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NOVELLE PER UN ANNO - 1928 - "IL VIAGGIO"
Pubblicata nel 1928, la raccolta «Il viaggio» costituisce il dodicesimo
volume delle Novelle per un anno. I
nclude racconti quasi tutti già editi tra il
1897 ed il 1926. |
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5. Gioventù (1902)
«I Mattaccini», 5 gennaio 1902.
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Abbandonata tra i guanciali dentro
quell’antico seggiolone di cuojo, che don Buti, il parroco, aveva voluto per
forza mandarle dalla casa parrocchiale - (“c’a preuva, madama, e a vëdrà s’ a
farà nen ’l miracöl d’ fela guarì”) - la linda vecchina inferma, ancora tanto
bella con quei candidi capelli ondulati sotto la cuffia di merletti lini,
guardava i prati verdi che si stendevano davanti alla villa, limitati qua e là
da alte file di esili pioppi.
Tutta Cargiore era in ansia e in pena per la malattia di lei. I ragazzi raccolti
nell’Asilo d’Infanzia, fatto costruire e mantenuto a sue spese, recitavano,
poveri piccini, mattina e sera, una elaborata preghiera composta da don Buti per
la sua guarigione. Nella farmacia (che era insieme drogheria e ufficio postale)
dell’arcigno monsü Grattarola tutti ricordavano che madama Mascetti, nata a
Cargiore maritata per forza a un ricco signore di Torino che se n’era innamorato
durante una villeggiatura estiva lassù, dopo quattro anni, rimasta vedova, aveva
lasciato il bel palazzo della Capitale e se n’era tornata a Cargiore, per
beneficare i suoi compaesani con le vistose sostanze ereditate dal marito.
Solo monsü Grattarola faceva da contrabbasso a quelle sviolinate patetiche con
certi duri e profondi grugniti, ma nessuno gli badava. Sosteneva egli solo che
la ragione del ritorno della Mascetti a Cargiore doveva cercarsi nell’ostilità
implacabile dei parenti del marito, i quali le avevano finanche tolto il
figliuolo, per educarlo a modo loro: il figliuolo che ora, nientemeno, era
addetto d’ambasciata a Vienna. I più vecchi gli opponevano che la ragione era
un’altra, più antica: l’avversione di Velia per Torino (Velia: la chiamavano
così, loro, senz’altro) dopo le nozze contratte per forza, che erano state
cagione della morte violenta di Martino Prever che s’era ucciso per lei, povero
figliuolo; o piuttosto, per la crudeltà dei parenti di lei; ed era sepolto a
Cargiore. |
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E così si spiegava la protezione della Mascetti per la famiglia Prever
e specialmente per il giovane Martino, pronipote di quell’altro. Era in mano dei
Prever, ora, quella cara Velia. E il giovane Martino, mentr’ella se ne stava sul
seggiolone del parroco a guardare i prati attraverso i vetri della finestra, era
di là, nella stanza attigua, a rifarsi un po’ delle veglie durate.
Tranne un lampadina votivo su una mensoletta davanti a un antico Crocifisso
d’avorio, nessun lume ardeva nella camera dell’inferma arredata con squisita
semplicità e rara gentilezza. Ma il plenilunio la inalbava dolcemente.
Dietro la tenda della finestra, con la fronte appoggiata ai vetri, anche la
infermiera guardava fuori.
– Che luna! – sospirò, a un tratto, nel silenzio. – Pare che raggiorni!
– Se aprissi un tantino, Marietta? Un tantino! – pregò la signora Velia, con
voce carezzevole. – Non mi potrà far male.
– E il signor dottore? – domandò Marietta. – Che dirà il signor dottore? Sa lei
che abbiamo già la neve su Roccia Vré?
– Un tantino! – insisté la padrona. – Vedi? respiro così calma.
Marietta aprì uno spiraglio, dapprima: poi, a poco a poco, per le insistenze
dell’inferma, la mezza imposta.
Ah che incanto! che pace! Pareva che la Luna inondasse di luminoso silenzio quei
prati: d’un silenzio attonito e pur tutto pieno di fremiti. Erano sottili, acuti
fritinnìi di grilli, risi di rivoli giù per le zane.
