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NOVELLE PER UN ANNO - 1928 - "LA GIARA"
Pubblicata nel 1928, la raccolta La giara costituisce l'undicesimo
volume delle Novelle per un anno e include racconti già editi tra il 1900 e il
1918. |
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7. Un'altra allodola (1902)
«Quand'ero matto», Renzo Streglio
e C. Editori, Torino, 1902.
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Luca Pelletta non avrebbe riconosciuto
alla stazione di Roma Santi Currao, se questi non gli si fosse fatto avanti
chiamandolo ripetutamente:
- Amico Pelletta! Amico Pelletta!
Intontito dal viaggio, tra la ressa e il rimescolio dei passeggeri che gli
davano la vertigine, restò a mirarlo, sbalordito:
- Oh, tu Santi? E come mai? Così...
- Che cosa?
- Quantum mutatus ab illo!
- Ma che abillo? Gli anni, amico Pelletta!
Gli anni, sì, ma anche... - Luca lo squadrò alla luce delle lampade elettriche.
Gli anni? E quel vestito? Un gran maestro di musica, con quella camicia, con
quella giacca, con quei calzoni e quelle scarpe? Dunque, nella miseria? |
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E quella barba incolta, già quasi
grigia, cresciuta più sulle gote che sul mento? e quella faccia pallida e
grassa? e quelle occhiaje gonfie intorno agli occhi
acquosi? Come mai? Era divenuto anche più corto di statura?
Sotto gli occhi di Luca Pelletta pieni di tanto stupore, le labbra del Currao si
allargarono a un ghigno muto:
- Tu sei ricco, amico Pelletta e il tempo non ti deteriora. Andiamo, andiamo! Ma
ti pongo questo patto: non una parola sul paesaccio in cui io e tu abbiamo avuto
la sciagura di nascere. Chi è vivo è vivo, chi è morto è morto: non voglio
saperne nulla. Non c'è bisogno di prendere la vettura: sto qua in fondo al
viale. Da' a me la valigia o la cassetta.
- No, grazie: me le porto da me; non pesano molto.
- Il bagaglio lo lasci in deposito alla stazione?
- Quale bagaglio? - fece Luca Pelletta. - Ho questi due colli soltanto: libri e
biancheria.
- Ti tratterrai dunque poco?
- No, perché? Sono venuto forse per sempre.
- Così a mani vuote?
Andarono per un tratto in silenzio.
- La tua signora? - s'arrischiò a domandare Luca alla fine. Il Currao abbassò la
testa e borbottò:
- Sono solo.
- È fuori di Roma?
- È a Roma, amico Pelletta. Ti dirò a casa. Parliamo ora di te. Ma il pretto
necessario e basta. Perché sei venuto a Roma? Sono una bestia. Dimenticavo che
tu hai quattrini da buttar via.
- T'inganni... - corresse con un sorrisetto bonario il Pelletta. - Ho sì quanto
mi basta: poco; ma io ho bisogno di poco. Nulla da buttar via. È vero che, in
compenso, ora sono divenuto padrone del mio. Abbiamo fatto quasi un capitombolo,
sai? Per miracolo la miseria non ha battuto alla nostra porta. Ma, in compenso,
ti ripeto, ora sono libero e padrone...
- ... del tuo. Sta bene. Ma se non sei più ricco, perché sei venuto a Roma?
- Vedrai! - sospirò Luca, socchiudendo di nuovo gli occhi misteriosamente. - È
la mia città. L'ho sempre sognata.
- Amico Pelletta, ho un vago sospetto, - riprese Santi Currao. - Ti fiuto: tu
puzzi. Di' la verità, sei più miserabile di me?
- No, perché? - fece Luca, istintivamente; subito si riprese: - Forse no...
- Questo tuo, di' un po', a quanto ammonta?
- Rendituccia modesta, ma sicura: cinque lire al giorno. Mi bastano.
Santi Currao sghignò forte, squassando la testa.
- Centocinquanta lire al mese?! E che te ne fai?
Arrivati in fondo al viale, il Currao si cacciò nel portoncino di casa e, prima
di mettersi a salire, disse a Luca:
- Ti prego di parlare sottovoce.
Un camerotto squallido, sudicio, in disordine, con un letto in un angolo, non
rifatto chi sa da quanti giorni; un tavolino rustico, senza tappeto, presso
l'unica finestra; un attaccapanni appeso alla parete; seggiole impagliate; un
lavamano.
