|
|
11. Tirocinio (1905)
«Il Marzocco», 22 ottobre 1905.
|
|
Da una settimana vedevamo Carlino Sgro
per il Corso, per Via Nazionale, per Via Ludovisi, passare in botte, di galoppo,
accanto a un enorme mammifero in gonnella. Le lunghe piume nere del
cappellaccio, che pareva un nido di corvi, le svolazzavano al vento.
Tutta la gente si fermava a mirare con occhi spalancati, a bocca aperta.
Noi amici, quasi sgomenti, nel vedercelo passar davanti, gli lanciavamo ogni
volta un grido affettuoso o lo chiamavamo per nome, tendendogli le braccia; e
lui, lui subito si voltava a salutarci con larghi e ripetuti gesti, che ci
pareva invocassero disperatamente ajuto.
Carlino Sgro da due anni aveva lasciato Roma per Milano, e non s'era più fatto
vivo con nessuno di noi. Ora, d'improvviso, rieccolo a Roma, in quella turbinosa
apparizione che aveva del tragico e del carnevalesco.
Qualcuno di noi finse di mostrarsene seriamente impensierito. Senza dubbio
Carlino era in pericolo; dovevamo salvarlo a ogni costo da quel mostro che lo
aveva rapito e se lo trascinava chi sa a qual bufera infernale. Come salvarlo?
Ma volando a San Marcello, perdio, a denunziare il ratto alla questura, o
piuttosto, assaltando, là, senz'altro, la carrozza e strappando, a viva forza,
la vittima dalle braccia di quell'orribile mostro.
Discutevamo ancora, al Circolo, sul partito da prendere, quand'ecco - fresco e
sorridente - Carlino Sgro davanti a noi.
Gli saltammo al collo tutti quanti insieme, baciandolo dove ci veniva fatto,
alle spalle, sul petto, sulle braccia, sulla nuca, fino a lasciarlo per un pezzo
boccheggiante come un pesce. Per farlo rinvenire, gli rovesciammo subito addosso
una tempesta di domande insieme con gli epiteti più graziosi, con cui eravamo
soliti d'accoglierlo ogni sera, al Circolo, quand'egli stava a Roma: - Vecchia
canaglia! Mummia inglese! Orangutàn! Figlio di Nouma Hawa! - ecc. ecc.
|
|
(Veramente Carlino Sgro pare una scimmia e pare un inglese: una scimmia, perché
- non ci ha colpa - ha la bocca per lo meno quattro dita sotto al naso; un
inglese, perché biondo, con gli occhi ceruli, e perché nessun inglese al mondo
ha mai vestito e camminato più inglesemente di lui.)
Chi lo crederebbe? Si mostrò stupito della profonda costernazione in cui noi
tutti eravamo stati per lui un'intera settimana.
- Come! - esclamò. - Ma quella è la Montroni, signori miei! Non conoscete la
Montroni?
Ci guardammo tutti negli occhi. Nessuno di noi conosceva la Montroni. Solo
Carinèi domandò:
- Pompea Montroni, la cantante?
Sgro indignato e stizzito, diede una spallata:
- Ma celebre, perdio! Soprano di cartello! Dite sul serio o siete della Papuasia?
Non la ricordate più nella Gioconda? Era il nostro cavallo di battaglia!
L'amo
come il fulgor del creato... Faceva tremare la Scala e il San Carlo.
- Faceva? Dunque ora è sfiatata?
Carlino Sgro atteggiò la faccia di fierissimo disprezzo e rispose:
- Vi prego di credere che la nostra voce è ancora divinamente bella, più
divinamente bella di quando facevamo andare in visibilio le platee del mondo
intero, e ci staccavano i cavalli dalla vettura. Ma abbiamo una piccola
palpitazione di cuore, un disturbetto cardiaco che non è nulla, rassicuratevi,
ma che potrebbe diventare grave. Dio liberi e anche... sì, anche fatale, ci
hanno detto i medici, se seguitiamo a rimanere nell'arte e a cantare. Così, per
prudenza, ci siamo ritirati.
