egli le avesse detto tutto?
Era meglio aspettare, prima di prendere una decisione; vederla, parlarle.
Soltanto - ah questo sì! - condurre lontano la figlia, sottrarla a ogni
probabile pericolo.
Partirono la mattina dopo.
Non fu possibile a Lauretta impedire che la signorina Lander si mettesse un
cappellaccio di paglia, che pareva un canestro rovesciato su la mèsse dei
capelli. La vecchia governante portava con sé il cofanetto, ove erano custoditi
i ritratti del signor Wahlen e famiglia; e s’ostinava intanto a sorprendere di
tratto in tratto evidentissime somiglianze tra quel lembo laziale e le contrade
del Reno presso Bonn. Lauretta ebbe l’ingenuità di mettersi a discutere con lei,
ravvicinando piuttosto Monte Cavo coi boschi e i laghi a un pezzo di Svizzera,
lì - che delizia! - a due passi da Roma, con di più il mare, che di lassù si
scorge benissimo, specie nelle notti di luna. Ma no; Monte Cavo con la vetta
incoronata d’aceri e faggi, per la signorina Lander era, naturalmente, tal quale
il Drachenfels; tanto vero che, ove lì, su la vetta, ci sono le rovine d’un
antico castello, qui c’è un convento tal quale! E se n’appellava al sighnor
avvocato Il Furri non badava a quei discorsi; guardava fuori, dal finestrino.
Ricordava, e gli pareva di sognare: ora, come allora, in treno: da Novara andava
a Torino, gli era nata una bambina; andava in fretta per una balia; la bambina
era là, dietro quei monti, in una campagna presso Novara, con la madre...
– Babbo, scommessa fatta! – gridò a un tratto Lauretta. – Rinunzio al mare,
rinunzio alle Alpi: quest’estate, a Bonn sul Reno!
– Che scommessa? – domandò il Furri, turbato.
– Tra me e Fräulein Lander.
– No, io... – balbettò la signorina Alvina, per scusarsi.
– Ecco, si scende! – interruppe entrambe il Furri. – Vedremo poi, vedremo.
Si sforzò di parer lieto tutto quel giorno a Castel Gandolfo, ad Albano: la
sera, rientrando all’albergo per la cena, annunziò alla figlia che la mattina
seguente, per tempo, avrebbe dovuto trovarsi a Roma per un affare che s’era
dimenticato di sbrigare.
– E Monte Cavo? – domandò Lauretta contrariata.
Ma infine si rimise. Dalla finestra dell’albergo, la mattina dopo, gridò al
padre che partiva:
– Aspetto di scrivere, che tu sia ritornato!
E il padre, già in vettura per la stazione, assentì sorridendo. Una veste nuova
di mezza stagione e un cappellino di paglia: ecco a che pensava in quel momento
la figlietta sua.
– La riconoscerò? – domandava a se stesso il Furri passeggiando su la banchina
della stazione, in attesa del treno da Firenze.
Socchiudendo gli occhi, richiamava l’imagine di lei, rilevata e spirante nella
sua memoria, di lei a diciannove anni: in una testina da birichino, coi capelli
tagliati a tondo maschilmente, due occhietti furbi brillanti e provocanti, quasi
armati di spilli luminosi, e la bocca accesa, dai piccoli denti pari, aperta
sempre a un riso vibrante di fremiti, dalla quale sgorgava la voce tutta trilli
e scivoli; alto il corpo agile e svelto su l’esilissima vita, ma dovizioso il
seno e incarnate le guance.
E ora?
Il Furri computava gli anni: doveva già averne trentacinque, e poiché aveva
potuto abbandonare la figlia appena nata e vivere tant’anni senza domandarne
notizia, ignorandone finanche il nome, poteva essere, nell’anima e nel corpo, se
non più troppo giovane come prima, molto giovane ancora; a ogni modo,
giovane.
E lui ?
Non che sperare, riteneva il Furri assolutamente inammissibile ch’ella potesse
riconoscere in lui, in quel suo corpo cadente, nel volto già disfatto, il Mario
d’allora, il gigante: il Riese, come lei lo chiamava pretendendo ch’egli
chiamasse lei Riesin, gigantessa, meine liebe Riesin, e ne rideva,
giacché quel Riesin lui lo pronunziava così dolcemente, come se le dicesse
invece: fiorellino.
Molta gente attendeva con lui il treno da Firenze già in ritardo. Il Furri pensò
di piantarsi presso l’uscita, per modo che tutti i viaggiatori gli passassero
sotto gli occhi.
Fu dato finalmente il segnale d’arrivo. I numerosi aspettanti s’affollarono, con
gli occhi al treno che entrava sbuffando strepitoso nella stazione.
– Roma! Roma!
Si schiusero i primi sportelli; la gente accorse ansiosa, cercando da una
vettura all’altra. Il Furri non seppe trattenersi alla posta, spinto quasi
dall’ansia degli altri. A un tratto si fermò: – Eccola! Dev’esser lei! –.
Una signora bionda, vestita di nero, sporse il capo dal finestrino, e lo
ritrasse subito: un signore aprì dall’interno lo sportello. Il Furri aspettò
poco discosto. La signora fece per discendere, ma sul predellino si volse verso
l’interno della vettura ad abbracciare e baciare un bambino di circa due anni:
– Adieu, adieu, mon petit rien!
Era la voce di lei.
– Anny!
Si voltò, saltò agile e svelta dal predellino, guardò il Furri fermandosi e
strizzando un po’ gli occhi, quasi in dubbio che la voce non fosse partita da
lui. Ma egli le tese la mano.
– Oh... – fece Anny accorrendo imbarazzata, con un sorriso nervoso su le labbra.
– Aspetta! Le valigie, – aggiunse subito, volgendosi verso la vettura.
Il signore che aveva aperto lo sportello gliele porgeva. Il Furri spinse subito
un facchino a prenderle, e Anny ringraziò in francese il signore; poi si rivolse
al Furri aprendo la borsetta da viaggio a tracolla e, traendone uno scontrino,
aggiunse in tedesco:
– Subito subito, il mio piccolo povero Mopy! Povera bestia! Non vede da tre
giorni la sua padroncina! E poi – (trasse altri due scontrini dalla borsetta) –
i bauli!
