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In una delle due stanzette s'era allogato lui, Camposoldani: non per dormirci,
no: per lavorare dalla mattina alla sera, poiché i consiglieri eletti e il
segretario, al solito, lo lasciavano solo e doveva far tutto da sé; tanto che, a
un certo punto, aveva stimato inutile tenere ancora in affitto la camera
mobigliata in via Ovidio, in fondo ai Prati, e la notte, stanco del lavoro di
tutta la giornata, si buttava a dormire vestito, lì su l'ottomana, per poche
ore.
Nell'altra stanzetta c'era allogato Geremia con la figliuola. Povero Geremia!
Aveva finalmente una retribuzione fissa, sul fondo della tombola telegrafica, e
casa franca. Poteva ormai dire che l'Italia, per cui aveva sofferto e
combattuto, s'era alla fine costituita e rassettata. In premio delle eroiche
fatiche della sua gioventù, in compenso dei molti stenti patiti fino alla
vecchiaja, alloggiava nella sede d'una Associazione nazionale, e Tudina, la
figliastra, poteva alla fine stendere ad asciugare su le cinquanta sedie della
sala tutti i suoi straccetti, talvolta anche sul mezzobusto di Dante Alighieri;
per ignoranza, badiamo, povera Tudina, non per mancanza di rispetto al padre
della lingua italiana.
Dante Alighieri, per Tudina, era tutto in quel naso sdegnosamente arricciato. Lo
chiamava: Quell'uomo che sente puzza.
E non capiva, Tudina, perché Camposoldani lo tenesse lì, in capo alla sala,
dietro la tavola della Presidenza. Stendendo il bucato su le sedie non poteva
soffrire quella faccia di gesso che la guardava dalla colonnina con quel
cipiglio sdegnoso, e correva subito a nasconderla con uno straccetto.
Non era brutta Tudina, ma neanche bella. Belli, veramente belli, aveva gli occhi
soltanto, e anche i capelli: neri profondi e brillanti, gli occhi; neri e
riccioluti, i capelli.
Aveva già ventiquattro anni, ma pareva ne avesse quindici, non più. Nelle carni,
nell'aria della testa, in quegli occhi brillanti, in quei capelli riccioluti,
sempre arruffati, era rimasta ragazza, una ragazza mezzo selvaggia, irriducibile
a ogni principio d'esperienza e di cultura.
Era stata a scuola, da bambina; in parecchie scuole: da tutte era stata cacciata
via. Una volta s'era messa sotto i piedi una compagna, e per miracolo non le
aveva strappato gli occhi; un'altra volta s'era ribellata con atti non meno
violenti di insubordinazione alla maestra. Nessuno aveva voluto tener conto
della ragione di quegli atti violenti. Ma s'era messa quella compagna sotto i
piedi vedendosi derisa per aver detto che aveva paura dei cani perché una gatta,
da bambina, l'aveva sgraffiata. Quella compagna non sapeva ch'ella teneva
amorosamente in braccio quella gatta, la quale aveva fatto da poco certi gattini
bellini bellini, e che un cane s'era accostato minaccioso, abbajando, e che la
gatta allora s'era arruffata e, non potendo sgraffiare il cane, aveva sgraffiato
lei: donde, logicamente, la sua paura dei cani. Quella maestra poi, aveva voluto
nientemeno costringerla a intingere nel calamajo il pennino, un bel pennino
tutto pulito e lucente che figurava una mano con l'indice teso, un amore di
pennino che a lei, per altro, pareva quasi un'arma, di cui, mandandola a scuola,
la avessero munita e che ella dovesse custodire gelosamente e conservare
intatta.
Più volte, il patrigno, tornando a casa stanco, la sera, s'era provato prima di
cena o dopo cena a insegnarle con molta pazienza un po' di alfabeto sul
sillabario.
Il fatto che b e a fa ba, enunziato dal patrigno con quella
vocina di zanzara e quel sorrisetto mesto e ragionevole che gli era abituale,
non le era sembrato né serio né verosimile. Era rimasta a mirarlo negli occhi a
bocca aperta.
Spesso, anche adesso, rimaneva a lungo a mirarlo così, per una ragione, che più
speciosa non si sarebbe potuta immaginare.
