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Due giorni dopo, per tempo, eccoli con Marco per lo stradone polveroso, il Rosso
in mezzo, Alfreduccio a sinistra, Marco a destra; l'uno a braccetto e l'altro
reggendo un lembo della giacca del Rosso.
Marco, il Poeta, ha una dignitosa e serena aria da apostolo, col petto inondato
da una solenne barba fluente, un po' brizzolata. La sua cecità non è orribile
come quella d'Alfreduccio. Gli occhi gli si sono disseccati; le palpebre,
murate. E va come beandosi dell'aria che gli venta sulla bella faccia di cera.
Sa d'avere un dono prezioso, il dono della parola; e la vanità di farsi
conoscere anche nei paesi vicini lo ha forse indotto ad accompagnarsi con quei
due. (Bisogna ch'io supponga così, perché i due mendicanti della stampa so di
certo che Marco non se li farebbe compagni per nessun'altra ragione.)
Il Rosso è scaltro. Per entrargli in grazia, a un certo punto gli domanda:
- Sei andato a scuola, tu Marco, da ragazzo?
Marco accenna di sì col capo.
- Anch'io, - vuol far sapere Alfreduccio. - Fino alla terza elementare.
- Zitto tu, bestia! - gli dà sulla voce il Rosso. - Ti vuoi mettere col nostro
Marco che mi figuro deve sapere anche il latino?
Marco accenna di sì un'altra volta; poi stropiccia la fronte e dice con gravità:
- Latino, italiano, storia e geografia, storia naturale e matematica. Arrivai
fino alla terza del ginnasio.
- Uh, e quasi quasi allora ti potevi far prete!
- Sì, prete! Avrò avuto appena tredici anni quando ammalai d'occhi e mio padre
mi levò dalle scuole per mandarmi dalla zia in città a curarmi.
- Già, perché tu nasci bene, lo so,
Gli scaltri però non sempre riescono a valersi a lungo della loro scaltrezza,
tenendola nascosta; non resistono alla tentazione di scoprirla, specie quando li
obblighi ad avvilirsi e colui su cui la esercitano si mostri soddisfatto del
loro avvilimento.
- È vero, - soggiunge infatti il Rosso, - che tuo padre era scrivano in un
botteghino del lotto e che si metteva in tasca, dice, le poste dei gonzi che
andavano a giocare? Io non ci credo.
- Io, sì, - risponde secco secco Marco.
- Ah sì? Ma faceva bene, sai? Benone! Vedendo tutto quel danaro sprecato, povero
galantuomo, lui n'avrà avuto bisogno. Lo capisco. Sicché dunque accecasti in
città?
- Vuoi farmi parlare? - dice Marco. - In città, sì. Da quella mia zia, ch'era
monaca di casa.
- Che t'insegnò la Bibbia, è vero?
- M'insegnò... La leggeva; l'imparai.
- Sorella di tuo padre?
- Sì. Me la ricordo appena. Tirava certi calci!
- Calci?
- Stentava a leggere; s'arrabbiava...
- ...e tirava calci?
- Perché io le suggerivo le parole che lei stentava a leggere. Non voleva. Le
voleva leggere da sé. Ero già accecato. Mi dicevano di no; che m'avrebbero fatto
l'operazione, quando... non so, dicevano che si doveva maturare. E aspettavo. Ma
mi annojavo lì in casa della zia: volevo ritornare al mio paese, e piangevo. Zia
alla fine si seccò e mi disse che al paese non avevo più nessuno, perché mio
padre, perduto l'impiego, era partito per l'America. Per l'America? E come? Mi
avevano abbandonato là, solo, in casa della zia? Ma seppi poi che cosa
significava quell'America. L'altro mondo. Me lo disse la serva, quando mi morì
anche la zia. Già due volte avevo cambiato casa, stando con lei e non sapevo
dove mi fossi ridotto ad abitare. Vedevo ancora come in sogno casa mia, e mi
credevo vestito come quando mio padre m'accompagnava a scuola. Ma la serva, due
giorni dopo la morte di zia, mi prese per mano, mi fece scendere una scala che
non finiva mai e mi condusse per istrada. Lì si mise a dir forte, mica a me,
certe parole che io in prima non compresi: «Fate la carità a questo povero
orfanello cieco, abbandonato, solo al mondo!». Mi voltai: «Ma che dici?». E lei:
«Zitto bello, di' con me, e stendi la manina, così». La manina? Me la cacciai
subito dietro come se avesse voluto farmi toccare il fuoco.