Santi Currao accese il lume sul tavolino, e invitò l'amico a sedere.
- Se vuoi lavarti, lì c'è l'occorrente.
- E... non hai uno specchio? - domandò afflitto e reso timido da tanta miseria,
Luca, guardando in giro le pareti polverose.
- Pago dodici lire al mese, amico Pelletta, e non sono rispettato. Do qualche
lezione di musica, e non mi pagano; viene la fine del mese, e io non pago; e più
non pago, e meno sono rispettato. Avevo lì, presso l'asciugamani, uno specchio,
se non m'inganno. Se lo sono portato via.
- E come fai per guardarti? - domandò Luca, costernato.
- Non ci penso neppure!
- Fai male, Santi! Perché, il fisico...
- Il vero fisico è il pane, amico Pelletta! - sentenziò bruscamente il Currao.
- Ah, nego, nego... - fece Luca. - Non solo pane vivit homo...
- E intanto, - concluse Santi, - prima base, ci vuole il pane. Non dire
sciocchezze e, per giunta, in latino.
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Rimasero un buon pezzo in penoso silenzio. Santi Currao sedette presso il
tavolino, con la testa bassa e gli occhi fissi sul pavimento. Luca Pelletta
dritto sulla vita, accigliato, lo esaminava.
- E dunque... la tua signora?
Il Currao alzò il testone e guardò un pezzo negli occhi l'amico. - E dalli con
la mia signora! - Si scoprì il capo solennemente; si batté più volte l'ampia
fronte rischiarata dal lume:
- Vedi? Cervo! - esclamò; e le grosse pallide labbra, allargandosi a un orribile
ghigno, scoprirono i denti serrati, gialli dai lunghi digiuni.
Luca Pelletta lo guardò perplesso, quasi consigliandosi con l'espressione del
volto del Currao, se dovesse riderne o no.
- Cervo! cervo! - ripeté Santi, confermando col capo più volte di seguito. - E
non l'ho cacciata io, sai! Se n'è andata via lei, da sé. Io sono così; -
aggiunse, afferrandosi con ambo le mani la barbaccia incolta su le gote, - ma
mia moglie era una bella e rispettabilissima signora! La povertà, amico
Pelletta. Senza la povertà, forse non l'avrebbe fatto. Non era poi tanto
cattiva, in fondo. È vero che io per lei fui marito esemplare: le portavo tutto
quel po' che guadagnavo... tranne qualche soldo per mantenermi l'occhio vivo. Ma
è pur vero che l'uomo, per quanto porco sia, vale sempre mille volte più di
qualunque donna. Dici di no, amico Pelletta? Ebbene, chi sa? forse no. Non si
può dire. La povertà, capisci? Che fa il ferro al fuoco? Si torce. Ebbene, e tu,
marito, arrivi fino al punto di dire a tua moglie: M'hai fatto le corna? T'hanno
procacciato pane? Sì? E allora hai fatto benone! Danne un pezzetto anche a me!
Si alzò, e si mise a passeggiare per la camera, col testone sul petto e le mani
dietro la schiena.
- E ora... che fa? - domandò timidamente Luca.
Il Currao seguitò a passeggiare, come se non avesse udito la domanda.
- Non sai dov'è?
Il Currao si fermò davanti al lume:
- Fa la puttana! - disse. - Non consumiamo petrolio inutilmente! Lavati, se lo
credi proprio necessario. E usciamo. Non vuoi cenare?
- No... - rispose Luca. - Ho desinato a Napoli piuttosto bene.
- Non ci credo.
- Parola d'onore. Di' un po', come ti sembro?
- Compassionevole, amico Pelletta!
- No, dico! ti pare che stia male in faccia?
- No: ancora non pare, - fece Santi.
- Eh sì, - affermò Luca - è un fatto che, a me, il mangiar poco mi conferisce.
Ma forse sono un po' troppo pallido questa sera, no?
- Sei pallido, perché sei povero! - raffibbiò il Currao. - Via, usciamo! Tu vuoi
certo vedere il Colosseo al lume di luna.
Luca accettò con entusiasmo la proposta, e s'avviarono in silenzio.
Davanti alla soglia di casa, il Pelletta trattenne per un braccio l'amico, poi
gli batté la spalla con una mano e gli disse, socchiudendo gli occhi:
- Santi, risorgeremo! lascia fare a me!
- Statti quieto... - brontolò il Currao.
E tutti e due si perdettero nell'ombra.
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