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NOVELLE PER UN ANNO - 1928 - "IL VIAGGIO"
Pubblicata nel 1928, la raccolta «Il viaggio» costituisce il dodicesimo
volume delle Novelle per un anno. I
nclude racconti quasi tutti già editi tra il
1897 ed il 1926. |
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7. L'ombrello (1909)
«Novissima», anno IX, 1909, poi
in «Terzetti», Treves, Milano 1912.
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– Pue le bacchette, pue le bacchette –
ripeteva Mimì, sgambettando e cercando di pararsi davanti alla mamma che la
teneva per mano sotto l’ombrello.
All’altro lato Dinuccia, la sorellina maggiore, andava come una vecchina, seria
e precisa, reggendo a due mani un altro ombrello, già vecchio, sforacchiato, che
presto, comperato il nuovo, sarebbe passato alla serva.
– "E pue l’ombello" –, seguitava Mimì, – "due ombelli, due tappotti, quatto
bacchette."
– Sì, cara; le barchette e tutto; ma andiamo, su! – la esortava la mammina
impaziente, che voleva andare spedita tra il confuso viavai della gente che
spiaccicava pur lì sul marciapiedi, sotto lo spruzzolio incessante d’una lenta
acquerugiola.
Con sordi ronzii, tra accecanti sbarbagli le lampade elettriche già
s’accendevano, opaline, rossastre, gialligne, davanti alle botteghe.
Pensava, andando, quella mammina frettolosa, che le stagioni non avrebbero
dovuto mutar mai, e l’inverno, sopra tutto, mai venire. Quante spese! E per i
libri di scuola, che sempre ogni anno di nuovi; e ora per riparare dai freddo
dal vento, dalla pioggia quelle due povere piccine rimaste orfane prima che
l’ultima avesse avuto il tempo d’imparare a dir babbo. Carnucce tenere! che
strazio vederle andar fuori così sprovviste di tutto, certe mattine’. |
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Lei s’adoperava in rutti i modi: ma come bastare, con quel po’ di pensioncina
lasciata dal marito, quando poi il crollo viene inatteso, e da tant’anni s’ha
l’abitudine di viver bene?
Quest’anno anche Mimì aveva cominciato a frequentare il giardino d’infanzia, ed
erano altre sei lire al mese di tassa; perché... ma sì, non aveva saputo
togliere Dinuccia, la maggiore, dalle scuole a pagamento per mandarla a quelle
pubbliche; e le toccava di pagare per due, adesso. E le tasse erano il meno!
Tutte alunne per bene, in quella scuola, e le sue piccine non dovevano
sfigurare.
Non si perdeva lei, no: morto il marito, che aveva vent’anni più di lei, pur
dovendo attendere a quelle due creaturine, aveva avuto la forza di ripigliare
gli studii interrotti all’ultimo anno; aveva preso il diploma; poi, avvalendosi
del buon nome lasciato dal marito e delle molte aderenze ch’egli aveva, facendo
anche considerare le sue tristi condizioni, era riuscita a ottenere una classe
aggiunta in una scuola complementare. Ma la retribuzione, insieme con la
pensioncina del marito, non bastava o bastava appena appena.
Se avesse voluto... Non vestiva bene; non si curava più per nulla di sè; si
pattinava, là, alla svelta, ogni mattina; s’appuntava un cappellino che non era
più neanche di moda; e via alla scuola, senza guardare mai nessuno; eppure, se
avesse voluto, già due partiti. Chi sa perché, anche quella sera là, mentre
andava frettolosa fra le sue bambine, tutti si voltavano a mirarla; e pioveva!
Figurarsi, però, se lei avrebbe voluto mai dare un altro babbo a Dinuccia e a
Mimì. Pazzie! pazzie!
Quell’ammirazione, intanto, quegli sguardi ora arditi e impertinenti, ora
languidi e dolci, colti a volo per via, con apparente fastidio o anche, certe
volte, con sdegno, le cagionavano in fondo una frizzante ebbrezza: le ilaravano
lo spirito; davano quasi un sapore eroico a quella sua rinunzia al mondo, e le
facevano stimar bello e lieve il sacrifizio per il bene delle due figliuole.
Era un po’ il piacere dell’avaro, il suo: dell’avaro che non soffre tanto delle
privazioni a cui s’assoggetta, pensando che, se volesse, potrebbe godere
senz’alcuna difficoltà.