Alfreduccio, commosso, ha un brivido alla schiena che lo fa ridere:
- Allegri!
- Allegri, mannaggia Macometto! - gli fa eco il Rosso. - Dopo tutto, la
professione t'è andata sempre bene, no?
- Benone, figurati! - esclama Marco. - Ma sai che potevo entrare in un ospizio,
io, dove avrei potuto imparare qualche arte o mestiere da guadagnare: sonare il
violino o il flauto, per esempio? Quanto mi sarebbe piaciuto il flauto! Ma anche
gli studii avrei potuto seguitare. Quella invece mi sfruttò; mi tenne per più di
dieci anni con sé... Quando ci penso!
- Non ci pensare più! - gli consiglia il Rosso. - Pensa piuttosto a svagarti in
questi giorni, che ne hai bisogno. Mi sembri un Cristo di cera. Vedessi che
bella giornata e che belle campagne!
- Ormai! - sospira Marco, scrollando le spalle. - Del resto, non t illudere,
sai? Non c'è niente di niente, neanche per te.
- Come non c'è niente?
- Niente. Gli occhi, caro mio! Qua siamo due ciechi e mezzo. Metti che anche tu
sii cieco tutto, e dove se ne va la tua bella giornata e la tua bella campagna?
Il Rosso si ferma un pezzetto a mirarlo, come per vedere se dica sul serio; poi
scoppia a ridere,
- Oh, non ti sciupare! - gli dice. - Con me non serve, sai? Aspetta a fare il
poeta quando saremo in mezzo alla gente.
- Ignorante! - esclama Marco. - Che c'entra il poeta? Fisica, caro mio.
- Fisica? Non ne mangio.
- Le cose, come sono, nessuno lo può sapere. Così mi consolo io. Tu dici qua.
Sì: ci sono tante cose perché tu le vedi; mentre io no. Ma come sono, tu che le
vedi, mica lo sai meglio di me. E te lo spiego. Che vedi là?
- Una croce, che ci ammazzarono padron Dodo, l'altro anno.
- Volta; lo so. Di qua che vedi?
- Un pagliajo, con un pentolino in cima per cappello.
- E come ti pare? Giallo?
- Colore di paglia, direi.
- Di paglia, per te. La paglia, poi, per conto suo, chi sa cos'è, chi sa com'è.
Sai dove sono i colori? Tu credi nelle cose? Che! Negli occhi sono. E bada,
finché vedono la luce. Difatti, ne vedi tu colori di notte, stando al bujo?
Sicché gli occhi, caro mio, vedono finto; con la luce.
- Aspetta, - dice il Rosso. - Ora me li cavo. Tanto, sono per finta.
- Ignorante! - ripete Marco. - Non dico questo. Tu vedi la cosa come i tuoi
occhi te la fanno vedere. Io la tocco e me la figuro, con le dita. Dimmi un po',
se pensi alla morte, che vedi anche tu? Nero più nero di questo mio. Davanti
alla morte, ciechi tutti! ciechi tutti!
- E ora comincia la predica! - esclama il Rosso. - Sta' zitto, che qua non c'è
nessuno!
Così difatti è solito cominciare le sue prediche Marco, quelle almeno più
solenni e terribili. «Ciechi tutti! ciechi tutti!» e leva le braccia, agitando
le mani per aria, mentre la faccia, col volume di tutta quella gran barba nera,
gli si sbianca di più.
Un cieco che dica ciechi gli altri non è di tutti i giorni. E fa furore.
Ora il Rosso apprezza queste doti di Marco perché sa che gli fruttano bene; ma
si può essere certi che stima sciocchi tutti coloro che gli fanno la carità.
Vivendo per le campagne come un animale forastico, s'è formata anche lui una sua
particolare filosofia, di cui, strada facendo, per non restare indietro a
nessuno, vuol dare un saggio ai due compagni. Li pianta lì in mezzo allo
stradone dicendo loro d'aspettare un pochino, perché ha riflettuto che Sopri è
molto lontana e non potrebbero arrivarci se non dopo il tocco.
- Ragionate tra voi dei colori che non ci sono. Me li arrotolo e me li porto via
con me sotto il braccio per cinque minuti. Tanto, a voi non servono!
- E dove vai? - domanda Alfreduccio.
- Qua vicino. Non temete, torno presto. Penso per tutti.
