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NOVELLE PER UN ANNO - 1928 - "IL VIAGGIO"
Pubblicata nel 1928, la raccolta «Il viaggio» costituisce il dodicesimo
volume delle Novelle per un anno. I
nclude racconti quasi tutti già editi tra il
1897 ed il 1926. |
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2. Il libretto rosso (1911)
«Corriere della Sera», 2 ottobre 1911, poi in «Terzetti», Treves, Milano 1912.
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Nisia. Grosso borgo affaccendato, su
una striscia di spiaggia del mare africano.
Nascere in mal punto non è prerogativa soltanto degli uomini. Anche un borgo non
nasce come o dove vorrebbe, ma là dove per qualche necessità naturale urga la
vita. E se troppi uomini, costretti da questa necessità, convengono in quel
punto e troppi ve ne nascono e il punto è troppo angusto, per forza il borgo
deve crescere male.
Nisia, se ha voluto crescere, s’è dovuto arrampicare, una casa sull’altra, per
le marne scoscese dell’altipiano imminente, il quale, poco oltre il borgo,
strapiomba minaccioso sul mare. Liberamente avrebbe potuto estendersi su questo
altipiano vasto e arioso; ma si sarebbe allora allontanato dalla spiaggia. Forse
una casa, posta per forza lassù, un bel giorno, sotto il cappello delle tegole e
stretta nello scialle del suo intonaco, si sarebbe veduta scendere come una
papera alla spiaggia. Perché lì, sulla spiaggia, orge la vita.
Sull’altipiano quelli di Nisia hanno posto il cimitero. Il respiro è lassù, per
i morti.
– Lassù respireremo –, dicono quelli di Nisia.
E dicono così, perché giù, sulla spiaggia, non si respira; in mezzo al traffico
tumultuoso e polverulento dello zolfo, del carbone, del legname, dei cereali e
dei salati, non si respira. Se vogliono respirare, debbono andare lassù; ci
vanno da morti, e si figurano che, morti, respireranno.
È una bella consolazione.
Molta indulgenza bisogna avere per gli abitanti di Nisia, perché non è molto
facile essere onesti quando si sta male.
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Cova in quelle case oppresse, tane più che case, un tristo tanfo umido e acre,
che corrompe a lungo andare ogni virtù. Concorrono a questa corruzione della
virtù, cioè a crescere il tanfo, il majaletto e le galline, e, non di rado,
anche qualche scalpicciante somarello. Il fumo non trova sfogo e ristagna in
quelle tane e annegra soffitto e pareti. E che smorfie di disgusto fanno dalle
stampacce fuligginose i santi protettori appesi a quelle pareti!
Gli uomini lo sentono meno, imbricati e imbestiati come sono tutto il giorno
sulla spiaggia o sulle navi; le donne, lo sentono; e ne sono come arrabbiate, e
pare che questa loro rabbia sfoghino facendo figliuoli. Quanti ne fanno! Chi
dodici, chi quattordici, chi sedici... Vero è che poi non riescono a tirarne su
più di tre o quattro. Ma quelli che muojono in fasce ajutano a crescere e a
prendere stato quei tre o quattro, non si sa se più fortunati o sfortunati; ché
ogni donna, subito dopo la morte d’uno di quei figliuoli, corre all’ospizio dei
trovatelli e se ne prende uno, con la scorta d’un libretto rosso, che vale per
parecchi anni trenta lire al mese.
Tutti i mercanti di tele e d’altre stoffe sono a Nisia Maltesi. Anche se nati in
Sicilia, sono Maltesi. "Andare dal Maltese" vuol dire a Nisia andare a
provvedersi di tela. E i Maltesi, armati di mezzacanna, fanno a Nisia affaroni:
fanno incetta di quei libretti rossi; dànno per ciascun libretto duecento lire
di roba: un corredo da sposa. Le ragazze a Nisia si maritano tutte così, coi
libretti rossi dei trovatelli, a cui le mamme in compenso dovrebbero dare il
latte.
È bello vedere, alla fine d’ogni mese, la processione dei panciuti e taciturni
Maltesi, in pantofole ricamate e berretto di seta nera, un fazzolettone turchino
in una mano e nell’altra la tabacchiera d’osso o d’argento, al Municipio di
Etisia, ciascuno con sette o dieci o quindici di quei libretti rossi di
baliatico. Seggono in fila sulla panca del lungo corridojo polveroso ove si apre
lo sportello dell’ufficio d’esattoria, e ognuno aspetta il suo turno,
pacificamente pisolando o infrociando tabacco o cacciando via le mosche pian
piano. Il pagamento del balistico ai Maltesi è ormai a Nisia tradizionale.
