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NOVELLE PER UN ANNO - 1928 - "LA GIARA"
Pubblicata nel 1928, la raccolta La giara costituisce l'undicesimo
volume delle Novelle per un anno e include racconti già editi tra il 1900 e il
1918. |
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9. Pensaci, Giacomino! (1910)
«Corriere della Sera», 23
febbraio 1910.
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Da tre giorni il professore Agostino
Toti non ha in casa quella pace, quel riso, a cui crede ormai di aver diritto.
Ha circa settant'anni, e dir che sia un bel vecchio, non si potrebbe neanche
dire: piccoletto, con la testa grossa, calva, senza collo, il torso
sproporzionato su due gambettine da uccello... Sì, sì: il professor Toti lo sa
bene, e non si fa la minima illusione, perciò, che Maddalena, la bella
mogliettina, che non ha ancora ventisei anni, lo possa amare per se stesso.
È vero che egli se l'è presa povera e l'ha inalzata: figliuola del bidello del
liceo, è diventata moglie d'un professore ordinario di scienze naturali, tra
pochi mesi con diritto al massimo della pensione; non solo, ma ricco anche da
due anni per una fortuna impensata, per una vera manna dal cielo: una eredità di
quasi duecentomila lire, da parte d'un fratello spatriato da tanto tempo in
Rumenia e morto celibe colà.
Non per tutto questo però il professor Toti crede d'aver diritto alla pace e al
riso. Egli è filosofo: sa che tutto questo non può bastare a una moglie giovine
e bella.
Se l'eredità fosse venuta prima del matrimonio, egli magari avrebbe potuto
pretendere da Maddalenina un po' di pazienza, che aspettasse cioè la morte di
lui non lontana per rifarsi del sacrifizio d'aver sposato un vecchio. Ma son
venute troppo tardi, ahimè! quelle duecentomila lire, due anni dopo il
matrimonio, quando già... quando già il professor Toti filosoficamente aveva
riconosciuto, che non poteva bastare a compensare il sacrifizio della moglie la
sola pensioncina ch'egli le avrebbe un giorno lasciata. Avendo già concesso tutto prima, il professor Toti
crede d'aver più che mai ragione di pretendere la pace e il riso ora, con
l'aggiunta di quell'eredità vistosa. |
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Tanto più, poi, in quanto egli - uomo saggio veramente e dabbene - non
si è contentato di beneficiar la moglie, ma ha voluto anche beneficiare... sì,
lui, il suo buon Giacomino, già tra i più valenti alunni suoi al liceo, giovane
timido, onesto, garbatissimo, biondo, bello e ricciuto come un angelo.
Ma sì, ma sì - ha fatto tutto, ha pensato a tutto il vecchio professore Agostino
Toti. Giacomino Delisi era sfaccendato, e l'ozio lo addolorava e lo avviliva;
ebbene, lui, il professor Toti, gli ha trovato posto nella Banca Agricola, dove
ha collocato le duecentomila lire dell'eredità.
C'è anche un bambino, ora, per casa, un angioletto di due anni e mezzo, a cui
egli si è dedicato tutto, come uno schiavo innamorato. Ogni giorno, non gli par
l'ora che finiscano le lezioni al liceo per correre a casa, a soddisfare tutti i
capriccetti del suo piccolo tiranno. Veramente, dopo l'eredità, egli avrebbe
potuto mettersi a riposo, rinunziando a quel massimo della pensione, per
consacrare tutto il suo tempo al bambino. Ma no! Sarebbe stato un peccato!
Dacché c'è, egli vuol portare fino all'ultimo quella sua croce, che gli è stata
sempre tanto gravosa! Se ha preso moglie proprio per questo, proprio perché
recasse un beneficio a qualcuno ciò che per lui è stato un tormento tutta la
vita!
