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Prima
pubblicazione: Corriere della Sera, 27 maggio 1911, poi
in Terzetti, Treves, Milano 1912.
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Norina Rua della Sabina, accetta di sposare il giovane Sirio Bruzzi, pur sapendo della figlia di cinque anni che
egli aveva "laggiù", a Mokàla
in Congo. E accetta anche, la poverina, che l'uomo facesse salire in Italia
"quel fiore selvaggio della sua vita avventurosa" a vivere con loro. Titti,
alias Zafferanetta (come la ribattezza la cameriera) arriva quando la Norina è
già incinta di un mese, e l'incontro tra la donna e la "pupattola ramata" non
promette nulla di buono (presagendo quel che sarà).
Sirio
"le entrò in camera con le braccia e le gambe di quel
mostriciattolo avviticchiate al collo e al petto. Non vide dapprima che queste
gambe e queste braccia, gracili, color di zafferano, e i capelli ricci, gremiti,
piuttosto lunghi, boffici e quasi
metallici. Quand'egli alla fine riuscí a sviticchiarla da sé, parlandole in
quello strano linguaggio infantile, ed ella poté vederle la faccia, anch'essa
color di zafferano, con quel casco di capelli ricci d'ebano quasi soprammessi,
la fronte ovale, protuberante, gli occhioni densi, truci, fuggevoli, smarriti,
il nasino a pallottola e i labbruzzi divaricati, non tumidi, un po' lividi, si
sentí gelare: istintivamente compose il volto a una espressione di pena e di
raccapriccio."
Né, dopo la prima impressione, le cose migliorano.
"Teneva le
labbra serrate e le manine rattratte, e vibrava tutta ad ogni minimo rumore.
(...) Doveva essere invasa dallo sgomento quell'animuccia selvaggia. Norina
stava a mirarla in silenzio, quando Sirio non c'era; e, mirandola, s'accorgeva
che veramente (...) non era poi tanto brutta: solo la tinta, quella tinta
ramata, incuteva ribrezzo. E Zafferanetta, immobile, seduta su una sediola di
bambù, si lasciava mirare".
Norina non è felice, anzi la detesta. Titti si ammala di
nostalgia e alla fine Sirio decide di tornare con lei in Congo.
Sirio Bruzzi corse esultante in camera della madre, agitando la lettera del
cugino arrivata or ora, datata da Banana su la foce del Congo.
-
La porterà, mamma! Ah, «mimmomammina» mia, come sono felice! La mia Titti! la
mia Titti! «Giongo» risale il fiume, lo «steamer» è in partenza! Povero Giongo
mio! caro mio piccolo Gionghicello! deve andare per... non so piú dove per qual
diavolo di pasticcio burocratico; uno dei soliti! Tra una quarantina di giorni
sarà a Mesània; forse c'è già, a quest'ora; corre a Mokàla; prende la mia Titti,
e ritorna, ritorna anche lui per sempre! Sú, va', mamma, va’ ad annunziarlo alla
zia Nena! chi sa come ne sarà contenta anche lei! Io scappo da Nora. Uscendo
dalla zia, vieni da «Nianò» anche tu, a pigliarmi, eh? t'aspetto!
Si
chinò a baciare la mamma e scappò via, con quella lettera in mano.
La
povera signora Bruzzi restò un pezzo stordita, come le soleva avvenire a ogni
nuovo assalto di quel benedetto figliuolo. Ma il sorriso lieto, provocato
dall'esultanza di lui, a poco a poco le s'illanguidí sulle pallide labbra.
Pensò che Norina, la fidanzata a cui Sirio era corso a far leggere quella
lettera, non poteva certo in cuor suo esultare come lui per la notizia ch'essa
recava; ne doveva anzi provare afflizione, e tanto piú forte, quanto piú viva
avrebbe veduto ridere e gridare la gioja di lui. Non era questa gioja a costo
d'un suo sacrifizio? Sí, Norina vi s'era rassegnata; ma non per questo Sirio
avrebbe dovuto darle ora spettacolo di quella gioja, e quasi pretendere che ne
partecipasse. Ah, benedetto figliuolo, proprio non ragionava piú!
Quando mai però, a dir vero, aveva ragionato il suo Sirio?
Del padre, morto giovine e tragicamente in duello, aveva preso la furia di
gettarsi alle piú rischiose avventure. Pareva avesse dentro, per anima, una
bufera: investiva e scompigliava tutto. Quando non poteva altro, storpiava i
nomi, ruzzolava frasi sconclusionate, parole inconcludenti; s'abbaruffava con le
sillabe di esse, faceva far loro capitomboli: Nora, Nianò, Rorina, Elinanò.