– Marenga Rosa –, grida l’esattore.
– Presente –, risponde il Maltese.
Marenga Rosa De Nicolao è famosa al Municipio di Nisia. Da più di vent’anni
nutre l’usura dei Maltesi con una serie quasi ininterrotta di quei libretti
rossi.
Quanti figliuoli le sono morti in fasce? Non ne ricorda più il numero neppur
lei. Ne ha tirati su quattro, femmine. Tre le ha già maritate. Ora ha la quarta
sposa.
Ma non si sa più se sia donna o strofinaccio. Tanto che i Maltesi, a cui si è
rivolta per le tre prime figliuole, si sono rifiutati per questa quarta di farle
credito.
– Gnora Rosilla, non gliela fate.
– Io? Non gliela faccio, io?
Si è sentita offesa nella dignità di bestia per tanti anni buona per razza e per
latte e, poiché non si discute coi taciturni Maltesi, ha strillato ferocemente
davanti alle botteghe.
Se all’ospizio le hanno affidato un trovatello, non è segno che hanno
riconosciuto in lei la possibilità di allevarlo?
Ma a questo argomento i Maltesi, nell’ombra, dietro il banco della bottega,
hanno sorriso sotto il naso, tentennando il capo.
Si può supporre che essi non abbiano molta fiducia nel medico e nell’assessore
comunale incaricati di sorvegliare alla sorte dei trovatelli dell’ospizio. Ma
non è questo. I Maltesi sanno che agli occhi di quel medico e di quell’assessore
il compito d’una madre che deve maritar la figliuola e non ha altro mezzo che
quello d’un libretto rosso, è assai più grave e merita maggior considerazione
che il compito d’allevare un trovatello, il quale, se muore, a chi fa male? e
chi se ne lagna, se patisce?
Una figliuola è una figliuola; un trovatello è un trovatello. E se la figliuola
non si marita, c’è pericolo che si metta a far crescere anche lei il numero dei
trovatelli, a cui il municipio dovrà poi provvedere.
Se però per il Municipio la morte d’un trovatello è una fortuna, è per il
Maltese per lo meno un cattivo affare, anche se riesca a riprendersi la roba
anticipata. Non sono rare perciò, in certe ore del giorno, le visite di
perlustrazione dei Maltesi, sotto colore di giratina per sollievo, in quei
sudici vicoli formicolanti di bimbi ignudi ferrigni arsicci, di majaletti
cretacei e di galline, ove da un uscio all’altro ciarlano o più spesso leticano
tutte quelle mamme dai libretti rossi.
Dei trovatelli i Maltesi si prendono la stessa cura che dei majaletti le donne.
Qualche Maltese, al colmo della costernazione, è arrivato perfino a far dare a
un trovatello molto deperito una bevutina di latte dalla propria moglie per una
mezz’oretta al giorno.
Basta. Rosa Marenga ha trovato alla fine un Maltese di second’ordine, un
maltesino principiante, il quale le ha promesso di darle un po’ per volta non,
come di solito, duecento lire di roba, ma centoquaranta. Lo sposo della
figliuola e i suoi parenti se ne sono contentati, e si sono stabilite le nozze.
Ora il trovatello affamato entro una specie di sacco sospeso con l’arcuccio a
due funi in un angolo della tana, strilla da mane a sera, e Tuzza, la figliuola
fidanzata di Rosa Marenga fa all’amore, conversa col promesso sposo, ride cuce
il suo corredo e, di tanto in tanto, tira la cordicella legata a quella culla
primitiva e la fa dondolare:
– Aòh, bello, aòh, Fiamma Santissima, com’è "rètico" questo nutrico!
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Rètico viene da eretico e significa inquieto, bizzoso, fastidioso, scontento.
Non si può dire che non sia un modo blando, per gente cristiana, di giudicare
gli eretici. Un po’ di latte, e quel bambino diventerebbe subito cristiano! Ma
ne ha tanto poco mamma Rosa, di latte.