Il Furri, quantunque stupito da tanta disinvoltura, intuì subito che questa non
veniva da sfrontatezza, per come aveva malignato all’annunzio dell’arrivo, ma da
vera e propria incoscienza: lo dimostrava l’eleganza dell’abito da viaggio,
tutta l’accurata persona ancora fresca e florida, sebbene di forme più
complesse, ma forse perciò più piacente. Ecco, ed era venuta col cagnolino, e
non si dava pensiero d’altro, appena giunta.
– Subito! subito!
Prese quasi esitante quegli scontrini; avrebbe voluto gridarle: – Ma guarda
prima a chi li dài! Guardami! mi vedi? Come la vista mia non ti fa cadere le
braccia? –. Si mosse, e lei dietro.
– Prima Mopchen! la povera bestia! Poi i bauli... Sei venuto solo... – riprese
ella. – M’aspettavo che...
Il Furri piegò il capo sul petto, alzando le spalle, come se ella lo avesse
colpito di dietro.
– Come si chiama?
Non rispose: seguitò ad andare con le spalle alzate.
– Come si chiama?
– Non qui! non qui! – pregò smaniando il Furri. – Lauretta.
– Ah, Laura... Bionda?
Egli chinò il capo più volte.
– Bionda! E ora tu, tutto bianco! povero vecchio Riese. E dimmi...
Parleremo poi, ti prego! parleremo poi! – la interruppe il Furri, non reggendo
più alla tortura di quelle domande.
Appena ella ebbe tra le mani il cagnolino che guagnolava e si storcignava tutto
dalla gioja, cominciò a sbaciucchiarlo, a confortarlo con frasucce carezzevoli,
e gli diceva che tra poco avrebbe trovato un’altra padroncina: – Laura, Mopchen,
si chiama Laura... bionda, Mopchen, e tu così nero: me quest’altro tuo padrone
così bianco... e brutto... e cattivo, che non vuol dirti nulla... Fa’ vedere,
Mopchen, come bacerai la nuova padroncina... Un bacio! Così... bravo, Mopchen!
Basta... basta... Adesso prendi... –. Aprì la borsetta da viaggio e ne trasse
una zolla di zucchero per la bestiola festante.
– I bauli, – disse il Furri con voce roca, come se le parole gli facessero
groppo alla gola, – i bauli sarà meglio lasciarli qui.
– Come! – esclamò sorpresa Anny.
– Sì, domani, se mai, manderemo a prenderli.
– Ma no, caro! E come faccio io? Vuoi che rimanga così? Uno almeno è necessario
portarlo con noi. Vieni, ti dirò io quale dei due.
Montati finalmente in vettura, Anny cominciò a sentirsi un po’ a disagio accanto
al compagno, che si teneva chiuso e quasi ristretto in sé, come se sentisse
freddo. Egli non la guardava, guardava innanzi a sè, con le ciglia un po’
aggrottate, triste e assorto.
– Quante cose abbiamo da dirci, – bisbigliò Anny, prendendogli una mano.
Egli aggrottò maggiormente le ciglia accennando di sì col capo e traendo un
lungo sospiro.
– Non mi stringi la mano? Non sei contento ch’io sia venuta? – domandò
sommessamente, poco dopo; e aggiunse: – Eh. Io so... Ma vedrai... non ci ho
colpa. La mamma... –. S’interruppe; si portò subito il fazzoletto agli occhi. Il
Furri si voltò a guardarla: il fazzoletto era listato di nero.
– Parleremo poi, ti prego, Anny! – ripeté, più commosso che intenerito.
– Sì sì, a casa. Quieto, Mopy! Oh, ma non credere che sia venuta così... Non
sarei venuta, se non avessi incontrato nel Kuhrgarten a Wiesbaden... indovina
chi? il Giovi... l’amico nostro di Torino... che m’ha parlato tanto di te... Io
pensavo... non so... pensavo tra l’altro... sì... che tu ti fossi ammogliato...
pensavo che la piccina... potesse anche non vivere più... «Vive!» m’ha detto il
Giovi. «Sta con lui...» E io sono corsa ad annunziarlo a questo mostro qui! E
vero, Mopchen? Come t’ho detto? Vive! vive! la padroncina vive! Noi l’abbiamo
chiamata Mary, è vero? Il Giovi m’ha anche detto che tu hai preso per lei una
governante tedesca, una vecchia, è vero? Laura dunque parla il tedesco, mentre
io non so più parlare l’italiano. Ho provato col Giovi: l’ho fatto ridere. Ah,
com’egli si diverte a Wiesbaden! È sempre quello di prima... soltanto, non ha
più quell’enorme barbone... Io non l’avrei riconosciuto. M’ha riconosciuta lui.
Ma a momenti non ha più nemmeno i baffi! Diventa tutto bianco, e non volendo
ricorrere ai cosmetici, taglia, taglia, capisci? sarchia anche i baffi, quel bel
pajo di baffi! «Perché, Giovi?» gli domandai. Dice, non lo sa neppure lui «per
istinto giovanile», m’ha risposto; ma poi s’è tolto il cappello e battendosi con
una mano il capo calvo ha esclamato: «Eppure, ecco qua: Piazza della
Vecchiaja!». M’ha detto che sei calvo anche tu. Fa’ vedere!
Il Furri ebbe quasi l’impeto di saltare dalla vettura, fuggire. – Scommetto, –
disse, – che tu non hai un solo capello bianco, è vero?
– Ah, neppure uno! – esclamò Anny trionfante. – Ti sfido a trovarmene uno!
Vedrai. Ma anche la mamma, sai, poverina! M’è morta, sai, con tutti quei suoi
capelli ancora biondi come l’oro! Ah i capelli della mamma... Io non ne ho
neanche la metà.
"E ora mi parla della madre!" pensava il Furri stupito e, ormai,
dall’incoscienza di colei irritato più a sdegno che a ira.
– Ah! – fece Anny improvvisamente, sollevando la mano di lui, che teneva ancora
nella sua. – Il mio anellino! Fa’ vedere! – E poiché egli ritrasse la mano quasi
istintivamente: – Fa’ vedere! – insisté Anny. – Oh, come ti stringe il dito!
Puoi tenerlo ancora? Non ti fa male? Io, il tuo... la mamma me lo levò...
Credevo lo tenesse nascosto. L’ho cercato, non l’ho trovato. Chi sa che n’avrà
fatto; l’avrà buttato via.
