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E come se questa fosse veramente una cosa da ridere, la vecchia mamma duchessa
si mise a ridere, a ridere e a fingere che quelle scosse di riso le impedissero
di seguitare a dire alla figlia quest’altra condizione che, via, non era altro
che ridicola.
– Vuole che prenda a nolo, dice, una carrozzella per venire da te. Permette però
che usciamo insieme, a passeggio, con questa... con quella no! con quella no!
eh, quella... quella...
– Quanto mi vuol dare? – domandò Elisabetta.
La mamma finse ancora di non capire, o piuttosto, di non aver bene inteso, per
prendere tempo e preparare quest’altra risposta, ch’era la più angustiosa.
– Di che? – disse.
– Di dote, mamma.
Era qui il punto. Non si faceva la minima illusione, Elisabetta. Sapeva che
colui non la avrebbe sposata per altro. Aveva anche sette anni più di lui, e
riconosceva che, già appassita, peggio! disseccata senz’essere stata mai in
fiore, nel silenzio e nell’ombra di quella casa oppressa da tante cose morte,
non aveva nulla, proprio nulla in sè, da suscitare e accendere il desiderio di
un uomo. Senza il danaro, neppure l’ambizione di diventare - fosse pur soltanto
di nome - genero del duca di Rosàbia, sarebbe valsa a fargliela accettare. Già
glielo aveva lasciato intendere chiaramente, forse prevedendo che il duca non si
sarebbe mai abbassato a considerarlo e a trattarlo da genero; oh, aveva avuto
finanche l’ardire di confessarle che egli Fabrizio Pingiterra, essendo come il
duchino di cui godeva l’amicizia, di, sentimenti democratici e liberali, quasi
quasi faceva un sacrificio a imparentarsi con un patrizio d’idee così
notoriamente retrive; ma che per lei lo faceva volentieri, per lei così mite e
buona; unicamente per lei. – Cioè, unicamente per il danaro, – aveva ella
tradotto fra sè, senza schifo né ribrezzo.
No no: né schifo né ribrezzo: tenere alte, ben alte questo sì - gelosamente
custodite e nascoste, in vetta allo spirito, la nobiltà e la purezza dei suoi
sentimenti e dei suoi pensieri, perché non s’insozzassero minimamente nel
contatto indegno; ma poi, abbassarsi fino a lui, lasciar sospettare di sè le
cose più vili, umiliarsi, concedersi, abbandonarsi - questo no, questo non
doveva farle né schifo né ribrezzo, perché era necessario, inevitabile, per
arrivare allo scopo; voleva vivere, vivere: cioè, esser madre, voleva: un figlio
voleva, suo, tutto suo; e non avrebbe potuto averlo altrimenti.
Questa frenesia le era nata e divampata, dando con tutto il cuore, con tutta
l’anima, tutte le cure d’una madre e fino il sonno delle sue notti a quei due
nipotini andati via da un mese, ai due figliuoli della cognata che, aprendo gli
occhi, avevano acceso l’alba non solamente nelle tenebre di quel palazzo, ma
anche nell’anima di lei che n’era piena; un’alba d’una dolcezza e d’una
freschezza inesprimibili, che l’avevano tutta rinnovellata.
Ah che fuoco e che tortura a non poterli far suoi, suoi del suo sangue e della
sua carne, quei piccini, a furia di stringerli a sé e di baciarli e di renderli
padroni assoluti di lei, là, coi loro roseti piedini su la sua faccia, così, sul
suo seno, così.
Perché non avrebbe potuto averlo, lei, un figlio suo, veramente suo? Sarebbe
impazzita dalla felicità! Avrebbe sofferto qualunque umiliazione, qualunque
vergogna, anche il martirio, per la gioja d’un figlio suo!
Poteva non accorgersi di questo il giovine precettore chiamato a dare i primi
tormenti dell’alfabeto a quei due bambini, là, su le ginocchia stesse della
zietta, che essi non volevano lasciare neanche per un momento?