Bisogna bene che Tuzza si rassegni ad andare a nozze con quella musica di
strilli disperati. Se ella non avesse dovuto sposare, questa volta mamma Rosa,
in coscienza, non avrebbe preso dall’ospizio un trovatello. L’ha preso per lei;
il bimbo piange per lei, perché lei possa fare all’amore. E l’amore ha tanta
potenza, che non fa sentire gli strilli dell’affamato.
Il promesso sposo, del resto, che è uno scaricatore di bordo, viene di sera,
quando è finito il lavoro del porto; e, se la serata è bella, mamma, figliuola e
fidanzato se ne vanno sull’altipiano a respirare il chiaro di luna; e il
trovatello rimane a strillar solo al bujo, nella tana serrata, sospeso in quella
specie di cuna. Lo sentono i vicini, con smanioso fastidio e con angoscia, e per
pietà, tutti d’accordo, gli augurano la morte. Levano proprio il respiro, quegli
strilli ininterrotti.
Finanche il porcellino n’ha fastidio e sbuffa e grufola; e se ne inquietano,
raccolte sotto il forno, le galline.
Che borbottano tra loro le galline?
Qualcuna di esse è stata chioccia e ha provato l’angoscia, una volta, di
sentirsi chiamare da lontano da un suo pulcino sperduto. Starnazzando,
avventandosi di qua e di là con tutti i merluzzi della cresta erti, non s’era
data pace finché non lo aveva ritrovato. Ora, come mai la mamma di quel piccino,
che certo dev’essere anche lui sperduto, non accorre a quei disperati richiami?
Le galline sono tanto stupide che covano anche le uova fetale da altre, e quando
da queste uova non loro nascono i pulcini, normanno distinguerli da quelli nati
dalle uova loro e li amano e li allevano con la stessa cura. Non sanno poi, che
ai pulcini umani non basta il solo calore materno, ma è necessario anche il
latte. Il porcello lo sa, che ha avuto bisogno di latte anche lui, e n’ha avuto,
oh! ne ha avuto tanto, perché la mamma sua, benché porca, notte e giorno gliene
diede con tutto il cuore, finché ne volle. Esso perciò non sa concepire che si
possa strillar così per mancanza di latte e, aggirandosi per la tana buja,
protesta co’ suoi grugniti da ingordo contro il piccino sospeso nella cuna,
"rètico" anche per lui.
Sù, piccino, lascia dormire il porchetta grasso, che ha sonno; lascia dormire le
galline e il vicinato. Credi pure che te lo darebbe il latte mamma Rosa, se ne
avesse, ma non ne ha. Se di te non ha avuto pietà la tua mamma vera, la tua
mamma ignota, come vuol che ne abbia lei, che deve averla invece per la sua
figliuola? Lasciala respirare un po’ lassù, dopo una giornataccia di rudi
fatiche, e beare della gioja della sua figliuola innamorata, che passeggia sotto
la luna, a braccio del promesso sposo. Se tu sapessi che luminoso velo, trapunto
di rugiada e tutto sonoro di trilli argentini, stende la luna lassù! E fiorisce
spontaneo in quell’incanto delizioso un desiderio accorato di bontà. Tuzza si
promette in cuore d’essere una mamma amorosa per i suoi piccini.
Sù, povero piccolo, fatti capezzolo d’un tuo ditino, e succhia, succhia questo,
invece, e addormentati! Ditino? Oh Dio! Che hai fatto? Il pollice della tua
manina manca è diventato casi enorme che quasi non puoi più ficcartelo in bocca!
Enorme esso solo, quel dito, nella gracile manina gelida e rattrappita; enorme
esso solo in tutto il tuo corpicciuolo. Con codesto pollice in bocca, ti sei
tutto succhiato fino a non lasciare più che sola pelle attorno agli ossicini del
tuo scheletro. Come, dove trovi in te la forza di strillare ancora così?
Miracolo. Di ritorno dal chiaro di luna mamma, figliuola e fidanzato trovano,
una sera, nella tana un gran silenzio.
– Zitti, per carità! – raccomanda la mamma ai fidanzati che vorrebbero
indugiarsi ancora a conversare davanti la porta.
Zitti, sì; ma Tuzza non può trattenere lo scatto di certe risatine a qualche
parola che il fidanzato le sussurra all’orecchio. Parola o bacio? Al bujo si
vede.
Mamma Rosa è entrata nella tana, s’è appressata alla cuna, e tende l’orecchio.