- E tu, vecchio scimmione, - gli gridammo, - hai il coraggio di scarrozzarti per
il Corso quella carcassa sfiatata? E non ti vergogni?
- Vedo, - disse Carlino Sgro addoloratissimo, - che voi malignate, amici miei.
Vi compatisco. Ah che vuol dire non vivere a Milano!
Casa Castiglione Montroni, signori, è a Milano tra le più rispettabili e
rispettate. Pompea Montroni è donna esemplare. Forse non c'è bisogno di dirlo,
perché... - non ridete, via! - io lo ammetto, non è più tanto bella... non è
stata mai bella, va bene così? Ma non l'avete veduta sul palcoscenico, dove
faceva una magnifica figura. Lo afferma il marchese Colli, e mi pare che possa
bastare!
Chi è il marchese Colli? Datemi tempo, santo Dio, e vi dirò tutto. Lasciatemi
intanto premetter questo: che, se io ammiro Pompea Montroni, la ammiro, diciamo
così, in blocco; e che mi sono sempre guardato bene dal turbare la pace,
l'armonia che regnano sovrane tra lei e il suo legittimo consorte. L'ho
accompagnata qua a Roma per affari, o meglio, per preparare una certa sorpresa,
che non vi posso dire, alla nostra piccola Medea.
Piano! Vi dirò anche chi è Medea. Ma vi faccio notare che voi, senza saperlo, mi
avete aggredito con volgari e sanguinosi insulti. È inutile, povera gente:
bisogna vivere a Milanòoo!
Omero, come sapete, non descrive la bellezza di Elena: la lascia argomentare da
quel che dicono i vecchi di Troja, quando la vedono apparire sulle mura, se non
sbaglio. Non sono Omero, voi non siete vecchi di Troja, ma vi giuro che Medea è
centomila volte più bella di Elena e vi prego d'argomentare similmente quella
sua divina, indescrivibile bellezza dal vedermi ora andare attorno per le vie di
Roma con questa filuca di mammina sua. Vi basta, sì o no? Se non vi basta...
Vi dirò tutta la miseria mia.
Sappiate che da circa otto mesi io sono per lei in tirocinio di vecchio amico di
casa.
Amici miei, se io non divento al più presto vecchio amico di casa Castiglione
Montroni, vecchio amico di mammà Pompea, sono perduto. Per me, non c'è più
speranza, né salute, Medea ha già compiuto quattordici anni.
A questo annunzio ci levammo tutti in piedi, indignati, e coprimmo Carlino Sgro
di vituperii. Egli protese le mani, si cacciò la testa tra le spalle come una
tartaruga, e gridò:
- Adagio! adagio! aspettate. Dico quattordici, perché la mamma deve averne
ancora per forza trent'otto... Non capite niente, perdio? Ma ne ha già, per lo
meno diciannove, la quattordicenne Medea!
Non capirete certo neppure che cosa possa voler dire vecchio amico di casa.
Veramente, per capirlo, bisognerebbe che conosceste bene quella casa. Ma lo so
io e gli altri quattro disgraziati che sono in tirocinio, con me, a Milano.
Siamo in cinque, cari miei: un'infunata da mandare per grazia alla forca!
Già Pompea, la madre, l'avete intraveduta. Non è niente! Bisognerebbe che
conosceste il padre, cioè il marito di Pompea, e un po' anche il marchese Colli
che abita con loro.
Il marito è un bell'uomo. Aitante nella persona, con una magnifica barba bionda,
compitissimo e pieno di dignità, anzi di gravità quasi diplomatica. Credo che si
sia fatta apposta un po' di radura sul cranio, perché una leggera calvizie, in
certi casi e per certe professioni, è veramente indispensabile. Non vi potete
figurare con che aria d'importanza e che cipiglio vi dica, inserendo due dita
tra i bottoni del panciotto:
- Caldo, quest'oggi.