Non era mica certa, Tudina, che quel suo patrigno fosse vero, un uomo vero, di
carne e ossa come tutti gli altri, e non piuttosto una larva d'uomo, un'ombra
che un soffio poteva portar via. Lo vedeva parlare, sorridere; ma che dicesse,
perché o di che sorridesse, non capiva neanche lei. Non capiva perché talvolta
gli brillassero gli occhi chiari dietro il velo perenne delle lagrime. E non
sapeva credere che le dita tremicchianti di quelle manine esangui avessero
tatto, da sentir le cose che toccavano, o ch'egli avvertisse il gusto dei cibi
che mangiava, o che in quella testa candida si potessero volgere pensieri. Le
pareva quasi aereo, quel patrigno, un uomo che per sé, di suo, non avesse nulla,
a cui tutto venisse di combinazione, non perché lui facesse qualche cosa per
averlo, ma perché gli altri glielo davano, quasi per ridere, per il gusto di
vedere come stava così parato e messo su, con quella camicia, con quel cappello,
con quelle scarpe, con quei calzoni, con quel pastrano: tutto, sempre, troppo
largo, tanto largo che vi sembrava dentro perduto.
Quegli abiti, quel cappello, quelle scarpe conservavano tutti qualche cosa della
loro provenienza; Tudina li riconosceva per quelli di Tizio o di Cajo; ma chi
era, che consistenza aveva colui che li portava?
Mai una camicia di suo; mai un pajo di scarpe fatte per i suoi piedi; mai un
cappello che gli calzasse giusto in capo!
La miseria, l'incertezza d'ogni stato, quel vederlo andare sempre vagabondo
quasi per aria, smarrito, dietro a faccende vane, con quel ronzio di parole
senza senso su le labbra tra i risolini e le lagrime, le davano quell'idea dell'irrealità
di lui, non solo, ma anche di se stessa e di tutto. Dove, in che poteva
toccarla, la realtà, lei, in quella perpetua precarietà d'esistenza, se attorno
e dentro di lei tutto era instabile e incerto, se non aveva niente né nessuno a
cui appoggiarsi?
E Tudina balzava talvolta d'improvviso a stracciare, a rompere, a fracassare, un
fascio di carte, un viso, un qualunque oggetto, che stranamente a poco a poco le
s'avvistasse davanti agli occhi; così, apparentemente per un impeto selvaggio,
ma in realtà per un bisogno istintivo, incosciente, di togliersi dinanzi e
distruggere certe cose di cui non riusciva a cogliere il senso e il valore, o di
sperimentare la sua presenza, la sua forza contro di esse, per il dispetto
ch'esse le facevano nel vedersele star lì davanti, ecco, come se lei non ci
fosse, come se lei, volendo, non le potesse stracciare, rompere, fracassare.
Quel vaso lì... ma sì che lei poteva da lì metterlo qui, e da qui lì, e anche
sbatterlo forte, così, sul divanzale della finestra, e fracassarlo... ecco
fatto... Perché? Ma per niente... così... perché le faceva dispetto! Invece per
certi altri oggetti tenui, labili, minuscoli, di nessun valore, un pezzetto di
carta velina colorata, un chicco di vetro, un bottone di camicia di finta
madreperla, aveva protezione, cura, delicatezza infinita: li lisciava con un
dito e se li metteva fra le labbra. E certi giorni non finiva mai di carezzarsi
con le dita i folti riccioli neri, asserpolati sul capo, allungandoli pian piano
e poi lasciandoli riasserpolare, non per civetteria, ma per il piacere che le
dava quella carezza; cert'altri giorni al contrario se li stracciava col pettine
rabbiosamente.
Bonaventura Camposoldani non aveva mai badato a quella figliastra di Geremia.
Le donne non entravano, se non per poco e di passata, nella sua vita. Tutt'al
più, la donna, ecco, così in astratto, la donna come questione sociale, il
problema giuridico della donna, sì, un giorno o l'altro avrebbe potuto
interessarlo. Era un problema, una questione sociale come un'altra, da studiare,
a cui attendere; e poteva entrare nel campo della sua attività: non da
risolvere, Dio guardi!
Se tutti i problemi sociali, come a mano a mano sorgono dalla vita e s'impongono
all'attenzione e allo studio dei commessi pensatori, si risolvessero in quattro
e quattr'otto, addio professione!
