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Prima
pubblicazione: Aprutium (numero
straordinario dedicato alle Armate di Terra, di Cielo e di Mare, senza
indicazione di mese), 1918.
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da
Liber Liber
Il
Guarnotta seguiva col corpo ciondolante l'andatura dell'asinello, come se
camminasse anche lui; e per poco veramente le gambe, coi piedi fuori delle
staffe, non gli strisciavano sulla polvere dello stradone.
Ritornava, come tutti i giorni a quell'ora, dal suo podere quasi affacciato sul
mare, all'orlo dell'altipiano. Piú stanca e piú triste di lui, la vecchia
asinella s'affannava da un pezzo a superare le ultime pettate di quello stradone
interminabile, tutto a volte e risvolte, attorno al colle, in cima al quale
pareva s'addossassero fitte, una sull'altra, le decrepite case della cittaduzza.
A
quell'ora i contadini erano ritornati tutti dalla campagna; lo stradone era
deserto. Se qualcuno ancora se ne incontrava, il Guarnotta era sicuro di
riceverne il saluto. Perché tutti, grazie a Dio, lo rispettavano.
Deserto ormai come quello stradone era ai suoi occhi tutto il mondo; e di cenere
come quell'aria della prima sera, la sua vita. I rami degli alberi sporgenti
senza foglie dai muretti di cinta screpolati, le alte siepi di fichi d'India
polverose e, qua e là, i mucchi di brecciale che nessuno pensava di stendere su
quello stradone tutto solchi e fosse, se il Guarnotta li guardava, in quella
loro immobilità e in quel silenzio e in quell'abbandono, gli parevano oppressi
come lui da una vana pena infinita. E a crescere questo senso di vanità, come se
il silenzio si fosse fatto polvere, non si sentiva neanche il rumore dei quattro
zoccoli dell'asinella.
Quanta di quella polvere dello stradone non si portava a casa ogni sera il
Guarnotta! La moglie, tenendo la giacca sospesa e discosta, appena egli se la
levava, la mostrava in giro alle seggiole, all'armadio, al letto, al cassettone,
come per darsi uno sfogo:
-
Guardate, guardate qua! Ci si può scrivere sopra, col dito.
Si
fosse lasciato persuadere almeno a non portare l'abito nero, di panno, per la
campagna! Gliene aveva ordinati tre - apposta, - tre - di fustagno.
In
maniche di camicia, il Guarnotta, quelle tre dita tozze che la moglie veniva a
cacciargli, nel gesto rabbioso, quasi negli occhi, gliele avrebbe volentieri
addentate. Cane pacifico, si contentava di lanciarle di traverso un'occhiataccia
e la lasciava cantare. Quindici anni addietro, alla morte dell'unico figlio,
aveva giurato d'andar vestito sempre di nero. Dunque...
-
Ma anche per la campagna? Ti faccio mettere il lutto al braccio negli abiti di
fustagno. E basterebbe la cravatta nera, ormai, dopo quindici anni!
La
lasciava cantare. Non se ne stava forse tutto il santo giorno in quel suo podere
al mare? In paese, non si faceva piú vedere da nessuno, da anni. - Dunque...
-
Che dunque?
Ma
dunque, se non lo portava in campagna, dove lo avrebbe portato il lutto per il
figliuolo? - Corpo di Dio, riflettere un poco almeno, prima d'aprir bocca e
lasciare andare. - Nel cuore, sí: grazie tante! E che non lo portava nel cuore?
Ma voleva si vedesse anche fuori... - Che lo vedessero gli alberi, già! o gli
uccellini dell'aria; perché, infatti, occhi per vederselo addosso, lui, non ne
aveva. E perché poi brontolava tanto la moglie? Doveva forse batterlo e
spazzolarlo lei, quell'abito, ogni sera? C'erano le serve. Tre, per due persone
sole. Economia? Un abito nero all'anno: ottanta, novanta lire. Eh via! Avrebbe
dovuto capire, che non le conveniva far tanti discorsi. Seconda moglie! E il
figlio morto era del primo letto! Senz'altri parenti, neppur lontani, alla sua
morte, tutto il suo (che non era poco) sarebbe andato a lei e ai suoi nipoti.
