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NOVELLE PER UN ANNO - 1928 - "IL VIAGGIO"
Pubblicata nel 1928, la raccolta «Il viaggio» costituisce il dodicesimo
volume delle Novelle per un anno. I
nclude racconti quasi tutti già editi tra il
1897 ed il 1926. |
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6. Ignare (1912)
«Terzetti», Treves, Milano 1912.
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Sui bianchi tettucci dalla corsia e
disposti uno accanto all’altro in quella camera remota del collegio piena di
luce e di silenzio, le quattro giovani suore giacevano immobili. Le cuffiette di
tela, semplici, senza una trina né un nastro, annodate sotto il mento da due
cordelline, disegnavano la rotondità del capo e incorniciavano i pallidi visi
quasi infantili. Aprivano di tanto in tanto gli occhi, dapprima un po’ esitanti
alla luce, poi attoniti e smemorati; li richiudevano poco dopo con lenta
stanchezza, ma ormai senza pena.
Non si curavano più di sapere se, così immobili su quei tettucci, fossero in
attesa della guarigione o della morte.
Erano tutte e quattro ferite e fasciate. Ma di che gravità fossero le ferite,
non sapevano. Stando immobili’ non le sentivano. Pareva a ciascuna di star bene
e di poter credere che non fosse più a ogni modo, per nessuna delle quattro,
caso di morte.
Ma poi, chi sa?
Non erano più sicure di nulla; nemmeno se quella camera fosse d’un ospedale o
dell’infermeria d’un collegio di suore; né ricordavano come, quando, da chi vi
fossero state portate.
C’era nella loro memoria un abisso: un vero inferno che s era spalancato loro
davanti all’improvviso inghiottendole e travolgendole; dove tanti demonii
avevano fatto scempio c strazio delle loro carni immacolate. Avevano la vaga
impressione d’aver navigato a lungo; e sentivano ancora nelle narici, ogni
tanto, quel tanfo particolare, alido, nauseante, che cova nell’interno delle
navi; negli orecchi, gli scricchiolìi della carcassa enorme galleggiante, agli
urti possenti e fragorosi del mare; e avevano la visione confusa d’un porto
affaccendato, di grandi alberature non ben ferme sotto grosse nuvole candenti
immote su l’aspro azzurro delle acque; e meno confuso il ricordo di strani
aspetti, di strane voci; rumori d’argani e di catene. |
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Ora erano qua. E nel candore e nel silenzio di quella camera luminosa che dava
loro con la freschezza fragrante dei lini puliti un conforto d’arcana soavità e
un senso d’infinita beatitudine, avevano quasi il dubbio che fosse stato un
incubo orrendo tutto quell’inferno e quel lungo navigare e quel porto e quegli
aspetti strani.
Avevano bisogno di lasciare in quel torpore non solo il corpo, ma anche la
coscienza. Se per qualche movimento inconsulto, o anche soltanto per tirare un
più lungo sospiro, il corpo aveva una fitta di spasimo, pur essa la coscienza si
sentiva subito trafitta dal ricordo di quanto a quel loro corpo era stato fatto,
caduto in preda alle voglie infami di gente feroce, nemica di quella fede di cui
esse erano andate a spargere l’esempio nell’isola straniera, lontana. L’asilo di
pace, una sera, era stato preso d’assalto, invaso e profanato da orde selvagge.
Sotto ai loro occhi s’era compiuta la strage dei ricoverati. All’orrore delle
ferite aperte dal ferro nelle loro carni rispondeva l’orrore più grande di
un’altra ferita insanabile, per Cui più del corpo la loro anima aveva
sanguinato.
L’ultima a lasciare il letto, quantunque col seno e un braccio ancora fasciati,
fu suor Erminia. Le tre altre credevano che fossero trattenute nell’infermeria
in attesa della guarigione della compagna, per partire poi tutte insieme alla
volta di Napoli, per il ritiro. Ma non fu così. Guarita suor Erminia, la Madre
Superiora del Collegio ov’erano state ricoverate e curate, venne ad annunziare
che soltanto suor Erminia sarebbe partita quella sera stessa per Napoli.