Ma che sarebbe dell’avaro, se da un momento all’altro l’oro del suo forziere
perdesse ogni valore?
Ebbene, certi giorni, senza saper perché, o meglio, senza volersene dire la
ragione, ella cadeva in una cupa irrequietezza; era agitata da una sorda
irritazione, che cercava in ogni più piccola contrarietà (e quante ne trovava,
allora!) un pretesto per darsi uno sfogo. Le erano mancati per via quegli
sguardi, quell’ammirazione. E segnatamente sulla maggiore delle figliuole, su
Dinuccia, si scaricava allora la maligna elettricità di quelle torbide giornate.
La piccina, senza saperlo, attirava quelle scariche col suo visino pallido,
silenziosamente vigile, coi suoi sguardi attoniti e serti, che seguivano la
mammina furiosa, la mammina che si sentiva spiata e credeva di scorgere un
rimprovero in quell’attonimento penoso e in quello sguardo serio e indagatore.
– Stupida! – le gridava.
Stupida, perché? Perché non capiva la ragione per cui la mammina era così
nervosa, quel giorno, e cattiva? Ma se non voleva capirla neanche lei, questa
ragione! Era soltanto meravigliata, la piccina, di non vederla gala come gli
altri giorni, ecco. Meravigliata? Si meravigliava a torto; perché non tutti i
giorni si può essere gai; e non era mica gioconda per la mammina quella vita di
stenti e d’angustie. Lo sapeva bene lei sola, quanti pensieri e quanti bisogni e
quante difficoltà.
Soffocava così il rimorso d’aver maltrattato e fatto piangere ingiustamente la
bambina. Erano più veri sì, i pensieri, gli stenti, i bisogni, le angustie, le
difficoltà; ma il non voler confessare a se stessa la vera ragione della sua
tristezza e della sua nervosità la rendeva ancora più triste e nervosa.
Per fortuna, c’era l’altra piccina, Mimì, che faceva ogni volta il miracolo di
rasserenarla tutt’a un tratto, con qualcuno de’ suoi vezzi infantili, pieni di
grazia, irresistibili.
Mimì prima la guardava, la guardava per un pezzo, ma non con quegli occhi vigili
e serti della maggiore; con occhi ingenui e amorosi la guardava; poi faceva
parlare quello sguardo, soffiando coi labbruzzi di ciliegia:
– Mammina bella!
Si alzava, s’inchinava con le manine a tergo e domandava, scotendo tutti i
riccioli neri della testina:
– Vuoi bene?
Così. Non diceva: "Mi vuol bene" ma per tutti, semplicemente: "Vuoi bene?". E
allora ella le tendeva le braccia e appena quel batuffoletto le saltava al
collo, se lo stringeva forte forte al seno, rompendo in pianto; chiamava subito
a sè anche Dinuccia; le abbracciava tutt’e due, con fremente tenerezza,
carezzando anche di più la piccina poc’anzi maltrattata; e godeva di sentirsi
inebbriare da quest’altra gioja pura, che nasceva dal suo dolore e dalla sua
bontà, che nasceva veramente dal suo sacrifizio, imposto dalla crudeltà della
sorte, e ch’ella era felice, felice di compiere per quelle due creaturine,
unicamente per loro.
Quella sera, intanto, la mammina era molto gaja.
– Su, Mimì! Ecco, è qua: siamo arrivate!
La bambina era restata a bocca aperta davanti a certe grandi vetrine
abbarbaglianti in capo a via Nazionale. Tirata dalla mamma, entrò nella bottega,
ripetendo ancora una volta:
– "Le bacchette! Pima le bacchette!"
– Ecco, sì, zitta! – le gridò la madre, a cui s’era fatto innanzi un commesso di
negozio. – Barch... cioè, vedi? lo fai dire anche a me. Mi dia due paja di...
– "Bacchette’"
– E dàlli! "Calosce" per queste bambine. Le chiama barchette la mia piccina.
Veramente, si potrebbero anche chiamare così per non usare quella parolaccia
forestiera.
– Soprascarpe –, suggerì asciutto, con aria di sufficienza il commesso inarcando
le ciglia.
– Barchette però sarebbe più carino.
– "Pima a me! Pima a me!" – gridava intanto Mimì, arrampicatasi sul divano,
agitando i piedini.
– Mimì! – la sgridò la mamma, guardandola severamente e cangiandosi in volto.