E vero, sì, che la vita è prolifica di problemi sociali e se qualcuno per
miracolo se ne risolve, ne sorgono subito altri due o tre nuovi; ma è una
fatica, mettersi ogni volta daccapo a pensare a un problema nuovo, quand'è così
comodo adagiarsi nei vecchi, bastando al pubblico che i problemi sociali sieno
posti e il sapere che c'è chi pensa a risolverli. Si sa che è proprio di tutti i
problemi sociali esser posti e non mai risolti. I problemi nuovi, del resto,
hanno questo di male, che sono avvertiti soltanto da pochi in principio. Non era
dunque per lui, che non aveva ancora un ufficio fisso, stabilmente retribuito e
con diritto a pensione, per cui si sarebbe potuto prendere il lusso di studii
sempre nuovi e difficili, di lente e accorte preparazioni. Egli professava
liberamente, creando circoli, istituzioni accanto a quelli dello Stato; e aveva
perciò bisogno di problemi posti da lunga data, di cui fosse largamente
riconosciuta la gravità.
Ne aveva uno per le mani, che prima d'esser risolto, non una vita, ma gli
avrebbe dato tempo di viverne dieci di novant'anni ciascuna! Il guajo era che i
denari della tombola telegrafica, purtroppo, si assottigliavano di giorno in
giorno...
S'accorse di Tudina per quello straccetto bagnato messo ad asciugare sul mezzo
busto di Dante Alighieri. La prima volta che lo vide corse a farle in camera una
severa riprensione, ma non poté fare a meno di sorridere quando Tudina si mostrò
stupita, che meritasse tanto rispetto quell'uomo lì con quel naso articciato,
come se sentisse puzza.
Tudina interpretò il sorriso di lui come una concessione, e seguitò a stendere
lo straccetto, non ostante le rinnovate riprensioni. Bonaventura Camposoldani
interpretò questa pervicacia della ragazza come un'arte per attirar la sua
attenzione, e una mattina, che si trovava di buon umore, entrò nella cameretta
di lei per tirarle l'orecchio come a una bambina discola e impertinente, e dirle
che non doveva farlo più, o che, se voleva farlo ancora... Ma Tudina si ribellò
a quella tirata d'orecchio, respingendolo gagliardamente; Bonaventura
Camposoldani si sentì allora eccitato alla lotta: l'afferrò; tutti e due si
dibatterono, un po' ridendo, un po' facendo sul serio; finché Tudina, nel
vedersi presa da lui come non s'aspettava affatto di potere esser presa, non
diventò furibonda: urlò, morse, sgraffiò, dapprima; poi, non volendo concedere,
si sentì costretta dal suo stesso corpo a cedere; e restò alla fine come
esterrefatta nello scompiglio.
Basta, eh? Parentesi chiusa, per Camposoldani, o da riaprirsi una volta tanto, a
comodo, poiché la ragazza abitava lì, nella cameretta accanto. Curiosa, però,
tutta quella ribellione, dopo ch'ella lo aveva provocato... e poi, quello
spavento... e ora, che? piangeva? oh là là, che storie! Basta, via! che c'era da
piangere così? Geremia poteva sopravvenire da un momento all'altro, e perché
dargli un dispiacere, povero vecchio, dopo che il fatto era fatto, e si poteva
bene nascondere, e anche di nascosto seguitare... perché no? senza furie, con
prudenza...
- Ah, brava! Così...
Tudina d'un balzo, come una tigre, gli era saltata al collo, e lo aveva
abbracciato freneticamente, quasi volesse strozzarlo. Sentiva tanta vergogna...
tanta... tanta... e voleva che quella sua vergogna egli la riparasse con tanto,
tanto amore... sempre, perché sempre, se no, ella la avrebbe sentita, quella
vergogna, e ne sarebbe morta, ecco.
Ma sì, ma sì... Intanto perché tremava così? perché piangeva così? Zitta, calma:
c'era da godere, non da morire... Perché quella vergogna? Nessuno avrebbe
saputo... Stava a lei, che nessuno sapesse...
A lei? Eh, fosse dipeso soltanto da lei, povera Tudina... Poteva non parlare,
Tudina, non dirne nulla neanche a lui; ma, dopo tre mesi...
Bonaventura Camposoldani rimase per più di cinque minuti a grattarsi la fronte.
Oh Dio! oh Dio! un figliuolo... da quella ragazza... in quelle circostanze... E
che avrebbe fatto, ora, che avrebbe detto quel povero Geremia?
Da un giorno all'altro Camposoldani s'aspettava che il vecchio gli si parasse
davanti a domandargli conto e ragione di quell'ignominiosa complicazione del suo
alloggio gratuito con la figliuola nella sede dell'Associazione nazionale per la
cultura del popolo. Stimando ormai inevitabile una scenata, avrebbe voluto che
avvenisse al più presto, per uscirne comunque e togliersi questo pensiero.
