|
Gli parve di riconoscerlo alla voce. Ma sì, Manuzza; detto così perché aveva un
braccio più corto dell'altro. Oh, e allora... Ma era proprio lui? Gli guardò il
braccio manco. Lui, sì. E certo anche gli altri due avrebbe riconosciuti subito,
se si fossero tolta la benda. Conosceva tutta la cittadinanza. Disse allora:
- Io, giudizio? Giudizio voi, figliuoli! A chi volete che scriva? Con che debbo
scrivere? con questa?
E mostrò la matita.
- Perché? Non è matita?
- Matita, sì. Ma voi non sapete neppure come s'adopera.
- Perché?
- Ma bisognerà prima temperarla.
- Temperarla?
- Con un temperino, già, qua in punta...
- Temperino, niente!
E Manuzza ripeté:
- Giudizio! giudizio, sacramento!
- Giudizio, sì, Manuzza mio...
- Ah, - gridò questi. - M'avete riconosciuto?
- Abbi pazienza, ti nascondi la faccia e lasci scoperto il braccio? Levati
codesto fazzoletto e guardami negli occhi. Fai questo, a me?
- Senza tante chiacchiere, - gridò Manuzza, strappandosi con ira il fazzoletto
dalla faccia. - V'ho detto giudizio! Scrivete, o v'ammazzo!
- Ma sì, sono pronto, - si rimise il Guarnotta. - Quand'avrete temperato la
matita. Però, se mi lasciate dire... Volete danari, è vero, figliuoli? Quanto?
- Tre mila onze!
- Tre mila? Non volete poco.
- Voi ce l'avete! Non facciamo storie!
- Tre mila onze?
- Più! più!
- Anche più, sì. Ma non a casa, in contanti. Dovrei vendere case, terre. E vi
pare che si possa, così, da un giorno all'altro, e senza me?
- Vuol dire che se le faranno prestare!
- Chi?
- Vostra moglie e i vostri nipoti!
Il Guarnotta sorrise amaramente e provò a rizzarsi su un gomito.
- Volevo dirvi questo, appunto, - rispose. - Figliuoli miei, avete sbagliato.
Contate su mia moglie e sui suoi nipoti? Se volete ammazzarmi, è un conto: sono
qua: ammazzatemi, e non se ne parli più. Ma se volete danari, non potete averli
che da me, e a patto di lasciarmi andare a casa.
- Che dite? a casa? Voi? Fossimo matti! Scherzate!
- E allora... - sospirò il Guarnotta.
Manuzza strappò di mano rabbiosamente il foglietto da lettere al compagno e
ripeté:
- Senza tante chiacchiere, v'ho detto, scrivete! La matita... Ah già, bisogna
temperarla... Come si tempera?
Il Guarnotta spiegò come; e i tre allora, dopo essersi guardati negli occhi,
uscirono dalla grotta. Nel vederli uscire, così carponi, come tre bestie, non
poté fare a meno di sorridere ancora una volta, il Guarnotta. Pensò che ora di
là si sarebbero messi in tre a temperare quella matita, e che forse, a furia di
potarla come un ramo d'albero, non ne sarebbero venuti a capo. Già, ma lui ne
sorrideva, e forse la sua vita in quel punto dipendeva dalla ridicola difficoltà
che quei tre incontravano in quell'operazione per loro nuova: forse, stizziti di
vedersi mancare in mano la matita a pezzo a pezzo, sarebbero rientrati a fargli
la prova che se i loro coltelli non erano buoni da temperare una matita, erano
però buoni da scannarlo. E aveva fatto male, un errore imperdonabile aveva
commesso a dichiarare a quel Manuzza d'averlo riconosciuto. - Ecco: si
bisticciavano di là, sbuffavano, bestemmiavano... Certo, si passavano dall'uno
all'altro quella povera matita da un soldo sempre più corta. Chi sa che coltelli
avevano in mano, in quelle loro manacce scabre e cretose.
Eccoli che rientravano a uno a uno, sconfitti.
- Legno lasco, - disse Manuzza. - Una schifezza! Voi che sapete scrivere non ce
n'avreste in tasca un'altra bell'e temperata, per combinazione?
- Non ce l'ho, figliuoli, - rispose il Guarnotta. - Ma è inutile, v'assicuro.
Avrei scritto, se mi davate da scrivere; ma a chi? A mia moglie e a quei nipoti?