Per Marietta, l’incanto di quella notte era tutto lì, presente; ma alla
vecchina, guardando assorta, pareva che quel silenzio sprofondasse nel tempo, e
altre notti pensava, remote, simili a questa, vegliate dalla Luna; e tutta
quella pace fascinosa assumeva agli occhi di lei quasi un senso arcano, che la
forzava al pianto.
Veniva da lontano, continuo, profondo, come un cupo ammonimento, il borboglio
del Sangone nella valle, e di qua presso un rumore, di tratto in tratto, che la
inferma non riusciva a spiegarsi.
– Che stride così, Marietta?
– Un contadino, – rispose questa lietamente, affacciata alla finestra, nell’aria
chiara. – Falcia il suo fieno, sotto la luna. Sta a raffilare la falce.
Poco dopo, da un lontano ceppo di case del villaggio tutto sparso a gruppi su
quel pianoro tra le Prealpi, giunse dolcissimo un coro di donne.
– Cantano a Rufinera, – annunziò Marietta.
Ma la inferma aveva reclinato il capo, soffocata dall’interna commozione.
Marietta non se ne accorse: rimase a contemplare estatica lo spettacolo del
plenilunio e ad ascoltare il canto lontano. A un tratto si scosse, di
soprassalto. La padrona rantolava. Spaventata, richiuse subito l’imposta; si
chinò su l’inferma, le sollevò il capo, la chiamò più volte, invano; si smarrì,
corse a chiamare ajuto nella stanza accanto.
– Signor Martino, signor Martino!
E Marietta scosse violentemente il giovanotto che stava a dormire sul canapè
troppo piccolo per lui.
– Ah che stupida sono stata! Venga! Venga! Le avrà fatto male l’aria della
notte! – smaniava Marietta, mentre il giovanotto stentava a riprendere
coscienza.
Afferrò il lume che ardeva in quella stanza e rientrò nella camera dell’inferma,
seguita dal signor Martino.
– M’ajuti! M’ajuti! Bisogna rimetterla a letto. Non c’è voluta stare, ed ecco le
conseguenze!
– Zia Velia! zia Velia! – chiamava intanto il giovanotto con voce grossa, ancora
insonnolito.
– Che chiama? non vede che non sente? – gli gridò Marietta, spazientita. – M’ajuti
a rimetterla a letto, e corra per il medico. Ma si svegli, eh? se no, di qui a
che lei va e torna col medico, la povera signora... ah Dio, non sia mai!
– Muore? – domandò il signor Martino, avvertendo finalmente il rantolo.
Aiutò l’infermiera a rimettere a letto quell’esile corpo abbandonato e scappò
per il medico., che abitava nella frazione di Ruadamonte.
– Che luna! – esclamò anche lui, appena fuori.
Meno male; con tutto quel lume, avrebbe potuto correre più speditamente per i
difficili sentieri tra i prati. Ma non se l’aspettava, Dio santo, d’essere
svegliato così, sul più bello. Povera zia Velia! Tutta la giornata era stata
meglio, proprio meglio. Con le malattie di cuore, però, e a quell’età, da un
momento all’altro... eh, non si sa mai! Se n’affliggeva tanto, lui, il signor
Martino, ma tuttavia non poteva fare a meno di pensare che da troppo tempo ormai
si studiava di ’non dar mai causa a quella vecchina, che avesse a lamentarsi di
lui, e gli veniva di tirare dal fondo dei polmoni un respiro di sollievo. Non
lo` tirava perché, subito dopo, avrebbe sentito la puntura d’un rimorso. Intanto
pensava al medico che si sarebbe certo seccato di quella chiamata notturna. Ma
che poteva farci lui? Non poteva certo assumersi la responsabilità di sospendere
quelle iniezioni che tenevano artificialmente in vita l’inferma, ora che il
figlio da Vienna aveva telegrafato l’annunzio della sua partenza. Chi sa se
avrebbe fatto a tempo, però... Meglio, forse... eh sì, meglio non...
– Auff! – sbuffò, a questo punto, il signor Martino combattuto, interrompendo le
amare riflessioni.