– Ha fatto bene! – disse il Furri, quasi senza volerlo.
– Ah no! guarda: – esclamò Anny, mostrandogli le due mani bellissime. – Non ne
ho più tenuto, da allora!
Il Furri la guardò fisso e quasi con durezza, come non potesse più trattenere le
tante domande che gli facevan ressa alle labbra.
– Nessuno! – ripeté Anny con fermezza. – Soltanto per pochi giorni quello tolto
dalla mano della mamma morta: era l’anello nuziale del babbo: una sacra memoria.
La carrozza si fermò davanti all’Albergo della Minerva.
– Ah, stai qui? – domandò Anny, alzandosi col cagnolino in braccio; ma subito
aggiunse: – Questo è un albergo. Intendo, intendo. Ma, bada, Laura voglio
vederla subito, io!
Entrati nella camera loro assegnata, Anny riprese:
– Ora, lasciami sola. Tre giorni di viaggio: non ne posso più. Il baule è qui:
farò la mia toletta. Tu intanto va’ a casa, e conducimi qui subito subito Laura.
– Ma no, cara, – fece il Furri – non è a Roma.
– Non sta con te? Qua, Mopy, qua, – gridò Anny correndo dietro al cagnolino che
col musetto aveva aperto l’uscio accostato e se n’era uscito sul corridojo. Poco
dopo rientro con Mopy in braccio, e buttandolo sul canapè, gli gridò: – Cuccia
lì! –.
– Dobbiamo prima parlare. – riprese il Furri severamente.
– Chiudi l’uscio, ti prego. Ho fatto male a venire: vuoi dirmi questo? Dimmelo
semplicemente, ti prego, senza turbarti. Senti. – Esitò alquanto, grattandosi
celermente l’insenatura tra la pinna destra del naso e la guancia, con un gesto
che il Furri le riconobbe abituale. – Senti. La colpa non è mia, la colpa è del
Giovi. Sono venuta spontaneamente’ sì, ma egli m’assicurò più volte che tu
vivevi solo solo e sempre in casa e malfermo in salute anche. Dunque ho supposto
che - scusami, se rido - che, via! sarei potuta venire. Ho supposto male? Hai
ragione: oh, non te ne fo, né potrei fartene un torto. Rido, vedi? La mia parte,
infatti, non è bella, ora. Vorrei pigliarmela con quel burlone del Giovi. Ma,
poveretto: gli amici non sono obbligati a saper tutto. Via, confessalo, Mario.
Non stare così.
Il Furri s’era portate ambo le mani su la faccia, premendovele vieppiù a ogni
parola d’Anny.
– Guardami negli occhi, – riprese questa, cangiando tono, ma pur quasi
affettando una seria preoccupazione: – Il caso è grave? altri figliuoli?
– Tu non sai ciò che voglia dire averne una! – disse egli con voce vibrante di
sdegno, scoprendo il volto irosamente e stringendo le pugna come per
trattenersi.
– Prima di rimproverarmi aspetta che ti dica. Credi forse, Mario, ch’io non
abbia mai pianto? La mamma non c’è più, per dirtelo. Ma l’essere venuta così,
col pericolo di rappresentare per te, ora, una parte poco gradita, non è una
prova?
– Prova di che? – domandò il Furri interrompendo. – Prova della tua incoscienza,
per non dire altro! E non già per quello che tu supponi di me, e che io potrei
prendere per un’irrisione, se tu non fossi proprio incosciente: è la parola! Ma
non hai neanche occhi per vedermi? Non parliamo di me, non parliamo di me, ora.
Vuoi dire che l’essere tu venuta è una prova del tuo affetto per tua figlia?
– Aspetta, – disse Anny. – Parleremo di questo e di tutto, ma con calma, ti
prego. Io mi confondo. Siedi. Ma prima apri, ti prego, quella finestra: un po’
d’aria. Così, grazie! Oh, siedi, ora: qua, accanto a me; dammi una mano, codesta
con l’anellino mio. Ora è vero? ti senti vecchio tu, povero Riese! Ma non
importa. Senti: codeste due rughe cattive su le ciglia te le spianerò io. Senti:
rientrando in Italia dal treno guardavo la campagna e le ville sparse qua e là.
Non era lo stesso paesaggio della nostra villetta del nostro nido presso Novara
ch’io vedo ancora, chiudendo gli occhi, e che ho sempre sempre ricordato; ma era
Italia anche lì e campagna, e quel cielo, quell’aria, e io respiravo, correndo
in treno, come nel bel tempo passato, con gli occhi a una villetta lontana,
finché non spariva, e poi a un’altra, che gli occhi subito cercavano per non
interrompere il sogno; e intanto il cuore mi si riempiva dell’antico amore, e
non imaginavo che tu dovessi accogliermi così. Mi guardi? Non piango, no! vuoi
crederlo tu, che sia tutto finito, non io. Perché, Mario? Me lo dici?
– Hai bisogno che te lo dica? Ma non mi vedi, ma non lo senti, Anny? Per te era
quasi naturale imaginare che potesse accoglierti il Mario d’allora: tu sei la
stessa, e non sai quello che hai fatto. Lasciami dire così: è l’unica scusa che
potrei trovare per te. Dici di no? E quale altra dunque, sentiamo? Ma lo sai, lo
sai tu quello che hai fatto? Lo sai che hai abbandonato la figlia? Per me forse,
no; per quanti sforzi abbia fatto, non sono riuscito a uccidere il ricordo di
te. Per me forse no, non eri morta, mi sopravvivevi. Ma lo sai che per tua
figlia tu sei morta, morta davvero, e ch’ella è cresciuta e che adesso ha quasi
gli anni che avevi tu quando la mettesti al mondo? Lo sai tutto questo? Posso
ora dire a mia figlia: No, sai, bambina, non è vero, io ho mentito con te
tant’anni, mi sono divertito a straziare il tuo coricino dicendoti che la tua
mamma era morta nel darti alla luce: no, sai, la mamma vive, si rifà viva dopo
tanto tempo, ed eccola qua, te la presento. Perché ho mentito? bisogna pure che
glielo dica. E allora? Ma lo intendi? Come vuoi, che vuoi che le dica?
– Non le hai detto nulla? – domandò Anny sorpresa e addolorata.
– Ah, tu credevi?
