Zi' Dima si mise all'opera gonfio d'ira e di dispetto. E
l'ira e il dispetto gli crebbero ad ogni foro che
praticava col trapano nella giara e nel lembo spaccato
per farvi passare il fil di ferro della cucitura.
Accompagnava il frullo della saettella con grugniti a
mano a mano più frequenti e più forti; e il viso gli
diventava più verde dalla bile e gli occhi più aguzzi e
accesi di stizza. Finita quella prima operazione,
scagliò con rabbia il trapano nella cesta; applicò il
lembo staccato alla giara per provare se i fori erano a
egual distanza e in corrispondenza tra loro, poi con le
tenaglie fece del fil di ferro tanti pezzetti quanti
erano i punti che doveva dare, e chiamò per ajuto uno
dei contadini che abbacchiavano.
- Coraggio, Zi' Dima! - gli disse quello, vedendogli la
faccia alterata.
Zi' Dima alzò la mano a un gesto rabbioso. Aprì la
scatola di latta che conteneva il mastice, e lo levò al
cielo, scotendolo, come per offrirlo a Dio, visto che
gli uomini non volevano riconoscerne le virtù: poi col
dito cominciò a spalmarlo tutt'in giro al lembo staccato
e lungo la spaccatura; prese le tenaglie e i pezzetti di
fil di ferro preparati avanti, e si cacciò dentro la
pancia aperta della giara, ordinando al contadino di
applicare il lembo alla giara, così come aveva fatto lui
poc'anzi. Prima di cominciare a dare i punti:
- Tira! - disse dall'interno della giara al contadino. -
Tira con tutta la tua forza! Vedi se si stacca più?
Malanno a chi non ci crede! Picchia, picchia! Suona, si
o no, come una campana anche con me qua dentro? Va', va'
a dirlo al tuo padrone!
- Chi è sopra comanda, Zi' Dima, - sospirò il contadino
- e chi è sotto si danna! Date i punti, date i punti.
E Zi' Dima si mise a far passare ogni pezzetto di fil di
ferro attraverso i due fori accanto, l'uno di qua e
l'altro di là della saldatura; e con le tanaglie ne
attorceva i due capi. Ci volle un'ora a passarli tutti.
I sudori, giù a fontana, dentro la giara. Lavorando, si
lagnava della sua mala sorte. E il contadino, di fuori,
a confortarlo.
- Ora ajutami a uscirne, - disse alla fine Zi' Dima.
Ma quanto larga di pancia, tanto quella giara era
stretta di collo. Zi' Dima, nella rabbia, non ci aveva
fatto caso. Ora, prova e riprova, non trovava più il
modo di uscirne. E il contadino invece di dargli ajuto,
eccolo là, si torceva dalle risa. Imprigionato,
imprigionato lì, nella giara da lui stesso sanata e che
ora - non c'era via di mezzo - per farlo uscire, doveva
essere rotta daccapo e per sempre.
Alle risa, alle grida, sopravvenne Don Lollò. Zi' Dima,
dento la giara, era come un gatto inferocito.
Fatemi uscire! - urlava -. Corpo di Dio, voglio uscire!
Subito! Datemi ajuto!
Don Lollò rimase dapprima come stordito. Non sapeva
crederci.
- Ma come? là dentro? s'è cucito là dentro?
S'accostò alla giara e gridò al vecchio:
- Ajuto? E che ajuto posso darvi io? Vecchiaccio stolido,
ma come? non dovevate prender prima le misure? Su,
provate: fuori un braccio... così! e la testa... su...
no, piano! Che! giù... aspettate! così no! giù, giù...
Ma come avete fatto? E la giara, adesso? Calma! Calma!
Calma! - si mise a raccomandare tutt'intorno, come se la
calma stessero per perderla gli altri e non lui. - Mi
fuma la testa! Calma! Questo è caso nuovo... La mula!
Picchiò con le nocche delle dita su la giara. Sonava
davvero come una campana.