Ogni mattina entrava con l'animo sospeso e costernato nella sala, si faceva
all'uscio della cameretta ove abitavano il padre e la figliuola; guardava
accigliato l'uno e l'altra, che lo accoglievano in desolato silenzio; e,
stizzito, domandava quasi per provocarli:
- Nulla di nuovo?
Geremia chiudeva gli occhi e apriva le mani.
Quasi quasi Camposoldani lo avrebbe preso per il petto, gli avrebbe dato uno
scrollone, gridandogli in faccia:
- Ma parla! Smuoviti! Dimmi quello che mi devi dire e facciamola finita!
Sicché, quando una mattina, alla sua solita domanda: - «Nulla di nuovo?» -
Geremia, invece di chiudere gli occhi e aprir le mani, crollò più volte il capo
in segno affermativo, Camposoldani non poté fare a meno di sbuffare:
- Ah, finalmente! Sentiamo!
Ma Geremia, placido placido, si cacciò una mano nella tasca interna della
giacca, ne trasse un foglio di carta protocollo ripiegato in quattro e glielo
porse.
- Che significa? - fece Camposoldani, guardando quel foglio spiegazzato, senza
prenderlo.
Geremia si strinse nelle spalle e rispose:
- Non c'e altro...
- E che è questo?
- Non so. L'ha portato un ragazzino...
Camposoldani, con le ciglia aggrondate, prese rabbiosamente il foglio; lo
spiegò; cominciò a leggere; a un tratto alzò gli occhi a fulminare Geremia.
- Ah! Hai fatto questo?
Era una domanda firmata da venticinque socii, perché fosse indetta al più presto
un'adunanza. Capolista, il professor Agesilao Pascotti.
Geremia si portò le mani tremicchianti al petto e aprendo le squallide labbra al
solito sorrisetto mesto e ragionevole:
- Io? - sospirò con un filo di voce. - Che c'entro io?
- Pezzo d'imbecille! - proruppe allora Camposoldani. - E giusto al Pascotti ti
sei rivolto?
- Io?
- Che ti figuri che ci guadagnerai adesso? Vogliono i conti? Ma subito!
Comincerai dal risponderne tu, intanto!
- Io?
- Tu, tu per il primo, caro! tu che da tant'anni vai seminando le ricevute delle
tasse mensili senza riscuoterne l'importo! Pezzo d'imbecille, sono tutti morosi
questi firmatarii qua, tutti... Cardilli, Voceri, Spagna, Falletri, Romeggi...
Toh! uno solo no! Concetto Sbardi... O dove sei andato a pescarlo costui? Non
sta in Abruzzo? Quello che scrive idega! È a Roma? Ah, è venuto qua? E ti
sei rivolto a lui?
Investito così, il povero vecchio s'era provato più volte a interromperlo, con
le mani protese, battendo continuamente le palpebre su gli occhietti acquosi.
Pareva cascato dalle nuvole! Non sapeva nulla di nulla, proprio... Se la
prendeva con lui?
All'improvviso sorse in mezzo, tra i due, Tudina, che ormai non pareva più lei.
Gonfia, scarduffata, imbruttita, si levò davanti a Camposoldani come l'immagine
viva dell'infamia commessa, del laido delitto di cui s'era macchiato. Che
c'entrava il patrigno in quell'istanza? Che interesse poteva avere a metter su i
socii contro di lui?
- E allora? - fece Camposoldani.
Come, donde era venuta fuori quell'istanza? a chi era saltato quel grillo? Per
qual ragione, così tutt'a un tratto? Gente che non pagava più, gente che non
s'era fatta più viva da tanto tempo...
Grattandosi nervosamente la bella barba nera spartita sul mento. Camposoldani
s'immerse a considerare di nuovo quell'istanza che, dalla prima firma, poteva
argomentarsi scritta tutta di pugno dal Pascotti stesso; lesse, rilesse più
volte quella filza di nomi; alla fine levò il volto sorridente verso Geremia.
- Pascotti? - domandò quasi a se stesso.
E di nuovo si mise a considerare le firme. Una sola gli dava ombra: quella dello
Sbardi abruzzese. Aveva sempre pagato, costui, puntualissimamente. Come si
trovava lì con quegli altri a schiera? Gli faceva l'effetto d'un lupo tra un
branco di pecore. Sì, era lui il nemico; lui, senza dubbio... Era venuto a Roma,
era andato a trovare il Pascotti già vicepresidente, e tutti e due... Che
volevano da lui? I conti? Padronissimi. Ma se lo Sbardi era andato a trovare
Pascotti per eleggerlo comandante supremo della battaglia, era segno che, per lo
meno, non sapeva parlare. E se mancava a lui il coraggio dell'accusa, il
coraggio più difficile, lo avrebbe avuto il rotondo Pascotti? Via! Lo faceva
ridere Pascotti.