Quei nipoti sono suoi e non miei, capite? E nessuno avrebbe risposto, siatene
pur certi; avrebbero finto di non aver ricevuto la lettera minatoria, e addio.
Se volete danari da loro, non dovevate buttarvi in prima su me: dovevate invece
andare da loro e accordarvi: tanto - poniamo mille onze - per ammazzarmi. Non ve
l'avrebbero date nemmeno; perché la mia morte, la desiderano sì, ma sono
vecchio; se la aspettano dunque da Dio gratis e senza rimorsi, tra quattro
giorni. Pretendete sul serio che vi diano un centesimo, un solo centesimo, per
la mia vita? Avete sbagliato. La mia vita a me soltanto può premere. Non mi
preme, ve lo giuro; ma certo, morire così, di mala morte, non mi piacerebbe; e
solo per non morire così, vi prometto e giuro su la sant'anima di mio figlio che
appena posso, fra due, tre giorni, verrò io stesso a portarvi il danaro al posto
che m'indicherete.
- Dopo averci denunziato?
- Vi giuro di no! Vi giuro che non fiaterò con nessuno! Si tratta della vita!
- Ora. Ma quando sarete libero? Prima di andare a casa, andrete a fare la
denunzia.
- Vi giuro di no! Certo, dovete aver fiducia. Pensate ch'io vado ogni giorno in
campagna. La mia vita è là, tra voi; e io sono stato sempre come un padre per
voi. Mi avete sempre rispettato, santo Dio, e ora... Pensate che vorrei espormi
al rischio d'una vendetta? Abbiate fiducia, lasciatemi ritornare a casa e state
sicuri che avrete il danaro...
Non risposero più. Tornarono a guardarsi negli occhi, e uscirono di nuovo dalla
grotta, carponi.
Per tutta la giornata non li rivide più. Li udì un pezzo, dapprima, discutere
fuori della grotta; poi non udì più nulla.
Aspettò, rivolgendo in mente tutte le supposizioni intorno a ciò che avessero
potuto decidere. Gli parve certo questo: ch'era caduto in mano di tre stupidi,
novizii, forse, anzi senza dubbio al loro primo delitto.
Ci s'erano buttati come ciechi, senza considerare prima le sue condizioni di
famiglia; solo pensando ai suoi danari. Ora, convinti dello sbaglio commesso,
non sapevano più, o non vedevano ancora, come cavarsene. Del giuramento che non
sarebbero stati denunziati, nessuno dei tre si sarebbe fidato; meno di tutti
Manuzza ch'era stato riconosciuto. E allora?
Allora, non gli restava da augurarsi altro, che a nessuno dei tre sorgesse il
pentimento dello stupido atto compiuto invano, e insieme il desiderio di
cancellarlo per rimettersi sulla buona via; che tutti e tre, invece, risoluti a
vivere fuori d'ogni legge, a commettere altri delitti, non dovessero intanto
curarsi di cancellare ogni traccia di questo primo e di gravarsene inutilmente
la coscienza. Perché, riconosciuto lo sbaglio e risoluti a restare tre
birbaccioni al bando, potevano fargli salva la vita e lasciarlo andare senza
curarsi della denunzia; ma, se volevano ritornare sulla buona via, pentiti,
allora per forza, a impedire la denunzia di cui si tenevano certi, dovevano
assassinarlo.
Ne seguiva, che Dio doveva dunque ajutarlo ad aprir loro la mente; perché
riconoscessero che nessun profitto si ricava a voler restare galantuomini. Cosa
non difficile con loro, visto che la buona intenzione di gettarsi alla
perdizione l'avevano dimostrata, catturandolo. Ma c'era da temere pur troppo del
disinganno che avevano dovuto provare così a prima giunta, toccando con mano il
grosso sbaglio commesso appena incamminati sulla nuova via. E fa presto un
disinganno a cangiarsi in pentimento e in voglia di ritrarsi da un cammino che
cominci male. Per tirarsene indietro, cancellandovi ogni orma dei primi passi,
la logica, sì, portava a commettere un delitto; ma, a volerlo scansare, la
stessa logica non li avrebbe portati ad avventurarsi per quel cammino in cerca
d'altri delitti? E allora, meglio quest'uno qua a principio, che poteva restar
nascosto e senza traccia, che tanti là allo scoperto e allo sbaraglio. A costo
di quest'uno, potevano avere ancora speranza di salvarsi, se non di fronte alla
loro coscienza, di fronte agli uomini; a volerlo scansare, si sarebbero certo
perduti.