Ascoltando tutte e quattro a occhi bassi quest’ordine, suor Erminia si chiese in
cuore, perché lei sola; e ciascuna delle tre altre, in che la loro sorte potesse
essere diversa da quella della compagna che più di loro aveva stentato a
guarire. Aveva forse bisogno di qualche rimedio che qua non le si poteva
apprestare?
Ma allora perché lasciarla partir sola? E perché rimanevano loro tre, se erano
al tutto guarite?
Lo seppero la mattina dopo, all’alba, quando insieme con una suora anziana e una
vecchia conversa furono fatte salire su una "giardiniera" traballante e
svolazzante di tendine di juta.
Sotto le ampie cornette oscillanti erano vestite tutte e tre d’abiti nuovi, ma
troppo larghi per il loro corpo già esile e ora più che mai assottigliato dalle
sofferenze.
Avvertivano nel seno, mortificato da anni sotto il modestino, respirando
finalmente all’aperto, come un indurimento e, nello stesso tempo, uno strano
senso di risveglio che le turbava.
Prima di partire, avevano veduto i vecchi abiti, coi quali erano arrivate,
ferite e morenti, da Candia. Stinti, strappati, macchiati di sangue, avevano
suscitato in loro quello sgomento e quel ribrezzo che si prova per gli oggetti
appartenuti a qualcuno tragicamente morto. E tanto più s’erano costernate, in
quanto che alle vestigia, evidentissime lì, d’una violenza terribile, non
rispondeva più in loro, ritornate alla vita, una memoria precisa.
Lasciate addietro le ultime case della città, la vettura si mise a correre per
uno stradone costeggiato di qua e di là da fitti boschi d’aranci e di limoni.
S’era d’ottobre e pareva ancora piena estate, sebbene di tratto in tratto, entro
quel tepore denso di odori inebrianti, sorvolasse dal mare che s’intravedeva
prossimo di tra il fitto turbinio di tutti quei fusti d’alberi, qualche primo
brivido di frescura autunnale.
Ma le tre convalescenti non poterono godersi a lungo la delizia di quell’ora e
di quei luoghi. Il traballio della logora vettura cominciò a cagionar loro un
grave disturbo. Tanto che, alla fine, una, suor Agnese, non potendo più reggere,
chiese per grazia se la vettura non potesse andare più piano.
La vettura si mise quasi di passo.
Use tutte e tre, ormai da tanti anni, a non curare affatto e quasi a non sentire
più il proprio corpo, a dominarne tutti i bisogni, a vincerne la stanchezza,
provavano ora un avvilimento e uno smarrimento strano, un’ambascia smaniosa, per
quelle loro sofferenze corporali. La più giovane, ch’era anche la più gracile,
suor Ginevra, chiese a un certo punto se, andando così di passo la vettura, non
potesse provarsi a seguirla a piedi. Si provò; ma dovette poco dopo rimontare,
perché le gambe non le ressero alla fatica del cammino in salita.
La suora anziana che le scortava, annunziò, per confortarle, che poco ormai ci
voleva ad arrivare.
La vettura difatti si fermò, poco dopo, davanti al cancello d’una grande villa
solitaria in cima a un poggiolino, cinta tutt’intorno da un muro. Era la grangia
del collegio. La conversa sonò il campanello e, levandosi su la punta dei piedi
per guardar sopra la banda che copriva la parte inferiore del cancello, chiamò
forte:
– Rosaria!
Rosaria era la moglie del contadino che aveva in custodia la grangia ove ogni
estate erano condotte le Orfanello a villeggiare.
Invece di Rosaria rispose un grosso cane di guardia con furibondi latrati.
– Ecco "Bobbo" – disse la suora anziana, sorridendo alla conversa.
– Bobbo, Bobbo, siamo noi di casa, – aggiunse la conversa e sonò di nuovo il
campanello.
Accorse alla fine la custode, sbracciata, scarmigliata’ col faccione acceso,
dorato dal sole, tutto in sudore, due grandi cerchi d’oro agli orecchi, un
fazzoletto rosso sgargiante sul seno, e il ventre pregno che le lasciava
scoperti, sotto la gonna di baracane tirata su, i fusoli delle gambe entro le
grosse calze turchine di cotone, sporche di creta.
