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Certo ormai che la piccina sarebbe presto arrivata col cugino, Sirio volle
affrettare le nozze.
La tempestosa impazienza di far sua Norina, trattenuta a stento finora dal
timore di possibili difficoltà che il cugino avrebbe potuto accampare, si
scatenò al solito in una furia così veemente, che Norina, pur felice di sentirsi
rapita in essa come un turbine, n’ebbe quasi sgomento. Chiuse gli occhi e vi si
abbandonò.
Sirio s’era proposto di dedicarsi ora all’agricoltura.
Voleva prendere in affitto una tenuta della campagna romana e bonificarla. Là,
nel suo settore, a Mokàla, aveva bene imparato il governo colonico dei negri;
qua, invece dei negri, avrebbe governato la gente di Sabina.
Aspettava che cadesse un po’ il primo impeto d’amore, e un’altra cosa aspettava,
con una irrequietezza, che sua madre avrebbe voluto vedere almeno un po’
dissimulata.
– Quando arriva? quando arriva?
E moveva convulso, tutte le dieci dita delle mani per aria, o se le faceva
scattare come in galoppo su la fronte, sul naso, sul mento fino a sgraffiarsi; e
sbuffava, e correva a strappar dal naso alla zia gli occhiali, o ad abbracciare
forte forte la madre fin quasi a soffocarlo, o a stringere le braccia alla
mogliettina gridandole frenetica, man mano che stringeva vieppiù e la sollevava
da terra:
– Nianò. Nianò, Nianò, naso di madreperla, pettine di tartaruga, pampino di
vite!
– Lascia... no! ahi! cattivo... guarda, i lividi... – gemeva Norina.
– E quest’è niente! Vedrai! – le gridava egli allora. – Tu zapperai, io zapperò.
Gente della Sabina, udite il bando! Sirio Bruzzi, «bungiu» congolese,
bonificatore della campagna romana! Re d’un placido mondo, d’una landa infinita,
a un popolo fecondo voglio donar la vita! Tu canterai sul tuo liuto, in sonni
placidi io dormirò.
E si buttava a dormire sul canapè.
Ancora Norina non era riuscita a farsi raccontare le sue imprese coloniali, ad
avere una descrizione dei luoghi ov’era stato. Sul più bello del racconto,
mentre descriveva il gran fiume selvaggio, o la vita dei villaggi tra le palme e
le banane, o la corsa delle piroghe su le rapide, o la traversata delle paludi
entro la foresta senza fine, o la caccia all’elefante e al leopardo,
tranquillamente, nel vederla tutta intenta ad ascoltare cominciava a infilzar
pian piano, con viso fermo, senza cangiar tono, le sue frasi sconclusionate:
– ...e allora, là, capisci? su tutto quel pacciame di foglie, tra il groviglio
delle liane, che è? che non è? un piccolo, piccolissimo punto a croce, con le
cavallette d’un disegno acrobatico, a nappe azzurre, a fiocchi neri, cara mia,
dietro l’indice teso del tuo salvatore mokungi...
Norina si ribellava, s’arrabbiava; ma non c’era verso di richiamarlo più alla
narrazione così crudelmente interrotta.
Era già incinta da un mese Norina, quando finalmente il cugino Lelli - «Giongo»,
come Sirio lo chiamava col soprannome che i negri gli avevano affibbiato laggiù
- arrivò con la piccina congolese.
Norina aveva già notato che su tutto Sirio scherzava, tutti i nomi storpiava,
tranne quello della figliuola, su la quale non scherzava mai: la Titti era
sempre la Titti; e ogni qual volta la nominava, gli occhi gli ridevano umidi di
commozione Aveva potuto anche argomentare quanto la amasse dalle notizie che le
aveva dato sul linguaggio di lei. La Titti comprendeva l’italiano e lo parlava
anche; ma parlava meglio il congolese che, a suo dire, era un linguaggio da
bambini. Come dicono i bambini? Dicono «bombo», dicono «bue». Ebbene, così
parlavano i congolesi, «molenghe ti bungiu», figli dei bianchi. Volevano acqua?
dicevano «n’gu».
Comprese, vide l’enorme follia della sua condiscendenza, fin dal primo momento,
allorché Sirio, corso alla stazione ad accogliere la piccina, le entrò in camera
con le braccia e le gambe di quel mostriciattolo avviticchiate al collo e al
petto. Non vide dapprima che queste gambe e queste braccia, gracili, color di
zafferano, e i capelli ricci, gremiti, piuttosto lunghi, Soffici e quasi
metallici. Quand’egli alla fine riuscì a sviticchiarla da sè, parlandole in
quello strano linguaggio infantile, ed ella poté vederle la faccia, anch’essa
color di zafferano, con quel casco di capelli ricci d’ebano quasi soprammessi,
la fronte ovale, protuberante, gli occhioni densi, truci, fuggevoli, smarriti,
il nasino a pallottola e i labbruzzi divaricati, non tumidi, un po’ lividi, si
sentì gelare: istintivamente compose il volto a una espressione di pena e di
raccapriccio:
– Carina... poverina... – non poté dir altro, restringendo innanzi al seno le
braccia con le mani levate e raggricchiate quasi per paura ch’egli
gliel’accostasse e gliela facesse baciare.