– No: imaginavo ch ella dovesse credermi morta; ma supponevo che tu in questi
tre giorni...
– L’avrei preparata? Come? Ma dimmi, dimmelo tu, quel che avrei potuto dirle...
– La verità.
– Quale verità? La verità, dici? E che ne so io? Quella che so io, no! è troppo
brutta: non potevo dirgliela. Perché farti rinascere davanti agli occhi di lei,
e farti morire nello stesso tempo nel suo cuore?
Anny si levò da sedere e, lisciandosi con ambo le mani i capelli dietro la nuca,
disse:
– Ma vedo che tu, mio caro, mi credi, non saprei... Mi fai accorgere d’essere
venuta con altre, oh ben altre idee delle tue in mente e con ben altri
sentimenti nel cuore. Ma già, dopo tanti anni... Ma perché io non sono mutata?
Lo riconosci tu stesso... Capisco, lo dici in male... Ma si fa presto, sai, a
giudicare dai fatti.
– E da che vuoi che giudichi?
– Scusa, si reggono i sacchi vuoti? No; e così i fatti, se tu li vuoti degli
affetti, dei sentimenti, di tante cose che li riempivano.
– Affetti? sentimenti? E quale altro più forte di quello per la propria figlia?
– L’ho abbandonata: tu vedi il fatto. Ma se la piccina, quando sono partita,
piangeva, credi che non piangessi anch’io?
– E intanto...
– Intanto sono partita, in quello stato, dopo tre giorni... e sperando di
morire, sai, durante il viaggio, senza dirlo a nessuno. Potevo anche morire,
solo che mi sopravvenisse una febbre. Dio non volle. Sperai in seguito ch’egli
volesse invece esaudire il mio voto, quello che feci segretamente baciando per
l’ultima volta la creaturina: «Ci rivedremo, quando Dio vorrà!». La mamma è
morta; sono corsa qui; e non Dio, ma tu pare che non voglia farmela vedere.
– Ah sì? E c’entra anche Dio, nella tua partenza? La volle Dio? Perché te ne
partisti?
– Ma lo sai, la mamma...
– Ah, la mamma! E non potevi tu dirle: «Come pretendi che la figlia non
abbandoni la madre, mentre vuoi che io abbandoni la mia creaturina?».
– Ragioni bene; ma non osservi due cose. Prima: che ella, madre, mi avrebbe
abbandonata, se io mi fossi ricusata di seguirla: e non dovevo, capisci?, non
dovevo, perché noi non avevamo più nulla, tranne una misera pensioncina: tutto
quello che avevamo era mandato a me, a me soltanto dal fratello di mio padre, di
cui dovevo raccogliere, com’ho raccolto, l’eredità. Per certe sue idee quel mio
zio non poteva soffrire la mamma. Ella dunque se ne sarebbe andata sola,
incontro alla miseria... oh credi! non era donna d’accettare da me ajuto, se la
lasciavo andar via. Era cosiffatta: piuttosto morire di fame! Potevo
permetterlo?
– Ma ella poteva rimanere qua con noi!
– Ecco l’altra osservazione. Doveva stare con te e ti odiava. Sosteneva che tu
le avessi sedotta la figlia. Per quanto io le dicessi, non riuscii mai a
toglierle quest’idea dal capo. Quante volte le chiedemmo perdono, ricordi? a te
faceva le viste di perdonare, perché dentro meditava la fuga e temeva che tu,
scorgendo ancora in lei avversità per il nostro matrimonio, non mi sottraessi a
lei un’altra volta; ma a me, no, no, mai! E invano io ti difendevo, e le dicevo
che le tue intenzioni erano state oneste, sempre, tanto vero che le avevi prima
chiesto la mia mano, che la nostra fuga da Torino era avvenuta dietro il suo
rifiuto. Ah sì! vedi, questo le toglieva appunto la ragione: che noi con la
violenza e col tradimento avessimo voluto forzare la sua volontà. E i primi
mesi, lì in campagna, ricordi? ti portò per le lunghe, prima con la scusa delle
mie carte da sbrigare a Bonn, poi con l’altra del mio stato che non comportava
più di presentarmi in chiesa e al municipio. E intanto per non legarmi
maggiormente con cure e sollecitudini alla creaturina che portavo in grembo, non
volle, ricordi? ch’io preparassi da me il corredo: volle che tu lo facessi
venire bell’e fatto da Torino. E come ci spiava, ricordi? Io ti consigliavo
pazienza: e tu ne avevi, povero Riese, sperando compenso nell’avvenire. Ah, quei
mesi! quei mesi!
– Tu sapevi dunque, – disse il Furri concitato, – il delitto che tua madre
meditava, e non me ne dicesti nulla?
– No, no! all’ultimo lo seppi! negli ultimi sei giorni! Voleva abbandonarmi;
allora; in quel punto; quand’io avevo più paura e più che mai bisogno di lei!
– Infame! – muggì il Furri tra i denti.
– No, non dirlo! – pregò Anny. – Aveva in petto il suo cuore! Se ci avesse avuto
il tuo o il mio, non l’avrebbe fatto! Per lei l’infame eri tu, e io la colpevole
da punire. La pregai, la scongiurai! figurati come, in quel punto! E lei
irremovibile. E allora io promisi... sì, ebbi paura... e poi pensai a lei -
vecchia, senz’ajuto - e a me - sola, senza più la mamma accanto, in un paese che
non era il mio...
– E a me non pensasti? a me? a tua figlia?
– Sì, sì, Mario... Ma in quel punto, senza mia madre, sentii di non poter
vivere. Ti conoscevo da così poco... ti amavo! sì, ma avevo tanta soggezione di
te: io non so, tu, col tuo carattere con la tua serietà, mi avevi domata... io
ero una bambina allora... e in quel punto, in quel punto...
– E poi? – domandò egli.
– Poi? Partii con la fiducia che la mamma si sarebbe piegata tra breve,
assistendo ogni giorno al mio tormento. Andammo a Neuwied, cioè ci fermammo
colà, perché io non potei più proseguire il viaggio; mi ammalai, fui per morire,
Mario: quattro mesi a letto. Ah, se tu mi avessi vista, quando mi rialzai!