Di nuovo Camposoldani levò il volto sorridente verso Geremia.
- I conti... - disse.
- I... i conti? - balbettò il vecchio. - Da me?
Camposoldani lo guatò, come se quella ingenua domanda che i socii volessero i
conti da lui Geremia, gli avesse fatto balenare qualche idea.
- Da te... da me.... vedremo - disse.
E si ritirò nella sua cameretta.
Più tardi Geremia fu mandato in giro a distribuire gli inviti all'adunanza per
la sera del giorno successivo. Era come intronato e pareva che le gambe gli si
fossero stroncate sotto.
Camposoldani rimase tutto il giorno all'Associazione a preparare la difesa.
Aveva avuto la debolezza di pagare alcuni debiti che lo opprimevano; e questa
sottrazione si poteva mascherare benissimo col viaggio che diceva d'aver fatto
in Germania per studiare l'organismo dei Circoli di Cultura, fiorentissimi, come
tutti sapevano, in quel paese. Poi c'erano le spese per la sede sociale, arredo,
pigione; le spese per la pubblicazione del Bollettino; lo stipendio di
Geremia... che altro? ah, le spese di viaggio per le inaugurazioni... spese che,
venuto meno quasi del tutto l'introito delle rate mensili dei socii, avevano
naturalmente assottigliato il fondo della tombola telegrafica. Tutto sommato
però, quanto restava?
Camposoldani tirò la somma. Pur largheggiando nelle spese, pure arrotondando più
volte le cifre, la somma totale era ben lungi dal mettersi d'accordo col magro
residuo effettivo.
Perdersi, no: non era uomo da perdersi così facilmente, massime di fronte a quei
venticinque firmatarii con un Pascotti per capitano. Ma i conti, no, ecco! i
conti doveva trovar modo di non presentarli. Se poi, proprio proprio vi fosse
stato costretto... un lampo, uno dei suoi soliti lampi geniali doveva
salvarlo... Che lampo?
Ci pensò tutta la notte Camposoldani e il giorno appresso. Poche ore prima
dell'adunanza, si vide all'improvviso comparire davanti Geremia, più che mai
come una larva, che un soffio sospingesse: entrò parlando, al suo solito,
sottovoce, con un tremolio più accentuato del capo e delle mani, e con l'ombra,
l'ombra appena del consueto risolino mesto e ragionevole su le labbra.
- L'I... l'Italia... che... ta-tanti sacrifizii... tanti eroismi... l'Italia
che... Vittorio... Cavour... chi sa che... che cosa credevano... dovesse
diventare... ecco qua... donnaccia da trivio... vergogna... figli bastardi... il
di-disonore... si sa!... fratelli contro fratelli... la... la pa... la palla
d'Aspromonte... bollati d'infamia... patria di ladri... per forza!... madre
di... di figlie sgualdrine... per forza!... L'I... l'Italia... l'Italia...
E bisbigliate queste parole, se n'andò.
Camposoldani rimase sbalordito; non trovò la voce per richiamarlo indietro, per
saper che cosa volesse dire.
Che niente niente Geremia aveva protestato in quel modo contro la seduzione e la
gravidanza della figliastra?
Alla seduta, oltre ai venticinque firmatarii, intervennero appena una dozzina di
socii, che non avevano mai posto piede nella sala dell'Associazione.
Dei sei consiglieri della sede centrale di Roma, nessuno volle presentarsi. Per
lettera, chi dichiarò che, secondo lo statuto sociale, si riteneva già da un
pezzo scaduto dalla carica; chi, dimesso anche da socio per non aver più pagato;
chi fece finanche le meraviglie che l'Associazione fosse tuttora in vita.
Alla tavola della Presidenza si presentò solo, a testa alta, Bonaventura
Camposoldani. Più a testa alta di lui e con cipiglio più sdegnoso del suo, si
ergeva però dietro la tavola della Presidenza qualche altro: Dante Alighieri su
la colonnina di gesso abbronzato.
Dante Alighieri pareva che sentisse più puzza che mai.
Era evidentissimo che prima di intervenire alla seduta, quei trentasette socii
avevano concertato fra loro un piano di battaglia. Si leggeva chiaramente negli
occhi dei più stupidi, alcuni intozzati, su di sé, altri spavaldi, altri
sdegnosi, col labbro in fuori e le palpebre basse attraverso le quali guardavano
le sedie, le tende, la tavola della Presidenza e lo stesso Dante Alighieri, come
per compassione.