Sposando con quest'unico intento, di beneficare una povera giovine, egli ha
amato la moglie quasi paternamente soltanto. E più che mai paternamente s'è
messo ad amarla, da che è nato quel bambino, da cui quasi quasi gli piacerebbe
più d'esser chiamato nonno, che papà. Questa bugia incosciente sui puri
labbruzzi del bambino ignaro gli fa pena; gli pare che anche il suo amore per
lui ne resti offeso. Ma come si fa? Bisogna pure che si prenda con un bacio
quell'appellativo dalla boccuccia di Ninì, quel «papà» che fa ridere tutti i
maligni, i quali non sanno capire la tenerezza sua per quell'innocente, la sua
felicità per il bene che ha fatto e che seguita a fare a una donna, a un buon
giovinotto, al piccino, e anche a sé - sicuro! - anche a sé - la felicità di
vivere quegli ultimi anni in lieta e dolce compagnia, camminando per la fossa
così, con un angioletto per mano.
Ridano, ridano pure di lui tutti i maligni! Che risate facili! che risate
sciocche! Perché non capiscono... Perché non si mettono al suo posto...
Avvertono soltanto il comico, anzi il grottesco, della sua situazione, senza
saper penetrare nel suo sentimento!... Ebbene, che glie n'importa? Egli è
felice.
Se non che, da tre giorni...
Che sarà accaduto? La moglie ha gli occhi gonfii e rossi di pianto; accusa un
forte mal di capo; non vuole uscir di camera.
- Eh, gioventù!... gioventù!... - sospira il professor Toti, scrollando il capo
con un risolino mesto e arguto negli occhi e sulle labbra. - Qualche nuvola...
qualche temporaletto...
E con Ninì s'aggira per casa, afflitto, inquieto, anche un po' irritato,
perché... via, proprio non si merita questo, lui, dalla moglie e da Giacomino. I
giovani non contano i giorni: ne hanno tanti ancora innanzi a sé... Ma per un
povero vecchio è grave perdita un giorno! E sono ormai tre, che la moglie lo
lascia così per casa, come una mosca senza capo, e non lo delizia più con quelle
ariette e canzoncine cantate con la vocetta limpida e fervida, e non gli prodiga
più quelle cure, a cui egli è ormai avvezzo.
Anche Ninì è serio serio, come se capisca che la mamma non ha testa da badare a
lui. Il professore se lo conduce da una stanza all'altra, e quasi non ha bisogno
di chinarsi per dargli la mano, tant'è piccolino anche lui; lo porta innanzi al
pianoforte, tocca qua e là qualche tasto, sbuffa, sbadiglia, poi siede, fa
galoppare un po' Ninì su le ginocchia, poi torna ad alzarsi: si sente tra le
spine. Cinque o sei volte ha tentato di forzar la mogliettina a parlare.
- Male, eh? ti senti proprio male?
Maddalenina seguita a non volergli dir nulla: piange; lo prega di accostar gli
scuri del balcone e di portarsi Ninì di là: vuole star sola e al bujo.
- Il capo, eh?
Poverina, le fa tanto male il capo... Eh, la lite dev'essere stata grossa
davvero!
Il professor Toti si reca in cucina e cerca d'abbordar la servetta, per avere
qualche notizia da lei; ma fa larghi giri, perché sa che la servetta gli è
nemica; sparla di lui, fuori, come tutti gli altri, e lo mette in berlina,
brutta scema! Non riesce a saper nulla neanche da lei.
E allora il professor Toti prende una risoluzione eroica: reca Ninì dalla mamma
e la prega che glielo vesta per benino.
- Perché? - domanda ella.
- Lo porto a spassino, - risponde lui. - Oggi è festa... Qua s'annoja, povero
bimbo!
La mamma non vorrebbe. Sa che la trista gente ride vedendo il vecchio professore
col piccino per mano; sa che qualche malvagio insolente è arrivato finanche a
dirgli: - Ma quanto gli somiglia, professore, il suo figliuolo!
Il professor Toti però insiste.
- No, a spassino, a spassino...
E si reca col bimbo in casa di Giacomino Delisi. Questi abita insieme con una
sorella nubile, che gli ha fatto da madre. Ignorando la ragione del beneficio,
la signorina Agata era prima molto grata al professor Toti; ora invece -
religiosissima com'è - lo tiene in conto d'un diavolo, né più ne meno, perché ha
indotto il suo Giacomino in peccato mortale.
Il professor Toti deve aspettare un bel po', col piccino, dietro la porta, dopo
aver sonato. La signorina Agata è venuta a guardar dalla spia ed è scappata.
Senza dubbio, è andata ad avvertire il fratello della visita, e ora tornerà a
dire che Giacomino non è in casa.