- Bella! Rimessa a nuovo... Aspettate! - disse al
prigioniero. - Va' a sellarmi la mula! - ordinò al
contadino; e, grattandosi con tutte le dita la fronte,
seguitò a dire tra sé: «Ma vedete un po' che mi capita!
Questa non è giara! quest'è ordigno del diavolo! Fermo!
Fermo lì!»
E accorse a regger la giara, in cui Zi' Dima, furibondo,
si dibatteva come una bestia in trappola.
- Caso nuovo, caro mio, che deve risolvere l'avvocato!
Io non mi fido. La mula! La mula! Vado e torno, abbiate
pazienza! Nell'interesse vostro... Intanto, piano!
calma! Io mi guardo i miei. E prima di tutto, per
salvare il mio diritto, faccio il mio dovere. Ecco: vi
pago il lavoro, vi pago la giornata. Cinque lire. Vi
bastano?
- Non voglio nulla! - gridò Zi' Dima. - Voglio uscire.
- Uscirete. Ma io, intanto, vi pago. Qua, cinque lire.
Le cavò dal taschino del panciotto e le buttò nella
giara. Poi domandò, premuroso:
- Avete fatto colazione? Pane e companatico, subito! Non
ne volete? Buttatelo ai cani! A me basta che ve l'abbia
dato.
Ordinò che gli si désse; montò in sella, e via di
galoppo per la città. Chi lo vide, credette che andasse
a chiudersi da sé in manicomio, tanto e in così strano
modo gesticolava.
Per fortuna, non gli toccò di fare anticamera nello
studio dell'avvocato; ma gli toccò d'attendere un bel
po', prima che questo finisse di ridere, quando gli ebbe
esposto il caso. Delle risa si stizzì.
- Che c'è da ridere, scusi? A vossignoria non brucia! La
giara è mia!
Ma quello seguitava a ridere e voleva che gli rinarrasse
il caso com'era stato, per farci su altre risate.
"Dentro, eh? S'era cucito dentro? E lui, don Lollò che
pretendeva? Te... tene... tenerlo là dentro... ah ah
ah... ohi ohi ohi... tenerlo là dentro per non perderci
la giara?"
- Ce la devo perdere? - domandò lo Zirafa con le pugna
serrate. - Il danno e lo scorno?
- Ma sapete come si chiama questo? - gli disse infine
l'avvocato. - Si chiama sequestro di persona!
- Sequestro? E chi l'ha sequestrato? - esclamò lo Zirafa.
- Si è sequestrato lui da sé! Che colpa ne ho io?
L'avvocato allora gli spiegò che erano due casi. Da un
canto, lui, Don Lollò, doveva subito liberare il
prigioniero per non rispondere di sequestro di persona;
dall'altro il conciabrocche doveva rispondere del danno
che veniva a cagionare con la sua imperizia o con la sua
storditaggine.
- Ah! - rifiatò lo Zirafa. Pagandomi la giara!
- Piano! - osservò l'avvocato. - Non come se fosse
nuova, badiamo!
- E perché?
- Ma perché era rotta, oh bella!
- Rotta? Nossignore. Ora è sana. Meglio che sana, lo
dice lui stesso! E se ora torno a romperla, non potrò
più farla risanare. Giara perduta, signor avvocato!
L'avvocato gli assicurò che se ne sarebbe tenuto conto,
facendogliela pagare per quanto valeva nello stato in
cui era adesso.
- Anzi - gli consigliò - fatela stimare avanti da lui
stesso.
- Bacio le mani - disse Don Lollò, andando via di corsa.
Di ritorno, verso sera, trovò tutti i contadini in festa
attorno alla giara abitata. Partecipava alla festa anche
il cane di guardia, saltando e abbajando. Zi' Dima s'era
calmato, non solo, ma aveva preso gusto anche lui alla
sua bizzarra avventura e ne rideva con la gajezza mala
dei tristi.
Lo Zirafa scostò tutti e si sporse a guardare dentro la
giara.
- Ah! Ci stai bene?
- Benone. Al fresco - rispose quello. - Meglio che a
casa mia.
- Piacere. Intanto ti avverto che questa giara mi costò
quattr'onze nuova. Quanto credi che possa costare
adesso?