Non sapeva piú lei stessa, la signora Bruzzi, come avesse fatto a condurlo sano
e salvo dall'infanzia alla giovinezza. Lo aveva fatto arrestare una prima volta,
quando le era scappato di casa, giovinetto, per correre in Grecia a raggiungere
la spedizione garibaldina; poi, una seconda volta, già in partenza per l'Africa,
in difesa dei Boeri. Alla fine, per il Congo, aveva dovuto chiudere gli occhi e
chinare la testa.
Sirio era già maggiorenne.
Finiti insieme col cugino Lelli i sei mesi d'ufficiale di complemento, tutti e
due erano andati nel Belgio a fare il corso coloniale e s'erano arruolati nella
milizia dello Stato libero del Congo. Dopo sei anni le era ritornato in licenza,
irriconoscibile: pieno di piaghe e con la dissenteria; e, sissignori, appena
rimesso in piedi, voleva ritornarci. E sarebbe ritornato; i pianti, gli
scongiuri, il pensiero di lei che, già vecchia, malata di cuore, ne sarebbe
morta certamente, non avrebbero avuto potere di trattenerlo, se, a Nocera, dove
lo aveva condotto a villeggiare e per la cura delle acque, non le fosse venuta
in ajuto quella buona Norina, Norina Rua, col fascino della sua grazia e della
sua musica.
Appena s'era accorta che quella signorina Rua riusciva a far breccia nel cuore
di lui, le s'era messa attorno, quasi a covare la passione nascente.
Approssimandosi man mano il termine della licenza, Sirio, nel sentirsi già
legato dall'amore, aveva cominciato a dare in ismanie, a cadere in cupe
malinconie, finché una sera se l'era visto entrare in camera disperato; s'era
messo a piangere, a piangere come un bambino; era innamorato, straziato dal
rimorso d'aver turbato il cuore di quella cara fanciulla con vane lusinghe; e
doveva partire, partire per forza.
-
Ma perché?
Ah, perché... Aveva laggiú, nel «settore» di Mokàla, di cui era capo, una
figliuola di cinque anni, nata da una giovinetta negra, che un giorno gli si era
presentata, fuggiasca da un villaggio lontano; era stata con lui circa due anni
e poi era sparita, durante una sua escursione nella foresta, abbandonando la
bimba.
Ebbene: egli amava piú di se stesso quella sua creaturina, quel fiore selvaggio
della sua vita avventurosa; nessun altro amore avrebbe potuto vincere quello.
E,
seguitando a piangere, le aveva parlato di tutte le cure, di tutti gli stenti
per allevare quella piccina abbandonata, che per cinque anni aveva riempito la
solitudine atroce della sua vita laggiú. Non poteva piú distaccarsene: doveva
partire, ritornare a lei.
A
un solo patto avrebbe potuto rimanere, che cioè il cugino Lelli, il quale tra
qualche mese doveva ritornare in Italia, in licenza anche lui, gli portasse la
sua Titti, e che la signorina Rua... Ma come sperare che ella volesse accettarlo
piú, ora, con quella bambina?
Aveva accettato, la signorina Rua. Era andata lei, la mamma, a scongiurarla, e
Norina aveva accettato, non ostante che la zia, l'unica parente ch'ella avesse,
con molte e sagge considerazioni avesse voluto indurla almeno a riflettere bene,
prima di dire di sí, alla gravità e alle conseguenze di quel sacrifizio. Senza
dubbio, era una prova di bontà e di costanza, quell'affetto per la piccina;
l'unica prova, a dir vero, che potesse dare un certo affidamento; perché il
giovine, via, onesto sí, ma scapato, impetuoso, disordinato...
Ah
che sgraffii avrebbe voluto allungare la signora Bruzzi sulla faccia di
cartapecora di quella vecchia mummia con gli occhiali! Tanto piú lunghi e
profondi, quanto piú in cuor suo riconosceva saggi veramente quei consigli e
quelle considerazioni.
Ma
la Norina, per fortuna, era innamorata davvero.
Certo ormai che la piccina sarebbe presto arrivata col cugino, Sirio volle
affrettare le nozze.
La
tempestosa impazienza di far sua Norina, trattenuta a stento finora dal timore
di possibili difficoltà che il cugino avrebbe potuto accampare, si scatenò al
solito in una furia cosí veemente, che Norina, pur felice di sentirsi rapita in
essa come un turbine, n'ebbe quasi sgomento. Chiuse gli occhi e vi si abbandonò.
Sirio s'era proposto di dedicarsi ora all'agricoltura.
