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E quasi quasi, nel comporre l'epigrafe, avrebbe voluto saper la data precisa
della sua morte per compier bene l'iscrizione e lasciare tutto in perfetto
ordine.
Ma data - ecco - data quella concezione di tombe per coniugi senza prole, le
epigrafi, necessariamente, per non rompere l'armonia dell'insieme, dovevano
rispondersi così.
Assuntosi, com'era suo dovere, il triste incarico di provvedere ai funerali, al
trasporto, al seppellimento del suo povero amico Zorzi, il Gàttica-Mei aveva
trovato per l'epigrafe di lui una variante, una variante che, perbacconaccio! a
pensarci prima... Ma già, avviene sempre così: col tempo, con la riflessione,
tutto si perfeziona... Quell'«aspetta in pace lo sposo» dell'epigrafe della
moglie gli sembrava adesso troppo freddo, troppo semplice, troppo asciutto, in
confronto con Gerolamo Zorzi che, nella nicchia a destra della sua gentilizia,
giaceva
IN ATTESA CHE LA FIDA COMPAGNA
VENGA A DORMIRGLI ACCANTO
Come sonava meglio! Come riempiva bene
l'orecchio!
Non gli pareva l'ora d'arrivare a quella gentilizia per riceverne la lode, che
in coscienza credeva di meritarsi, dalla vedova Zorzi.
Ma questa, dopo aver recitato in ginocchio una preghiera e aver deposto il mazzo
di fiori a piè della lapide, rialzatosi il lungo velo e letta l'epigrafe, si
voltò a guardarlo, pallida, accigliata, severa, ed ebbe un fremito nel mento,
dove spiccava nero un grosso porro peloso, animato da un tic, che le si soleva
destare nei momenti di più fiera irritazione.
- Mi pare che... che vada bene... no? - osò domandare egli, perplesso, afflitto,
intimidito.
- Poi, a casa, - rispose con due scatti secchi la Zorzi. - Non possiamo mica
discutere qua, ora.
E riguardò la tomba, e scrollò lievemente il capo, a lungo, e infine si recò a
gli occhi il fazzoletto listato di nero. Pianse veramente; si scosse tutta anzi
per un impeto violento di singhiozzi a stento soffocati. Allora anche il
Gàttica-Mei cavò fuori con due dita da un polsino la pezzuola profumata, poi si
tolse con l'altra mano le lenti, e s'asciugò pian pianino, a più riprese, prima
un occhio e poi l'altro.
- No! Tu no! - gli gridò, convulsa, rabbiosamente, la vedova, riavendosi a un
tratto dal pianto. - Tu, no!
E si soffiò il naso, rabbiosamente.
- Per... perché? - barbugliò il Gàttica-Mei.
- Poi; a casa, - scattò di nuovo la Zorzi.
Quegli allora si strinse nelle spalle, si provò ad aggiungere:
- Mi pareva... non so...
Guardando ancora una volta l'epigrafe, fermò gli occhi su quel «fida compagna»
che... sì, certamente... ma, santo Dio! frase ovvia, consacrata ormai
dall'uso... Si diceva «fida compagna», come «vaso capace», «parca mensa»... Non
ci aveva proprio fatto caso, ecco. Balbettò:
- Forse... capisco... ma...
- Ho detto, a casa, - ripeté per la terza volta la Zorzi. - Ma, del resto,
poiché ci teneva tanto... anche lui, povero Momo, ci teneva, a questo capolavoro
qua... faccio notare: due colonnine, due lampade... perché? Una bastava.
- Una? come? eh! - fece il Gàttica-Mei, stupito aprendo le mani, con un sorriso
vano.
- La simmetria, è vero? - domandò agra la Zorzi. - Ma, senza figli, senz'altri
parenti: finché uno è in piedi, può venire ad accendere all'altro la candela.
Chi la accenderà a me, quella, poi? E, di là, a te?
- Già... - riconobbe, un po' scosso e smarrito, il Gàttica-Mei, portandosi
istintivamente le mani alla nuca per rialzarsi dietro gli orecchi le due ali di
capelli, con un gesto che gli era solito, ogni qual volta perdeva ma per poco la
padronanza di sé (veramente, con la Zorzi, gli avveniva piuttosto di frequente).