Passava davanti al camposanto. Intravide, per una delle finestrelle ferrate,
aperte lungo il muro di cinta, la tomba gentilizia della sua famiglia e,
accanto, quella della Mascetti. Correre, correre, affannarsi per sè e per gli
altri, penare, per poi andare a finir lì, e saper dove... Meglio non saperlo!
Meglio non costruirle avanti, quelle tombe... Bah! Era giovine, lui, e
robusto...
– Che bella luna!
E mise un gran sospiro, come per cacciar via tutti i pensieri.
Tornò alla villa dopo circa due ore, col medico. Marietta annunziò loro che la
malata, appena rimessa a letto, aveva dato in violente smanie, poi - coi segni -
le aveva fatto comprendere che voleva scrivere qualche cosa.
– Come come? – domandò sorpreso, impuntandosi, il signor Martino.
– Sl, – riprese Marietta – e ha scritto, e la lettera sta lì, sotto il
guanciale, come ha voluto; poi s’è messa a delirare... Diceva, non so che c’era
la luna... che voleva scendere in giardino... che a Pian del Viermo cantavano,
non a Rufinera... Stramberie! Poi s’è messa a chiamar lei, signor Martino...
– Me? – domandò arrossendo, poi impallidendo, il giovanotto. – Ero andato per il
medico io, non gliel’hai detto?
– Gliel’ho detto; ma non ha capito! – seguitò Marietta. – Strillava: "No,
Martino! No! no!" tutta spaventata... Ora, da un pezzo, sta tranquilla; ma
così... Dio! pare morta...
Il dottor Allais, alto, asciutto, coi balbetti ancora biondi e i capelli già
canuti, tagliati a spazzola, non si scompose affatto a quella narrazione
dell’infermiera: alzò un piede a una traversa del seggiolone del parroco e si
chinò per affibbiare una stringa del gambale di cuojo rimasta slacciata nella
fretta del vestirsi. Teneva a dimostrare quella sua rigidezza impassibile.
Possedeva anche lui una villa con un vasto giardino, aveva una simpatica
maglietta che gli aveva recata una buona dote e continuava ad esercitare la
professione, tanto per fare qualche cosa. Tastò il polso all’inferma; poi, senza
dare a veder nulla a quei due che lo spiavano intentamente, preparò la
siringhetta per una nuova iniezione.
– Potrà tirare fino all’alba, – disse, licenziandosi. – Verso le cinque,
tornerò.
– Ma il figlio dovrebbe arrivare nella mattinata di domani, – pregò, afflitto,
il signor Martino. – Potesse almeno tirare fino all’arrivo di lui!
Il dottor Allais si strinse nelle spalle.
– Non dipende da me, caro signor Prever.
E andò via.
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Subito il signor Martino assalì di domande Marietta intorno a quella lettera
misteriosa. Ma la infermiera non sapeva leggere, e poté dirgli soltanto che la
signora aveva scritto col lapis dietro una vecchia ricetta del medico, poiché
lei non aveva potuto trovarle altra carta lì nella camera; e che aveva scritto
con stento e che infine aveva chiuso quel pezzo di carta in una busta del
farmacista, da cui lei aveva tratto alcune ostie e una cartina di medicinale.
Messa la lettera sotto il guanciale, la padrona aveva balbettato:
– Dopo morta.
Il signor Martino restò assorto, stupito, costernato. Era ben sicuro che il
testamento della vecchia conteneva qualche disposizione in suo favore e in
favore della sua famiglia. Ora questa lettera lo inquietava. Domandò:
– Ha scritto molto?
– Poco, – rispose Marietta. – Un pezzettino di carta, così... E la mano le
tremava tanto!
– Sai la nuova, Marietta? – riprese, dopo aver pensato un po’, il giovanotto. –
Corro a chiamare i miei. Hai sentito che ha detto il medico? –
– Sì, – aggiunse Marietta. – E il signor parroco anche, se non le dispiace.
Vada, vada.