- Come me qua dentro? - domandò Zi' Dima.
I villani risero.
- Silenzio! - gridò lo Zirafa. - Delle due l'una: o il
tuo mastice serve a qualche cosa, o non serve a nulla:
se non serve a nulla tu sei un imbroglione; se serve a
qualche cosa, la giara, così com'è, deve avere il suo
prezzo. Che prezzo? Stimala tu.
Zi' Dima rimase un pezzo a riflettere, poi disse:
- Rispondo. Se lei me l'avesse fatta conciare col
mastice solo, com'io volevo, io, prima di tutto, non mi
troverei qua dentro, e la giara avrebbe su per giù lo
stesso prezzo di prima. Così conciata con questi
puntacci, che ho dovuto darle per forza di qua dentro,
che prezzo potrà avere? Un terzo di quanto valeva, sì e
no.
- Un terzo? - domandò lo Zirafa. - Un'onza e trentatré?
- Meno sì, più no.
- Ebbene, - disse Don Lollò. - Passi la tua parola, e
dammi un'onza e trentatré.
- Che? - fece Zi' Dima, come se non avesse inteso.
- Rompo la giara per farti uscire, - rispose Don Lollò -
e tu, dice l'avvocato, me la paghi per quanto l'hai
stimata: un'onza e trentatré.
- Io pagare? - sghignazzò Zi' Dima. - Vossignoria
scherza! Qua dentro ci faccio i vermi.
E, tratta di tasca con qualche stento la pipetta
intartarita, l'accese e si mise a fumare, cacciando il
fumo per il collo della giara.
Don Lollò ci restò brutto. Quest'altro caso, che Zi'
Dima ora non volesse più uscire dalla giara, nè lui nè
l'avvocato l'avevano previsto. E come si risolveva
adesso? Fu lì lì per ordinare di nuovo: «La mula», ma
pensò che era già sera.
- Ah, sì - disse. - Tu vuoi domiciliare nella mia giara?
Testimonii tutti qua! Non vuole uscirne lui, per non
pagarla; io sono pronto a romperla! Intanto, poiché
vuole stare lì, domani io lo cito per alloggio abusivo e
perché mi impedisce l'uso della giara.
Zi' Dima cacciò prima fuori un'altra boccata di fumo,
poi rispose placido:
- Nossignore. Non voglio impedirle niente, io. Sto forse
qua per piacere? Mi faccia uscire, e me ne vado
volentieri. Pagare... neanche per ischerzo, vossignoria!
Don Lollò, in un impeto di rabbia, alzò un piede per
avventare un calcio alla giara; ma si trattenne; la
abbrancò invece con ambo le mani e la scrollò tutta,
fremendo.
- Vede che mastice? - gli disse Zi' Dima.
- Pezzo da galera! - ruggì allora lo Zirafa. - Chi l'ha
fatto il male, io o tu? E devo pagarlo io? Muori di fame
là dentro! Vediamo chi la vince!
E se ne andò, non pensando alle cinque lire che gli
aveva buttate la mattina dentro la giara. Con esse, per
cominciare, Zi' Dima pensò di far festa quella sera coi
contadini che, avendo fatto tardi per quello strano
accidente, rimanevano a passare la notte in campagna,
all'aperto, su l'aja. Uno andò a far le spese in una
taverna lì presso. A farlo apposta, c'era una luna che
pareva fosse raggiornato.
A una cert'ora don Lollò, andato a dormire, fu svegliato
da un baccano d'inferno. S'affacciò a un balcone della
cascina, e vide su l'aja, sotto la luna, tanti diavoli;
i contadini ubriachi che, presisi per mano, ballavano
attorno alla giara. Zi' Dima, là dentro, cantava a
squarciagola.
Questa volta non poté più reggere, Don Lollò: si
precipitò come un toro infuriato e, prima che quelli
avessero tempo di pararlo, con uno spintone mandò a
rotolare la giara giù per la costa. Rotolando,
accompagnata dalle risa degli ubriachi, la giara andò a
spaccarsi contro un olivo.