|
NOVELLE PER UN ANNO - 1928 - "IL VIAGGIO"
Pubblicata nel 1928, la raccolta «Il viaggio» costituisce il dodicesimo
volume delle Novelle per un anno. I
nclude racconti quasi tutti già editi tra il
1897 ed il 1926. |
|
|
|
|
|
|
3. La mano del malato povero (1917)
Composta probabilmente nel 1915,
pubblicata in «E domani, lunedì», Treves, Milano 1917.
|
|
Una volta sola? Ci sarò stato almeno
tre volte! Tre? Cinque... non so. Perché vi fa tanta impressione l’ospedale?
Non ho casa. Non ho nessuno
E poi, scusate, spendere denaro, ad averne, per un piacere (lasciamo che io non
lo farei mai, perché i piaceri miei non li compro a denari) ma via, potrei
ammetterlo. Non ammetto dopo il malanno, dopo le sofferenze d’una malattia, per
giunta pagar le medicine, il medico. Del resto, non ne ho mai avuti per
prendermi i così detti piaceri della vita, come li intendono gli altri: dunque,
diritto d’aver gratis la cura dei malanni che mi dà.
Parecchi, credo; anzi, senza dubbio. Sono la tessera d’entrata: senza, non
m’avrebbero ricevuto. E devo anche averli buoni, a quanto sembra: intendo, non
passeggeri: qua, non so, al cuore; al fegato, ai reni, non so. Dicono che ho
guasto tutto l’organismo. Sarà vero; ma non me m’importa, perché dopo tutto, se
mai - dico, se questo fosse vero non sarebbe un gran guaio. Il vero guaio è un
altro.
– Quale?
Eh voi, cari amici, volete saper troppo! Al contrario di me che non voglio saper
mai nulla. Se debbo dirvelo io, qual è il vero guaio, è segno che voi non
l’avvertite. E allora perché dovrei dirvelo io?
Ai medici che m’hanno avuto in cura io non ho mai chiesto di che male fosse
afflitto il mio corpo. So che questo povero asino che porta l’ho fatto trotter
troppo, e per certe vie che non sarebbe mai venuto in mente a nessuno
d’infilare. |
|
Solo m’ha seccato d’esser tenuto dai medici, per questo, in conto di malato
intelligente. La noncuranza da parte mia di sapere di che male fossi afflitto, è
stata presa dai medici per fiducia nella loro scienza, capite? M’han veduto
sempre obbediente cacciar fuori la lingua a ogni loro richiesta; gridare:
"trentatré-trentatré" quattro, cinque, dieci volte, sopportando pazientemente il
ribrezzo d’una loro orecchia fredda applicata alle mie terga; abbandonare le
membra, come se non fossero mie, ai palpeggiamenti troppo confidenziali delle
loro mani ben lavate, sì, ma Dio mio adibite allo schifoso servizio pubblico di
tutte le piaghe umane; e sopportare i picchi sodi delle loro dita a martello, le
punture delle loro siringhette, e ingollarmi tutte le loro porcherie liquide o
in pillole, senza mai gemere per nausea o per fastidio: "Oh Dio, dottore, cos’è?
È amaro, dottore?" e dunque, chi più intelligente di me? Un malato che nutra una
così cieca abbandonata fiducia nella scienza medica, dov’essere per forza, a
loro giudizio, intelligentissimo.
Lasciamo questo discorso. Mi fa tanto piacere vedervi ridere. Buon pro’ vi
faccia!