Marietta, che era e si sentiva " una brava figliuola ", rimasta sola, tentennò
amaramente il capo. Non che stimasse cattivo quel bamboccione del signor Martino
e interessato l’Aletto della famiglia Prever per la sua padrona; ma... - eh, i
dindi, i dindi piacciono a tutti; e la sua padrona ne aveva di molti e
quell’aver pensato a scrivere qualche cosa in quegli ultimi momenti doveva per
forza suscitar timori o accendere speranze.
N’ebbe la prova, non appena giunsero, tutti ansanti dalla corsa, i parenti del
signor Martino e don Buti. Più e più volte fu costretta a ripetere tutto ciò che
poteva dire intorno a quella lettera. Pareva che ci volessero leggere attraverso
le sue parole. E che facce da spiritati! Don Buti pareva incerto se vederci una
minaccia per l’Asilo d’infanzia o una promessa: forse l’erezione d’un Asilo pei
vecchi, o d’un Ospedaletto, chi sa? o di una cappella: qualche disposizione
insomma, di beneficenza o in favore della santa religione. I Prever erano
addirittura scombussolati, e se la prendevano con Martino che non s’era trovato
presente, giusto in quel momento!
– Ma se ero corso per il medico! – si scusava il giovanotto col padre che pareva
il più contrariato.
La madre sapeva dominarsi meglio: grassa pallida placida, dal parlare lento e
dal gesto molle, rivolgeva a Marietta sciocche e inutili domande.
L’inferma accennava di tratto in tratto di riscotersi dallo stato comatoso.
Tutti allora, per un momento, zitti e intenti, intorno al letto di lei.
Ruppe l’alba, alla fine. Cielo aggrondato, piovoso. Sù per i greppi delle scabre
montagne, veli di nebbia stracciati. Ritornò il medico, che non volle rispondere
nulla, al solito, alle tante interrogazioni dei Prever e di don Buti,
protestando:
– Mi lascino ascoltare.
Fece ancora un iniezione ma dichiarò ch’era proprio inutile: la morte sarebbe
avvenuta da un momento all’altro per paralisi cardiaca.
Poco dopo la partenza del medico la signora Velia però si riscosse con un lungo
sospiro dal profondo letargo in cui pareva inabissata: e schiuse gli occhi.
Subito i Prever spinsero al letto il giovine Martino, suggerendogli sottovoce:
– Chiamala! chiamala!
– Zia Velia! – chiamò il giovanotto.
– Madama Velia! – chiamò contemporaneamente, dall’altro lato del letto, don Buti
Ma la morente non mostrò di riconoscere né l’uno né l’altro.
Entrò in quel momento nella camera, inavvertito, un signore su i cinquant’anni,
bassotto, azzimato, profumato, con le fedine già brizzolate e la calvizie
nascosta appena da pochissimi capelli raffilati con meschina cura a sommo del
capo. Si avanzò fino al letto, con le scarpe sgrigliolanti, scostò piano con la
mano inguantata il signor Martino, si chinò verso la morente:
– Mamma!
I Prever, don Buti, Marietta si guardarono negli occhi, scostandosi; poi presero
tutti a osservarlo, con un’aria mista di soggezione e di diffidenza.
La morente fissò gli occhi velati sul figlio e aggrottò le ciglia; agitò un
braccio e nascose il volto, balbettando con espressione di terrore:
– Ch’a vada via chiel!
– Mamma, sono io, sai! sono io! – disse piano, sorridendo, il Mascetti, e si
chinò di nuovo verso la morente.
Ma questa raffondò vieppiù il capo, come se volesse cacciarlo sotto il
guanciale. Allora la busta, che vi stata nascosta, scivolò sul tappeto. I cinque
Prender e don Buti la puntarono rattenendo il fiato’ come tanti cani da caccia.
Il figlio non se ne accorse, e si volse, dolente, per dire:
–Eton mi riconosce.
Vedendo tutti gli occhi fissi lì presso i suoi piedi, si chinò anche lui a
guardare, e vide la busta.
– Sarà per lei’– gli disse piano Marietta indicandola. – La signora però ha
detto: "Dopo morta".
Il Mascetti la raccolse, e poiché la madre continuava a dire soffocata: – Ch’a
vada via! ch’a vada via! – si recò, angustiato, nella camera attigua, seguito
poco dopo da don Buti.
