|
NOVELLE PER UN ANNO - 1928 - "LA GIARA"
Pubblicata nel 1928, la raccolta La giara costituisce l'undicesimo
volume delle Novelle per un anno e include racconti già editi tra il 1900 e il
1918. |
|
|
|
|
|
|
5. La lega disciolta (1910)
«Corriere della Sera», 6 giugno
1910.
|
|
Al caffè, dove Bòmbolo stava tutto il
giorno, col berretto rosso da turco sul testone ricciuto, un pugno chiuso sul
marmo del tavolino in atto d'impero, l'altra mano al fianco, una gamba qua, una
gamba là, guardando tutti in giro, senza disprezzo ma con gravità accigliata,
quasi per dire: «I conti qua, signori miei, lo sapete, bisogna farli con me»,
venivano uno dopo l'altro i proprietarii di terre non soltanto di Montelusa, ma
anche dei paesi del circondario, anche il vecchio marchese don Nicolino Nigrelli
(quello che andava sempre col pomo d'avorio della mazzettina d'ebano sulle
labbra appuntite, come se sonasse il flauto), anche il barone don Mauro Ragona,
anche il Tavella, tutti insomma, con tanto di cappello in mano.
- Don Zulì, una grazia...
E Bòmbolo, all'atto deferente, subito - bisogna dirlo - balzava in piedi, si
cavava il berretto, s'impostava sull'attenti e con la testa alta e gli occhi
bassi rispondeva:
- Ai comandi, Eccellenza.
Erano le solite lagnanze e le solite raccomandazioni. Al Nigrelli erano spariti
dalla costa quattro capi di bestiame; otto al Ragona dall'addiaccio; cinque al
Tavella dalla stalla.
|
|
E uno veniva a dire che gli avevano
legato all'albero il garzone che li badava; e un altro, che gli avevano finanche
rubato la vacca appena figliata, lasciando il buccelluzzo che piangeva e sarebbe morto di fame
senza dubbio.
In prima Bòmbolo, invariabilmente, per concedere una giusta soddisfazione
all'oltraggio patito, esclamava:
- Ah, birbanti!
Poi, giungendo le mani e scotendole in aria:
- Ma, padroni miei, padroni miei... Diciamo birbanti; in coscienza però, a
voltar la pagina, quanto tirano al giorno questi birbanti? Tre «tarì» tirano! E
che sono tre «tarì»? Oggi com'oggi, un uomo, un figlio di Dio che lavora, povera
carne battezzata come Vossignoria, non come me, io sono turco - sissignore -
turco... eccolo qua - (e presentava il fez) - dicevamo, un uomo che butta sangue
con la zappa in mano dalla punta dell'alba alla calata del sole, senza sedere
mai, altro che per mandar giù a mezzogiorno un tozzo di pane con la saliva per
companatico; un uomo che le torna all'opera masticando l'ultimo boccone, dico,
padrone mio, pagarlo tre «tarì», in coscienza, non è peccato? Guardi don Cosimo Lopes! Dacché s'è messo a pagare gli uomini a tre lire al giorno, ha da lagnarsi
più di nulla? Nessuno più s'attenta a levargli... che dico? - (allungava due
dita, si tirava dal capo con uno strappo netto un capello e lo mostrava) - è
buono questo? neanche questo! Tre lire, signorino, tre lire sono giuste! Faccia
come le dico io; e, se domani qualcuno le manca di rispetto, tanto a lei quanto
alle bestie, venga a sputarmi in faccia: io sono qua.
In fine, cangiando aria e tono, concludeva: - Quanti capi ha detto? Quattro?
Lasci fare a me. Vado a sellare.
E fingeva di mettersi in cerca di quei capi di bestiame per le campagne, due o
tre giorni, cavalcando anche di notte sotto la pioggia e sotto lo stellato.