Silenzio. Un raggio di luna s’è allungato dalla porta per terra come un
fantasma, nel bujo, fin sotto il forno, ove sono appollajate le galline.
Qualcuna ne prova fastidio e crocchia sotto sotto. Maledetta! E maledetto anche
il vecchio marito, che ritorna ubriaco al solito dalla bettola e inciampa nella
porta per scansare i due fidanzati.
Ma che! Il bimbo non si sveglia per nessun rumore. Eppure, ha il sonno così
lieve, che basta a svegliarlo il volo d’una mosca. Mamma Rosa se ne costerna;
accende il lume; guarda nella culla; allunga cauta una mano alla fronte del
piccino e subito caccia un grido.
Tuzza accorre; ma il fidanzato rimane perplesso e sgomento davanti la porta. Che
gli grida mamma Rosa? di venire a sciogliere in fretta in furia una delle funi
che reggono sospesa all’angolo la culla? E perché? Sù, presto! presto! Lo sa
lei, il perché, mamma Rosa! Ma il giovine, come raggelato d’un tratto dal
silenzio mortale del piccino, non sa più muovere un passo, resta a guardare
torbido e scuro dalla porta. E allora mamma Rosa, prima che il vicinato accorra,
balza lei su una seggiola e strappa la fune, gridando a Tuzza di parare il
morticino.
Che disgrazia’ che disgrazia! La fune s’è strappata, chi sa come! S’è strappata,
e il bimbo è caduto dalla culla, ed è morto’ L’hanno trovato morto, per terra,
freddo e duro! Che disgrazia! che disgrazia!
Tutta la notte, anche quando le ultime vicine accorse alle grida se ne sono
tornate a dormire nelle loro case, ella séguita a piangere e a strillare; e’
appena spunta il nuovo giorno, riprende a raccontare quella disgrazia a chiunque
s’affacci alla porta.
Ma come, caduto? Non ha nessuna ferita, nessun livido, nessuna ammaccatura quel
cadaverino. Ha soltanto una magrezza che incute ribrezzo, e nella manina manca
quel dito, quel pollice enorme!
Il medico necroscopo, dopo la visita, se ne va, facendo spallucce e smusate. C’è
tutto il vicinato che attesta a una voce che il bimbo è morto di fame. E il
promesso sposo, pur sapendo in quale angoscia dov’essere Tuzza, non si fa
vedere. Vengono invece, fredde fredde, piano piano, con le labbra cucite, la
mamma di lui e una sorella maritata, per assistere alla scena del Maltese, del
maltesino principiante, che piomba furibondo nella tana a riprendersi la roba
anticipata. Rosa Marenga strepita, si straccia i capelli, si dà manate su la
faccia e pugni sul petto, si scopre il seno per far vedere che ha latte ancora,
e invoca pietà e misericordia per la figliuola sposa, che le si conceda almeno
un comporto fino alla sera, il tempo di correre dal sindaco, dall’assessore e
dal medico dell’ospizio dei trovatelli, per carità! per carità! E scappa via,
così gridando, tutta scarduffata, con le braccia per aria, accompagnata dai
lazzi e dai fischi dei monelli.
Tutto il vicinato è in fermento là davanti la porta, attorno al maltesino che
s’è piantato di guardia alla sua roba, e alla madre e alla sorella del
fidanzato, che vogliono vedere come andrà a finire quella storia. Una vicina
caritatevole è entrata nella tana e, con l’ajuto di Tuzza che si scioglie in
lagrime, lava e veste il cadaverina.
L’attesa è lunga; il vicinato si stanca, si stancano i parenti del fidanzato e
tutti se ne vanno alle loro case. Solo il maltesino resta lì di guardia,
irremovibile.
Si rincollano tutti davanti la porta sul far della sera, all’arrivo del carro
funebre municipale, che trasporterà il morticino al cimitero.
Lo hanno già inchiodato nella piccola bara d’abete; lo sollevano per introdurlo
nel carro, quando, tra gli urli di maraviglia e altri lazzi e altri fischi della
folla, sopravviene raggiante e trionfante Rosa Marenga con in braccio un altro
trovatello.
– Eccolo! eccolo! – grida, mostrandolo da lontano alla figlia che sorride tra le
lagrime, mentre il carro funebre s’avvia lentamente al cimitero.
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