– Oh suor Sidonia mia, suor Sidonia! – cominciò a strillare con furiosi gesti di
maraviglia e di gioja. – Come va, con tanta compagnia? Anche voi, donna Mita?
Come va? Stavo a lavare e, mi vede? – aggiunse, indicando il ventre immane. –
Dopo otto anni, suor Sidonia mia! Mah! E queste? Sono tre suore nuove?
Le tre convalescenti s’erano un poco allontanate, e guardavano smarrite le
vecchie finestre di quella villa, l’antica cisterna patriarcale, là a principio
del lungo pergolato, di fronte al portoncino verde. Si voltarono, nel sentirsi
indicate dalla custode, e videro la suora anziana e la conversa parlar piano tra
loro; poi la custode prendersi con un gesto d’orrore la testa tra le mani e
voltarsi, allargando un po’ le mani, a guardare verso di loro, con la bocca
aperta e gli occhi pieni di raccapriccio:
– E lo sanno? lo sanno?
Le tre convalescenti si guardarono negli occhi, angosciate. Quella delle tre,
che durante il tragitto non aveva aperto bocca, suor Leonora, ebbe negli occhi
come un guizzo di follia; si coprì il volto con le mani emise un mugolio sordo
fra un tremore delle spalle e delle braccia.
– Perché? – chiese allora, suor Ginese ra, volgendo gli occhi azzurri infantili
all’altra compagna che s’era recata una mano alle labbra e con gli occhi
sbarrati era rimasta come sospesa davanti a un abisso scoperto all’improvviso.
Sopravvennero suor Sidonia e la conversa e, poco dopo, con le chiavi della
villa, la custode.
Su per la scala, ove l’aria della campagna stanava mista col tanfo grasso della
corte vicina e con l’umidore esalante dalla prossima cisterna, suor Leonora
afferrò un braccio alla suora anziana e le chiese piano per sè e le compagne se
fosse vero ciò che le era parso di dover capire al gesto d’orrore della custode.
Quella socchiuse gli occhi e chinò il capo più volte, sospirando. Suor Leonora
scivolò sul gradino della scala. Suor Agnese, ritta addossata al muro, socchiuse
gli occhi da cui sgorgarono grosse lagrime. Ignara ancora restava la più giovane
dagli occhi celesti. Guardava le lagrime silenziose della compagna addossata al
muro, udiva i singhiozzi dell’altra accasciata sullo scalino, ascoltava il
conforto e le esortazioni delle tre altre; e non ne capiva ancora la ragione.
Aveva quella villa, nella quiete attonita che regnava tutt’intorno, alcunché di
lugubre, con tutti quei fasci di sole che si allungavano di traverso,
simmetricamente, nei corridoj. Si vedeva in ognuno di quei fasci fervere lento
il polviscolo. Di tratto in tratto, il canto d’un gallo pareva volesse rompere
il fascino di quella quiete misteriosa; e un altro gallo, che rispondeva da
qualche ala lontana, pareva dicesse che lo stesso fascino di misteriosa quiete
gravava anche lì, e più lontano ancora.
Fin dove?
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Le tre suore, affacciate alle finestre, si perdevano nella lontananza di quella
quiete misteriosa. Non sapevano dove andare con l’anima, a chi rivolgersi per
conforto, come nascondere ai loro stessi occhi l’onta di quel martirio.
Era per due di esse in quella lontananza, ma più là, assai più là, dove lo
sguardo si perdeva e l’anima non ardiva di arrivare, sè in Toscana, più sè in
Lombardia, una casa da tanti anni abbandonata. Picchiare alla porta di quelle
case, per conforto, suor Leonora e suor Agnese non potevano. Né il vecchio
padre, né il fratello, né la cognata di suor Leonora dovevano sapere; tanto meno
poi, oh Dio, il fratello della cognata! Non dovevano sapere la vecchia madre né
la sorella di suor Agnese in quel tranquillo borgo sul Po, presso Mantova. Beata
suor Ginevra, che non aveva alcuna idea né di casa né di famiglia! Sapeva
soltanto d’esser nata a Sorrento; non sapeva da chi; era stata allevata dalle
suore in un ospizio, e s’era fatta suora: era dunque, tutta, nell’abito che
indossava: e la sciagura presente non le mordeva a sangue le carni offese, coi
ricordi d’una vita estranea, d’estranei affetti, da cui le altre due si erano
con violenza strappate.