Voleva prendere in affitto una tenuta della campagna romana e bonificarla. Là,
nel suo settore, a Mokàla, aveva bene imparato il governo colònico dei negri;
qua, invece dei negri, avrebbe governato la gente di Sabina.
Aspettava che cadesse un po' il primo impeto d'amore, e un'altra cosa aspettava,
con una irrequietezza, che sua madre avrebbe voluto vedere almeno un po'
dissimulata.
-
Quando arriva? quando arriva?
E
moveva, convulso, tutte le dieci dita delle mani per aria, o se le faceva
scattare come in galoppo su la fronte, sul naso, sul mento, fino a sgraffiarsi;
e sbuffava, e correva a strappar dal naso alla zia gli occhiali, o ad
abbracciare forte forte la madre, fin quasi a soffocarla, o a stringere le
braccia alla mogliettina, gridandole frenetico, man mano che stringeva vieppiú e
la sollevava da terra:
-
Nianò, Nianò, Nianò, naso di madreperla, pettine di tartaruga, pampina di vite!
-
Lascia... no! ahi! cattivo... guarda, i lividi... - gemeva Norina.
-
E quest'è niente! Vedrai! - le gridava egli allora. - Tu zapperai, io zapperò.
Gente della Sabina, udite il bando! Sirio Bruzzi, «bungiu» congolese,
bonificatore della campagna romana! Re d'un placido mondo, d'una landa infinita,
a un popolo fecondo voglio donar la vita! Tu canterai sul tuo liuto, in sonni
placidi io dormirò.
E
si buttava a dormire sul canapè.
Ancora Norina non era riuscita a farsi raccontare le sue imprese coloniali, ad
avere una descrizione dei luoghi ov'era stato. Sul piú bello del racconto,
mentre descriveva il gran fiume selvaggio, o la vita dei villaggi tra le palme e
le banane, o la corsa delle piroghe su le rapide, o la traversata delle paludi
entro la foresta senza fine, o la caccia all'elefante e al leopardo,
tranquillamente, nel vederla tutta intenta ad ascoltare cominciava a infilzar
pian piano, con viso fermo, senza cangiar tono, le sue frasi sconclusionate:
-
...e allora, là, capisci? su tutto quel pacciame di foglie, tra il groviglio
delle liane, che è? che non è? un piccolo, piccolissimo punto a croce, con le
cavallette d'un disegno acrobatico, a nappe azzurre, a fiocchi neri, cara mia,
dietro l'indice teso del tuo salvatore mokungi...
Norina si ribellava, s'arrabbiava; ma non c'era verso di richiamarlo piú alla
narrazione cosí crudelmente interrotta.
Era già incinta da un mese Norina, quando finalmente il cugino Lelli - «Giongo»,
come Sirio lo chiamava col soprannome che i negri gli avevano affibbiato laggiú
- arrivò con la piccina congolese.
Norina aveva già notato che su tutto Sirio scherzava, tutti i nomi storpiava,
tranne quello della figliuola, su la quale non scherzava mai: la Titti era
sempre la Titti; e ogni qual volta la nominava, gli occhi gli ridevano umidi di
commozione. Aveva potuto anche argomentare quanto la amasse dalle notizie che le
aveva dato sul linguaggio di lei. La Titti comprendeva l'italiano e lo parlava
anche; ma parlava meglio il congolese che, a suo dire, era un linguaggio da
bambini. Come dicono i bambini? Dicono «bombo», dicono «bua». Ebbene, cosí
parlavano i congolesi, «molenghe ti bungiu », figli dei bianchi. Volevano acqua?
dicevano «n'gu».
Comprese, vide l'enorme follia della sua condiscendenza, fin dal primo momento,
allorché Sirio, corso alla stazione ad accogliere la piccina, le entrò in camera
con le braccia e le gambe di quel mostriciattolo avviticchiate al collo e al
petto. Non vide dapprima che queste gambe e queste braccia, gracili, color di
zafferano, e i capelli ricci, gremiti, piuttosto lunghi, boffici e quasi
metallici. Quand'egli alla fine riuscí a sviticchiarla da sé, parlandole in
quello strano linguaggio infantile, ed ella poté vederle la faccia, anch'essa
color di zafferano, con quel casco di capelli ricci d'ebano quasi soprammessi,
la fronte ovale, protuberante, gli occhioni densi, truci, fuggevoli, smarriti,
il nasino a pallottola e i labbruzzi divaricati, non tumidi, un po' lividi, si
sentí gelare: istintivamente compose il volto a una espressione di pena e di
raccapriccio:
-
Carina... poverina... - non poté dir altro, restringendo innanzi al seno le
braccia con le mani levate e raggricchiate quasi per paura ch'egli
gliel'accostasse e gliela facesse baciare.