Ora, tutto stava cine egli accettasse quei patti e quelle condizioni. Niente
dote, pur troppo: un semplice assegno di venti lire al giorno, e le spese per
l’arredo d’una modesta casetta. Comprendeva Elisabetta che, quanto più duri quei
patti, tanto più cara avrebbe pagata la sua felicità, se egli li accettava.
Attese, spasimando d’ansia, che la madre quella sera stessa glieli comunicasse.
Ecco, egli era di là. Povera mamma santa, chi sa quanto doveva soffrire in quel
momento! E lei? lei? Si torceva le mani, si nascondeva gli occhi, si premeva le
tempie, serrava i denti, e con tutta l’anima protesa verso di lui gli gridava: –
Accetta! accetta! tu non sai qual bene puoi avere da me, se accetti!" – poi
tendeva l’orecchio. Ecco: se egli non accettava, la mamma sarebbe apparsa da
quell’uscio come un’ombra, povera mamma, con le braccia cadute. Se accettava,
invece, ah se accettava, l’avrebbero chiamata di là... Oh Dio quando? quando?
ancora?
Apparve come un’ombra la vecchia mamma da quell’uscio, e di nuovo Elisabetta,
guardandola, si sentì morire. Ma, come già la mattina, quella le si accostò e,
posandole una mano sulla spalla, le disse ch’egli aveva accettato; solo si era
lasciato prendere dalle furie per il patto di salire dalla scaletta della
servitù. Ma, santo Dio, se lo scalone era chiuso per tutti! se era sempre salito
di là! Basta; s’era molto sdegnato e, per non addolorarla troppo con la vista
del suo... come aveva detto? già, rimescolamento, era andato via per non
rimettere piede mai più, mai più nel palazzo; si sarebbero però veduti fuori,
ogni giorno, per la scelta della casa e la compera degli arredi; voleva che
tutto si facesse nel più breve tempo possibile.
Ma figurarsi! subito, di volo! Parve che la gioja mettesse le ali a Elisabetta;
e, bella no, bella non poteva renderla; ma di quanta luce le accese gli occhi,
di che dolce e mesto fascino le animò i sorrisi, di quanta timida grazia i modi,
per ammantare lo sdegno di quell’uomo, per compensarlo delle offese alla sua
dignità, per dimostrargli, se non proprio amore, remissione intera e
riconoscenza!
La casetta fu presto trovata, fuorimano, quasi in campagna, in via Cuba, tutta
fragrante di zàgare e di gelsomini; il corredo, ricco di trine di nastri di
ricami, era già pronto da un pezzo; i mobili, semplici, quasi rustici, appena
comperati furono messi a posto, e il matrimonio, senz’inviti e senza
l’intervento del duca, quasi clandestino, poté esser concluso nel tempo più
strettamente necessario per le pratiche e le formalità civili e religiose.
Con tutta quella furia, nessuna sposa più d’Elisabetta andò a legarsi conscia
della gravità e della santità dell’atto. E per circa quattro mesi, con la gioja
che le raggiava come un fascino da tutto il corpo trasfigurato, riuscì a legare
a se amorosamente il marito, cioè fino a quando ebbe bisogno di lui. Poi si
accecò nell’ebbrezza del primo segno rivelatore della sua maternità, e non vide
allora più nulla; non le importò più di nulla: se egli usciva e tardava a
rincasare; se non rincasava affatto; se le mancava di rispetto e la maltrattava;
se le portava via e le spendeva chi sa come, chi sa dove e con chi, quelle poche
lire dell’assegno, che la mamma ogni giorno veniva a lasciarle. Non voleva
risentirsi di nulla, a nulla badare per non turbare affatto l’opera santa della
natura, che si compiva in lei e che doveva compiersi in letizia, bevendo ella
con l’anima l’azzurra purità del cielo, l’incanto di quella chiostra di monti
che respiravano nell’aria accesa e palpitante come se non fossero di dura
pietra, e il sole, il sole ch’entrava nelle sue stanzette come non era entrato
mai, là, nei tetri saloni del palazzo paterno.