Scrissi allora, sai? di nascosto, scrissi a quel signor Berti che era a Novara,
e che veniva qualche volta a trovarci in villa, mi désse notizia della bambina,
mi dicesse soltanto: vive! nient’altro; non lo disturberei più, mi
indirizzerei in séguito ad altri, e se ad altri non potessi, mi terrei paga
d’una sua sola notizia, la meno precisa ma me la desse. Nulla, non ebbi
risposta. Attesi, attesi. Poi volli persuadermi che la creaturina fosse morta, e
che il Berti, non avesse voluto darmi questa notizia... o che, se viva, ero
morta io per lei... almeno fintanto che la mamma... ma vedi: questo mi
ripugnava: sperare su la morte della mamma.
– E su quella della figlia, no! per distrarti...
– È vero: mi sono distratta. Dopo la malattia. Mi parve d’uscire da un sogno
angoscioso, e che tutto fosse finito. Ma com’io abbia vissuto, non te lo saprei
dire. Non lo so nemmeno io: perché non sapevo nulla di voi. E la mamma intanto
mi spingeva, mi assediava, cercava ogni mezzo per divagarmi. E se tu ti eri
ammogliato? e se la bambina era morta davvero ? Tanti pensieri... tanti sogni...
e nulla di certo, né per me, né per voi... Ma sempre dentro di me qualcosa che
m’impediva d’accogliere la vita, all’infuori delle minute frivolezze o dei
piccoli avvenimenti senza vero interesse e senza scopo. Così ho vissuto fino
alla morte della mamma. Che debbo dirti di più?
– A Neuwied! – mormorò il Furri assorto, dopo un lungo silenzio. – Quanto ti ci
sei trattenuta?
– Oh, a lungo! Più di un anno. Poi siamo andate a Coblenza.
– Eri dunque a Neuwied! E io ci passai, al ritorno.
– Tu ?
– Io. Venni a cercarti; senza nessuna traccia. Fui a Bonn, a Colonia, a
Braunschweig, a Dusseldorf, seguendo qualche indicazione raccolta qua e là.
Passai da Neuwied, ritornando in Italia, ma non mi fermai: già non ti cercavo
più! Fui anche a Wiesbaden.
– Povero Mario! – fece Anny con tenerezza. – Ma a Wiesbaden eravamo andate in
quest’ultimi anni soltanto, per invito dello zio, che è morto, poveretto, due
anni fa: era solo, vecchio e infermo: ci volle in casa, dimenticando gli antichi
dissapori con la mamma. Dopo un anno e mezzo è morta lei: quattro mesi come
l’altro jeri.
– Se ti avessi trovata allora! – sospirò il Furri, alzandosi.
– Ma vedi, ora, – disse Anny, – son venuta a trovarti io.
– A trovare chi? A trovare un morto! Oh Anny! Non vedi? non vedi? Fra tua madre
e me e nostra figlia hai scelto quella. Che vuoi ora da me? Tua madre è morta;
ma sei morta anche tu per Lauretta!
– Oh no, Mario! – fece con orrore Anny.
– Aspetta. Anny. Vedi: davanti a te, m’è caduto lo sdegno: io non so più
parlarti, come forse dovrei. Ma è evidente che tu non sai renderti conto di
quello che hai fatto, del tempo che è passato, di tutto quello che è avvenuto in
questo tempo. Scommetto, che tu imagini ancora Lauretta come una bambina, ed è
alta, sai, quanto te: è una donna davanti a cui tu, se ora la vedessi,
resteresti come davanti a una estranea. Per te il tempo non è passato: lo vedo,
lo sento. Tu sei ancora come una ragazza - quella di prima e, vedi, parlandoti,
mi viene da piangere, perché io sono vecchio, Anny, vecchio, vecchio e finito.
No, no, lasciami piangere. Non ho mai pianto. Ma mi vedo davanti ciò che ho
perduto, ciò che tu mi hai rubato, e vedi: vorrei qua, sotto i piedi, la fossa
di tua madre per calcarci sopra la terra con tutta la forza del mio odio! Ah,
nessun fiore, se c’è Dio, crescerà su quella fossa, come nuda e senza un sorriso
è stata la culla della figlia mia, e squallida e muta la mia vita, per causa di
lei, e tua, e tua... Ti copri la faccia? Ah, c’è da inorridire davvero! Non è,
non è reparabile quello che avete fatto. Ora tutto è finito! tutto e per sempre!
Non può intenerirmi il tuo pianto. Non ti fo piangere io, ma tua madre.
Domandane conto a lei. Ha spezzato la mia vita e la tua: ti ha uccisa per tua
figlia. È stata lei: che vuoi ora da me? Io sono morto; non posso farti
rivivere. –
Anny era caduta sul canapè e piangeva arrovesciata sulla spalliera. Il Furri
passeggiò un tratto per la camera, poi andò presso la finestra e vi si
trattenne, fermo nell’odio, contro ogni suggerimento pietoso che potesse
venirgli dai singhiozzi di lei. Il cagnolino nero si levò su le quattro zampette
sul canapè, cacciando il musetto sotto il braccio della padrona; ma Anny lo
respinse col gomito; allora Mopy si rizzò con le due zampette anteriori sul
bracciolo, e si mise a ringhiare contro il Furri alla finestra, poi abbaiò. Anny
si voltò subito a lui, e se lo strinse al petto piangendo. Il Furri si tolse
dalla finestra senza guardare Anny. Entrambi stettero a lungo in silenzio. Poi
ella, rimesso alla cuccia il cagnolino, si alzò, prese da una seggiola una
valigetta e l’aprì per trarne un altro fazzoletto anch’esso listato di nero, col
quale si asciugò a lungo gli occhi. Finalmente disse con durezza nella voce:
– Mia figlia... non debbo vederla?
Il Furri notò l’espressione torva del volto di lei e, urtato dal tono della
voce, rispose:
– Te ne nasce tardi il desiderio.
– Io me ne riparto subito! – riprese Anny con la stessa espressione, ma più
fiera, e la stessa voce. – Però mia figlia voglio vederla.
E scoppiò di nuovo in singhiozzi, nascondendo la faccia nel fazzoletto.
– Come potrei fartela vedere? – disse il Furri. – E poi, perché?
– Voglio vederla! – insisté Anny tra i singhiozzi. – Anche da lontano, e poi me
ne ripartirò.
– Ma io... – fece esitante il Furri.