-
Eccola qua! eccola qua, la mia Titti! - esclamava egli intanto, con le lagrime
agli occhi. - Ti par brutta, è vero? Anche a te, mamma? Ma non è brutta, non è
brutta la mia Titti! Poi la vedrete... vi abituerete... Guarda, non è mica
brutto questo nasino... questi labbruzzi qua non sono mica brutti con questi
dentini... ma sí, ma sí, perché «baba» era «bungiu», Titti mia, se la mamma era
nera! Titti mia! Titti mia! Sú, sú, fa' sentire la tua vocina, cara! Di chi sono
io? Di', di', di chi sono? Rispondi.
La
piccina, in mezzo alla camera, sperduta, cosí stridentemente diversa da tutto
ciò che la circondava, come una strana bambola di cera dipinta, rispose in modo
macchinale, con una voce che non parve sua:
-
Mio.
Il
padre le si precipitò addosso e se la strinse al petto furiosamente, con la
bocca sulla bocca, quasi a succhiarsi, ingordo d'amore dopo tanti mesi d'attesa,
quella risposta.
-
No, no, - riprese poi, - di' come sai dire tu, cara; come dici «mio» tu?
rispondi? di chi sono?
La
bimba allora, con voce sua, dolcissima, e con un sorriso indefinibile, tendendo
le braccia, rispose:
-
«Ti m'bi...»
Egli se la rapí di furia e scappò via in un'altra stanza, seguito dal cugino.
Nora, la madre, la zia restarono un pezzo silenziose, oppresse di stupore. Poi,
Nora si nascose il volto tra le mani, rabbrividendo. Ah, il modo con cui quella
piccina là, nel suo strano linguaggio, aveva detto «mio», escludeva
assolutamente ch'egli potesse esser d'altri, almeno nella stessa misura.
La
madre si alzò, si appressò alla nuora, si chinò a baciarla sui capelli, senza
dir nulla, e le fece appoggiare il capo sul suo fianco.
La
zia, con gli occhi fissi dietro gli occhiali, sospirò:
-
Ve l'avevo detto io?
No, non era gelosia. Un altro sentimento era, duro rodente indefinibile, quello
che Norina provava e da cui si sentiva svoltare il cuore in petto: rabbia
fredda, invidia, dispetto, schifo e pietà insieme, nel vederlo già padre, lí,
sotto gli occhi suoi, di quella scimmietta; e senza un pensiero dell'altro
figlio che già cominciava a vivere in grembo a lei: un altro per lui, ma per lei
no, per lei il solo, il vero figlio.
Ecco, questo, questo non poteva soffrire Norina: che il suo, domani, dovesse per
lui essere un altro figlio, accanto a quella pupattola ramata; e che fuori di
lei, ch'era sua moglie, da mille e mille miglia lontano, da un altro mondo
ch'ella non sapeva neanche immaginare, ma che doveva esser pieno d'un grandioso
fascino ardente, fosse venuto a lui, vivo, chiuso in quella scorza selvaggia il
sentimento della paternità, di cui le dava spettacolo.
Vergogna le suscitava inoltre quanto c'era di strano e di goffo, in quella
paternità di lui.
Pareva ch'egli non se n'accorgesse; forse non se n' accorgeva davvero, perché
attorno alla sua bambina vedeva tutto quel mondo là lontano, vivo ancora in lui,
e non poteva perciò notarne la stranezza, che avventava invece agli occhi degli
altri. Ecco, e si portava a spasso, felice, quel suo mostriciattolo esotico.
Tutta la gente, certo, si voltava per istrada e forse i monelli lo seguivano; al
caffé gli amici gli avrebbero domandato:
-
E tua moglie, che ne dice?
E
certo egli doveva mostrar loro, che non gl'importava affatto ciò che ella
potesse dirne.
Era innanzi a tutti, e lí per casa, una violenza grottesca quella bimba; pareva
che lei stessa, la poverina, lo avvertisse e ne soffrisse.
Aveva negli occhioni attoniti, non piú truci adesso, ma anzi profondamente mesti
e quasi velati di fuliggine, uno smarrimento angoscioso. Teneva le labbra
serrate e le manine rattratte, e vibrava tutta a ogni minimo rumore, a ogni
sensazione, a cui certo non poteva rispondere dentro di lei un’immagine che
gliela chiarisse e la tranquillasse. Doveva essere invasa dallo sgomento
quell'animuccia selvaggia.