Si chiama Michelangelo. Di casato Castiglione, nientemeno. Secondo me, è l'uomo
più straordinario che viva di questi tempi in Europa. Straordinario per la
serietà con cui si vendica di ciò che gli hanno fatto fare.
Dovete sapere che, or saranno circa vent'anni, Pompea Montroni andò a cantare a
Parma nella Gioconda. Vi fece furore, si sa! E il marchese Colli - Mino Colli -
la vide dalla barcaccia, e se ne innamorò; poi la vide in camerino, e non si
spaventò. Non si spaventò perché la vanità di ricco nobiluccio di provincia
gliela fece vedere, anche lì da vicino, come la vedevano gli amici della
barcaccia, gli amici che allora lo invidiavano e lo stimavano l'uomo più
fortunato del mondo.
La grande Pompea, naturalmente, non se lo lasciò scappare. Considerando però la
propria corporatura e prevedendo che, a lungo andare, egli per troppa abbondanza
avrebbe forse perduto l'appetito, trovò subito in sé da mettergli a disposizione
una figliuola piccolina. Niente di male!
Piccolino, difatti, lui; ma panciutello, tutto panciutello, anche nella
faccia... - tanto carino, se vedeste! Corto di braccia, corto di gambe,
s'adopera con queste e con quelle a camminare; porta adesso le lenti su la punta
del nasetto a becco, e spesso, quando parla tutto affannato, si spunta come può
la barbetta ispida, sale e pepe, più sale che pepe, divenuta a furia di tagliare
come una bella virgola sul primo mento. Ne ha tre o quattro, di menti,
quell'ometto lì. E tante altre virtù che non vi dico.
Basta. Prima che la figliolina venisse al mondo, l'una e l'altro, dopo molte
lagrime da parte di lei e molte promesse da parte di lui, si misero d'accordo
per trovarle un onesto genitore.
Non avevano che due mesi di tempo; perché, di sette mesi, come sapete, si può
nascere benissimo - onestamente.
Michelangelo Castiglione era un genitore a spasso, bell'uomo, v'ho detto di
buoni natali, di bella reputazione e presero lui; a patto però che facesse il
galantuomo, il padre di famiglia intemerato e irreprensibile, il custode geloso
della illibatezza della propria casa.
Ebbene, signori, Michelangelo Castiglione è d'una onestà, d'una illibatezza da
fare spavento. Si vendica, stando ai patti, scrupolosissimamente.
Molto impensierito della diffusione del mal costume per opera della stampa
quotidiana, proibisce alla moglie e alla figliuola la lettura dei giornali. La
piccola Medea è stata educata secondo le rigide massime di condotta, che a lui,
fin dalla più tenera infanzia, furono inculcate nella nobile casa paterna.
Non c'è mica bisogno d'entrare con lui in qualche dimestichezza per sapere
ch'egli non avrebbe mai e poi mai sposato una cantante, se non gli fosse
capitata la disgrazia d'averne una figliuola. Insomma, via, egli sposò la
Montroni per scrupolo di coscienza. Non che avesse minimamente da ridire su la
condotta di lei, badiamo! Nel mondo dell'arte, la Montroni, vera e rara
eccezione! Ma che volete? l'educazione ricevuta in casa, i rigidi costumi della
sua famiglia non gli avrebbero consentito di farla sua moglie, per la sola
ragione ch'ella era una cantante, ecco. E se la Montroni vi susurra in un
orecchio ch'ella smise di cantare per il disturbo cardiaco, il marito dichiara
apertamente, invece, che egli lo pose per patto, prima di sposare. Ah,
inflessibile, su questo punto, Michelangelo! Non avrebbe potuto assolutamente
tollerare che sua moglie seguitasse a offrirsi in pascolo all'ammirazione del
pubblico, a girovagare di città in città, e che la figliuola crescesse in quel
mondo teatrale, di cui egli sente tuttora un istintivo orrore.
Inizio pagina

|