– Temi che voglia tenderti un agguato? Oh inorridisci tu adesso! Ma è così
naturale imaginare codesto sospetto in uno che ha accumulato tant’odio per
rovesciarlo senza alcuna considerazione su una morta! Basta, basta... Ogni
recriminazione è inutile! Sono accorsa a te, alla figlia, col cuore d’allora: tu
me l’hai assiderato. Basta! Comprendo ora anch’io d’aver commesso una follia a
venire.
– Sì, – disse il Furri – come un delitto allora, nell’andartene. Questo è il mio
giudizio. Delitto - disse allora il mio cuore, quando tornai da Torino alla
villetta, ove trovai la bambina abbandonata. Follia - mi costringe ora a dire lo
stato in cui sono ridotto ed è veramente così, perché tu, che avresti potuto
imaginare com’io dovessi rimanere allora avresti potuto anche supporre come
necessariamente dovevi ritrovarmi adesso. Ma non t’è passato neanche per la
mente! Tu hai potuto scusare davanti a me quello che hai fatto e addurre come
una giustificazione l’essere tornata a noi, dopo tant’anni! Via, via, Anny!
Misura il baratro che s’è scavato tra noi due: tu credi di poterlo saltare a piè
pari? Ma io non posso, vedi: mi reggo appena su le gambe, io. Basta, basta
davvero. Perché vuoi vedere tua figlia? Tu non la conosci...
– Voglio vederla appunto per questo! – esclamò Anny tra le lagrime.
– Lo so, – riprese il Furri. – Ma la ragione dovrebbe imporre un freno a codesto
tuo sentimento, nell’interesse tuo stesso.
– No, no! – negò Anny. – Sono venuta qua; so che mia figlia è qua; vuoi che me
ne riparta senza vederla?
– Ma non è qua, non è a Roma, ti ripeto.
– Non è vero! Stai in campagna tu? O l’hai nascosta perché hai avuto paura, di’
la verità!
– Ebbene, sì, ma non giova rilevarlo, giacché deve essere così.
– Ah non giova! Per te, si sa. Ma tu andrai a prenderla: voglio vederla, anche
dalla finestra: la farai passare di qui, o per via - io non so! Non temere:
saprò frenarmi.
– Ebbene... Ma è una follia anche questa, Anny! Ascoltami: io non temo, perché
l’affetto o il desiderio che hai di vederla non potrebbe spingerti a commettere
un altro delitto: quello d’uccidere in lei l’ideale senza imagine che ella ha
della mamma sua; tu le sembreresti pazza, e tutt’al più, come pazza, potresti
farle pietà. Ma se ragioni, se la convinci, profanando l’idealità vaga e pura e
santa che ha di te morta per lei, non pietà né alcun altro sentimento buono,
credilo, potresti muovere in lei. Di questo sono convinto: perciò non temo. Io
dicevo per te.
– Oh grazie! Dopo quello che hai detto, ti preoccupi ancora di un’altra spina
che mi porterei nel cuore? Quanta carità! E del mio avvenire, adesso, di’, non
ti preoccupi? Che sarà di me? Ci penso anch’io.
Tacquero un tratto, tutti e due assorti in questo nuovo pensiero; lui con gli
occhi chiusi dolorosamente, nell’atteggiamento di chi è solito crucciarsi in
cuore senza parola; lei con gli occhi alle punte aguzze delle scarpine.
– Ora sono sola, – disse come a se stessa. – Tutto questo tempo sono stata...
così per aria! un’estranea curiosa e leggera in mezzo alla vita... di qua, di
là. Di vero, di concreto intorno a me, nulla: mia madre, che mi teneva posto di
tutto, è vero, ma... E la gioventù: un soffio... passata così, senza nulla... –
Si levò in piedi di scatto con un’esclamazione indeterminata: – Bah! A Coblenza,
sai? più d’uno chiese alla mamma la mia mano... e poi tanti, uh! hanno perduto
il tempo a corteggiarmi... Ora me ne ritornerò a Wiesbaden, nella casa che m’ha
lasciato lo zio; e chi sa, ci sarà qualche altro ancora - benché io non sia più
giovane che vorrà avere la degnazione di credere che forse valga la pena di
continuare a perdere un po’ di tempo a corteggiarmi, con fine onesto anche,
perché no? sono ricca; potrei permettermi il lusso della franchezza: dichiarare
che non sono zitellona come mi si crede, benché non sia né vedova, né
maritata... È proprio così! Rimango così! Bisogna dire che rimango male... Mah!
Tu in coscienza credi che non puoi né devi fartene un rimorso. Infatti, dici
bene: sono voluta andar via io: tu mi avresti sposata subito, allora. Dell’esser
io tornata, non vuoi tenere alcun conto: non fa più comodo a te, adesso, di
sposarmi: per mia figlia sono morta, e ho commesso una follia a venire. Si deve
dunque chiudere così la mia vita? Convieni almeno, via! che la follia che ho
commessa non è poi brutta! Sono tornata; mi chiudi la porta in faccia; resto
sola, senza più neanche un dolce ricordo, con la memoria soltanto
dell’accoglienza che m’hai fatta, e senza alcuno stato. Via, via, lascia che
veda mia figlia, mi porterò almeno l’imagine di lei nel cuore; e questa imagine
forse... –. Non concluse, ritenuta improvvisamente dal fare, anche a se stessa
soltanto, una promessa che poteva esser sacra e che la vita, a una prima svolta,
poteva smentire. Domandò: – Come potrò vederla? –.
– Io torno questa sera in campagna, – disse il Furri con voce arida, – domattina
sarò a Roma con Lauretta: domani è venerdì... ah; è il venerdì santo! in
chiesa... Senti: a San Pietro, domattina, per le funzioni: dalle dieci alle
undici. Ti troverai lì; io entrerò con mia figlia, e la vedrai.
– È religiosa?
– Molto, sì
– Allora certo, in chiesa, prega ogni volta per me... E se domani io la vedo
inginocchiata, dirò: eccola, prega per me.
– Anny, Anny...
– Vuoi che non pianga? Io non sono morta, come tu le hai fatto credere. E a mia
figlia che prega per me non posso neanche dire: sono viva, guardami! sono viva e
piango per te.