Norina stava a mirarla in silenzio, quando Sirio non c'era; e, mirandola,
s'accorgeva che veramente «Zafferanetta» (l'avevano battezzata cosí la zia e la
cameriera) non era poi tanto brutta: solo la tinta, quella tinta ramata,
incuteva ribrezzo.
E
Zafferanetta, immobile, seduta su la sediolina di bambú, si lasciava mirare,
battendo le pàlpebre quasi con pena su gli occhioni fuligginosi. Ah, che
impressione faceva quel battito delle pàlpebre, quel movimento reale e comune e
presente, in quell'esseruccio che pareva finto, non vero, diverso e lontano.
La
signora Bruzzi si profferí di persuadere Sirio a portar da lei quella piccina;
ma Nora non volle.
Era sicura che Sirio, allora, avrebbe passato tutta la giornata in casa della
madre.
Egli s'era accorto che la piccina deperiva, deperiva sempre piú di giorno in
giorno, e non sapeva staccarsi piú da lei un momento. Non pensava piú alle
trattative già avviate per l'affitto della tenuta, e se ne stava quasi tutto il
giorno chiuso con lei e col cugino Lelli nello scrittojo, tra gli strani ricordi
portati da laggiú, a parlare, a parlare...
Troncavano il discorso appena ella entrava; e, dal modo con cui egli si voltava
a guardarla, Norina intendeva che la sua presenza non solo non gli era gradita,
ma anzi lo urtava. Spesso lo sorprendeva seduto per terra, con la figlia
addormentata su le ginocchia, e gli occhi rossi di pianto.
-
Che fa? sta male? - domandava, non a lui, ma al cugino Lelli, che alzava gli
occhi su lei come a scusarsi.
-
Sta male! sta male! - le rispondeva lui irosamente e quasi con rancore.
Poi, cangiando voce, chinandosi su la bimba e scotendola lievemente, le
domandava:
-
Che ti senti, Titti mia? di' a «baba », di' a «baba »che ti senti...
La
bimba schiudeva appena gli occhi e rispondeva:
-
«Kubèla...»
(-
Malata, - traduceva piano il cugino Lelli a Nora).
-
«Kubela ti nie?» - s'affrettava Sirio a domandare alla piccina.
Questa, allora, richiudendo gli occhi e sollevando appena una manina, su cui era
caduta una grossa lagrima del padre, sospirava:
-
«M'bi ingalo pepè...»
-
Che dice? - domandava Nora.
-
Dice, - rispondeva il cugino Lelli, - che non lo sa, di che è malata.
Ma
lo sapeva lui, lui, Sirio, di che era malata la sua piccina: del suo stesso male
era malata: era malata di Mokàla, della vita di là che le mancava, della
foresta, del fiume, della solitudine immensa, del sole dell'Africa, che le
mancavano, era malata! Ah, via! via! via!
-
Senti... a un solo patto... - venne a dirle un giorno tutto stravolto, fremente,
quasi impazzito. - Che tu venga laggiú con me... che tu mi segua... se no, ti
lascio! Non posso, non posso vedermela morire cosí... Muore, la mia Titti muore!
Per carità, Nora mia, per carità!
-
Ma tu sei pazzo! Io, laggiú, con te? - gli gridò Nora.
-
Pazzo, sí, pazzo! Come tu vuoi! Sono stato pazzo; sarò pazzo, e ti chiedo
perdono, ma...
-
Per quella lí? Per quella lí? - inveí Nora, accesa d'ira e di sdegno. - Tu vuoi
sacrificare me, la mia creatura, per quella lí?
-
No, no! - la interruppe egli. - Hai ragione! Ma io, come faccio io? Tu capisci
che non posso vedermela morire cosí? che non posso stare piú qua neanche io?
Impazzisco, impazzisco! Muojo anch'io con lei! Per carità, lasciami partire...
Quando sarò lontano, forse ritornerò; certo ritornerò, perché sarai tu allora la
piú forte... Ma ora lasciami partire con la mia Titti, che non muoja qui, che
non muoja qui... Morrà in viaggio; ne sono sicuro! Ma potrò almeno consolarmi,
pensando che ho voluto darle ajuto e che, per lei, sono arrivato fino a lasciar
te, qua, in questo stato! Lasciami partire, per carità, Nora: dimmi di sí! dimmi
di sí!
Nora comprese che, per il suo cuore ormai, sarebbe stato inutile dirgli di no,
anche se egli fosse rimasto.
-
Parti, - gli disse.
E
Sirio Bruzzi due giorni dopo ripartí per il Congo, con la piccina inferma e col
cugino Lelli.
Non tornò piú.
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