Alfreduccio allunga una mano per toccare Marco e stringersi a lui; non tocca
nulla perché Marco gli sta dietro; e allora chiama:
- Marco!
- Eh? - fa questi, protendendo anche lui una mano, nel vuoto.
Ma basta a confortarli la voce, sentendosi almeno vicini.
- Bell'aria!
- Allegri!
Traggono un sospiro di sollievo udendo il tonfo cupo della stampella del Rosso.
- Eccomi, zitti! - dice questi, ansimando e trascinandoli via per lo stradone.
- Andiamo! andiamo!
Marco, costernato, sentendosi strappare avanti con tanta furia, domanda:
- Perché?
E Alfreduccio, arrancando dietro, chiede anche lui:
- Perché?
- Zitti! - impone loro il Rosso di nuovo. E finalmente, fermandosi a una
svoltata dello stradone, acchiappa una mano d'Alfreduccio per fargli palpare
qualcosa dentro la bisaccia.
- Gallina? - dice subito Alfreduccio.
Marco aggrotta le ciglia:
- L'hai rubata?
- No. Presa, - risponde il Rosso tranquillamente. Marco si ribella:
- Via subito a lasciarla dove l'hai rubata!
- Perché se la mangino i cani? È già morta!
- Non so niente! Buttala via! Se dobbiamo stare insieme, rubare niente! Te lo
pongo per patto.
- Ma chi ruba? - dice il Rosso sghignazzando. - Lo chiami rubare tu, questo? Sì,
forse in città. Ma qua siamo in campagna. Caro mio! La volpe sì, se le vien
fatto, si prende una gallina, e io uomo no? Allarga le idee, all'aria aperta!
- Non allargo niente! - ribatte Marco, pestando un piede. - Me ne torno
indietro, bada, a costo di rompermi l'osso del collo. Coi ladri non fo lega!
E si strappa da Alfreduccio che s'è afferrato con una mano al suo braccio.
Il Rosso lo trattiene:
- Eh via, che furia! Vuol dire che non ne mangerai, tu che sei tanto dabbene! Ma
se la paglia, scusa, è paglia per me, perché la volpe poi ti deve parer ladra?
Sarà ladra per te che hai comprato la gallina. Ma la volpe ha fame, caro mio;
non è ladra. Vede una gallina? Se la prende.
- E tu che sei, volpe? - gli domanda Marco.
- No, - risponde il Rosso. - Ma essere uomo per te che vuol dire? Morire di
fame?
- Lavorare! - gli urla Marco.
- Bravo, cane! E se non puoi?
- Faccio così!
E Marco stende una mano, in atto di chiedere l'elemosina.
Allora il Rosso, irresistibilmente:
- Puh!
Uno sputo su quella mano. Partito proprio dal fondo dello stomaco.
Marco diventa furibondo:
- Porco! Schifoso! Vigliacco! A me, uno sputo? T'approfitti che sono così?
E con quella mano da cui pende filando lo sputo, levata in aria per schifo, e
con l'altra armata del bastone, cerca il Rosso che lo scansa dando indietro e
sghignazzando.
Alfreduccio, più là, spaventato, si mette a gridare:
- Ajuto! ajuto!
Ma subito il Rosso gli è sopra e gli tura la bocca.
- Zitto, bestia! Ho fatto per ischerzo!
Marco pesta i piedi, si contorce dalla rabbia, curvo, e grida che vuol tornare
indietro. Tra le mani del Rosso Alfreduccio, come un annegato, gli lancia una
voce:
- E io con te, Marco!
Allora il Rosso lo caccia a spintoni:
- E andate a rompervi il collo tutt'e due! Voglio vedervi! Andate, andate!
I due si raggiungono, si prendono per mano, e via di furia, tastando coi bastoni
la polvere dello stradone. Quella fretta arrabbiata di poveri impotenti che
andando ballano dall'ira, provoca di nuovo le risa del Rosso che s'è fermato a
guardarli., Se non che, a un certo punto, vedendo che alla svoltata seguitano a
tirar via di lungo:
- Ferma! ferma, perdio! - si mette a gridare.
E correndo giunge appena in tempo a strapparli dal pericolo di precipitare giù
nel burrone.
- Ecco, tieni, schiaffeggiami, - dice poi a Marco, lasciandosi prendere. - Sono
qua.
Marco, ancora rabbioso, gli afferra la camicia sul petto e gli grida in faccia,
come in confidenza:
- Ringrazia Dio, carogna, che non ho nulla addosso! Ti ammazzerei!