– Povera, povera Madama!
E il parroco cominciò a tessere al figliuolo l’elogio della madre.
– Grande benefattrice!
Sopraggiunse, con aria smarrita, Prever padre; poi venne anche Prever figlio,
rosso come un gambero, spinto evidentemente dalla madre e dalle sorelle.
Il Mascetti se ne stava compunto e taciturno; chinava di tanto in tanto il capo
alle parole melate del parroco, ma pensava intanto tra sé all’accoglienza che
gli aveva fatto la madre dopo un così lungo e precipitoso viaggio intrapreso per
rivederla. - Sì, senza dubbio: nell’incoscienza, povera vecchina. Era chiaro che
lo aveva scambiato per qualche persona a lei odiosa, lì, del paese. Ma era pur
naturale! Che ricordi aveva egli della madre? Quasi quasi aveva più notizie del
padre, morto quand’egli aveva appena tre anni, che della madre, vissuta fino
adesso. Del padre gli avevano parlato tanto i parenti, fin dalla infanzia;
mentre la madre era venuta a ritirarsi lassù, ed era vissuta sempre lontana da
lui. Egli era solito scriverle due, tre volte l’anno, nelle feste principali,
per farle gli augurii; e lei gli aveva risposto, sì e no, ma sempre con frasi
comuni e brevemente e senz’alcuna effusione di cuore, mai. La notizia della
grave malattia di lei gli era arrivata di colpo. Mah! doveva avere settantatrè o
settantaquattro anni sua madre: il suo tempo, dunque, lo aveva fatto. Ne aveva
già quasi cinquanta, lui, purtroppo.
Giunsero a un tratto, dalla camera, parole concitate, poi uno strillo di madama Prever e due altri strilli simili delle zitellone. Il Mascetti balzò in piedi:
– Morta?
– Venga, signore! – chiamò Marietta, facendosi all’uscio, con gli occhi
lacrimosi.
Morta, e in quell’atteggiamento di rivolta e di paura preso all’apparire del
figlio. Marietta le aveva pian piano rimesso sul letto il braccio, che ella
aveva levato per nascondere la faccia; ma nessuno ardiva di toccarle la testa.
Il Mascetti contemplò un pezzo sua madre, poi si pose una mano sugli occhi. Non
riusciva a piangere, irritato sordamente dal pianto di quegli altri, per lui
affatto estranei ( ne ignorava finanche i nomi! ), ma che pure mostravano
d’avere una ragione per piangere sua madre, più di lui che era il figlio e che
non pertanto, alla loro presenza, era stato accolto in quel modo.
Don Buti s’era inginocchiato davanti al letto e recitava la preghiera dei
defunti. Anche i Prever e Marietta si erano inginocchiati e pregavano con lui,
tra i singhiozzi. Il Mascetti tornò a ritirarsi nell’altra stanza.
La signora Velia aveva ricevuto i sacramenti tre giorni avanti. Finita la
preghiera, don Buti scappò in chiesa per far sonare le campane e dar le prime
disposizioni per i solenni funerali del giorno appresso: le signore Prever si
misero a disposizione di Marietta per accudire al cadavere; il signor Martino fu
spedito per i ceri da accendere attorno al letto funebre, e Prever padre, non
sapendo che fare, si recò di nuovo a raggiungere nell’altra stanza il Mascetti.
Quella lettera misteriosa gli stava fissa in mente come un chiodo. "Dopo morta"
.
Forse il figlio, per curiosità, l’aveva già aperta. Che stupida, quella Marietta!
Che c’entrava dire al figlio: "Sarà per lei"? Dall’accoglienza che la moribonda
gli aveva fatto si poteva capir chiaramente che madama Velia non si aspettava di
rivedere il figlio: dunque; nello scrivere quella lettera, non aveva
nient’affatto pensato a lui.
Le stesse riflessioni facevano nella camera della morta le Prever, e madama anzi
non seppe tenersi dal rimproverare, con garbo, Marietta. E a quella lettera
pensava pure, tra le smanie, il signor Martino, andando per i ceri, e don Buti
correndo dalla chiesa parrocchiale all’Asilo per far chiudere il portone in
segno di lutto e dare anche lì disposizioni; per il funerale del giorno
seguente.