– Eccola qua! eccola qua, la mia Titti! – esclamava egli intanto, con le lagrime
agli occhi. – Ti par brutta, è vero? Anche a te, mamma? Ma non è brutta, non è
brutta la mia Titti! Poi la vedrete... vi abituerete... Guarda, non è mica
brutto questo nasino... questi labbruzzi qua non sono mica brutti con questi
dentini... ma sì, ma sì, perché –baba– era –bungiu–, Titti mia, se la mamma era
nera! Titti mia! Titti mia! Sù, su, fa’ sentire la tua vocina, cara! Di chi sono
io? Di’, di’, di chi sono? Rispondi.
La piccina, in mezzo alla camera, sperduta, così stridentemente diversa da tutto
ciò che la circondava, come una strana bambola di cera dipinta, rispose in modo
macchinale, con una voce che non parve sua:
– Mio.
Il padre le si precipitò addosso e se la strinse al petto furiosamente, con la
bocca sulla bocca, quasi a succhiarsi, ingordo d’amore dopo tanti mesi d’attesa,
quella risposta.
– No, no, – riprese poi, – di’ come sai dire tu, cara; come dici «mio» tu?
rispondi? di chi sono?
La bimba allora, con voce sua, dolcissima, e con un sorriso indefinibile,
tendendo le braccia, rispose:
– «Ti m’bi...»
Egli se la rapì di furia e scappò via in un’altra stanza, seguito dal cugino.
Nora, la madre, la zia restarono un pezzo silenziose, oppresse di stupore. Poi,
Nora si nascose il volto tra le mani, rabbrividendo. Ah, il modo con cui quella
piccina là, nel suo strano linguaggio, aveva detto «mio», escludeva
assolutamente ch’egli potesse essere d’altri, almeno nella stessa misura.
La madre si alzò, si appressò alla nuora, si chinò a baciarla sui capelli, senza
dir nulla, e le fece appoggiare il capo sul suo fianco.
La zia, con gli occhi fissi dietro gli occhiali, sospirò:
– Ve l’avevo detto io?
No, non era gelosia. Un altro sentimento era, duro rodente indefinibile, quello
che Norina provava e da cui si sentiva svoltare il cuore in petto: rabbia
fredda, invidia, dispetto, schifo e pietà insieme, nel vederlo già padre, lì,
sotto gli occhi suoi, di quella scimmietta; e senza un pensiero dell’altro
figlio che già cominciava a vivere in grembo a lei: un altro per lui, ma per lei
no, per lei il solo, il vero figlio.
Ecco! questo, questo non poteva soffrire Norina: che il suo, domani, dovesse per
lui essere un altro figlio, accanto a quella pupattola ramata; e che fuori di
lei ch’era sua moglie, da mille e mille miglia lontano, da un altro mondo
ch’ella non sapeva neanche immaginare, ma che doveva esser pieno d’un grandioso
fascino ardente, fosse venuto a lui, vivo, chiuso in quella scorza selvaggia il
sentimento della paternità, di cui le dava spettacolo.
Vergogna le suscitava inoltre quanto c’era di strano e di goffo, in questa
paternità di lui.
Pareva ch’egli non se n’accorgesse; forse non se n’accorgeva davvero, perché
attorno alla sua bambina vedeva tutto quel mondo là lontano, vivo ancora e non
poteva perciò notarne la stranezza, che avventava invece agli occhi degli altri.
Ecco, e si portava a spasso, felice, quel suo mostriciattolo esotico.
Tutta la gente, certo, si voltava per istrada e forse i monelli lo seguivano; al
caffè gli amici gli avrebbero domandato:
– E tua moglie, che ne dice?
E certo egli doveva mostrar loro, che non gl’importava affatto ciò che ella
potesse dirne.
Era innanzi a tutti, e lì per casa, una violenza grottesca quella bimba; pareva
che lei stessa, la poverina, lo avvertisse e ne soffrisse.
Aveva negli occhioni attoniti, non più truci adesso, ma anzi profondamente mesti
e quasi velati di fuliggine, uno smarrimento angoscioso. Teneva le labbra
serrate e le manine rattratte, e vibrava tutta a ogni minimo rumore, a ogni
sensazione, a cui certo non poteva rispondere dentro di lei un’immagine che
gliela chiarisse e la tranquillasse. Doveva essere invasa dallo sgomento quell’animuccia
selvaggia.