- Vuoi il coltello? Tieni, ammazzami, - fa il Rosso, cacciandosi una mano in
tasca per finta di cercarvi il coltello. Ma scoppia a ridere di nuovo, scoprendo
che Alfreduccio lo ha cavato di tasca per davvero, lui, sotto sotto. - Bello! -
gli grida, agguantandogli la mano. - Ah, tu lo cacci per davvero? Bravo, rospo!
E guarda com'è affilato! E fuori misura! Ma sai che potrei schiaffarti in
catorbia come niente? Giù, lascialo, buttalo! Così... E a terra anche tu!
- Per carità! per carità! - geme Alfreduccio, buttandoglisi davanti in
ginocchio.
- Che gli fai? - urla Marco.
- Niente, - dice subito il Rosso, raccattando con una mano il coltello e
afferrando con l'altra un orecchio ad Alfreduccio. - Gli mozzo per segno
quest'orecchio.
- No! - grida Alfreduccio con una strappata di testa e abbracciandogli le gambe,
atterrito.
- Eh via, lasciami le gambe! Mi hai fatto ridere, - dice allora il Rosso. -
Alzati e andiamo: finiamola! Se no, a Sopri ci arriveremo per l'anno santo.
Andiamo, andiamo, E tieni qua il coltello, che ti può servire per il pane. Io ho
fatto per ischerzo, Marco. Tu dici chiedere l'elemosina, come se questa non
fosse anche la mia professione... Ma scusa, quando sono per le campagne, che ho
fame e nessuno mi vede; se vedo una gallina, scusa, mica posso andare a
chiederle: «Fammi un ovetto, cocca bella, per carità!». Non me lo fa. E allora
io me la prendo, me l'arrosto e me la mangio. Tu dici che rubo; io dico che ho
fame. Qua siamo in campagna, caro mio. Gli uccellini fanno così, i topi fanno
così, le formiche fanno così... Creaturine di Dio, innocenti. Bisogna allargare
le idee. E sta' pur sicuro che non prendo per arricchire, ché allora sì sarei
ladro svergognato: prendo per mangiare; e chi muore muore. Sazio, non tocco
neppure una mosca. Prova ne sia, che ho una pulce adesso che mi sta a succhiare
una gamba. La lascio succhiare. Quantunque, di' un po', ci può essere bestia più
stupida di questa pulce? Succhiare il sangue a me, il sangue mio che non può
essere dolce, né puro, né nutritivo, e lasciare in pace le gambe dei signori!
Alfreduccio scoppia a ridere e fa ridere anche Marco che non ne ha nessuna
voglia. Il sangue gli s'è tutto rimescolato; si sente come un gran fuoco alla
testa; stenta a respirare.
Il Rosso se n'accorge e si mette in apprensione.
- Bisogna che tu ti riposi un poco, - gli dice. - Lascia fare a me. Lassù
all'ombra.
Ajuta, prima l'uno e poi l'altro, a montare sul ciglio dello stradone e li pone
a sedere all'ombra d'un grande platano; siede anche lui e dice all'orecchio d'Alfreduccio:
- Ho paura che non regga al cammino.
- Ho paura anch'io, - fa Alfreduccio. - Toccagli la mano. Scotta.
Il Rosso ha uno scatto d'ira:
- E che vorresti fare?
- Mah! Io direi...
- Di tornare indietro? Bel negozio ho fatto io a mettermi con vojaltri due!
Lascialo riposare; vedrai che gli passerà tutto. Domando e dico che ci state a
fare su la faccia della terra l'uno e l'altro! Neanche buoni a fare tre miglia a
piedi! E ammazzatevi! Che vita è la vostra! Guarda che faccia, oh! Guarda che
occhi! Fortuna che non ti vedi, caro mio!
Alfreduccio ascolta con un sorriso da scemo sulle labbra, appoggiato al tronco
dell'albero.
- Ah tu ridi?
- Eh, - risponde Alfreduccio, - che vuoi che faccia?
- Ti vorrei mettere un fiore in bocca, - riprende il Rosso, - lavare, pettinare
e vestire come un signore: poi condurti per le fiere: «Guardate, signori, che
belle cose fa il buon Dio!». Chiudi codesta bocca, mannaggia! o te la muro con
un pugno di terra! Non te la posso vedere così aperta.