Solo Il Mascetti pareva se ne fosse dimenticato. Interrogava il Prever su la
vita della madre, su Cargiore, per venire indirettamente a sapere tra che gente
si trovasse. Gli era nato finanche il dubbio che quelli fossero lontani parenti
materni, di cui egli ignorasse l’esistenza.
Il Prever si struggeva dentro. Gli diede ragguaglio di sè, della sua famiglia;
gli parlò dell’antica amicizia di essa per madama, tacendo però dell’amore e del
suicidio dello zio Martino, ed entrò infine a parlargli anche lui delle grandi
benemerenze della defunta, delle opere di carità, parte compiute, parte promesse
da lei, per concludere che tutta Cargiore era profondamente addolorata e, nello
stesso tempo, in legittima ansia di conoscere se...
Oh! il Mascetti s’affrettò a rassicurarlo: con tutto il cuore egli avrebbe
adempiuto alle generose promesse della madre, anche se nessuna disposizione si
fosse trovata nel testamento. Ma non mostrò affatto di ricordarsi di quella
lettera scivolata di sotto il guanciale. E tutto quel giorno e fino alla metà
del giorno appresso tenne sulla corda quella povera gente.
Don Buti, alla fine, quando già la cassa mortuaria era arrivata, non seppe
tenersi più. Gli si presentò, seguito dai Prever, tutto cerimonioso e
impacciato, con la scusa di non voler mancare a qualche volontà, a qualche
disposizione della defunta intorno ai funerali o al seppellimento, espresse
probabilmente in quella tal lettera.
– Se vostra Signoria si ricorda...
– Ah già! – esclamò il Mascetti, cercandosi nelle tasche.
Se n’era proprio dimenticato! Tutti gli si fecero attorno, sospesi in un’ansia
trepidante. La busta, dopo lunga ricerca, fu trovata in fondo ad una tasca dei
calzoni. Il Mascetti l’aprì, ne trasse la ricetta di cui aveva fatto cenno
l’infermiera. La scrittura a lapis era quasi indecifrabile. Ci fu bisogno del
concorso di tutti per l’interpretazione di certe parole smezzate o scritte
scorrettamente in dialetto tra altre italiane. Il biglietto diceva così:
"Chi trova questa carta a l’è pregà d’aprire l secound tiroir del comò di faccia
al mio letto, prendere con le sue man n fagottin che vi si trova in fondo
all’angolo a destra e d butelo d’souta mia testa nt la cassa."
I Prever, don Buti restarono delusi, storditi, non sapendo che pensare.
– Un fagottin? – domandò madama Prever. – Che sarà?
– Andremo a vedere, – propose, timido, don Buti. – Intanto sono proprio contento
che una disposizione ci sia, come avevo preveduto.
Si recarono tutti nella camera della morta. La vecchina, parata amorosamente da
Marietta, era già deposta nella bara non ancora chiusa. Il figlio, seguendo le
indicazioni del biglietto, aprì il secondo cassetto del canterano e cercò
nell’angolo a destra.
Non c’era propriamente alcun fagottino: c’era soltanto l’involto di un pezzo di
panno turchino, forato e bruciacchiato in una parte, come da una palla: c’era un
guscio di noce, alcuni fiori secchi, una ciocchetta di capelli castani e un
pezzettino di carta, su cui erano scritte queste parole già sbiadite dal tempo:
"Notte di luna! 22 ottobre 1849", e sotto, due nomi, congiunti da una lineetta:
"Velia-Martino".
– S’è ricordata di lui! – scappò, nella sorpresa, al Prever.
Il Mascetti nel volgersi a guardarlo si accorse che don Buti faceva cenno a
colui di tacere, e volle sapere allora di chi si fosse ricordata la madre e che
significasse quel ritaglio di stolta così forato.
Quando glielo dissero, non seppe più toccare quegli oggetti, che appartenevano
alla remota gioventù di sua madre, prima ch’egli nascesse. Si scostò dicendo:
– Facciano loro la sua volontà.
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