Conclusione di queste tormentose riflessioni: la certezza che oggi o domani,
forse quella notte stessa, nel sonno, lo avrebbero assassinato.
Attese, fino a tanto che nella grotta non si fece bujo.
Allora, al pensiero che quel silenzio, e la stanchezza potessero su lui più
della paura di cedere al sonno, sentì dalla testa ai piedi un fremito di tutto
il suo istinto bestiale che lo spingeva, pur così con le mani e i piedi ancora
legati, a uscir fuori della grotta a forza di gomiti, strisciando come un verme
per terra; e dovette penar tanto a persuadere a quel suo istinto atterrito di
fare quanto meno rumore fosse possibile; perché poi, tanto, che sperava
sporgendo il capo come una lucertola fuori della tana? Niente! vedere il cielo
almeno, e vederla lì fuori, all'aperto, con gli occhi, la morte, senza che gli
fosse inflitta a tradimento nel sonno. Questo, almeno.
Ah, ecco... Zitto! Era lume di luna? Luna nuova, sì, e tante stelle... Che
serata! Dov'era? Su una montagna... Che aria e che altro silenzio! Forse era il
monte Caltafaraci, quello, o il San Benedetto... E allora, quello là? Il piano
di Consòlida, o il piano di Clerici? Sì, e quella là verso ponente doveva essere
la montagna di Carapezza. Ma allora quei lumetti là, esitanti, come sprazzi di
lucciole nella chiaria opalina della luna? Quelli di Girgenti? Ma dunque... oh
Dio, dunque era proprio vicino? E gli pareva che lo avessero fatto camminare
tanto... tanto...
Allungò lo sguardo intorno, quasi gl'incutesse paura la speranza che quelli lo
avessero lasciato lì e se ne fossero andati.
Nero, immobile, accoccolato come un grosso gufo su un greppo cretoso della
montagna, uno dei tre, rimasto a guardia, si stagliava preciso nella chiara
soffusione dell'albor lunare. Dormiva?
Fece per sporgersi un po', ma subito lo sforzo gli s'allentò nelle braccia alla
voce di colui, che, senza scomporsi, gli diceva:
- Vi sto guardando, don Vicè! Rientrate, o vi sparo.
Non fiatò, come se volesse far nascere in colui il dubbio d'essersi ingannato,
rimase lì quatto a spiare. Ma colui ripeté:
- Vi sto guardando.
- Lasciami prendere una boccata d'aria, - gli disse allora. - Qua si soffoca. Mi
volete lasciare così? Ho sete.
Colui si scrollò minacciosamente:
- Oh! se volete restare costì, dev'essere a patto di non fiatare. Ho sete
anch'io e sono digiuno come voi. Silenzio, o vi faccio rientrare.
Silenzio. E quella luna che rivelava tanta vista di tranquilli piani e di
monti... e il sollievo di tutta quell'aria, almeno... e il sospiro lontano di
quei lumetti là del suo paese...
Ma dov'erano andati gli altri due? Avevano lasciato a questo terzo l'incarico
d'ucciderlo durante la notte? E perché non subito? Che aspettava colui?
Aspettava forse nella notte il ritorno degli altri due?
Fu di nuovo tentato di parlare, ma si trattenne. Tanto, se avevano deciso
così...
Volse gli occhi al greppo dove colui stava seduto: lo vide ricomposto nel primo
atteggiamento. Chi era? Alla voce, poc'anzi, gli era parso uno di Grotte, grosso
borgo tra le zolfare. Che fosse Fillicò? Possibile? Buon uomo, tutto d'un pezzo,
bestia da lavoro, di poche parole... Se era lui veramente, guaj! Così taciturno
e duro, se era riuscito a smuoversi dalla bontà, guaj.
Non poté più reggere; e, con una voce quasi involontaria, vuota d'ogni
intenzione, quasi dovesse arrivare a colui come non proferita dalla sua bocca,
disse senza domandare:
- Fillicò...
Colui non si mosse.
Il Guarnotta attese un pezzo e ripeté con la stessa voce, come se non fosse lui,
con gli occhi intenti a un dito che faceva segni sulla rena:
- Fillicò...