Pascotti prese posto in prima fila, nel mezzo; Concetto Sbardi, invece, in
fondo, appartato. Era un ometto tozzo, ispido, aggrondato, che teneva
continuamente una mano spalmata sul mento e si raschiava con le unghie adunche
le guance rase, stridenti. Molti si voltavano a guardarlo, ed egli, seccato,
s'insaccava di più nelle spalle. Ma se c'era Pascotti! Perché non guardavano
Pascotti? Che stupidi!
Camposoldani, un po' pallido, con occhi gravi, ma pur con un sorrisino ironico
appena percettibile sotto i baffi, prima di aprir la seduta, chiamò con un cenno
della mano Geremia, che s'era seduto, trepidante, presso l'uscio, e gli diede un
foglio di carta perché gl'intervenuti vi apponessero la firma di presenza.
Quando riebbe il foglio firmato, sonò il campanello e disse pacatamente:
- Signori, l'adunanza era indetta per le ore 20: sono già circa le 21. Da questa
nota di presenza risulta che non siamo in numero. I soci iscritti nella sede di
Roma sono novantasei...
- Domando la parola! - esclamò Pascotti.
- Prego, professore, - seguitò Camposoldani. - Indovino ciò che ella vorrebbe
dire: di questi novantasei socii molti debbono ritenersi dimissionarii, perché
da un pezzo...
- Domando la parola! - insisté Pascotti.
- L'avrà; ma prima mi lasci dire! - replicò con fermo accento Camposoldani. - Io
sono qui anche per far rispettare lo statuto sociale: e dico loro innanzi tutto
che avrei potuto benissimo non tener conto della loro istanza, perché tutti i
venticinque firmatarii, tranne uno, come del resto la maggioranza dei socii
inscritti a questa sede, avrei potuto considerare come dimissionarii.
- No! no! no! - gridarono a questo punto parecchi insieme.
E Pascotti, per la terza volta:
- Domando la parola! Dimissionarii perché, signor Presidente? Io già - siamo in
un circolo di cultura - mi perdoni - non userei mai codesta parola entrata
purtroppo nell'uso, e non nostra! Ma diciam pure dimissionarii, poiché di ben
altro qua, che di parole più o meno pure, questa sera, dovremo discutere.
Dimissionarii perché, domando io, signor Presidente?
- Ecco! - lo interruppe Camposoldani, accennando Geremia in fondo alla sala. -
Lo domandi laggiù al nostro esattore, egregio signor Pascotti.
Tutti si voltarono a guardare: due o tre esclamarono:
- E chi l'ha mai veduto?
- Non dicano così! - esclamò allora Camposoldani, dando un pugno su la tavola. -
Lo hanno veduto benissimo, Lor Signori, per due o tre mesi, puntuale! E non solo
lo hanno veduto, ma egli ha lasciato nelle loro case la ricevuta della tassa,
fidandosi che, forse impediti per il momento, Lor Signori sarebbero poi venuti a
pagarne l'importo qua, nella sede sociale aperta tutto il giorno, a loro
disposizione. Nessuno s'è mai fatto vedere! Io sono stato qua a lavorare, qua a
mantener vivo il fuoco dell'Associazione, di cui loro questa sera, senza averne
il diritto, vengono a domandarmi conto. Sì, o Signori, senza averne il diritto.
Perché, delle due l'una: o non debbono ritenersi dimissionarii tutti coloro che
non sono in regola coi pagamenti, e allora - c'è poco da dire - qui manca il
numero legale, ed io non potrei aprir la seduta; o debbono ritenersi
dimissionarii, e allora anche tutti voi, o Signori, tranne uno, non avete più
veste di socii e potete andar via. Ma no, no, no, Signori miei - s'affrettò a
soggiungere Camposoldani. - Vedete bene che io ho accolto la vostra istanza,
felicissimo di vedervi qua, finalmente! in pochi, va bene; ma con la speranza
che da questa sera in poi, dietro l'esempio vostro, la nostra Associazione si
risvegli a quella vita feconda, ch'era nei miei voti nel fondarla. Ma figuratevi
se poteva mai passarmi per la mente di non accogliere la vostra domanda! Io sono
qua, sono stato sempre qua a lavorare per tutti, a tenere una continua, attiva
corrispondenza con le nostre sezioni, ad attendere alla pubblicazione del nostro
Bollettino, che si diffonde anche all'estero! Voi vi siete finalmente
risolti a venire, a partecipare alla vita della nostra Associazione? Ma,
figuratevi, figuratevi se io, stanco come sono, non vi apro le braccia e non vi
benedico.