- Però, ecco, - si riprese: - Faccio notare anch'io: allora... e non sia mai,
veh: allora tutt'e due le lampade, qua e là, resteranno spente e...
La simmetria era salva. Ma la vedova Zorzi non volle darsi per vinta.
- E con ciò? Una, intanto, quella, resterà sempre lì, nuova, intatta, non accesa
mai, inutile. Dunque, se ne poteva fare a meno, e una bastava.
- Lo stesso è da me, - disse il Gàttica-Mei. - E, - aggiunse più a bassa voce e
abbassando anche gli occhi, - dovremmo morire tutt'e due insieme, Chiara...
- Tu verresti ad accendermi qua la candela, o io a te di là, è vero? - domandò
con più acredine la Zorzi. - Grazie, caro, grazie! Ma questa è la discussione
che faremo a casa.
E con un gesto della mano, quasi allontanandolo, lo mandò a deporre il mazzo di
fiori su la tomba della moglie.
Ella, col capo inclinato su l'indice della mano destra teso all'angolo della
bocca, rimase a mirare in silenzio la lapide del marito, mentre una rosa mezzo
sfogliata accanto alla colonnina, tentennando appena sul gambo a un soffio di
vento, pareva crollasse il capo amaramente per conto del buon Momolo Zorzi lì
sottoterra.
Ma non s'era mica impuntata per la menzogna di quella frase convenzionale, la
vedova Zorzi, come il Gàttica-Mei aveva ingenuamente supposto.
Sapeva, sapeva bene, ella, che nei cimiteri le epigrafi non sono fatte per
l'onore dei morti, che se lo mangiano i vermi; ma solamente per la vanità dei
vivi.
Non già, dunque, per l'inutile offesa al marito morto s'era ella indignata, ma
per l'offesa che quell'epigrafe conteneva per lei viva.
Che intenzioni aveva il signor Gàttica-Mei? Con chi credeva d'aver da fare?
S'era immaginato, dettando quell'epigrafe, che, lei viva e lui vivo, dovessero
restar vincolati, schiavi dello stupido ordine, della stupida simmetria di quei
due letti a due, là, fatti per la morte? che la menzogna, la quale... sì, poteva
avere un certo valor decorativo per la morte, dovesse ancora sussistere e
imporsi da quelle due lapidi alla vita? Ma per chi la prendeva, dunque, il
signor avvocato Gàttica-Mei? Supponeva che ella, per quell'«aspetta in pace lo
sposo» della gentilizia di lui e per quell'«in attesa che la fida compagna,
ecc.» della gentilizia del marito, dovesse graziosamente prestarsi a rimanere
ancora la sua comoda amante, per andarsene poi da «fida compagna» a giacere,
anzi «a dormire» accanto allo sposo, e lui accanto alla «moglie esemplare»?
Eh, no! eh, no, caro signor avvocato!
Le menzogne inutili stavano bene lì, incise sui morti. Qua, nella vita, no. Qua
le utili si era costretti a usare, o a subir le necessarie. E lei, donna onesta,
ne aveva (Dio sa con che pena!) subita una per tre anni, vivendo il marito. Ora
basta! Perché avrebbe dovuto subirla ancora, questa menzogna, finita la
necessità con la morte dello Zorzi? per il vincolo di quelle tombe stupide?
vincolo, ch'egli, ponendo subito le mani avanti, con la nuova epigrafe, s'era
affrettato a ribadire?
Eh, no! eh, no, caro signor avvocato! Menzogna inutile, ormai, quella «fida
compagna».
Donna onesta, lei, per necessità aveva potuto ingannare il marito, da vivo;
avrebbe voluto il signor avvocato che seguitasse a ingannarlo anche da morto,
ora, senza un perché, o per il solo fatto ridicolo, che esistevano là quelle due
tombe gemelle? Eh via! Da vivo, va bene, ella non aveva potuto farne a meno; ma
da morto, no, non voleva più ingannare il marito. La sua onestà, la sua dignità,
il suo decoro non glielo consentivano. Libero il signor avvocato già da tre
anni: libera anche lei, adesso; o ciascuno per sé, onestamente; o uniti,
onestamente, innanzi alla legge e innanzi all'altare.
La discussione fu lunga e aspra.