Alfreduccio chiude subito la bocca; e allora il Rosso ripiglia con altro tono:
- Se arriveremo a Sopri, vedrai che raccoglieremo bene. Avendo poi qualche cosa
da parte, non saremo forzati a trottar sempre. Potremo prendercela anche comoda
e far davvero la villeggiatura anche noi. Sopri è un bel paese, sai? grande; e
ci conosco parecchia gente, uomini e anche... anche donne, sì.
Sghignazza e soggiunge:
- Donne, tu... niente?
Alfreduccio gli mostra la faccia squallida, con la bocca di nuovo aperta a un
ineffabile sorriso:
- Mai, - dice.
- E come hai fatto? Non ci hai mai pensato?
- Sì, sempre, anzi. Ma...
- Capisco. Ma i ciechi, sai (chiudi la bocca!), i ciechi con le donne oneste
possono aver fortuna. Guarda, scommetterei che Marco, bell'uomo, avrà avuto le
sue avventure. Perché la donna, capisci? tutto sta che possa farlo senza esser
veduta. Un cieco, che non può sapere né dire domani con chi sia stato, è proprio
quello che ci vuole per lei. E io so di tanti ciechi che sono ricercati e
mandati a prendere fino a casa da certe vecchie... Ah, ma non brutti come te,
però. Di', ti piacerebbe?
- Eh, - fa di nuovo Alfreduccio, stringendosi nelle spalle.
- Ebbene, a Sopri, se ci arriveremo, - promette il Rosso. - Ma tu persuadi Marco
a seguirci.
- Sì sì, non dubitare, - s'affretta a dire Alfreduccio, con tale impegno che il
Rosso scoppia a ridere forte.
Alla risata Marco, che s'è steso tutto per terra e addormentato, si sveglia di
soprassalto e domanda spaventato:
- Chi è?
Il Rosso allunga una mano; gli tocca la fronte, e fa una smusata.
- Stai lì, stai lì, - gli dice, - dormi tranquillo.
Poi, volgendosi ad Alfreduccio:
- Ha la febbre per davvero, oh! e forte. Sai che faccio? Ti lascio qua di
guardia e vado a vedere se mi riesce far cuocere in qualche posto la gallina. So
bene come sono i galantuomini: la gallina no, non se la mangerà perché l'ho
rubata; ma inzupperà certo il pane nel brodo che ne caveremo. Aspettami. Torno
presto. E pensa intanto alle donne, tu; così starai allegro.
Alfreduccio riapre la bocca al suo riso da scemo. Il Rosso, scendendo, si volta
a guardarlo, per un'idea che gli balena: strappa uno dei papaveri che avvampano
al sole, lì sul ciglio, e va a ficcarne il gambo amaro in bocca ad Alfreduccio
che subito stolza, facendo boccacce e sputando.
- Sciocco, sta' fermo! È un fiore. Apri la bocca. Ti voglio lasciare così, come
uno sposino.
Torna a sghignazzare, e se ne va.
Alfreduccio resta fermo un pezzo con quel papavero in bocca. Ode dallo stradone
ancora una risata del Rosso. Poi, più nulla.
- Marco!
Gli risponde un lamento.
- Ti senti molto male?
E Marco:
- Passa un carro. Buttamici sopra.
- Un carro? - fa Alfreduccio, tendendo l'orecchio. - No, sai. Non passa nessun
carro. Vorresti tornare indietro? Appena verrà il Rosso, glielo diremo. Siamo
nelle sue mani.
Marco scuote la testa su la terra. L'altro attende ancora un poco; poi, non
sentendosi dire più nulla, rimane zitto anche lui. Tutt'intorno è un gran
silenzio.
A un tratto Marco ha un sussulto e ritrae la mano dalla mano del compagno.
- Ch'è stato?
- Non so. M'è passata qualche cosa su la faccia.
- Foglia?
- Non so. Dormivo.
- Dormi, dormi. Ti farà bene.
Una voce lontana, di donna che passa cantando. Il vuoto s'allarga intorno ad
Alfreduccio, di quanto è lontana quella voce. Con tutta l'anima nell'orecchio,
egli cerca d'avvicinarsi a quella voce. Ma la voce tutt'a un tratto si spegne. E
Alfreduccio rimane in ansia, costernato, non potendo più indovinare se quella
donna si avvicini o si allontani. Si rimette in bocca il fiore.
- Le donne...
(Forse è meglio finire qui. Non val la pena stare ancora a far spreco di
fantasia su questa vecchia stampa di maniera.)
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