L’abito che aveva indosso, rappresentava per suor Leonora un sacrifizio. La
violenza che aveva dovuto fare a se stessa per serbare intatta, contro l’insidia
della sua propria carne, la sua purezza, era stata resa vana dalla violenza
altrui, brutale; e Dio aveva permesso che quell’abito, simbolo del sacrifizio,
le pesasse ora addosso come uno scherno; Dio permetteva che in un corpo offerto
a Lui fosse accolto e stesse a maturare un frutto infame, e sotto quell’abito
crescesse la vergogna, il ribrezzo, l’orrore d’una atroce maternità. Come poteva
Dio permetter questo?
Finché ai loro occhi la castità dell’abito non cominciò a essere offesa dal
progressivo sformarsi del corpo, stettero insieme tutte e tre, per sentirsi nel
cordoglio meno sperdute dentro quell’ampio rustico casamento dai lunghi corridoi
rintronanti, ove per tante finestre in fila entravano l’aria salsa e il fragorìo
continuo del mare, gli odori sparsi della campagna, il ronzio degli insetti, il
frusciare delle piante.
Scendevano insieme a pregare nella cappelletta; ma spesso le preghiere erano
interrotte dai singhiozzi quasi rabbiosi di suor Leonora, che scappava via. Le
altre la seguivano e cercavano di calmarla nell’ombra del lungo percolato
davanti alla villa o per i sentieruoli in mezzo al frutteto, dove al vespro si
raccoglievano tanti uccelli a far sbaldore.
Suor Ginevra aveva trovato lì un cantuccio, ove un certo odore amaro di prugnole
e un altro denso e pungente di mentastro le avevano ridestato vivo il ricordo
dell’ospizio di Sorrento, in cui aveva passato l’infanzia; e spesso andava lì
quasi a covare quel ricordo, felice di sentirsi accanto la sua dolce innocenza
d’allora Era ancora come stordita dalla sciagura. Non concepiva adatto l’orrore
che ne provavano le altre due; e le guardava e le spiava negli occhi, quasi
sospesa in una paurosa, ignota attesa, soffrendo delle fosche, smaniose ambasce
dell’una, delle cocenti lagrime dell’altra.
Rosaria, la custode, qualche volta le raggiungeva e, senza rendersi conto della
urtante impertinenza delle sue parole, si metteva a parlar loro come a compagne
di sventura, che non dovessero aver più ritegno ormai di guardare quel suo
sconcio ventre e di udire certi discorsi circa al loro stato comune. Si
lamentava di aver dato via ad altre contadine più poverette di lei, le camicine,
le fasce, le cunette, i bavaglini del corredo, perché mai più non si sarebbe
aspettato di poterne aver bisogno; e ora non aveva tempo di attendere a
prepararne uno nuovo. Aveva comperato la tela: oh, rozza tela per le tenere
carnucce d’un bimbo; ma i figli dei poveri, si sa, bisognava che presto
imparassero a sentire le durezze della vita.
Subito suor Ginevra si profferse di ajutarla a cucire quel corredino. Anche suor
Agnese allora le disse che la avrebbe ajutata. Suor Leonora non ne volle sapere.
Con l’inverno, si chiusero ciascuna in una cameretta tra le tante che avevano
l’uscio lì sul lungo corridojo. Le finestre davano su l’orto, e di sul muro di
cinta si scorgeva l’azzurro denso del mare, che si congiungeva con quello tenue
e vano del cielo. Ma cielo e mare perdevano spesso, ora, quella loro diversa
azzurrità, si mescevano sconvolti in fosche brume, e nel silenzio tetro della
villa solitaria durava per giornate intere su i vetri delle finestre il crepitio
della pioggia.