– Ma sì, mamma, non vedi? sono felice! felice! –
La carrozzella d’affitto andava quasi a passo per non scuotere troppo la
gestante, e tutti si voltavano e si fermavano per via a mirare con espressione
di pietà la vecchia duchessa di Rosàbia in quella vetturetta, con quella
figliuola accanto così miseramente vestita, così decaduta, scacciata dal padre,
maritata di nascosto, chi sa quando, chi sa con chi, più squallida che mai,
deformata dalla gravidanza, e pur così ridente; oh sì, poverina, eccola là,
tutta ridente sotto gli occhi della madre pieni di compassione.
E la duchessa di Rosàbia, ingannata da quella letizia, non avrebbe mai
sospettato che quel vile arrivava fino al punto di lasciarle digiuna la
figliuola, se un giorno, avendo fatto cenno al vetturino di arrestarsi davanti
la bottega d’un dolciere per comperarle alcune paste, Elisabetta con tono
scherzoso non avesse trovato modo di dirle che, invece di quelle paste, se la
mamma aveva da spendere, avrebbe preferito qualche cosa di più sostanzioso, e
che le avrebbe insegnato lei dove poteva darle da mangiare: lì presso alla sua
casetta, in un orto, nella capanna d’una vecchia contadina che aveva tanti
colombi e tante galline e le vendeva le uova ogni giorno. Fame, fame’ aveva
proprio fame, lei.
– Ma tu non mangi a tavola? – le domandò la mamma, vedendo, di lì a qualche ora,
la figliuola seduta a una tavola rustica davanti alla capannetta, nell’orto di
quella contadina, divorare, anche con gli occhi, un galletto arrostito.
Ed Elisabetta, ridendo e senza smettere di mangiare:
– Ma sì! tanto mangio... tanto! ma non mi sazio mai, vedi? mangio per due!
Intanto, di nascosto, la vecchia contadina faceva alla duchessa certi cenni con
gli occhi e col capo, che questa non capiva.
Capì qualche tempo dopo, quando, entrando nella casetta della figlia, la trovò
invasa da tante guardie di questura che vi facevano una perquisizione
giudiziaria. Fabrizio Pingiterra, accusato di falso e come affiliato a una banda
di truffatori, era scappato, non si sapeva se in Grecia o in America.
Come la vide, Elisabetta le corse incontro quasi a ripararla, a escluderla dalla
vista di quello spettacolo, e prese a dirle affollatamente:
– Niente, mamma, niente! non ti spaventare! Vedi, sono tranquilla! Ringraziamo
Dio, anzi, mamma, ringraziamo Dio! – E le soggiunse piano, in un orecchio,
vibrando tutta: – Così non lo vedrà! non lo conoscerà, capisci? e sarà più mio,
tutto mio, tutto mio! –.
Ma l’agitazione affrettò il parto, e non senza rischio, così per lei come per il
nascituro. Quando però ella si vide salva col bimbo, quando vide quella sua
carne che palpitava viva, recisa da lei, carne che piangeva fuori di lei, che le
cercava il seno, cieca, e il calore che le mancava; quando poté porgere al suo
bimbo la mammella, godendo che entro a quel corpicino uscito or ora dal suo
corpo entrasse subito quella sua tepida vena materna, sì che il pargolo potesse
sentire nel calore del latte ancora il calore del grembo di lei, parve veramente
che volesse impazzire dalla gioja.
E non sapeva capacitare; perché la madre, pur vedendola così, venisse di giorno
in giorno a visitarla sempre più dolente e cupa. Ma perché?
La vecchia mamma alla fine glielo disse: aveva sperato che il padre, ora che la
figlia era sola lì, abbandonata, si sarebbe piegato a riaccoglierla in casa:
ebbene, no, non voleva.
– Per questo? – esclamò Elisabetta. – Oh povera mamma mia! Me ne duole per te;
ma io piangerei, credi, se dovessi portare là, in quella tristezza, in quella
oppressione, il mio bimbo, che ha tanto riso di luce, qua, vedi? tanta
allegrezza!
E in mezzo alla nuda, santa semplicità della casetta, levò alto sulle braccia il
suo bambino al sole che entrava festivamente, con la frescura degli orti, dai
balconi spalancati. Inizio
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