Attese un tratto, piangendo, che il Furri le dicesse qualcosa; poi si tolse il
fazzoletto dagli occhi e vedendolo chiuso nel cordoglio e col volto contratto,
si alzò e asciugandosi gli occhi, disse:
– Va’! va’! A domani, dunque... Lasciami sola. Verrai a salutarmi? Partirò
domani l’altro: sabato.
– Verrò, – rispose il Furri.
– Intanto, a domani. Addio.
La prima e più tremenda prova era superata. E quantunque il Furri, in treno con
la figliuola, si sentisse ancora sotto l’incubo della presenza di colei, pure,
come se da quel tuffo violento nel passato e dal cozzo interno di tanti opposti
sentimenti un po’ dell’antico vigore si fosse ridestato in lui, notava che egli,
non che soffrisse il danno temuto da quell’incontro, ne aveva quasi tratto
insperata energia; e, più che compiacersene, se ne stupiva. Uscito il giorno
innanzi, come ebbro, dall’albergo, gli era parso, è vero, che tutto gli fosse
girato intorno, e aveva avuto appena il tempo e la forza di chiamare una vettura
e di salirvi. Ma come aveva saputo poi dominarsi, la sera, in presenza della
figliuola!
Ora il rombar cadenzato del treno imponeva quasi un ritmo al turbinare di tante
impressioni e di tanti sentimenti in lui. Si sentiva di tratto in tratto ferire
acutamente dalla spina del rimorso infertagli dalle ultime parole d’Anny; e
allora ripeteva a se stesso: – È passato! è passato! – come se l’aver potuto
jeri andar via a tempo, rendesse oggi tardivo e per ciò inutile il rimpianto di
non avere ceduto al sentimento di indulgente pietà ispiratogli dalle lagrime di
lei. Ma così del resto doveva fare! La dura resistenza, per quanto in certi
punti ora a lui stesso crudele, era necessaria. E gli bastava posare lo sguardo
sulla figlia che gli sedeva dirimpetto per averne conforto e giustificazione.
Lauretta gli parlava, e lui guardandola intentamente chinava di tanto in tanto
il capo in segno d’approvazione, pur senz’intendere nulla di ciò che lei gli
diceva.
– Ma no! ma no! se non m’ascolti! – gli gridò a un certo punto Lauretta.
– Hai ragione... – fece lui, riscotendosi e andando a sederle accanto. – Ma con
questo fracasso...
– E allora perché dici di sì col capo, mentr’io invece dicevo di no, che non può
essere?
– Che cosa? Scusami, pensavo...
– Già! Come la signorina Lander, quando le parlo e non mi sente.
– Che cosa? – domandò la sorda, a sua volta, nel vedersi indicata da Lauretta.
– Nulla! nulla! non dico più nulla! – fece questa indispettita, e si mise a
guardar fuori.
– Brava Lauretta! Oh, senti: se facciamo a tempo... dopo la compera dell’abito,
vuoi che andiamo a San Pietro per le funzioni?
– Bravo papà! – approvò Lauretta. – Ma non facciamo a tempo. Se andassimo prima
a San Pietro? Però...
– Che cosa? – ridomandò la sorda, vedendosi guardata da Lauretta.
– Non dico a lei! – rispose questa, accompagnando le parole con un gesto della
mano inguantata; e, rivolgendosi al padre, aggiunse: – Che ne facciamo di lei?
Non possiamo mica portarcela in chiesa con quel cappellaccio...
– Si sa! – rispose il Furri. – Scendiamo prima a casa, e la lasciamo.
– Ma si fa a tempo?
– A momenti siamo arrivati. Vedi che, se non t’ascoltavo, pensavo di farti un
regalo con la mia proposta. E tu, di’ la verità, pensavi al negozio delle
stoffe; e a San Pietro, no.
– Non è vero! – negò Lauretta. – Ma se tu, scusa, hai sentito il bisogno di
muoverti giusto la settimana santa... Se non fossimo andati via, all’abito forse
non ci avrei pensato, e avrei pensato certo d’assistere alle funzioni. Poi
supponevo che tu non mi ci volessi accompagnare. Hai tanto da fare, che jeri,
prima, hai dimenticato la mia commissione, - fortuna, dico io, perché così
scelgo da me e ti faccio spendere il doppio - e poi oggi, non so, mi pareva che
avessi la testa tra le nuvole. Figùrati se ti avrei detto: Papà, conducimi a San
Pietro.
– Eh, lo sapevo! – disse il Furri ridendo. – Hai sempre ragione tu!
– Vuoi essere ringraziato?
– No no, – rispose egli turbandosi. – Mi ringrazierai dell’abito piuttosto, se
mi farai spendere molto.
– Lo spero bene! – esclamò Lauretta.
Il treno, entrato nella stazione quasi scivolando sul binario, s’arrestò di
schianto, e la Lander, che già s’era alzata, ricadde improvvisamente a sedere
esclamando: – Oh Je’! – mentre il cappellaccio di paglia, urtando contro
la spalliera, pùmfete!, le saltava sul naso. Lauretta scoppiò a ridere. Il Furri,
che non s’era accorto di nulla, sconvolto alla vista della stazione dal ricordo
del giorno innanzi, si voltò di scatto al riso della figlia, colpito: il riso
della madre, lo stesso riso! Non l’aveva mai notato.
– Se lei porta cappelli inverosimili! – gridò aspramente alla Lander. E come se
la scoperta di quella somiglianza nel riso avesse avuto per lui un significato
di condanna, cadde in preda a un’agitazione rabbiosa, di cui la signorina Lander
volle per un buon tratto esser vittima ostinandosi a scusare il suo cappello e a
incolpare il treno che s’era fermato di schianto, cosa che in Germania,
naturalmente, non soleva mai avvenire.
L’agitazione del Furri crebbe di punto in punto, fino a fargli perdere ogni
dominio di sè, davanti alla figlia; la quale, stupita dapprima ch’egli avesse
potuto prendere in così mala parte l’incidente occorso alla signorina Lander,
non intendeva ora perché avesse quell’angosciosa fretta di condurla in chiesa.
– Se non puoi, babbo, lasciamo andare! – gli disse.
– No no! – rispose recisamente il Furri. – Andiamo subito, anzi!
E appena salito in vettura, gli parve che conducesse la figliuola a un
sacrifizio entro la chiesa. Non tirava quasi più fiato dall’angoscia. E in
quella tortura e in quello smarrimento dei sensi non discerneva più se fosse
costernato maggiormente per sé o avesse paura per la figliuola. Più che
determinata paura, sentiva sgomento della chiesa, sapendovi in agguato,
invisibile, colei, piccola sotto la poderosa vacuità di quell’interno sacro.