Ecco, sarà perché io propriamente non ho mai capito che gusto ci sia a rivolgere
domande agli altri per sapere le cose come sono. Ve le dicono come le sanno
loro, come pajono a loro. Voi ve ne contentate? Grazie tante! Io voglio saperle
per me, e voglio che entrino in me come a me pajono. È ben per questo vedere che
ormai tutte le cose ci stanno sopra, sotto intorno, col modo d’essere, il senso,
il valore che da secoli e secoli gli uomini hanno dato ad esse. Così e così il
cielo, così e così le stelle: e il mare e i monti così e così, e la campagna, la
città, le strade, le case... Dio mio, che ne volete più? Ci opprimono ormai per
forza col fastidio infinito di questa immutabile realtà convenuta e
convenzionale da tutti subita passivamente. Le fracasserei. Vi dico che sedere
su una seggiola è divenuto per me un supplizio intollerabile. Per alleviarlo un
poco, bisognerebbe per lo meno - permettete? - che la mettessi così, ecco, per
lungo, e mi ci mettessi a cavallo. Tanto per dire! Ma quanti si sforzano di
rompere la crosta di questa comune rappresentazione delle cose? di sottrarsi
all’orribile noja dei consueti aspetti? di spogliare le cose delle vecchie
apparenze che ormai per abitudine, per pigrizia di spirito, ponderosamente si
sono imposte a tutti? Eppure è raro che almeno una volta, in un momento felice,
non sia avvenuto a ciascuno di vedere all’improvviso il mondo, la vita, con
occhi nuovi; d’intravedere in una sùbita luce un senso nuovo delle cose;
d’intuire in un lampo che relazioni insolite, nuove, impensate, si possono forse
stabilire con esse, sicché la vita acquisti agli occhi nostri rinfrescati un
valore meraviglioso, diverso, mutevole. Ahimè, si ricasca subito nell’uniformità
degli aspetti consueti, nell’abitudine delle consuete relazioni; si riaccetta il
consueto valore dell’esistenza quotidiana; il cielo col solito azzurro vi guarda
poi la sera con le solite stelle; il mare v’addormenta col solito brontolio; le
case vi sbadigliano di qua e di là con le finestre delle solite facciate, e col
solito lastricato vi s’allungano sotto i piedi le vie. E io passo per pazzo
perché voglio vivere là, in quello che per voi è stato un momento, uno
sbarbàglio, un fresco breve stupore di sogno vivo, luminoso; là, fuori d’ogni
traccia solita, d’ogni consuetudine, libero di tutte le vecchie apparenze, col
respiro sempre nuovo e largo tra cose sempre nuove e vive.
Mi s’è guastato il cuore; mi si sono logorati i polmoni: che me n’importa? Sarò
pazzo ma io vivo N’on ho casa, non ho stato. Vado all’ospedale? Vi prego di
credere che non ci sono mai andato da me, coi miei piedi: mi ci hanno sempre
trasportato gli altri, in barella privo di sensi. Mi ci sono ritrovato e mi son
subito detto
– Ah, eccoci qua! Ora bisogna cacciar fuori la lingua.
Inizio pagina

|
|
E subito, volenteroso e obbediente, invece di lamentarmi, l’ho cacciata fuori a
ogni richiesta per uscirmene presto.
Che effetto curioso fa la faccia dell’uomo - medico o infermiere - guardata da
sotto in su, stando a giacere su un letto, che ve la vedete sopra coi due buchi
del naso che vengono fuori e l’arco della bocca che va in su, di qua e di là,
dalla pallottola del mento. E quando questa bocca vi parla, e vedete sottosopra
la chiostra dei denti, la puntina in mezzo del labbro superiore e il principio
del palato!
Anche senza sentire quello che la bocca vi dice, v’assicuro che si perde il
rispetto dell’umanità.
Ma io vi ho promesso di parlarvi della mano d’un malato povero.
La premessa è stata lunga, ma forse non del tutto inutile; perché voi almeno
così, adesso, non mi domanderete nulla di quello che vi premerebbe più di sapere
per commuovervi al modo solito, cioè le notizie di fatto:
a) chi fosse quel malato;
b) perché fosse lì;
c) che male avesse.
Niente, cari miei, di tutto questo. Io
non so nulla di nulla; non mi sono curato di saper nulla, come forse avrei
potuto domandandone notizie agl’infermieri. Io ho visto solamente la sua mano e
non posso parlarvi d’altro.
Ve ne contentate? E allora, eccomi qua.
Fu nell’ospedale in cui sono stato l’ultima volta. Ma non fate codesta faccia
afflitta, da imbecilli, perché non vi narro una storia triste. Tra me e
l’ospedale - benché non possa soffrire i medici e la loro scienza - ho saputo
sempre stabilire dolci e delicatissime relazioni.