Eccola. Vestita di nero, cerea, con le occhiaje livide, stecchita, arcigna,
appena aperta la porta, investe, tutta vibrante, il professore.
- Ma come... scusi... viene a cercarlo pure in casa adesso?... E che vedo! anche
col bambino? ha condotto anche il bambino?
Il professor Toti non s'aspetta una simile accoglienza; resta intronato; guarda
la signorina Agata, guarda il piccino, sorride, balbetta:
- Per... perché?... che è?... non posso... non... posso venire a...
- Non c'è! - s'affretta a rispondere quella, asciutta e dura. - Giacomino non
c'è.
- Va bene, - dice, chinando il capo, il professor Toti. - Ma lei, signorina...
mi scusi... Lei mi tratta in un modo che... non so! Io non credo d'aver fatto né
a suo fratello, né a lei...
- Ecco, professore, - lo interrompe, un po' rabbonita, la signorina Agata. -
Noi, creda pure, le siamo... le siamo riconoscentissimi; ma anche lei dovrebbe
comprendere...
Il professor Toti socchiude gli occhi, torna a sorridere, alza una mano e poi si
tocca parecchie volte con la punta delle dita il petto, per significarle che,
quanto a comprendere, lasci fare a lui.
- Sono vecchio, signorina, - dice, - e comprendo... tante cose comprendo io! e
guardi, prima di tutte, questa: che certe furie bisogna lasciarle svaporare, e
che, quando nascono malintesi, la miglior cosa è chiarire... chiarire,
signorina, chiarire francamente, senza sotterfugi, senza riscaldarsi... Non le
pare?
- Certo, sì... - riconosce, almeno così in astratto, la signorina Agata.
- E dunque, - riprende il professor Toti, - mi lasci entrare e mi chiami
Giacomino.
- Ma se non c'è!
- Vede? No, Non mi deve dire che non c'è. Giacomino è in casa, e lei me lo deve
chiamare. Chiariremo tutto con calma... glielo dica: con calma! Io sono vecchio
e comprendo tutto, perché sono stato anche giovane, signorina. Con calma, glielo
dica. Mi lasci entrare.
Introdotto nel modesto salotto, il professor Toti siede con Ninì tra le gambe,
rassegnato ad aspettare anche qua un bel pezzo, che la sorella persuada
Giacomino.
- No, qua Ninì... buono! - dice di tratto in tratto al bimbo, che vorrebbe
andare a una mensoletta, dove luccicano certi gingilli di porcellana; e intanto
si scapa a pensare che diamine può essere accaduto di così grave in casa sua,
senza ch'egli se ne sia accorto per nulla. Maddalenina è così buona! Che male
può ella aver fatto, da provocare un così aspro e forte risentimento, qua, anche
nella sorella di Giacomino?
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Il professor Toti, che ha creduto finora a una bizza passeggera, comincia a
impensierirsi e a costernarsi sul serio.
Oh, ecco Giacomino finalmente! Dio, che viso alterato! che aria rabbuffata! Eh
come? Ah, questo no! Scansa freddamente il bambino che gli è corso incontro
gridando con le manine tese:
- «Giamì! Giamì!».
- Giacomino! - esclama, ferito, con severità, il professor Toti.
- Che ha da dirmi, professore? - s'affretta a domandargli quello, schivando di
guardarlo negli occhi.
- Io sto male... Ero a letto... Non sono in grado di parlare e neanche di
sostener la vista d'alcuno...
- Ma il bambino?!
- Ecco, - dice Giacomino; e si china a baciare Ninì.
- Ti senti male? - riprende il professor Toti, un po' racconsolato da quel
bacio. - Lo supponevo. E son venuto per questo. Il capo, eh? Siedi, siedi...
Discorriamo. Qua, Ninì... Senti che «Giamì» ha la bua? Sì, caro, la bua... qua,
povero «Giami»... Sta' bonino; ora andiamo via. Volevo domandarti - soggiunge,
rivolgendosi a Giacomino, - se il direttore della Banca Agricola ti ha detto
qualche cosa.
- No, perché? - fa Giacomino, turbandosi ancor più.