Non si aspettava applausi Camposoldani, dopo questa volata. Ottenne però
l'effetto voluto. Tutti apparvero lì per lì sconcertati; e di nuovo molti si
voltarono a guardar l'unico che non si dovesse sentire fuor di posto e ammesso
per indulgenza. Concetto Sbardi, questa volta, si scrollò tutto rabbiosamente e
si alzò come per andar via; contemporaneamente quattro o cinque si levarono e
accorsero a trattenerlo, mentre gli altri gridavano:
- Parli Sbardi! Parli Sbardi!
- Parli Pascotti, perdio - urlò lo Sbardi, divincolandosi. - Lasciatemi andare!
o parla Pascotti, o io me ne vado!
- Ecco, parlo io - disse allora Pascotti, alzandosi un po' impacciato. - Col
permesso dell'egregio signor Presidente.
- No! no! Parli Sbardi! Parli Sbardi!
- Parlo io...
- Sbardi! Sbardi!
Camposoldani sonò, sogghignando, il campanello: - Signori miei, vi prego... Che
cos'è?
- Parlo io, - tuonò Pascotti. - Domando la parola!...
- Parli... Parli...
- ... soltanto per dire, - seguitò il professor Agesilao Pascotti, levando un
braccio maestosamente, - soltanto per dire che nella condizione in cui mi ha
messo e ci ha messo il signor presidente, o amici miei, quantunque acceso di
candida e, vorrei dire, apostolica condiscendenza, con la sua pregiudiziale, io
stimo e faccio notare all'egregio collega Sbardi che il mio discorso non avrebbe
più quell'efficacia che dovrebbe avere, che sarebbe giusto che avesse, secondo
l'intendimento nostro e la nostra intesa.
- Benissimo!
- Aspettate! Ragion per cui, io prego, io prego caldamente, a nome di tutti i
colleghi qui presenti, e, lasciatemelo supporre, a nome anche di tutti i socii
del Sodalizio nostro sparsi per le terre d'ltalia. - (Benissimo!) -
Aspettate! - Prego, dicevo, il professor Concetto Sbardi perché voglia far
violenza alla sua natural ritrosia, alla sua... un po' troppo ribelle modestia,
e che parli lui, che porti qua lui, con la rigidezza severa che gli è solita, le
sante ragioni che ci hanno spinto, o Signori, a domandare questa solenne
adunanza!
Scoppiarono applausi e nuove grida: - Parli Sbardi! Viva Sbardi!
- Signor Sbardi, - disse allora Camposoldani con aria di sfida. - Via! faccia
contenti i suoi amici! Sono curioso anch'io di sentire quel che lei ha da dire,
quel che aveva divisato d'esprimere con la parola adorna ed eloquente del
professor Pascotti.
Concetto Sbardi diede una bracciata a coloro che gli s'erano fatti intorno e si
fece innanzi per parlare. Pareva un bufalo parato per scagliarsi, a testa bassa.
Afferrò con una mano la spalliera della seggiola che gli stava davanti, rimase
con l'altra sul mento a raschiarsi la guancia, poi cominciò:
- Agesilago... Agesilago Pascotti e tutti voi, Signori, avete torto a tirarmi
per forza a parlare. Vi avevo detto... vi avevo pregato che non so parlare. Io
non possiedo come il signor Camposoldani, come Pascotti, il... il come si
chiama... sì, insomma, la parola... La guardaroba, volevo dire, signori, la
guardaroba dell'eloquenza.
Alcuni applaudirono alla frase per rianimare l'oratore, altri scoppiarono a
ridere.
- Sissignori, - riprese Concetto Sbardi. - Io la chiamo così... La guardaroba
dell'eloquenza... Avete un pensieruzzo tisico? E tisico sempre vi resterà, se
non avete la guardaroba dell'eloquenza. Ma se avete la guardaroba
dell'eloquenza, il pensieruzzo tisico vi uscirà dalla bocca imbottito di tanta
stoppa di frasi, che, parrà un gigante, un Ercole parrà, con la clava e la pelle
del legone... Avete un'ideguccia sporca? fatela entrare nella guardaroba
dell'eloquenza e l'oratore, Camposoldani, Pascotti, che farà? ve la farà uscire
con la faccia lavata, pettinata, attillata, con certi pennacchi di parole, tutta
appuntata di virgole e punt'e virgole, che l'ideguccia sporca non si riconoscerà
più neanche lei stessa... Signori, io non possiedo la guardaroba dell'eloquenza;
voi mi forzate a parlare; io non ho nemmanco uno straccio, nemmanco un cencio,
per vestire le mie ideghe: e se parlo, qua stasera, ho pagura che mi scappi
dalla bocca... non so che cosa... ma qualche cosa che al signor Camposoldani, il
quale mi sfida anche lui, non farebbe piacere... insomma, ve lo dico, ho pagura
che mi scappi dalla bocca... mi scappi dalla bocca...