Zitta, dunque: almeno per prudenza... Ma già, sí! se avesse capito questo, non
sarebbe stata quella buona donna che era...
Ed
ecco perché lui se ne stava tutto il giorno in campagna. Solo, tra gli alberi e
con la distesa sterminata del mare sotto gli occhi, come da un'infinita
lontananza, nel fruscio lungo e lieve di quegli alberi, nel borboglio cupo e
lento di quel mare s'era abituato a sentire la vanità di tutto e il tedio
angoscioso della vita.
Era giunto ormai a meno d'un chilometro dal paese. Dalla chiesetta
dell'Addolorata su in cima gli arrivavano lenti e blandi i rintocchi
dell'Avemaria, allorché, d'improvviso, a una brusca svoltata dello stradone:
-
Faccia a terra!
E
dall'ombra si vide saltare addosso tre appostati, con la faccia bendata, armati
di fucile. Uno abbrancò l'asina per la cavezza; gli altri due, in un batter
d'occhio, lo strapparono di sella, giú a terra; e mentre uno con un ginocchio su
le gambe gli legava i polsi, l'altro gli annodava dietro la nuca un fazzoletto
ripiegato a fascia, passato sopra gli occhi.
Ebbe appena il tempo di dire:
-
Figliuoli, a me?
Fu
tirato su, spinto, strappato, trascinato di furia per le braccia, fuori dello
stradone, giú per la costa petrosa, verso la vallata.
-
Figliuoli...
-
Zitto, o sei morto!
Piú delle spinte e degli strappi, l'ansito, l'ansito di quei tre per la violenza
che commettevano, gl'incuteva terrore. Per avere quell'ansito di belve, doveva
esser tremendo ciò che s'erano proposto di fare sopra di lui.
Ma
ucciderlo, almeno subito, forse non volevano. Se per mandato o per vendetta, lo
avrebbero ucciso là, su lo stradone, dall'ombra dove si tenevano appostati.
Dunque, lo catturavano, per ricatto.
-
Figliuoli...
Stringendogli piú forte le braccia e scrollandolo, gl'intimarono di nuovo di
tacere.
-
Ma almeno allentatemi un po' la benda! Mi serra troppo gli occhi... non posso...
-
Cammina!
Prima giú, poi su, e avanti, e indietro; poi giú di nuovo, e poi di nuovo su e
su e su. Dove lo trascinavano?
Nel subbuglio di pensieri e di sentimenti, tra il guizzare d'immagini sinistre e
l'affanno di quella corsa cieca, a sbalzi, a spintoni, tra sassi, sterpi (che
stranezza!) i lumi, i primi lumi accesi nella cittaduzza ancora illuminata a
petrolio, su in cima al colle - lumi delle case, lumi delle strade - come li
aveva intraveduti prima che lo assaltassero e come tante volte, ritornando dal
podere sempre a quell'ora li aveva intraveduti, ecco, nella strettura di quella
benda che gli schiacciava gli occhi, gli apparivano (che stranezza!) precisi,
proprio come se li avesse davanti e avesse gli occhi liberi. Andava, cosí
trascinato, strappato, incespicando, con tanto terrore dentro, e se li portava,
quei lumetti placidi e tristi, davanti, con sé, con tutto il colle, con tutta la
cittaduzza situata lassú, dove nessuno sapeva la violenza che in quel momento si
faceva a lui, e tutti attendevano quieti e sicuri ai loro casi consueti.
A
un certo punto avvertí anche l'affrettato zoccolare della sua asinella.
-
Ah!