- Perché jeri gli ho parlato di te, - risponde con un risolino misterioso il
professor Toti. Il tuo stipendio non è molto grasso, figliuol mio. E sai che una
mia parolina...
Giacomino si torce su la sedia, stringe le pugna fino ad affondarsi le unghie
nel palmo delle mani.
- Professore, io la ringrazio, - dice, - ma mi faccia il favore, la carità, di
non incomodarsi più per me, ecco!
- Ah sì? - risponde il professor Toti con quel risolino ancora su la bocca. -
Bravo! Non abbiamo più bisogno di nessuno, eh? Ma se io volessi farlo per mio
piacere? Caro mio, ma se non debbo più curarmi di te, di chi vuoi che mi curi
io? Sono vecchio, Giacomino! E ai vecchi - badiamo, che non siano egoisti! - ai
vecchi, che hanno tanto stentato, come me, a prendere uno stato, piace di vedere
i giovani, come te meritevoli, farsi avanti nella vita per loro mezzo; e godono
della loro allegria, delle loro speranze, del posto ch'essi prendono man mano
nella società. Io poi per te... via, tu lo sai... ti considero come un
figliuolo... Che cos'è? Piangi?
Giacomino ha nascosto infatti il volto tra le mani e sussulta come per un impeto
di pianto che vorrebbe frenare.
Ninì lo guarda sbigottito, poi, rivolgendosi al professore, dice:
- «Giamì, bua»...
Il professore si alza e fa per posare una mano su la spalla di Giacomino; ma
questi balza in piedi, quasi ne provi ribrezzo, mostra il viso scontraffatto
come per una fiera risoluzione improvvisa, e gli grida esasperatamente:
- Non mi s'accosti! Professore, se ne vada, la scongiuro, se ne vada! Lei mi sta
facendo soffrire una pena d'inferno! Io non merito codesto suo affetto e non lo
voglio, non lo voglio... Per carità, se ne vada, si porti via il bambino e si
scordi che io esisto!
Il professor Toti resta sbalordito; domanda:
- Ma perché?
- Glielo dico subito! - risponde Giacomino. - Io sono fidanzato, professore! Ha
capito? Sono fidanzato!
Il professor Toti vacilla, come per una mazzata sul capo; alza le mani;
balbetta:
- Tu? fi... fidanzato?
- Sissignore, - dice Giacomino. - E dunque, basta... basta per sempre! Capirà
che non posso più... vederla qui...
- Mi cacci via? - domanda, quasi senza voce, il professor Toti.
- No! - s'affretta a rispondergli Giacomino, dolente. - Ma è bene che lei... che
lei se ne vada, professore...
Andarsene? Il professore casca a sedere su la seggiola. Le gambe gli si sono
come stroncate sotto. Si prende la testa tra le mani e geme:
- Oh Dio! Ah che rovina! Dunque per questo? Oh povero me! Oh povero me! Ma
quando? come? senza dirne nulla? con chi ti sei fidanzato?
- Qua, professore... da un pezzo... - dice Giacomino. - con una povera orfana,
come me... amica di mia sorella...
Il professor Toti lo guarda, inebetito, con gli occhi spenti, la bocca aperta, e
non trova la voce per parlare.
- E... e... e si lascia tutto... così... e... e non si pensa più a... a nulla...
non si... non si tien più conto di nulla...
Giacomino si sente rinfacciare con queste parole l'ingratitudine, e si ribella,
fosco:
- Ma scusi! che mi voleva schiavo, lei?
- Io, schiavo? - prorompe, ora, con uno schianto nella voce, il professor Toti.
- Io? E lo puoi dire? Io che ti ho fatto padrone della mia casa? Ah, questa,
questa sì che è vera ingratitudine! E che forse t'ho beneficato per me? che ne
ho avuto io, se non il dileggio di tutti gli sciocchi che non sanno capire il
sentimento mio? Dunque non lo capisci, non lo hai capito neanche tu, il
sentimento di questo povero vecchio, che sta per andarsene e che era tranquillo
e contento di lasciar tutto a posto, una famigliuola bene avviata, in buone
condizioni... felice? Io ho settant'anni; io domani me ne vado, Giacomino! Che
ti sei levato di cervello, figliuolo mio! Io vi lascio tutto, qua... Che vai
cercando? Non so ancora, non voglio saper chi sia la tua fidanzata; se l'hai
scelta tu, sarà magari un'onesta giovine, perché tu sei buono...; ma pensa
che... pensa che... non è possibile che tu abbia trovato di meglio. Giacomino,
sotto tutti i riguardi... Non ti dico soltanto per l'agiatezza assicurata... Ma
tu hai già la tua famigliuola, in cui non ci sono che io solo di più, ancora per
poco... io che non conto per nulla... Che fastidio vi do io? Io sono come il
padre... Io posso anche, se volete... per la vostra pace... Ma dimmi com'è
stato? che è accaduto? come ti s'è voltata la testa, così tutt'a un tratto?