Norina stava a mirarla in silenzio, quando Sirio non c’era; e, mirandola,
s’accorgeva che veramente «Zafferanetta» (l’avevano battezzata così la zia e la
cameriera) non era poi tanto brutta: solo la tinta, quella tinta ramata,
incuteva ribrezzo.
E Zafferanetta, immobile, seduta su la sediolina di bambù, si lasciava mirare,
battendo le pàlpebre quasi con pena su gli occhioni fuligginosi. Ah, che
impressione faceva quel battito delle pàlpebre, quel movimento reale e comune e
presente, in quell’esseruccio che pareva finto, non vero, diverso e lontano.
La signora Bruzzi si profferì di persuadere Sirio a portar da lei quella
piccina; ma Nora non volle.
Era sicura che Sirio, allora, avrebbe passato tutta la giornata in casa della
madre.
Egli s’era accorto che la piccina deperiva deperiva sempre più di giorno in
giorno, e non sapeva staccarsi più da lei un momento. Non pensava più alle
trattative già avviate per l’affitto della tenuta, e se ne stava quasi tutto il
giorno chiuso con lei e col cugino Lelli nello scrittojo, tra gli strani ricordi
portati da laggiù, a parlare, a parlare...
Troncavano il discorso appena ella entrava; e, dal modo con cui egli si voltava
a guardarla, Norina intendeva che la sua presenza non solo non gli era gradita,
ma anzi lo urtava. Spesso lo sorprendeva seduto per terra, con la figlia
addormentata su le ginocchia, e gli occhi rossi di pianto.
– Che fa? sta male? – domandava, non a lui, ma al cugino Lelli, che alzava gli
occhi su lei come a scusarsi.
– Sta male! sta male! – le rispondeva lui irosamente e quasi con rancore.
Poi, cangiando voce, chinandosi su la bimba e scotendola lievemente, le
domandava:
– Che ti senti, Titti mia? di’ a "babà", di’ a "Saba" che ti senti...
La bimba schiudeva appena gli occhi e rispondeva:
– «Kubèla...»
(– Malata, – traduceva piano il cugino Lelli a Nora.)
– «Kubèla ti nie?“ – s’affrettava Sirio a domandare alla piccina.
Questa, allora, richiudendo gli occhi e sollevando appena una manina, su cui era
caduta una grossa lagrima del patire sospirava:
– «M’bi ingalo pepè...» –
– Che dice? – domandava Nora.
– Dice, – rispondeva il cugino Lelli, – che non lo sa, di che è malata.
Ma lo sapeva lui, lui, Sirio, di che era malata la sua piccina: del suo stesso
male era malata: era malata di Mokàla, della vita di là che le mancava, della
foresta, del fiume, della solitudine immensa, del sole dell’Africa, che le
mancavano, era malata! Ah, via! via! via!
– Senti... a un solo patto... – venne a dirle un giorno tutto stravolto,
fremente, quasi impazzito. – Che tu venga laggiù con me... che tu mi segua... se
no, ti lascio! Non posso, non posso vedermela morire così... Muore, la mia Titti
muore! Per carità, Nora mia, per carità!
– Ma tu sei pazzo! Io, laggiù, con te? – gli gridò Nora.
– Pazzo, sì, pazzo! Come tu vuoi! Sono stato pazzo; sarò pazzo, e ti chiedo
perdono, ma...
– Per quella lì? Per quella lì? – inveì Nora, accesa d’ira e di sdegno. – Tu
vuoi sacrificare me, la mia creatura, per quella lì?
– No, no! – la interruppe egli. – Hai ragione! Ma io, come faccio io? Tu capisci
che non posso vedermela morire così? che non posso stare più qua neanche io?
Impazzisco, impazzisco! Muojo anch’io con lei! Per carità, lasciami partire...
Quando sarò lontano, forse ritornerò; certo ritornerò, perché sarai tu allora la
più forte... Ma ora lasciami partire con la mia Titti, che non muoja qui, che
non muoja qui... Morrà in viaggio; ne sono sicuro! Ma potrò almeno consolarmi,
pensando che ho voluto darle ajuto e che, per lei, sono arrivato fino a lasciar
te, qua, in questo stato! Lasciami partire, per carità, Nora: dimmi di sì! dimmi
di sì!
Nora comprese che, per il suo cuore ormai, sarebbe stato inutile dirgli di no,
anche se egli fosse rimasto.
– Parti, – gli disse.
E Sirio Bruzzi due giorni dopo ripartì per il Congo, con la piccina inferma e
col cugino Lelli.
Non tornò più.
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