Trascinavano via anche la sua vecchia asinella stanca. Ma che ne capiva, povera
bestiola? Avvertiva forse una furia insolita, un'insolita violenza, ma andava
dove la portavano, senza capir nulla. Se si fossero fermati un momento, se
l'avessero lasciato parlare, avrebbe detto loro con calma, ch'era pronto a dare
tutto quello che volevano. Poco piú gli restava da vivere, e non valeva proprio
la pena per un po' di danaro - di quel danaro che non gli dava piú nessuna gioja
- passare un momento come quello.
-
Figliuoli...
-
Zitto, cammina!
-
Ma non ne posso piú! Perché mi fate questo'? Sono pronto...
-
Zitto! Parleremo poi... Cammina!
Lo
fecero camminare, cosí, un'eternità. A un certo punto, fu tanta la stanchezza,
tanto lo stordimento di quel fazzoletto che gli serrava la testa, che si sentí
mancare e non comprese piú nulla.
Si
ritrovò, la mattina appresso, in una grotta bassa, come disfatto in un tanfo di
mucido che pareva spirasse dallo stesso squallore della prima luce del giorno.
S'insinuava livida, quella luce, appena appena, di tra gli anfratti cretosi
della grotta e gli alleviava l'incubo delle violenze sofferte, che ora gli
apparivano come sognate: violenze cieche, da bruti, al suo corpo che non si
reggeva piú, caricato su le spalle ora dell'uno ora dell'altro, buttato a terra
e trascinato o sollevato per le mani e per i piedi.
Dov'era adesso'?
Tese l'orecchio. Gli parve che fosse fuori un silenzio d'altura. E per un
momento vi si sentí come sospeso. Ma non poteva muoversi. Giaceva per terra come
una bestia morta, mani e piedi legati. E le membra gli pesavano quasi gli
fossero diventate di piombo; e anche la testa. Era ferito? Lo avevano lasciato
lí per morto?
No: ecco, confabulavano fuori della grotta. La sua sorte non era dunque decisa.
Ma il ricordo di ciò che gli era accaduto gli si rappresentava ora, non già come
d'una sciagura che gl'incombesse tuttavia e che gli suscitasse dentro qualche
moto per tentare di liberarsene. No. Sapeva di non potere e quasi non voleva. La
sciagura era compiuta, come avvenuta da gran tempo, quasi in un'altra vita, in
una vita che forse gli sarebbe premuto di salvare, quando ancora le membra non
gli pesavano cosí e non gli doleva tanto la testa. Ora non gl'importava piú di
nulla. Quella vita - pur essa miserabile - l'aveva lasciata laggiú, lontano
lontano, dove lo avevano catturato: e qua ora c'era questo silenzio, cosí alto e
vano, cosí smemorato.
Quand'anche lo avessero lasciato andare, non avrebbe avuto piú la forza,
fors'anche neppure il desiderio di tornare laggiú a riprendersela, quella sua
vita.
Ma
no, ecco: una gran tenerezza, di pietà per sé, gli risorse a un tratto e gli
s'arruffò tutta dentro come in un brivido d'orrore, appena vide entrare uno di
quei tre, carponi nella grotta, col viso nascosto da un fazzoletto rosso, forato
all'altezza degli occhi. Gli guardò subito le mani. No, nessun'arma. Una matita
nuova, di quelle da un soldo, non ancora temperata. E nell'altra mano, per
terra, un rozzo foglietto di carta da lettere tutto brancicato, con la busta in
mezzo. Alleggerito, senza volerlo, sorrise; mentre nella grotta entravano gli
altri due, anch'essi carponi e bendati. Uno gli s'appressò e gli sciolse le mani
soltanto. Il primo disse:
-
Giudizio! Scrivete!
Gli parve di riconoscerlo alla voce. Ma sí, Manuzza; detto cosí perché
aveva un braccio piú corto dell'altro. Oh, e allora... Ma era proprio lui? Gli
guardò il braccio manco. Lui, sí. E certo anche gli altri due avrebbe
riconosciuti subito, se si fossero tolta la benda. Conosceva tutta la
cittadinanza. Disse allora:
-
Io, giudizio? Giudizio voi, figliuoli! A chi volete che scriva? Con che debbo
scrivere? con questa?