E un brivido, questa volta, gli corse la schiena perché s'immaginò che questa
sua ostinazione, di proferire il nome quasi senza volerlo, dovesse costargli, di
rimando, una schioppettata.
Ma neanche questa volta colui si mosse; e allora egli esalò in un sospiro
d'estrema stanchezza tutto l'orgasmo della disperazione e abbandonò per terra il
peso morto della testa come se veramente non avesse più forza né voglia di
sorreggerlo. Lì, con la faccia nella rena, con la rena che gli entrava nella
bocca come a una bestia morta, senza più curarsi del divieto che colui gli aveva
fatto di parlare, né della minaccia d'una schioppettata, si mise allora a
parlare, a farneticare senza fine. Parlò della bella luna che ora, addio,
sarebbe tramontata; parlò delle stelle che Dio aveva fatto e messo così lontane
perché le bestie non sapessero ch'erano tanti mondi più grandi assai della
terra; e parlò della terra che soltanto le bestie non sanno che gira come una
trottola e disse, come per uno sfogo personale, che in questo momento ci sono
uomini che stanno a testa all'ingiù e pure non precipitano nel cielo per ragioni
che ogni cristiano che non sia più creta della creta, cretaccia ma proprio di
quella vile su cui Dio santo ancora non ha soffiato, dovrebbe almeno curarsi di
sapere.
E in mezzo a questo farnetichio si ritrovò d'improvviso che parlava davvero
d'astronomia come un professore a colui che, a poco a poco, gli s'era accostato,
ch'era anzi venuto a sederglisi accanto, lì presso l'entrata della grotta, e
ch'era proprio lui, sì, Fillicò di Grotte, che le voleva sapere da tanto tempo
quelle cose, benché non se ne persuadesse bene e non gli paressero vere: lo
zodiaco... la via lattea... le nebulose...
Già. Così. Ma perché quando uno non ne può più, che le ha proprio esaurite tutte
nella disperazione le sue forze, altro che questo gli può avvenire di buffo! si
può mettere come niente, anche sotto la mira di un fucile, a nettarsi le unghie
attentamente con un fuscellino, badando che non si spezzi e non si pieghi, o a
tastarsi in bocca, sissignori, i denti che gli sono rimasti, tre incisivi e un
canino solo; e sissignori, a pensare seriamente se sono tre o quattro i
figliuoli del bottajo, suo vicino di casa, a cui da quindici giorni è morta la
moglie.
- Parliamo sul serio. Ma dimmi un po': che ti pare che sono, per la Madonna, un
filo d'erba?... questo filo d'erba qua che si strappa così, come niente?
Toccami! Di carne sono, per la Madonna! e un'anima ho, che me l'ha data Dio come
a te! Che mi volete scannare mentre dormo? No... sta' qua... senti... te ne vai?
Ah, finché ti parlavo delle stelle... Senti che ti dico: scannami qua a occhi
aperti, non mi scannare a tradimento nel sonno... Che dici? Non vuoi rispondere?
Ma che aspetti? Che aspettate, si può sapere? Denari, non ne avrete; tenermi
qua, non potrete; lasciarmi andare, non volete... Volete ammazzarmi? E
ammazzami, corpo di Dio, e non se ne parli più!
A chi diceva? Quello era già andato a riaccoccolarsi sul greppo come un gufo,
per dimostrargli che di questo - era inutile - non voleva sentir parlare.
Ma dopo tutto, che bestia anche lui! Non era meglio che lo uccidessero nel
sonno, se dovevano ucciderlo? Anzi, più tardi, se ancora non si fosse
addormentato, sentendoli entrare carponi nella grotta, avrebbe chiuso gli occhi
per fingere di dormire. Ma già, che occhi! al bujo, poteva anche tenerli aperti.
Bastava che non si movesse, quando sarebbero venuti a cercargli la gola, a
tasto, come a un pecoro.
Disse:
- Buona notte.
E si ritrasse.
Ma non lo uccisero.
Riconosciuto lo sbaglio, né liberare lo vollero e neppure uccidere. Lo tennero
lì.
Ma come, per sempre?
Finché Dio avrebbe voluto. Si rimettevano a Lui: presto o tardi, a seconda che
Egli avrebbe voluto fare più o meno lunga la penitenza per lo sbaglio d'averlo
catturato.
O che intendevano insomma? che egli morisse da sé, lassù, di morte naturale?