Suor Agnese cuciva e si sforzava di non intenerirsi alla vista di quelle
camicine, di quelle cunette, di quei bavaglini: non doveva pensare al bimbo che
sarebbe nato da lei. Erano per un altro bimbo quelle camicine, che sarebbe
cresciuto lì. Il suo sarebbe scomparso di furto, ignudo. E forse non lo avrebbe
neppure veduto.
Non doveva intenerirsene: era appunto questo il martirio: accogliere e maturare
nel corpo offerto a Dio quel frutto infame. Ma era in lei; lei lo teneva in
grembo, oh Dio! e lo nutriva di sé. O Dio! oh Dio! E non avrebbe potuto, non
avrebbe dovuto far nulla per lui? per riscattarlo dall’infamia da cui nasceva?
Forse il suo latte, forse le sue cure lo avrebbero redento! Sottratto a lei,
allevato in un ospizio, senza amore, come sarebbe cresciuto, concepito com’era
nell’orrore d’una strage, frutto nefando d’un sacrilegio?
Ma Dio, certo, nella sua infinita misericordia, aveva disposto che il martirio
di lei, nel tempo ch’ella lo soffriva, giovasse al nascituro, bastasse a
mondarlo della colpa originaria, bastassero a lavarlo per sempre di quel sangue
osceno le lagrime ch’ella ora versava per l’onta e per il supplizio. Così il suo
martirio non sarebbe stano invano.
L’altra, invece, suor Ginevra, sollevando con le mani ceree contro il lume della
finestra la carnicina or ora cucita, piegava da un lato la testa, la contemplava
e sorrideva.
Scendevano adesso nella cappelletto in ore diverse, ciascuna a pregar sola;
prendevano il cibo nelle loro camerette e, quand’erano stanche di cucire e di
pregare, s’affacciavano alla finestra, oppresse già dal peso del corpo, a
guardare l’orto solingo e il mare vicino.
Venne la primavera, e un bel mattino entrò, col sole, nella vecchia villa,
Rosaria, ridente e dimagrita, reggendo alto un grosso bimbo roseo tra le ruvide
mani e gridando per il corridojo:
– Eccolo qua! È nato! è nato!
Entrò prima nella cella di suor Agnese, che schiuse appena le labbra a un
sorriso di infinita tristezza, contemplando con gli occhi rossi di pianto il
bimbo e levando come a riparo davanti al seno le mani bianche.
– Coraggio, coraggio, sorella mia! Si fa presto, sa? Vedrà che si fa presto!
Vede com’è bello? Ha gli occhi del padre. E guardi qua, guardi con quanti
capelli m’è nato!
Corse poi da suor Ginevra e, senz’altro, le posò in grembo il piccino:
– A lei! Eccolo qua, lo vede che cos’è? Pesa, no? pesa. Con la cuffietta che gli
ha fatto lei; e anche la camicina, vede?
Suor Ginevra si provò a posare le labbra sul petto roseo del bimbo, che la madre
aveva scoperto, poi a sollevare su le mani il dolce peso, e con curiosità mista
di pena mirava i movimenti delle pàlpebre del neonato per adattar gli occhi a
resistere alla luce. Eccolo: uno così, tra poco, sarebbe nato da lei. E non
sapeva ancora come. Uno così!
Rosaria glielo tolse per farlo vedere a suor Leonora; ma questa, storcendo la
faccia, la respinse, le gridò sulle furie che non voleva vederlo: via! via! via!
S’era spogliata dell’abito. Non scendeva più a pregare. Passava l’intera
giornata a sedere sul letto, inerte, coi denti serrati e gli occhi a terra in
una dura e truce fissità. La notte le due compagne la intravedevano dall’uscio
delle loro camerette, andare su e giù per il corridojo rischiarato a fasci dalla
luna: tozza, enorme, con la testa da maschio e i piedi nodi.
Farneticava.
E i tonfi cupi dei passi nella sonorità del lungo corridojo impaurivano suor
Ginevra.