Nessuno ci credeva, e nemmeno credeva lui che gli altri ci credessero. Sicché,
quando in capo ai tre giorni, si presentava in casa o del marchese Nigrelli o
del Ragona o degli altri, e questi lo accoglievano con la solita esclamazione: -
«Povero don Zulì, chi sa quanto avete penato!» - egli troncava con un gesto
reciso della mano l'esclamazione, chiudeva gli occhi con gravità:
- Lasciamo andare! - diceva. - Ho penato, ma li ho scovati. E prima di tutto le
do parte e consolazione che alle bestie hanno dato stalla e cura. Dove stanno,
stanno bene. I «picciotti» non sono cattivi. Cattivo è il bisogno. E creda che
se non fosse il bisogno, per il modo come sono pagati... Basta, Pronti a
restituire le bestie; però, al solito, Vossignoria m'intende... Oh, trattando
con Vossignoria, e con me di mezzo, senza né patti né condizioni: la sua buona
grazia, quello che il cuore le detta. E stia sicuro che stanotte, puntuali,
verranno a riportarle su la costa le bestie, più belle di prima.
Gli sarebbe sembrata una mancanza di rispetto, così a sé come al signore,
accennare anche lontanamente al sospetto, che quei bravi «picciotti» potessero
trovare la notte in agguato guardie e carabinieri. Sapeva bene che, se il
signore s'era rivolto a lui, era segno che stimava inutile il ricorrere alla
forza pubblica per riavere le bestie. Non le avrebbe riavute, di sicuro. Nel
riaverle così, mediante quel piccolo salasso di denari, con Bòmbolo di mezzo,
ogni idea di tradimento doveva essere esclusa.
E Bòmbolo prendeva il denaro, cinquecento, mille, duemila lire, a seconda del
numero delle bestie sequestrate, e questo denaro ogni settimana, il sabato sera,
recava intatto ai contadini della Lega, che si raccoglievano in un fondaco su le
alture di San Gerlando.
Qua si faceva la «giusta». Cioè, a ogni contadino che durante la settimana aveva
lavorato per tre «tarì» al giorno (lire 1,25) veniva secondo giustizia computata
la giornata in ragione di tre lire, e gli era dato il rimanente. Quelli che, non
per colpa loro, avevano «seduto», cioè non avevano trovato lavoro, ricevevano
sette lire, una per giorno; prima però venivano detratte, come per sacro
impegno, le pensioncine settimanali assegnate alle famiglie di tre socii,
Todisco, Principe e Barrera che, arrestati per caso di notte da una pattuglia in
perlustrazione e condannati a tre anni di carcere, avevano saputo tacere; una
parte della somma era poi destinata per gli sbruffi ai campieri e ai guardiani
di bestiame che, d'intesa, si facevano legare e imbavagliare; il resto, se ne
restava, era conservato come fondo di cassa.
Bòmbolo non toccava un centesimo, quel che si dice un centesimo. Erano tutte
infamie, tutte calunnie quelle che si spargevano sul conto suo a Montelusa. Già
egli non aveva bisogno di quel denaro. Era stato tanti anni nel Levante, e vi
aveva fatto fortuna. Non si sapeva dove, precisamente, né come, ma nel Levante
aveva fatto fortuna, certo; e non sarebbe andato appresso a quei pochi
quattrinucci rimediati a quel modo. Lo dicevano chiaramente quel suo berretto
rosso e l'aria del volto e il sapore dei suoi discorsi e quello speciale odore
che esalava da tutta la persona, un odor quasi esotico, di spezie levantine,
forse per certi sacchettini di cuojo e bossoletti di legno che teneva addosso, o
forse per il fumo del suo tabacco turco, di contrabbando, che gli veniva dalle
navi che approdavano nel vicino porto di mare, e con le quali egli era in
segreti commerci, almeno a detta di molti, che per ore e ore certe mattine lo
vedevano con quel fiammante cupolino in capo guardare, come all'aspetto,
sospirando, l'indaco del mare lontano, se da Punta Bianca vi brillasse una
vela... Aveva poi sposato una dei Dimìno, ch'erano notoriamente tra i più ricchi
massari del circondario, massari buoni, di quelli all'antica, che avevano terre
che ci si camminava a giornate senza vederne la fine; e zi' Lisciànnaru Dimìno e
sua moglie, quantunque la loro figliola dopo appena quattr'anni di matrimonio
fosse morta, gli volevano ancora tanto bene, che si sarebbero levata la camicia
per lui.