Intendevano questo?
Questo, sì.
- Ma che Dio e Dio, allora! Pezzi d'animali, non m'ucciderà mica Dio,
m'ucciderete voi così, tenendomi qua, morto di fame, di sete, di freddo, legato
come una bestia, in questa grotta, a dormire per terra, a fare per terra qua
stesso, come una bestia, i miei bisogni!
A chi diceva? S'erano rimessi a Dio, tutti e tre; e come se parlasse alle
pietre.
Intanto, morto di fame, non era vero; dormire per terra, non era vero. Gli
avevano portato lassù tre fasci di paglia per fargliene una lettiera, e anche un
loro vecchio cappotto d'albagio, perché si riparasse dal freddo. Poi, pane e
companatico ogni giorno. Se lo levavano di bocca, lo levavano di bocca alle loro
creature e alle loro mogli per darlo a lui. E pane faticato col sudore della
fronte, perché uno, a turno, restava lì di guardia, e gli altri due andavano a
lavorare. E in quello ziretto là di terracotta c'era acqua da bere, che Dio solo
sapeva che pena a trovarla per quelle terre assetate. Quanto poi a far lì per
terra i suoi bisogni, poteva uscire dalla grotta, la sera, e farli all'aperto.
- Ma come? davanti a te?
- Fate. Non vi guardo.
Di fronte a quella durezza stupida e irremovibile si sarebbe messo a pestare i
piedi come un bambino. Ma che erano, macigni? che erano?
- Riconoscete d'avere sbagliato, sì o no?
Lo riconoscevano.
- Riconoscete di doverlo scontare, questo sbaglio?
Sì, non uccidendolo, aspettando da Dio la sua morte e sforzandosi d'alleviargli
per quanto potevano il martirio che gli davano.
- Benissimo! Ma questo è per voi, pezzi d'animali, per il male che voi stessi
riconoscete d'aver commesso! Ma io? che c'entro io? che male ho commesso io?
Sono sì o no la vittima del vostro sbaglio? E fate scontare anche a me, che non
c'entro, il male che voi avete commesso? Devo patire io così, perché voi avete
sbagliato? Così ragionate?
Ma no: non ragionavano affatto, loro. Stavano ad ascoltarlo, impassibili, con
gli occhi fermi e vani, nelle dure facce cretose. E qua la paglia... e lì il
cappotto... e lo ziretto dell'acqua... e il pane col sudore della fronte... e
venite a cacare all'aperto.
Non si sacrificavano forse, uno alla volta, a star lì di guardia e a tenergli
compagnia? E lo facevano parlare delle stelle e delle cose della città e della
campagna, delle buone annate d'altri tempi, quando c'era più religione, e di
certe malattie delle piante che prima, quando c'era più religione, non si
conoscevano. E gli avevano portato anche un vecchio Barbanera, trovato chi sa
dove, perché ingannasse l'ozio, leggendo; lui che aveva la bella fortuna di
saper leggere.
- Che diceva, che diceva quello stampato, con tutte quelle lune e quella
bilancia e quei pesci e quello scorpione?
Sentendolo parlare, si svegliava in loro un'ingorda curiosità di sapere, piena
di meraviglie grugnite e di sbalordimenti bambineschi, a cui egli, a poco a
poco, cominciava a prender gusto, come a una cosa viva che nascesse da lui, da
tutto ciò che in quei discorsi con loro traeva, come nuovo, anche per sé, dal
suo animo ormai da tanti anni addormentato nella pena della sua incresciosa
esistenza.
E sentiva, sì, che ormai cominciava a essere una vita anche per lui, quella; una
vita a cui aveva preso ad adattarsi, caduta la rabbia davanti a una
ineluttabilità che non gliela faceva più pensare precaria, quantunque incerta,
strana e come sospesa nel vuoto.
Già per tutti là, al suo podere lontano affacciato sul mare, e nella città di
cui nella notte vedeva i lumi, egli era morto. Forse nessuno s'era mosso a far
ricerche, dopo la sua scomparsa misteriosa; e seppur lo avevano ricercato, lo
avevano fatto senza impegno, non premendo a nessuno di ritrovarlo.