E
mostrò la matita.
-
Perché? Non è matita?
-
Matita, sí. Ma voi non sapete neppure come s'adopera.
-
Perché?
-
Ma bisognerà prima temperarla.
-
Temperarla?
-
Con un temperino, già, qua in punta...
-
Temperino, niente!
E
Manuzza ripeté:
-
Giudizio! giudizio, sacramento!
-
Giudizio, sí, Manuzza mio...
-
Ah, - gridò questi. - M'avete riconosciuto?
-
Abbi pazienza, ti nascondi la faccia e lasci scoperto il braccio? Levati codesto
fazzoletto e guardami negli occhi. Fai questo, a me?
-
Senza tante chiacchiere, - gridò Manuzza, strappandosi con ira il fazzoletto
dalla faccia. - V'ho detto giudizio! Scrivete, o v'ammazzo!
-
Ma sí, sono pronto, - si rimise il Guarnotta. - Quand'avrete temperato la
matita. Però, se mi lasciate dire... Volete danari, è vero, figliuoli? Quanto?
-
Tre mila onze!
-
Tre mila? Non volete poco.
- Voi ce l'avete! Non facciamo storie!
-
Tre mila onze?
-
Piú! piú!
-
Anche piú, sí. Ma non a casa, in contanti. Dovrei vendere case, terre. E vi pare
che si possa, cosí, da un giorno all'altro, e senza me?
-
Vuol dire che se le faranno prestare!
-
Chi?
-
Vostra moglie e i vostri nipoti!
Il
Guarnotta sorrise amaramente e provò a rizzarsi su un gomito.
-
Volevo dirvi questo, appunto, - rispose. - Figliuoli miei, avete sbagliato.
Contate su mia moglie e sui suoi nipoti? Se volete ammazzarmi, è un conto: sono
qua: ammazzatemi, e non se ne parli piú. Ma se volete danari, non potete averli
che da me, e a patto di lasciarmi andare a casa.
-
Che dite? a casa? Voi? Fossimo matti! Scherzate!
-
E allora... - sospirò il Guarnotta.
Manuzza strappò di mano rabbiosamente il foglietto da lettere al compagno e
ripeté:
-
Senza tante chiacchiere, v'ho detto, scrivete! La matita... Ah già, bisogna
temperarla... Come si tempera?
Il
Guarnotta spiegò come; e i tre allora, dopo essersi guardati negli occhi,
uscirono dalla grotta. Nel vederli uscire, cosí carponi, come tre bestie, non
poté fare a meno di sorridere ancora una volta, il Guarnotta. Pensò che ora di
là si sarebbero messi in tre a temperare quella matita, e che forse, a furia di
potarla come un ramo d'albero, non ne sarebbero venuti a capo. Già, ma lui ne
sorrideva, e forse la sua vita in quel punto dipendeva dalla ridicola difficoltà
che quei tre incontravano in quell'operazione per loro nuova: forse, stizziti di
vedersi mancare in mano la matita a pezzo a pezzo, sarebbero rientrati a fargli
la prova che se i loro coltelli non erano buoni da temperare una matita, erano
però buoni da scannarlo. E aveva fatto male, un errore imperdonabile aveva
commesso a dichiarare a quel Manuzza d'averlo riconosciuto. - Ecco: si
bisticciavano di là, sbuffavano, bestemmiavano... Certo, si passavano dall'uno
all'altro quella povera matita da un soldo sempre piú corta. Chi sa che coltelli
avevano in mano, in quelle loro manacce scabre e cretose.
Eccoli che rientravano a uno a uno, sconfitti.
-
Legno lasco, - disse Manuzza. - Una schifezza! Voi che sapete scrivere non ce
n'avreste in tasca un'altra bell'e temperata, per combinazione?