Figuratevi che quest’ospedale di cui vi parlo, aveva la squisita attenzione
verso i suoi ricoverati d impedire che l’uno vedesse la faccia dell’altro,
mediante un scaraventino a una sola banda, o piuttosto, un telaio a cui con
puntine si fissava ai quattro angoli una tendina di mussola cambiata ogni
settimana, lavata, stirata e sempre candida. Certi giorni, tra tutto quel
bianco, pareva di stare in una nuvola, e, con la benefica illusione della
febbre, di veleggiare nell’azzurro ch’entrava dalle vetrate dei finestroni.
Ogni lettino, nella lunga corsia luminosa, aerata, aveva accanto, a destra, il
riparo d’un di quei telai, che non arrivava oltre l’altezza del guanciale.
Sicché io del malato che mi stava a sinistra veramente non potevo veder altro
che la mano, quand’egli tirava il braccio fuori dalle coperte e l’abbandonava
sul lettino. Mi misi a contemplare con curiosità amorosa questa mano, e da essa
a poco a poco mi feci narrare la favola che vi dirò.
Me la narrò coi cenni, s’intende, forse incoscienti, che di tanto in tanto
faceva; con gli atteggiamenti in cui s’abbandonava, macra, ingiallita, su la
bianca coperta, ora sul dorso, con la palma in su e le dita un po’ aperte e
appena contratte, in atto di totale remissione alla sorte che l’inchiodava come
a una croce su quel letto; ora serrando il pugno, o per un fitto spasimo
improvviso o per un moto d’ira e d’impazienza, a cui succedeva sempre un
rilassamento di mortale stanchezza.
Compresi ch’era la mano d’un malato povero, perché, quantunque accuratamente
lavata come l’igiene negli ospedali prescrive, serbava tuttavia nella gialla
magrezza un che di sudicio, indetersibile; che non è sudicio propriamente nella
mano dei poveri, ma quasi la patina della miseria che nessun’acqua mai porterà
via. Si scorgeva questa pàtina nelle nocche aguzze e un po’ scabre delle dita;
nelle pieghe interne cartilaginose delle falangi, che facevano pensare al collo
della tartaruga; nei segni incisi sulla palma che sono, come si dice il suggello
della morte nella mano dell’uomo.
E allora mi diedi a immaginare a che mestiere fosse addetta quella mano.
Non certo a un rude mestiere, perché era gracile e fina, quasi femminea, per
nulla deformata o attrappita, se non forse un po’ nell’indice che appariva
soverchiamente tenace nell’ultima falange, e nel pollice un po’ troppo
ripiegati! in dentro, e dal nodo alla giuntura eccessivamente sviluppato.
Notai che spesso questo pollice s’assoggettava da sè, come per abitudine, alla
pressura della punta dell’indice, quasi che il malato inconsciamente con quella
pressura si richiamasse a una realtà lontana e la toccasse lì, su quel pollice
così premuto; la realtà della sua esistenza, da sano. Forse una bottega
impregnata dal tanfo particolare delle stoffe nuove, disposte in pezze, con
ordine, le une su le altre negli scaffali e su panche e nelle vetrine; un banco
di vendita; una tavola da tagliatore con sè distesa una stoffa segnata e un palo
di grosse cesoje sopra; un gattone bigio sotto quella tavola; i lavoratori
seduti in fila di qua e di là, intenti a imbastire, a passare a macchina, e lui
tra questi. Non gli piaceva, forse, questa realtà; forse egli non era tutto in
quel suo mestiere; ma il suo mestiere era pur lì in quelle due dita, in quel
pollice che da sè ormai dopo tant’anni, per abitudine, s’assoggettava alla
pressura dell’indice. E qua, adesso, per lui era una più triste realtà il vuoto
e l’ozio doloroso di quella corsia d’ospedale, la malattia, l’attesa stanca e
piena d’angoscia, chi sa, forse della morte.
Sì: senza dubbio, quella era la mano d’un sarto.
Da un altro cenno di essa compresi poi che quel sarto povero doveva esser padre
da poco, aveva certo un bambino.
Levava di tanto in tanto sotto le coperte un ginocchio. La mano, dapprima
inerte, si alzava con le dita tremolanti e quasi vagava su quel ginocchio
levato, in una carezza intorno, che non era certo rivolta al ginocchio.
A chi poteva esser rivolta quella carezza?
Forse gli arrivava lì al ginocchio, la testa del suo bambino, e lì quella mano
soleva carezzare i capellucci freschi e morbidi come la seta, di quella
testolina.