Subito Dinuccia notò questo repentino cambiamento, e assunse, con gli occhi
attoniti e serti, quell’aria di attonimento penoso, che tanto urtava la madre. E
nessuna delle due badò alla gioja di Mimì, a cui quell’antipatico commesso aveva
già provato la prima "barchetta". Voleva subito subito scendere dal divano per
camminarci, senz’aspettare l’altra.
– Qua, ferma, Mimì! O via a casa! Troppo larga, non vedi? Qua!
Il commesso, prima d’andare a prendere un altro palo d’ultima misura, avrebbe
voluto provare quelle alla maggiore; ma Dinuccia si schermì, indicando la
sorellina:
– Prima a lei.
– Stupida, è lo stesso! – le gridò la madre, prendendola sotto le ascelle e
sedendola con mal garbo sul divano. Intanto, per quietare Mimì, disse al
commesso che gliel’avrebbe calzate lei, quelle, alla maggiore; e che egli per
piacere andasse nel frattempo a prendere il palo per la piccola.
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Dinuccia, calzata, rimase a sedere sul divano; Mimì invece ne scivolò via lesta,
battendo le mani, e si mise a saltare, a girare su se stessa come una
trottolina, cacciando gridi di gioja; e ora levava un piede, ora l’altro, per
guardarselo. Dal divano, Dinuccia la guardava, e sorrideva pallidamente. Si
rifece seria, udendo la madre esclamare:
– Quaranta lire? Venti il pajo?
– Fabbrica americana, signora –, rispose il commesso, opponendo alla maraviglia
della compratrice la freddezza dignitosa di chi conosce il valore della merce
che si vende in bottega. –"Articolo" indistruttibile. Lei lo può stringere in un
pugno, guardi!
– Capisco, ma... scusi, per un piedino così venti lire?
E il commesso:
– Due soli prezzi, signora: per i piccoli, venti lire: per i grandi,
trentacinque. Un po’ più lunghe, un po’ più corte, capirà, ciò che conta è la
fattura.
– Non me lo sarei mai aspettato! – confessò allora, afflitta, la mammina – Avevo
calcolato, al più al più, venti lire per tutte due
– Uh, non lo dica nemmeno! – protestò il commesso, quasi inorridito.
– Guardi, – si provò ad allettarlo la mammina, – dovrei comperare altra roba:
due "loden", pure per le piccine; due ombrelli.
– Abbiamo tutto.
– Lo so; sono venuta qua apposta. Mi faccia qualche riduzioncina.
Il commesso alzò le mani, inflessibile:
– Prezzi fissi, signora. Prendere o lasciare.
La mammina gli lanciò uno sguardo torbido, di sdegno. Facile a dire, lasciare!
Come togliere dai piedini a Mimì le barchette? La solita furia. Avrebbe dovuto
prima contrattare, ecco. Ma poteva mai supporre che gliene domandassero tanto? E
poi, se erano prezzi fissi... Aveva calcolato di spendere in tutto centoventi
lire: più non poteva
– I "loden" –, disse, – mi faccia vedere. Che prezzo hanno?
– Ecco, favorisca di qua.
– Dinuccia! Mimì! – chiamò la mammina irritata. – Buona, sai, Mimì, o ti levo le
calosce! Vieni qua. Lasciami vedere! Non ti vanno troppo larghe anche queste?
Voleva tentare di levargliele per provare se le riuscisse di trovarne a minor
prezzo in qualche altra bottega. Le veniva ormai di schiaffeggiarlo quel
commesso.
– "Lagghe? No, belle’" – gridò Mimma ribellandosi.
– E lasciami vedere!
– Belle no, belle! tanto belle! – seguitò Mimì, scappando via.
E si mise a soffiare, gonfiando le gote, e ad agitare i braccini e a
sgambettare, come se fosse in mezzo all’acqua e vi passasse sicura, con quelle
barchette ai piedi.
La degnò di un sorriso, alla fine, quel commesso di negozio. Ma non l’avesse mai
fatto! Vedendolo ridere come per compassione, la mammina sentì rimescolarsi
tutto il sangue. Pensò che aveva soltanto centotrentacinque lire nella borsetta.
I "loden", quaranta lire l’uno, quaranta le due paja di soprascarpe; non ne
restavano che quindici, poche per due ombrelli: sì e no, avrebbe potuto
comperarne uno, e d’infima qualità.