Traversando la piazza immensa, sporse un po’ il capo a guardar la cordonata
della chiesa in fondo: minuscole persone sparse vi salivano e scendevano, altre
erano ferme là in alto. Oh se tra queste colei si fosse fermata ad aspettare!
Strinse le pugna come per contenere in sé un impeto rabbioso d’odio. Come, come
passarle davanti, sotto gli occhi, con la figliuola accanto? - Scese tremando
dalla vettura.
– Babbo, tu non ti senti bene, – gli disse Lauretta vedendolo così stravolto e
quasi in preda a brividi di febbre. – Torniamo a casa con la stessa vettura.
– No, – rispose, – entriamo! Mi sono troppo strapazzato jeri e oggi. Non è
nulla! Dammi il braccio.
A ogni passo, su per l’ampia cordonata, sentiva appesantirsi vieppiù le membra e
l’ànsito farsi più frequente e più corto – Aspetta! – diceva alla figlia. Si
provava a trarre un largo respiro, guardando intorno rapidamente, e soggiungeva:
– Andiamo, non è nulla, un po’ d’asma.
Introdottisi attraverso la pesante portiera di cuojo nella enorme basilica, egli
lanciò uno sguardo fino in fondo; ma Subito la vista gli s’intorbidò quasi
perduta nella vastità dell’interno, e chiamò sottovoce: – Lauretta –, stringendo
a sè il braccio di lei, quasi senza volerlo o come per prevenirla di qualche
cosa. – Lauretta! – ripeté forte, con schianto, quasi trabalzando, nel vedere la
figlia lasciare il suo braccio e correre verso la pila a sinistra sorretta dai
colossali angeletti. Nello smarrimento, gli parve in un baleno ch’ella
accorresse alla madre nascosta lì dietro. Lauretta si voltò interdetta, e
tornando a lui sorridente:
– Che sciocca! Dimenticavo che oggi non c’è acqua benedetta. Tu lo sapevi?
– Non mi lasciare, ti prego, – le disse egli non rimesso ancora dall’interno
rimescolamento.
– Bella figura, se qualcuno m’ha veduta! – aggiunse Lauretta, guardando intorno.
– Bada a me... bada a me... Dove andiamo? Senti? che cosa cantano?
Dall’ala destra della crociera in fondo venivano le parole confuse del canto.
– Sì, gl’improperia, – disse Lauretta. – Vedi? è tardi. Andiamo qua a
sinistra, al Sepolcro.
– Non tra la folla, – pregò lui, vedendo in quest’altra ala della crociera un
fitto assembramento di gente curva inginocchiata presso la luminaria densa
dell’altare di fianco.
– No, vieni, vieni qua, al di fuori... – rispose lei. – Qua –, e s’inginocchiò
presso il padre.
Il Furri a capo chino si provò a volgere gli occhi in giro, ma li riabbassò
subito su la figlia inginocchiata, come se volesse nasconderla con lo sguardo. E
non osando dirlo a lei, diceva piano piano a se stesso: – Ancora? ancora? – non
resistendo più a vederla pregare. Era certo che colei la guardava da un punto
forse vicinissimo della chiesa, e gli correvano brividi per la schiena, e
tremava tutto, quasi in attesa che da un momento all’altro colei, non sapendo
più trattenersi, irrompesse tra la folla silenziosa, piombasse sulla figlia.
Ebbe un sussulto e guardò ferocemente una signora, venuta a inginocchiarsi
presso Lauretta. Si voltò: uno scalpiccio confuso veniva dall’altro lato della
crociera.
– Lauretta... Lauretta... – chiamò.
Ella alzò gli occhi al padre, ancora inginocchiata, e subito sorse in piedi,
sgomenta: – Babbo, che hai? –.
– Non resisto più... – balbettò il Furri, ansimando.
Si mossero per la navata di centro; ma si videro venire incontro solenne la
processione verso il Sepolcro. Parve al Furri che tutti gli occhi della folla
sopravveniente fossero appuntati su lui e sulla figlia, e che tutti gli occhi
fossero quelli di colei. In quel punto la madre sconosciuta conosceva certamente
la figliuola ignara. Il Furri, impedito d’andare, stretto tra la folla, serrava
con una mano convulsa il braccio di Lauretta, e incoscientemente, con gli occhi
annebbiati, vaganti in giro, singhiozzava tra sé: – Eccola... eccola... – e
cercava, tra tanti, due occhi ben noti, su cui appuntare lo sguardo, come per
tenerli lontani. – Eccola... – diceva il suo sguardo a quei due occhi, che non
riusciva a scoprire tra la folla: – Eccola, è questa, tua figlia! –. E stringeva
vieppiù il braccio di Lauretta. – Questa, la figlia che tu hai abbandonata, che
ignora che tu, sua madre, sia qui, vicina, presente... Guardala e passa senza
gridare... È mia, mia unicamente... Io solo so quanto mi sia costata, io che
l’ho allevata tra le braccia, in vece tua, piangendo tante notti il suo piccolo
pianto, nel sentirmela sul petto abbandonata da te...
– Vexilla Regis prodent... – intonò in quel momento supremo il coro di
ritorno dal Sepolcro; e il Furri che non se l’aspettava, a quelle voci fu quasi
per cadere tramortito.
– Andiamo via! andiamo via! – ebbe appena la forza di balbettare alla figlia.
Tornò, il giorno dopo, all’albergo.
– La signora è partita fin da jeri, – gli annunziò il cameriere ossequioso.
– Partita? – disse il Furri come a se stesso; e pensò: "Partita! Ha veduto la
figlia? Era in chiesa jeri? O ha seguito il mio consiglio, ed è andata via senza
vederla, senza conoscerla? Meglio così! meglio così!"
Ritornò a casa e, aprendo la porta si meravigliò sentendo Lauretta sonare, lieta
e ignara, il pianoforte. Si accostò pian piano e, intenerito, si chinò a
baciarla sui capelli:
– Suoni?
Lauretta, senza smettere di sonare, reclinò il capo indietro e rispose
sorridendo al padre:
– Non senti che hanno slegato le campane?
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