Dimmelo! dimmelo...
E il professor Toti s'accosta a Giacomino e vuol prendergli un braccio e
scuoterglielo; ma quegli si restringe tutto in sé, quasi rabbrividendo, e si
schermisce.
- Professore! - grida. - Ma come non capisce, come non s'accorge che tutta
codesta sua bontà...
- Ebbene?
- Mi lasci stare! non mi faccia dire! Come non capisce che certe cose si possono
far solo di nascosto, e non son più possibili alla luce, con lei che sa, con
tutta la gente che ride?
- Ah, per la gente? - esclama il professore. - E tu...
- Mi lasci stare! - ripete Giacomino, al colmo dell'orgasmo, scotendo in aria le
braccia. - Guardi! Ci sono tant'altri giovani che han bisogno d'ajuto,
professore!
Il Toti si sente ferire fin nell'anima da queste parole, che sono un'offesa
atroce e ingiusta per sua moglie; impallidisce, allividisce, e tutto tremante
dice:
- Maddalenina è giovine, ma è onesta, perdio! e tu lo sai! Maddalenina ne può
morire... perché è qui, è qui, il suo male, nel cuore... dove credi che sia? È
qui, è qui, ingrato! Ah, la insulti, per giunta? E non ti vergogni? e non ne
senti rimorso di fronte a me? Puoi dirmi questo in faccia? tu? Credi che ella
possa passare, così, da uno all'altro, come niente? madre di questo piccino? Ma
che dici? Come puoi parlar così?
Giacomino lo guarda trasecolato, allibito.
- Io? - dice. - Ma lei piuttosto, professore, scusi, lei, lei, come può parlare
così? Ma dice sul serio?
Il professor Toti si stringe ambo le mani su la bocca, strizza gli occhi,
squassa il capo e rompe in un pianto disperato. Ninì anche lui, allora, si mette
a piangere. Il professore lo sente, corre a lui, lo abbraccia.
- Ah, povero Ninì mio... ah che sciagura, Ninì mio, che rovina! E che sarà della
tua mamma ora? e che sarà di te, Ninì mio, con una mammina come la tua,
inesperta, senza guida... Ah, che baratro!
Solleva il capo, e, guardando tra le lagrime Giacomino:
- Piango, - dice, - perché mio è il rimorso; io t'ho protetto, io t'ho accolto
in casa, io le ho parlato sempre tanto bene di te, io... io le ho tolto ogni
scrupolo d'amarti... e ora che ella ti amava sicura... madre di questo
piccino... tu...
S'interrompe e, fiero, risoluto, convulso:
- Bada, Giacomino! - dice. - Io son capace di presentarmi con questo piccino per
mano in casa della tua fidanzata!
Giacomino, che suda freddo, pur su la brace ardente, nel sentirlo parlare e
piangere così, a questa minaccia giunge le mani, gli si fa innanzi e scongiura:
- Professore, professore, ma lei vuol dunque proprio coprirsi di ridicolo?
- Di ridicolo? - grida il professore. - E che vuoi che me n'importi, quando vedo
la rovina d'una povera donna, la rovina tua, la rovina d'una creatura innocente?
Vieni, vieni, andiamo, su via, Ninì, andiamo!
Giacomino gli si para davanti:
- Professore, lei non lo farà!
- Io lo farò! - gli grida con viso fermo il professor Toti. - E per impedirti il
matrimonio son anche capace di farti cacciare dalla Banca! Ti do tre giorni di
tempo.
E, voltandosi su la soglia, col piccino per mano:
- Pensaci, Giacomino! Pensaci!
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