Tutte calunnie. Egli era un apostolo. Egli lavorava per la giustizia. La
soddisfazione morale che gli veniva dal rispetto, dall'amore, dalla gratitudine
dei contadini che lo consideravano come il loro re, gli bastava. E tutti in un
pugno li teneva. L'esperienza gli aveva insegnato che, a raccoglierli
apertamente in un fascio perché resistessero con giusta pretesa all'avarizia
prepotente dei padroni, il fascio, con una scusa o con un'altra, sarebbe stato
sciolto e i caporioni mandati a domicilio coatto. Con la bella giustizia che si
amministrava in Sicilia! Non se ne fidavano neanche i signori! Là, là nel
fondaco di San Gerlando, amministrava lui, la giustizia, quella vera; in quel
modo, ch'era l'unico. I signori proprietarii di terre volevano ostinarsi a pagar
tre «tarì» la giornata d'un uomo? Ebbene, quel che non davano per amore, lo
avrebbero dato per forza. Pacificamente, ohè. Senza né sangue né violenze. E col
dovuto rispetto alle bestie.
Aveva un cartolare, Bòmbolo, ch'era come un decimario di comune, dove, accanto a
ogni nome erano segnati i beni e i luoghi e il novero delle bestie grosse e
delle minute. Lo apriva, chiamava a consulto i più fidati, e stabiliva con essi
quali tra i signori dovessero per quella settimana «pagar la tassa», quali tra i
contadini fossero più designati, o per pratica dei luoghi o per amicizia coi
guardiani o perché d'animo più sicuro, al sequestro delle bestie. E raccomandava
prudenza e discrezione.
- Il poco non fa male!
Questa era una delle sue massime favorite. Diventava terribile, ma proprio col
sangue agli occhi e la bava alla bocca, quando s'accorgeva o veniva a sapere che
qualcuno della Lega «voleva far la carogna», cioè non lavorare. Lo investiva, lo
abbrancava per il petto, gli metteva le unghie nel viso, lo scrollava così
furiosamente, che gli faceva cader dal capo il berretto e venir fuori la camicia
dai pantaloni.
- Cima di birbante! - gli urlava in faccia. - Chi sono io? per chi mi vuoi far
conoscere? per chi mi prendi tu dunque? per un protettore di ladri e di
vagabondi? Qua sangue s'ha da buttare, carogna! sangue, sudori di sangue! qua
tutti con le ossa rotte dalla fatica dovete presentarvi il sabato sera! O questo
diventa un covo di malfattori e di briganti! Io ti mangio la faccia, se tu non
lavori; sotto i piedi ti pesto! Il lavoro è la legge! Col lavoro soltanto
acquistate il diritto di prendere per le corna una bestia dalla stalla altrui e
di gridare in faccia al padrone: «Questa me la tengo, se non mi paghi com'è
debito di coscienza i miei sudori di sangue!».
Inizio pagina

|
|
Faceva paura, in quei momenti. Tutti, muti come ombre, stavano ad ascoltarlo nel
fondaco nero, mirando la fiamma filante del moccolo di candela ritto tra la
colatura su la tavola sudicia come una roccia di cacio. E dopo la fiera
invettiva si sentiva l'ansito del suo torace poderoso, a cui pareva
rispondessero, dalla tenebra frigida d'una grotta, che vaneggiava in fondo, i
cupi tonfi cadenzati delle gocce d'una cert'acqua amara, renosiccia, piombanti
entro una conca viscida, dove alle volte qualche ranocchia quacquarava.
Se qualcuno ardiva di levare gli occhi, vedeva in quei momenti, dopo la
sfuriata, un luccicore di lagrime, di lagrime vere negli occhi di Bòmbolo. Era
vanto supremo per lui la testimonianza che gli stessi proprietarii di terre
rendevano unanimi, che mai come in quei tempi i contadini s'erano dimostrati
sottomessi al lavoro e obbedienti. Solo da questo riconoscimento poteva venir
purificata, santificata l'opera ch'egli metteva per loro. Orbene, in quei
momenti, vedeva ignominiosamente compromessa la giustizia che, sul serio, con
santità, sentiva d'amministrare; compromesso il suo apostolato, il suo onore,
per quell'uno che poteva infamar tutti. Sentiva enorme, allora, il peso della
sua responsabilità, e ribrezzo per l'opera sua, e sdegno e dolore, perché gli
pareva che i contadini non gli fossero grati abbastanza di quanto aveva loro
ottenuto, di quel salario di tre lire che, batti oggi, batti domani, era
riuscito a strappare all'avarizia dei padroni.