La paura diventò terrore una di quelle notti, allorché, destandosi di
soprassalto, udì certe grida laceranti e ùluli lunghi e mugolai da belva ferita.
Volle accorrere; ma fu trattenuta sull’uscio dalla conversa la quale le annunziò
che, non suor Leonora urlava così, ma l’altra, l’altra: suor Agnese.
– È l’ora sua. Ora si libera, poverina!
E suor Ginevra rimase atterrita, addossata all’uscio, a udire quegli urli che
non parevano umani e che, partendo dalla campagna silenziosa, le rappresentavano
spaventosamente il mistero che si compiva di là. Avrebbe tra poco urlato così
anche lei? Come avrebbe fatto, debole e gracile com’era, a resistere ai dolori
che strappavano quegli urli?
E urli, altri urli, ancora urli, poco dopo l’alba, più selvaggi, più lunghi, fra
un gran tramestio per il corridojo, le giunsero agli orecchi.
Gelata, allibita, inginocchiata davanti al tettuccio, col rosario in mano, suor
Ginevra ascoltava e tremava tutta, senza ardire di alzarsi e di picchiare
all’uscio che la conversa aveva chiuso a chiave.
Seppe nel pomeriggio che tutte e due le compagne s’erano liberate, e che ora
riposavano tranquille. Una domanda angosciosa le affiorò alle labbra, che subito
vani nel silenzio lugubre della villa. Non si sentiva alcun piccolo vagito. La
conversa apri le mani e scosse il capo mestamente, con gli occhi socchiusi.
Salì, invece, da un albero dell’orto un cinguettio, nella letizia serena del
vespro primaverile.
Tre giorni dopo, sul far della sera, venne la volta di suor Ginevra.
Toccò allora alle altre due, ormai consapevoli, di tremare alle grida disperate
della piccola compagna; grida, grida che strappavano altre grida di pietà e di
rivolta, come allo spettacolo d’una spietata atroce sopraffazione contro un
timido inerme, che invano si dia per vinto.
Tutt’a un tratto, le grida tacquero nella notte. Fu per alcuni minuti, eterni,
un silenzio orribile. Poi si udì per il corridojo una corsa precipitosa, tra
gemiti, e suono di voci cupe tra fiati affannosi, là nella colletta in fondo al
corridojo. Le due compagne non seppero resistere più oltre all’angoscia che le
soffocava; scesero dal letto, si buttarono addosso le prime vesti che vennero
loro sotto mano e, vacillanti, s’avviarono a quella colletta.
Nessuno parlò. La vecchia conversa ricomponeva sul letto le membra della morta,
a cui nel pallido, livido visino affilato erano rimasti semiaperti i dolci occhi
azzurri. E pareva che in quel pallore la piccola morta sorridesse d’essersi
liberata così
Assalita all’improvviso da un impeto di singhiozzi, suor Agnese andò a buttarsi
in ginocchio accanto al letto. Ma suor Leonora? volgendo attorno obliquamente
gli occhi da matta, scorse in un angolo un movimento convulso dentro un lenzuolo
insanguinato tutto ravvoltolato per terra. Con una mossa da belva balzò a
quell’angolo, raccattò da terra una creaturina paonazza, che emise un vagito
rôco, e scappò nella sua cella: vi si chiuse, e con gioja selvaggia offrì il
seno che le scoppiava a quella creaturina.
La Madre Superiora, accorsa alcune ore dopo dalla città, dovette stentare a
lungo per persuaderla a riaprire l’uscio. Pareva impazzita; si teneva quella
creaturina stretta al seno e gridava:
– La prendo io! la prendo io! O datemi la mia! Butto via l’abito! Dio ha voluto
troppo, ha voluto troppo, ha voluto troppo!
Pian piano, dolcemente, quella trovò il verso di sciogliere in lagrime quel
fiero ingorgo di demenza; e la piccina fu fatta sparire.
Poco dopo, le due compagne superstiti piangevano e pregavano inginocchiate ai
due lati del letto della piccola morta, che certo aveva riaperto in paradiso i
suoi dolci occhi di cielo.
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