Col cuore ridotto più arido e squallido della creta di quella grotta, che
gl'importava ormai di ritornare vivo là, a quella vita di prima? aveva veramente
qualche ragione di rimpianto per tutte le cose che qua gli mancavano, se il
riaverle là doveva essere a costo dell'amara noja di prima? Non si trascinava
là, in quella vita col peso addosso, d'un tedio insopportabile? Qua, almeno, ora
stava sdrajato per terra e non si trascinava più.
Le giornate gli passavano, in quel silenzio d'altura, quasi fuori del tempo,
vuote d'ogni senso e senza scopo. In quella vacuità sospesa anche la stessa
intimità della coscienza gli cessava: guardava la sua spalla e la creta accanto
della grotta, come le sole cose che esistessero; e la sua mano, se vi fissava
gli occhi, come se esistesse, così solo per se stessa; e quel sasso e quello
sterpo, in un isolamento spaventoso.
Se non che, avvertendo a mano a mano che quanto gli era occorso non era poi per
lui tutta quella sciagura che in principio, per la rabbia dell'ingiustizia, gli
era apparsa, cominciò anche ad accorgersi che davvero era una ben dura e grave
punizione, a cui da se stessi quei tre s'erano condannati, il tenerlo ancora in
vita.
Morto com'era già per tutti, restava vivo solo per essi, vivo e con tutto il
peso di quella vita inutile, di cui egli ora, in fondo, si sentiva liberato.
Potevano buttarlo via come niente, quel peso che non aveva più valore per
nessuno, di cui nessuno più si curava; e invece, no, se lo tenevano addosso, lo
sopportavano rassegnati alla pena che da loro stessi s'erano inflitta, e non
solo non se ne lagnavano, ma veramente facevano di tutto per rendersela più
gravosa con le cure che gli prodigavano. Perché, sissignori, gli s'erano
affezionati, tutti e tre, come a qualche cosa che appartenesse a loro, ma
proprio a loro soltanto e a nessun altro più, e dalla quale misteriosamente
traevano una soddisfazione, di cui, seppur la loro coscienza non sentiva il
bisogno, avrebbero per tutta la vita avvertito la mancanza, quando fosse venuta
loro a mancare.
Fillicò un giorno portò su alla grotta la moglie, che aveva un bimbo attaccato
al petto e una ragazzetta per mano. La ragazzetta recava al nonno una bella
corona di pan buccellato.
Con che occhi erano rimaste a mirarlo, madre e figlia! Dovevano essere passati
già parecchi mesi dalla cattura, e chi sa come s'era ridotto: la barba a
cespugli sulle gote e sul mento; sudicio, strappato... Ma rideva per far loro
buona accoglienza, grato della visita e del regalo di quel buon pane buccellato.
Forse però era appunto il riso in quella sua faccia da svanito, che faceva tanto
spavento alla buona donna e alla ragazzetta.
- No, carinella, vieni qua... vieni qua... Tieni, te ne do un pezzetto;
mangia... L'ha fatto mamma?
- Mamma...
- Brava! E fratellini, ne hai? Tre? Eh, povero Fillicò, già quattro figli...
Portameli, i maschietti: voglio conoscerli. La settimana ventura, bravo. Ma
speriamo che non ci arrivi...
Ci arrivò. Altro che! Lunga, proprio lunga volle Dio che fosse la punizione. Per
più di altri due mesi la tirò!
Morì di domenica, una bella serata che lassù c'era ancora luce come se fosse
giorno. Fillicò aveva condotto i suoi ragazzi, a vedere il nonno, e anche
Manuzza, i suoi. Tra quei ragazzi morì, mentre scherzava con loro, come un
ragazzino anche lui, mascherato con un fazzoletto rosso sui capelli lanosi.
I tre accorsero a raccoglierlo da terra, appena lo videro cadere all'improvviso,
mentre rideva e faceva tanto ridere quei ragazzi.
Morto?
Scostarono i ragazzi; li fecero andar via con le donne. E lo piansero, lo
piansero, inginocchiati tutti e tre attorno al cadavere, e pregarono Dio per lui
e anche per loro. Poi lo seppellirono dentro la grotta.
Per tutta la vita, se a qualcuno per caso avveniva di ricordare davanti a loro
il Guarnotta e la sua scomparsa misteriosa:
- Un santo! - dicevano. - Oh! Andò certo diritto in paradiso con tutte le
scarpe, quello!
Perché il purgatorio erano certi d'averglielo dato loro là, su la montagna.
Inizio
pagina
 |