Ora, il piacere delle bambine era appunto d’avere un ombrello per ciascuna,
l’ombrello e le barchette. A quei cappotti impermeabili, grevi, grigi, pelosi,
non fecero alcuna festa: e quando seppero che di ombrelli non se ne poteva
comperar che uno, cominciarono le liti.
Dinuccia sosteneva con ragione che toccava a lei, ch’era la più grande; ma Mimì
non voleva sentirla questa ragione, poiché un ombrello era stato promesso anche
a lei; e invano la mamma, per metter pace, badava a ripetere che non sarebbe
stato né dell’una né dell’altra, ma di tutt’e due in comune, dovendo andare a
scuola insieme.
– "Pelò, lo lleggio io!" – protestò Mimì.
– No, io! – si ribellò Dinuccia.
– Un po’ l’una, un po’ l’altra, – troncò la madre, e rivolgendosi a Mimì: – Tu
non potrai; non saprai reggerlo –.
– "Sì che lo lleggio!"
– Ma se è più alto di te, non vedi?
E, per fargliene la prova, la mammina glielo pose accanto. Subito Mimì se lo
strinse al petto con tutte e due le braccia. Questa parve a Dinuccia una
prepotenza, e stese le mani per strapparglielo.
– Vergogna! – gridò la mamma. – Che spettacolo! che bambine per bene! Qua, a me
l’ombrello! Non l’avrà nessuna delle due’
Per via, benché coi "loden" addosso e le barchette ai piedi, le due bambine
andarono taciturne, imbronciate, con gli occhietti sfavillanti, fisso il
pensiero a quell’ombrello, per cui la lite si sarebbe certo riaccesa appena
varcata la soglia di casa. La proprietà, in comune: va bene; ma a chi lo avrebbe
affidato, la mattina appresso, la mamma? Tutto era qui: portarlo aperto per via,
quell’ombrello, sotto la pioggia! E Dinuccia pensava che toccava a lei, a lei di
diritto: non solo perché la maggiore, ma anche perché... ecco qua: si poteva
dare una prova migliore di quella che dava lei, in quello stesso momento, di
saper reggere ombrelli per via? E per quella prova, così ben disimpegnata anche
nell’andare, non si meritava adesso di reggere l’ombrello nuovo? Perché lo aveva
comperato la mamma? per tenerlo chiuso sotto il braccio? Se la mamma riparava
col suo Mimì, perché lasciar lei intanto con quello vecchio, della serva? Il
castigo, se mai, doveva essere per quella Mimì soltanto, per quella Mimì
prepotentona, che mai e poi mai avrebbe saputo reggere un ombrello come lei. Eh,
avrebbe voluto vederla!
Così pensando, Dinuccia si provava a lanciare un’occhiatina alla mamma, di sotto
l’ombrello, senza perdere l’equilibrio, per vedere se ella si accorgesse di
quella sua bravura. Ma scorse, invece, più che mai torbido e aggrondato i’ volto
della mamma; e l’ombrello tentennò tra le due manine che lo sorreggevano.
Uscita dalla bottega in preda a una rabbiosa mortificazione, la mammina lottava
in quel momento per espungere dall’animo il più cattivo dei pensieri contro la
sua Dinuccia: un pensiero orribile, ch’ella non voleva assolutamente le si
riflettesse neppure per un attimo sulla coscienza, dove sarebbe rimasto, al
minimo contatto, come una macchia, come una piaga.
Eppure, a ogni urto anche lieve contro la dura realtà, in certi momenti, quel
pensiero odioso le si riaffacciava all’improvviso. E il pensiero odioso era
questo: che se lei, Dinuccia, non ci fosse stata (non che dovesse morire, Dio,
no!; ma se non ci fosse stata, ecco, se non l’avesse avuta), ella, con Mimì
soltanto, ch’era d’indole così gaja e aperta, sempre contenta, con Mimì
soltanto, ella si sarebbe rimaritata. Mimì, senza dubbio, si sarebbe fatta amare
da colui ch ella avrebbe scelto per compagno, gli sarebbe subito saltata al
collo, domandando anche a lui, con la solita grazia, scotendo la testina
ricciuta: "vuol bene?". E come non volerle bene? Dinuccia invece, con quegli
occhi, sempre attoniti e serti... Ecco, se li immaginava, quegli occhi, rivolti
penosamente al patrigno e... no, no, mai! sentiva che con lei e per lei ella non
lo avrebbe mai fatto, quel passo, non avrebbe potuto farlo.