L'avvocato Gàttica-Mei confessò in prima candidamente che nulla, proprio nulla
di quanto ella aveva sospettato con maligno animo gli era passato per il capo
nel dettar quell'epigrafe. Se per poco ella fosse entrata nello spirito di
quella sua concezione di tombe per coniugi senza prole, avrebbe compreso che
quelle epigrafi là venivano da sé, naturalmente, come conseguenze inevitabili.
Ridicola quella concezione? Oh, questo poi no; questo poi no...
- Ridicola, ridicola, ridicola, - raffermò tre volte con focosa stizza la vedova
Zorzi. - Ma pensa, lì, quella tua moglie esemplare che ti aspetta in pace... Non
mi far dire ciò che non vorrei! So bene io, e tu meglio di me, quel che passasti
con lei...
- E che c'entra questo?
- Lasciami dire! Quando mai ti comprese, povera Margherita! Se ti afflisse
sempre! E non venivi forse a sfogarti qua, con Momo e con me?
- Sì... ma...
- Lasciami dire! E perché t'amai io? io che, a mia volta, non mi sentivo
compresa dal povero Momo? Ah, Dio, nulla più dell'ingiustizia fa ribellare... Ma
tu volesti rimaner fedele fino all'ultimo a Margherita, e dettasti quella
bell'epigrafe. T'ammirai allora; sì; ti ammirai tanto più, quanto più stimavo
tua moglie indegna della tua fedeltà. Poi... sì, è inutile, è inutile
parlarne... non seppi dirti di no. Ma non avrei dovuto farlo, io! come non lo
facesti tu, finché visse tua moglie. Avrei dovuto aspettare anch'io che Momo
morisse. Così, io sola sono venuta meno a' miei doveri! Anche tu, sì... ma verso
l'amico: sposo, fosti fedele! E questo, vedi, ora che tua moglie e mio marito se
ne sono andati, e tu sei restato, solo, qua, di fronte a me, questo mi pesa più
di tutto. E perciò parlo! Sono una donna onesta, io, come tua moglie; onesta
come te, come mio marito! E voglio essere tua moglie, capisci? o niente! Ah, sei
fanatico tu della bella concezione? Ma immagina me, ora, stesa lì accanto a mio
marito, «fida compagna»... È buffo! atrocemente buffo! Chi sa, e anche chi non
sa niente, vedendo lì quelle due gentilizie, - «Oh,» dirà, «ma guardate, ma
ammirate qua, che pace tra questi coniugi!» - Sfido, morti! Caricatura,
caricatura, caricatura.
E il porro peloso, animato dal tic, rimase a fremerle per più di cinque minuti
sul mento, irritatissimo.
Il Gàttica-Mei restò proprio ferito fino all'anima da questa lunga intemerata;
ma più della derisione. Serio e posato, non poteva ammettere neppure, che si
scherzasse con lui o d'una cosa sua; come non aveva potuto ammettere, viva la
moglie, il tradimento.
La pretesa della Zorzi di farsi sposare gli guastava tutto. Lasciamo andare
quelle due tombe che aspettavano là; ma il nuovo ordinamento della sua vita da
vedovo, a cui già da tre anni s'era acconciato così bene! Perché un nuovo
rivolgimento, adesso, nella sua vita? Senza ragione, via, proprio senza ragione.
Avrebbe capito gli scrupoli, il dolore, il rimorso di lei, finché era vivo il
povero Zorzi; ma ora perché? Se ci fosse stato il divorzio, un matrimonio prima,
sì, per riparare all'inganno che si faceva a un uomo, a quel furto d'onore, a
quei sotterfugi, ch'eran pur tanto saporiti però; ma ora perché? ora che non si
ingannava più nessuno, e - liberi entrambi, vedovi, d'una certa età - non
dovevano più dar conto a nessuno, se seguitavano quella loro tranquilla
relazione? Il decoro? Ma anzi adesso non c'era più nulla di male... Voleva ella
riparare così il male passato? Il povero Momolo non c'era più! Di fronte a se
stessa? E perché? Qual male da riparare di fronte a se stessa o a lui? È male
l'amore? E poi... oh Dio, sì, perché non pensarci? voleva anche perdere
l'assegnamento, circa centosessanta lire al mese di pensione lasciatale dal
marito? Un vero peccato!