Per lui erano sacri, e sacri voleva che fossero tutti i socii della Lega, quelli
che si erano arresi alla sua costante predicazione, concedendo il giusto
salario. Se talvolta mancava il danaro e, cercando e ricercando nel cartolare,
non si trovava chi, al solito, per quella settimana dovesse «pagar la tassa»,
qualcuno tra i consiglieri accennava timidamente a uno di quelli; Bòmbolo si
voltava a fulminarlo con gli occhi, bianco d'ira e fremente. Quelli non si
dovevano toccare!
Ma, allora?
- Allora, - scattava Bòmbolo, buttando all'aria il cartolare, - allora,
piuttosto, salassiamo mio suocero!
E a due o tre contadini era assegnato il compito di recarsi la notte alle terre
di Luna, presso la marina, per sequestrare sei o sette bestie grosse a zio
Lisciànnaru Dimìno, che pure tra i primi s'era messo a pagare gli uomini a tre
lire al giorno.
Poteva bastar questo a turare la bocca ai calunniatori. Salassando il suocero,
Bòmbolo rubava a se stesso, perché l'unico erede dei Dimìno sarebbe stato un
giorno il suo figliuolo. Ma piuttosto rubare a se stesso, al suo figliuolo, che
far offesa alla giustizia. E che strazio ogni qual volta il vecchio suocero, che
vestiva ancora all'antica, con le brache a mezza gamba, la berretta nera a calza
con la nappina in punta e gli orecchini in forma di catenaccetti agli orecchi,
veniva a trovarlo, appoggiato al lungo bastone, dalle terre di Luna, e gli
diceva:
- Ma come, Zulì? così ti rispettano i tuoi? e che sei tu allora? broccolo sei?
- Mi sputi in faccia, - rispondeva Bòmbolo, succiando, con gli occhi chiusi, il
fiele di quel giusto rimbrotto. - Mi sputi in faccia, che posso dirle?
Gli pareva ormai mill'anni che uscissero dal carcere quei tre socii, Todisco,
Principe e Barrera, per sciogliere finalmente quella Lega, ch'era divenuta un
incubo per lui.
Fu una gran festa, il giorno di quella scarcerazione, nel fondaco su a San
Gerlando: si bevve e si danzò; poi Bòmbolo, raggiante, tenne il discorso di
chiusura, e ricordò le imprese e cantò la vittoria, ch'era il premio per quei
tre che avevano sofferto il carcere: il premio più degno, quello di trovare
mutate le condizioni, onestamente retribuito il lavoro; e disse in fine che egli
ora, assolto il compito, si sarebbe ritirato in pace e contento; e fece ridere
tutti annunziando che quel giorno stesso avrebbe mandato il suo berretto rosso
da turco al suocero, che non aveva saputo mai vederglielo in capo di buon
occhio. Deponeva con quel berretto la sovranità, e dichiarava sciolta la Lega.
Non passarono neppure quindici giorni che, dimenandosi al solito di qua e di là,
col pomo d'avorio della mazzettina d'ebano su le labbra appuntite, si presentò
al caffè il vecchio marchese don Nicolino Nigrelli:
- Don Zulì, una grazia...
Bòmbolo diventò dapprima più bianco del marmo del tavolino e fissò con occhi
così terribilmente spalancati il povero marchese, che questi ne tremò di paura
e, traendosi indietro, cadde a sedere su una seggiola, mentre l'altro gli si
levava sopra furente, ruggendo tra i denti:
- Ancora?
Quasi basito, eppur tentando un sorrisetto a fior di labbra, il marchese gli
mostrò quattro dita della sua manina tremicchiante e gli disse:
- 'Gnorsì. Quattro. Al solito. Che c'è di nuovo?