La guardò, e subito, come le soleva avvenir sempre, sentì un acuto rimorso e
un’angosciosa tenerezza per quella sua povera piccina. La vide ancora tutta
intenta a dare quella sua prova di bravura e non poté fare a meno di sorridere.
Lei, no; ma avrebbe voluto che qualcuno per via esclamasse: "Ma brava! Guardate
come sa regger bene l’ombrello, quella pupetta!". L’ombrello vecchio,
poverina... Chi sa che gioja, se le avesse dato il nuovo! Già: ma l’altra
allora? Eh, l’altra... Tutte vinte? Se aveva fatto male a promettere anche a lei
un ombrello tutto per sè, se non aveva potuto comperarne due, doveva andarci di
mezzo la povera piccina? Mimì non doveva far capricci, e Dinuccia, che sapeva
reggere così bene l’ombrello, doveva reggere il nuovo e non il vecchio.
Glielo diede. Ma la piccina non lo accolse con quella festa ch’ella s’era
immaginata. Non perché avesse indovinato il tristo pensiero della mamma (come
avrebbe potuto indovinarlo?); ma, subito dopo che le aveva scorto quel volto
torbido e aggrondato, aveva sentito un brivido alla schiena, Dinuccia, e gli
occhietti le si erano inforcati, e s’era messa a pensare che non la sola Mimì
era cattiva, ma anche la mamma cattiva’ la mamma che riparava Mimì e non badava
a lei, e la lasciava sola, con quell’ombrellaccio vecchio della serva, che
sgocciolava e che pesava tanto, ormai’ tanto che lei se ne sentiva tutt’e due i
bracciali indolenziti: e non poteva e non sapeva reggerlo più.
Ora, il nuovo pesava meno, e Dinuccia ringraziò la mamma soltanto con un
sorriso. Parve poco alla mamma e si rivolse subito a Mimì:
– Tu stai qua sotto con me, buona buona, è vero? Dinuccia si ripara da sè. Che
direbbe la gente vedendola con quest’ombrellaccio vecchio? "Uh, che poverella!"
direbbe. "È forse la servetta?" E tu non vorresti, è vero? che si dicesse così
della tua sorellina.
Mimì non fiatò: aveva una sua idea. Appena arrivate al portone di casa,
s’affrettò a pregare la mamma:
– Oa, mamma, io pelle ccale! Lo lleggio io pelle ccale!
E così entrò in casa, dove si sentiva più sicura, con l’ombrello in suo potere;
e non volle cederlo, salite le scale, perché la mamma lo riponesse, con la scusa
che Didì lo aveva tenuto tanto tempo per istrada. La lite - inevitabile -
scoppiò, mentre la mamma si svestiva di là. Dinuccia strappò l’ombrello a Mimì e
la fece cadere per terra con un urtone. Strilli di Mimì; restituzione a lei
dell’ombrello; e Dinuccia castigata senza cena.
Sul tardi però, quando la mamma andò a cercare Dinuccia che s’era rincantucciata
in un angolo dietro l’armadio, e la trovò che dormiva, comprese perché la
piccina non aveva accolto con festa, per via, l’ombrello nuovo, e perché poi,
contro il solito, lei che come una vecchina compativa sempre i capricci di Mimì,
l’aveva fatta piangere quella sera: Dinuccia scottava dalla febbre!
La mamma restò un pezzo, sgomenta, a contemplarla; poi se la tolse in braccio,
gridando:
– Oh Dio, no, Dinuccia mia! No, no, no!
La svestì, la mise a letto e le si sedette accanto, con l’anima vuota e sospesa,
come intronata dalla pioggia, che scrosciava furiosa di fuori.
Piovve tutta quella notte e piovve per sei giorni di fila quasi senza
interruzione.
Il primo pensiero di Mimì, la mattina dopo’ allo svegliarsi fu per l’ombrello,
per le barchette e il cappotto nuovo.
L’ombrello se l’era messo accanto al lettino, e se lo trovò subito in mano
scappò per le barchette e per il cappotto. Pioveva; e dunque festa! sarebbe
andata a scuola munita di tutto punto, le barchette ai piedi, il cappotto
addosso, e l’ombrello in mano, aperto, sotto l’acqua!
No? Non si andava a scuola? Perché? Dinuccia era malata? Che peccato! Pioveva
così bene...