In tutti i modi l'avvocato Gàttica-Mei cercò di dimostrarle ch'era proprio una
picca, una stoltezza, un'intestatura deplorevole, una pazzia!
Ma la vedova Zorzi fu irremovibile.
- O moglie, o niente.
Invano, sperando che col tempo quella fissazione le passasse, egli le disse
ch'era inutile e anche crudele mostrarsi con lui adesso così dura, poiché la
legge prescriveva che prima di nove mesi non si poteva contrarre un nuovo
matrimonio; e che, se mai, ne avrebbero riparlato allora.
No, no, e no: - o moglie, o niente.
E tenne duro per otto mesi la vedova Zorzi. Egli, stanco di pregarla ogni
giorno, storcendosi le mani, pover'uomo, alla fine si licenziò. Passò una
settimana, ne passarono due, tre; passò un mese e più, senza che si facesse
rivedere.
E ormai da quattro giorni ella, in grande orgasmo, metteva in deliberazione se
cercare di farsi incontrare per istrada, come per caso, o se scrivergli, o se
andare senz'altro ad affrontarlo in casa, quando il domestico di lui venne ad
annunziarle, che il suo padrone era gravemente ammalato, di polmonite, e che la
scongiurava d'una visita.
Ella accorse, straziata dal rimorso per la sua durezza, causa forse di qualche
disordine nella vita di lui e, per conseguenza, di quella malattia; accorse
funestata dai più neri presentimenti. E difatti lo trovò sprofondato nel letto,
rantolante, strozzato, quasi con la morte in bocca: irriconoscibile. Dimenticò
ogni riguardo sociale, e gli si pose accanto, notte e giorno, a lottare con la
morte, senza un momento di requie.
Al settimo giorno, quand'egli fu dichiarato dai medici fuor di pericolo, la
Zorzi, stremata di forze, dopo tante notti perdute, pianse, pianse di gioja,
chinando il capo su la sponda del letto; ed egli allora, per primo, carezzandole
amorosamente i capelli, le disse che subito, appena rimesso, la avrebbe fatta
sua moglie.
Ma, lasciato il letto, dové prima di tutto imparar di nuovo a camminare, il
Gàttica-Mei. Non si reggeva più in piedi. Lui, un tempo così solidamente e
rigidamente impostato, ora curvo, tremicchiante, pareva proprio l'ombra di se
stesso. E i polmoni... eh, i polmoni... Che tosse! A ogni nuovo accesso,
ansimante, soffocato, si picchiava il petto con le mani e diceva a lei, che lo
guardava oppressa:
- Andato... andato...
Migliorò un poco durante l'estate. Volle uscir di casa, esporsi un po' all'aria,
prima in carrozza, poi a piedi, sorretto da lei e col bastone. Finalmente,
riacquistate alquanto le forze, volle ch'ella s'affrettasse a preparar
l'occorrente per le nozze.
- Guarirò, vedrai... Mi sento meglio, molto meglio.
Era rimasta intatta a lui, qua, la casa maritale: solo dalla camera aveva tolto
il letto a due, o meglio, aveva staccato e fatto portar via quello de' due
lettini gemelli d'ottone, su cui aveva dormito la moglie. Ma anch'ella, la Zorzi,
aveva di là la sua casa maritale in pieno assetto.
Ora, sposando, quale delle due case avrebbero ritenuta? Ella non avrebbe voluto
contrariar l'infermo, che conosceva metodico e schiavo delle abitudini; ma
proprio non se la sentiva di viver lì, nella casa di lui, da moglie: tutto lì
parlava di Margherita; ed ella non poteva aprire un cassetto senza provare uno
strano ritegno, una costernazione indefinibile, quasi che tutti gli oggetti
custodissero gelosi i ricordi di quella, ond'erano animati. Ma anch'egli, certo
si sarebbe sentito estraneo fra gli oggetti della casa di lei. Prendere un'altra
casa, una casa nuova, con nuova mobilia, e vendere la vecchia delle due case?