Certo, gli occhi del malato mentre la mano illusa, vagellante, accennava sul
ginocchio la carezza, stavano chiusi, vedevano sotto le pàlpebre la testolina, e
le palpebre si gonfiavano di lagrime calde, che traboccavano alla fine sul volto
ch’io non vedevo. Ecco, difatti, la mano interrompeva la vaga carezza, spariva
dietro il telaio, dopo aver sollevato la rimboccatura del lenzuolo. E, poco
dopo, quella rimboccatura era rimessa in sesto e bagnata in un punto, dalle
lagrime.
Dunque, aspettate: sarto e padre d’un bambino. Ora vedrete che la storia si
complica un poco. Ma niente: son sempre i cenni e gli atteggiamenti di quella
mano.
Una mattina, io mi riscossi tardi da uno dei letarghi profondi, di piombo, che
sogliono seguire ai più forti accessi di quel male, ch’è forse il più grave tra
i tanti di cui soffro.
Aprendo gli occhi, vidi attorno al letto del mio vicino molta gente, uomini,
donne, forse parenti. In prima pensai che fosse morto. No. Nessuno piangeva,
nessuno si lamentava. Parlavano anzi col malato e tra loro festosamente,
quantunque a bassa voce per non disturbare gli altri malati.
Non era giorno di visita. Come e perché, dunque, era stata ammessa tutta quella
gente fino al letto del malato?
Non udivo, né volevo udire le loro parole. Anche la loro vista m’era grave agli
occhi, nello stordimento lasciatomi dal lungo letargo. Socchiusi le palpebre.
Il corpo d’una vecchia grassa, che mi voltava le spalle, presso il paraventino,
specialmente il suo sedere enorme e la sua gonna rigonfia, tutta a fitte
piegoline e a quadretti rossi e neri, m’ingombrava, mi pesava come un incubo
intollerabile. Non mi pareva l’ora che tutti se n’andassero. Tra le pàlpebre
socchiuse mi parve d’intravedere la figura alta d’un prete; non ci feci caso.
Forse ricaddi, anzi certamente ricaddi per lungo tempo nel letargo. I quadretti
rossi e neri di quella gonna mi tesero come una rete, una grata di prigione con
sbarre di fuoco e sbarre d ombra, e quelle di fuoco mi bruciavano gli occhi.
Quando li riaprii, attorno al letto di quel malato non c’era più nessuno.
Cercai la sua mano. Attorno all’anulare, un cerchietto d’oro: una fede. Ah,
ecco, sposino. Le nozze! Quella gente era venuta per farlo sposare.
– Povera mano, tu casi gialla, così macra, con quel segno d’amore? Eh no! Di
morte. Su un letto d’ospedale, non si sposa che in previsione della morte.
Dunque, il male era inguaribile. Si: me l’aveva detto chiaramente la mano,
troppo incerta nel tatto, nei movimenti. Con che lenta tristezza, ora, faceva
girar col pollice quell’anellino troppo largo attorno all’anulare!
E certo gli occhi guardavano lontano, pur fissi in quel cerchietto d’oro Cosi
vicino; e la mente forse pensava:
– Quest’anellino... Che vuol dire? Sto per sciogliermi da tutto, e m’ha voluto
legare. A chi mi lega? per quanto? Oggi me l’hanno messo al dito; domani forse
verranno a levarmelo.
La mano s’alzò e si tese ferma davanti al volto. Più davvicino volle esser
guardata con quell’anellino d’un giorno, che avrebbe potuto dir tante cose e una
sola ne diceva, triste, tanto triste.
Ma forse poi pensò che, sì, qualche cosa pure quell’anellino legava: legava il
suo nome alla vita del suo figliuolo. Gli era nato prima delle nozze, quel
figliuolo, e non aveva nome; ora l’avrebbe avuto. Gli levava dunque un rimorso
quell’anellino.
Tornò col pollice ad accarezzarselo; poi la mano, stanca, ricadde sul letto.
La mattina dopo, non la vidi più la indovinai appena da una piega del lenzuolo
steso su tutto il letto a riparo da certe mosche che sentono la morte da un
miglio lontano.
Inizio
pagina
 |
|
|
|
|