Per tutta risposta Bòmbolo si strappò dal capo il cappelluccio nuovo a pan di
zucchero, se lo portò alla bocca e lo stracciò coi denti. Si mosse, tutto in
preda a un fremito convulso, tra i tavolini, rovesciando le seggiole, poi si
voltò verso il marchese ancora lì seduto in mezzo agli avventori sbalorditi, e
gli gridò:
- Non dia un centesimo, per la Madonna! Non s'arrischi a dare un centesimo! Ci
penso io!
Ma potevano sul serio quei tre, Todisco, Principe e Barrera, contentarsi di quel
tal «premio degno» decantato da Bòmbolo nell'ultima riunione della Lega? Se
Bòmbolo stesso, negli ultimi tempi, aveva permesso che fosse salassato il
proprio suocero, il quale pure tra i primi aveva accordato il salario di tre
lire ai contadini, non potevano essi, per la giustizia, seguitare a salassar gli
altri proprietarii?
Quando, alla sera, Bòmbolo, che li aveva cercati invano tutto il giorno da per
tutto, li trovò su le alture di San Gerlando, e saltò loro addosso come un
tigre, essi si lasciarono percuotere, strappare, mordere, malmenare, e anzi
dissero che se egli li voleva uccidere, era padrone, non avrebbero mosso un dito
per difendersi, tanto era il rispetto, tanta la gratitudine che avevano per lui.
Li avrebbe uccisi però a torto. Essi non sapevano nulla di nulla. Innocenti come
l'acqua. Lega? che Lega? Non c'era più Lega! Non la aveva egli disciolta? Ah,
minacciava di denunziarli? Perché, per il passato? E allora, tutti dentro, e lui
per il primo, come capo! Per quel nuovo sequestro al marchese Nigrelli? Ma se
non ne sapevano nulla! Avrebbero potuto tutt'al più chiederne ai «picciotti»;
mettersi in cerca per le campagne; già! come lui un tempo, per due e tre giorni,
cavalcando anche di notte sotto la pioggia e sotto lo stellato.
Sentendoli parlare così, Bòmbolo si mangiava le mani dalla rabbia. Disse che
dava loro tre giorni di tempo. Se in capo a tre giorni, senza il compenso
neppure di un centesimo, i quattro capi di bestiame non erano restituiti al
marchese Nigrelli... - che avrebbe fatto? Ancora non lo sapeva!
Ma che poteva ormai fare Bòmbolo? Gli stessi proprietarii di terre, il marchese
Nigrelli, il Ragona, il Tavella, tutti gli altri, lo persuasero ch'egli non
poteva più far nulla. Che c'entrava lui? quando mai c'era entrato? non era stata
sempre disinteressata l'opera messa da lui? E dunque, che c'era adesso di nuovo?
Perché non voleva più mettere l'opera sua? Rivolgersi alla forza pubblica? Ma
sarebbe stato inutile! Che non si sapeva? Non avrebbero ottenuto né la
restituzione delle bestie, né l'arresto dei colpevoli. Sperare poi che questi
avrebbero ricondotto alle stalle le bestie, così, per amore, senz'averne nulla,
via, era da ingenui. Loro stessi, i padroni, glielo dicevano. Una cosellina
bisognava pur darla. Sì, al solito... oh, senza né patti né condizioni,
essendoci lui, Bòmbolo, di mezzo!
E dal tono con cui gli dicevano queste cose Bòmbolo capiva che quelli ritenevano
una commedia, adesso, il suo sdegno, come una commedia avevano prima ritenuta la
sua pietà per i contadini.
Si sfogò per alcuni giorni a predicare che, almeno, si fossero rimessi a pagarli
tre tarì al giorno, tre tarì, tre tarì, per dare a lui una soddisfazione. Non li
meritavano, parola d'onore! neppure quei tre tarì meritavano, ladri svergognati!
figli di cane! pezzi da galera! No? Ah, dunque volevano proprio che gli
schiattasse nel fegato la vescichetta del fiele?
- Via! puh! paese di carogne!
E mandò dai nonni alle terre di Luna il suo figliuolo, facendo dire al suocero
che rivoleva subito subito il suo berretto rosso. Turco, di nuovo turco voleva
farsi!
E due giorni dopo, raccolte le sue robe, scese al porto di mare e si rimbarcò su
un brigantino greco per il Levante.
Inizio
pagina
 |
|
|
|
|