Questo sarebbe stato il meglio... E a questo, senza dubbio, ella avrebbe indotto
l'amico, se egli fosse stato sano, quello di prima... Adesso bisognava
rassegnarsi e contentarlo, mutando il meno possibile. Il letto a due, intanto,
quello sì, doveva esser nuovo. Poi, dismessa la casa del primo marito, ella
avrebbe fatto trasportar qui i suoi mobili più cari; si sarebbe fatta una scelta
tra quelli in migliore stato delle due case, e il superfluo scartato sarebbe
stato venduto.
Così fecero: e sposarono.
Come se la cerimonia nuziale fosse di buon augurio, per circa tre mesi, fino a
metà dell'autunno, egli stette quasi bene: colorito, forse un po' troppo, e
senza tosse. Ma ricadde coi primi freddi; e allora comprese che era finita per
lui.
Lungo tutto l'inverno, che passò miseramente tra il letto e la poltrona,
assaporando la morte che gli stava sopra, fu tormentato fino all'ultimo da un
pensiero, che gli si presentava come un problema insolubile: il pensiero di
quelle due tombe gemelle, nel Pincetto, lassù al Verano.
Dove lo avrebbe fatto seppellire, ora, sua moglie?
E s'impossessò di lui, tra il lento cociore della febbre e le smanie angosciose
del male, una stizza sorda e profonda, che di punto in punto si esasperava
vieppiù, contro di lei, che aveva voluto a ogni costo quel matrimonio inutile,
stolto e sciagurato. Sapeva che stolta per la moglie era stata invece l'idea di
costruire quelle due tombe a quel modo; ma egli non voleva riconoscerlo. Del
resto, discussione oziosa, questa, adesso, che non avrebbe avuto altro effetto
che acuirgli la stizza. La questione era un'altra. Marito di lei, ora, poteva
egli andare a giacer lassù accanto alla prima moglie? e domani lei, divenuta
moglie d'un altro, accanto al primo marito?
Si tenne finché poté, e all'ultimo glielo volle domandare.
- Ma che vai pensando adesso! - gli gridò ella, senza lasciarlo finire.
- Bisogna invece pensarci a tempo, - brontolò egli, cupo, lanciandole di
traverso sguardi odiosi. - Io voglio saperlo, ecco! voglio saperlo!
- Ma sei pazzo? - tornò a gridargli lei. - Tu guarirai, guarirai... Attendi a
guarire!
Egli, convulso, si provò a levarsi dal seggiolone:
- Io non arrivo a finire il mese! Come farai? come farai?
- Ma si vedrà poi, Antonio, per carità! per carità! - proruppe ella, e si mise a
piangere.
Il Gàttica-Mei, vedendola piangere, si stette zitto per un pezzo; poi riprese a
borbottare, guardandosi le unghie livide:
- Poi... sì... lo vedrà lei, poi... Tante spese... tante cure... Tutto per
aria... tutto scombinato... Perché poi?... Poteva ogni cosa restar disposta come
era... tanto bene...
Alludeva all'epigrafe conservata là nel cassetto della scrivania, all'epigrafe
che quattr'anni addietro egli aveva preparata per sé, quella con l'ADDÌ (puntini
in fila) DELL'ANNO (puntini in fila) RAGGIUNSE LA SPOSA.
Nella furia delle disposizioni da dare per i funerali, la trovò difatti, pochi
giorni dopo, rimestando in quel cassetto, la moglie due volte vedova.
La lesse, la rilesse, poi la buttò via, sdegnata, pestando un piede.
Là, accanto alla prima moglie? Ah, no, no davvero, no, no e no! Egli era stato
adesso suo marito, e lei non poteva affatto tollerare che andasse a giacere a
fianco di quell'altra.
Ma dove, allora?
Dove? Lì, nella sepoltura dello Zorzi. Tutti e due insieme, i mariti: l'uno e
l'altro per lei sola.
Così «la fida compagna», di cui il buon Momolo Zorzi stava «in attesa» che
venisse «a dormirgli accanto», fu l'avvocato Gàttica-Mei. E ancora nella nicchia
dell'altro letto a due, Margherita, la moglie esemplare
ASPETTA IN PACE
LO SPOSO
Ci verrà lei, ci verrà lei, la doppia
vedova, qui, invece, il più tardi possibile.
Intanto, lì, le lampade delle colonnine sono accese tutt'e due; e qui, tutt'e
due spente.
In questo, almeno, la simmetria era salva e il Gàttica-Mei poteva esserne
contento.
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