- E se lo lasci scappare! - esclamò Camposoldani, pallidissimo, dando un altro
pugno su la tavola. - Parli! dica! siamo qua per parlare e per sentire!
Concetto Sbardi allora levò il capo, si tolse la mano dal mento, e gridò:
- Signor Camposoldani, il ladro nudo!
Successe un pandemonio! Scattarono tutti in piedi; primo fra tutti Camposoldani:
un balzo da tigre; brandì la seggiola, si scagliò contro lo Sbardi. Molti lo
trattennero, altri afferrarono lo Sbardi; tutti gridavano in grande orgasmo tra
le seggiole rovesciate. Pascotti montò su la tavola della presidenza.
- Signori! signori! È deplorevole! Vi prego, signori! Ascoltatemi! C'è un
malinteso, perdio! Ragioniamo! Signori... signori...
Nessuno gli dava ascolto.
- Signori! che vergogna! Ci guarda Dante Alighieri!
Camposoldani, disarmato della seggiola, sconvolto, ansimante, trattenuto per le
braccia, cessò alla fine di divincolarsi e disse a quelli che cercavano di
calmarlo:
- Basta... basta... Son calmo... Lasciatemi. Signori, ai vostri posti. Sono il
presidente.
Andò alla tavola, tutti rimasero in piedi, e in piedi egli parlò:
- Non posso stasera, perché veramente non mi aspettavo una siffatta aggressione.
Domani! Ho il modo - semplice - dignitoso - degno di me - di ricacciare in gola
a un incosciente l'offesa che ha creduto di scagliarmi. Venite domani sera,
signori, voi e tutti gli altri: renderò conto di tutto, minutamente, coi
documenti alla mano. La seduta è tolta.
Sonò il campanello, e tutti uscirono in silenzio dalla sala.
Dopo mezzanotte, Bonaventura Camposoldani, uscito a prendere un po' d'aria per
riconnettere le idee scompigliate e disporsi, con la calma, ad aver quel lampo
geniale che doveva salvarlo, rientrando nella sede dell'Associazione, restò
meravigliato su la soglia della sala.
Geremia ancora col lume acceso, stava seduto davanti alla tavola della
presidenza, col capo appoggiato sul tappeto verde di essa.
Camposoldani pensò che il povero vecchio aveva forse voluto aspettarlo, dopo
quella seduta tempestosa, e s'era addormentato lì.
Attraverso l'uscio della cameretta s'udiva il ronfo cadenzato di Tudina.
Bonaventura Camposoldani s'accostò alla tavola per scuotere il vecchio e
mandarlo a dormire: ma presso la testa abbandonata, di cui il lume lasciava
vedere il roseo della cute di tra la rada canizie, scorse una lettera chiusa e
allibì.
Il lampo geniale, lo aveva avuto lui, Geremia Bencivenni.
- L'I... l'Italia... vergogna... figli bastardi...
Ma se la figliastra aveva già compreso che l'Italia era fatta male, e che a
tutti gli onesti e i modesti che avevano concorso a farla non restava altro che
servire ai ladri, che bisogno c'era più di lui?
Nella busta, due lettere. In una si accusava di essersi approfittato
indegnamente della cieca fiducia che il signor Presidente dell'Associazione, suo
benefattore, aveva riposto in lui per tanti anni, e d'aver sottratto quasi tutti
i fondi della tombola telegrafica. Diceva di averli in gran parte buttati nei
botteghini del lotto, e chiedeva perdono al Presidente e a tutti i socii.
Nell'altra, scritta per il solo Bonaventura Camposoldani, diceva testualmente
così:
«Nella guardaroba dell'eloquenza vesti della mia camicia rossa di garibaldino il
tuo furto, o ladro nudo! Mi accuso, mi uccido per salvarti, e ti do la stoffa
per un magnifico discorso. In compenso ti chiedo solamente di rendere l'onore
alla mia povera figliuola!».
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