Avrebbe voluto chiedere alla mamma, perché non mandava a scuola lei sola, con la
serva. Ma la mamma non le badava; piangeva. Lo chiese alla serva; ma questa, già
lì lì per uscire in fretta in furia in cerca d’un medico, nemmeno si voltò per
risponderle.
Mimì rimase un pezzo dietro la vetrata della finestra a guardare la bell’acqua
scrosciante, impetuosa; poi andò a pararsi davanti allo specchio dell’armadio
col "loden" e con le barchette; si tirò sulla testina il Cappuccetto fin su le
ciglia; aprì con molto stento l’ombrello, e si contemplò beata nello specchio,
tutta ristretta nelle spallucce, coi piedini giunti, ridendo e tremando dei
brividi che le comunicava quella pioggia immaginaria.
Per cinque giorni, ogni mattina, Mimì fece quella prova davanti allo specchio. E
dopo essersi contemplata per più d’un’ora, a più riprese, toltisi il cappotto e
le barchette, andava a nascondere l’ombrello in un certo posto che sapeva lei
sola. Ah, quell’ombrello era suo, ormai, tutto suo, suo unicamente, e mai lo
avrebbe ceduto, neppure alla mamma! Che pena, intanto, che tutta quella pioggia
andasse sprecata...
La sera del sesto giorno, Mimì fu condotta dalla serva nel quartierino accanto,
abitato da due vecchie signore, amiche della mamma, che in quei giorni parecchie
volte aveva veduto per casa, affaccendate tra la camera da letto e la cucina.
Era tanto presa di quei suoi tesori, che non ci badò; non badava a nulla da sei
giorni; ed era anzi contenta che la mamma fosse tutta intenta alla sorellina
malata e non si curasse affatto di lei, perché così poteva "fare l’inverno" ("l’invenno",
diceva lei) a suo agio e con la massima libertà. Era del resto di così facile
natura, che s’accomodava subito e si sentiva a posto, ovunque la mettessero:
traeva da sè la vita e la spandeva intorno festosamente, popolando di meraviglie
ogni cantuccio, fosse anche il più nudo e il più oscuro. Cenò in casa delle
vicine, giocò, chiacchierò a lungo con la serva, saltando di palo in frasca, e
finalmente le si addormentò in grembo.
Si svegliò a notte alta, di soprassalto, sbalordita da un formidabile fragore,
che aveva scosso tutta la casa e che ora s’allontanava con cupi rimbombi tra lo
scroscio violento della pioggia. La bambina si guardò attorno, smarrita. Dove
era? Quella non era la sua casa; quello non era il suo lettino... Chiamò la
serva due o tre volte, si liberò della coperta in cui era avvolta e balzò a
sedere sul letto. Era ancora vestita. Guardò il lettino accanto, intatto, e si
raccapezzò: quella era la camera in cui dormivano le due vecchie signore: v’era
entrata tante volte! Scivolò dal letto; attraversò una stanza al bujo; trovò la
porta aperta, e uscì sul pianerottolo della scala, atterrita dal fragorìo della
pioggia che cadeva sul lucernario, e dal palpitante bagliore dei lampi. Aperta
era anche la porta della sua casa; e Mimì si cacciò dentro e corse alla camera
da letto, gridando:
– Mamma! mamma!
Una delle due vecchie signore, che se ne stava accanto al lettuccio della
bambina agonizzante, le corse subito incontro, per fermarla sulla soglia.
– Va’, va’, piccina mia, – le disse, – la mamma è di là.
– Didì? – domandò allora la bimba sbigottita, intravedendo al debole chiarore
della lampada il viso cereo della sorellina sul letto.
– Sì, cara – le rispose quella, – il Signore la vuole per sé. Se ne va in cielo
Didì...
– In cielo?
E Mimì uscì, senz’aspettare risposta; si fermò nella saletta al bujo, un po’
perplessa; udì novamente, attraverso la porta aperta il tremendo fragorìo della
pioggia sul lucernario della scala: intravide dalla finestra a un nuovo palpito
di luce il cielo sconvolto, e scappò via, lungo il corridojo.
Poco dopo, le due vecchie signore che vegliavano l’agonia di Dinuccia, se la
videro venire innanzi con quell’ombrellone più grosso di lei tra le braccia,
balbettando:
– "L’ombello... a Didì... in cielo... piove."
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