-
Non ce l'ho, figliuoli, - rispose il Guarnotta. - Ma è inutile, v'assicuro.
Avrei scritto, se mi davate da scrivere; ma a chi? A mia moglie e a quei nipoti?
Quei nipoti sono suoi e non miei, capite? E nessuno avrebbe risposto, siatene
pur certi; avrebbero finto di non aver ricevuto la lettera minatoria, e addio.
Se volete danari da loro, non dovevate buttarvi in prima su me: dovevate invece
andare da loro e accordarvi: tanto - poniamo mille onze - per ammazzarmi. Non ve
l'avrebbero date nemmeno; perché la mia morte, la desiderano sí, ma sono
vecchio; se la aspettano dunque da Dio gratis e senza rimorsi, tra quattro
giorni. Pretendete sul serio che vi diano un centesimo, un solo centesimo, per
la mia vita? Avete sbagliato. La mia vita a me soltanto può premere. Non mi
preme, ve lo giuro; ma certo, morire cosí, di mala morte, non mi piacerebbe; e
solo per non morire cosí, vi prometto e giuro su la sant'anima di mio figlio che
appena posso, fra due, tre giorni, verrò io stesso a portarvi il danaro al posto
che m'indicherete.
-
Dopo averci denunziato?
-
Vi giuro di no! Vi giuro che non fiaterò con nessuno! Si tratta della vita!
-
Ora. Ma quando sarete libero? Prima di andare a casa, andrete a fare la
denunzia.
-
Vi giuro di no! Certo, dovete aver fiducia. Pensate ch'io vado ogni giorno in
campagna. La mia vita è là, tra voi; e io sono stato sempre come un padre per
voi. Mi avete sempre rispettato, santo Dio, e ora... Pensate che vorrei espormi
al rischio d'una vendetta? Abbiate fiducia, lasciatemi ritornare a casa e state
sicuri che avrete il danaro...
Non risposero piú. Tornarono a guardarsi negli occhi, e uscirono di nuovo dalla
grotta, carponi.
Per tutta la giornata non li rivide piú. Li udí un pezzo, dapprima, discutere
fuori della grotta; poi non udí piú nulla.
Aspettò, rivolgendo in mente tutte le supposizioni intorno a ciò che avessero
potuto decidere. Gli parve certo questo: ch'era caduto in mano di tre stupidi,
novizii, forse, anzi senza dubbio al loro primo delitto.
Ci
s'erano buttati come ciechi, senza considerare prima le sue condizioni di
famiglia; solo pensando ai suoi danari. Ora, convinti dello sbaglio commesso,
non sapevano piú, o non vedevano ancora, come cavarsene. Del giuramento che non
sarebbero stati denunziati, nessuno dei tre si sarebbe fidato; meno di tutti
Manuzza ch'era stato riconosciuto. E allora?
Allora, non gli restava da augurarsi altro, che a nessuno dei tre sorgesse il
pentimento dello stupido atto compiuto invano, e insieme il desiderio di
cancellarlo per rimettersi sulla buona via; che tutti e tre, invece, risoluti a
vivere fuori d'ogni legge, a commettere altri delitti, non dovessero intanto
curarsi di cancellare ogni traccia di questo primo e di gravarsene inutilmente
la coscienza. Perché, riconosciuto lo sbaglio e risoluti a restare tre
birbaccioni al bando, potevano fargli salva la vita e lasciarlo andare senza
curarsi della denunzia; ma, se volevano ritornare sulla buona via, pentiti,
allora per forza, a impedire la denunzia di cui si tenevano certi, dovevano
assassinarlo.
Ne
seguiva, che Dio doveva dunque ajutarlo ad aprir loro la mente; perché
riconoscessero che nessun profitto si ricava a voler restare galantuomini. Cosa
non difficile con loro, visto che la buona intenzione di gettarsi alla
perdizione l'avevano dimostrata, catturandolo. Ma c'era da temere pur troppo del
disinganno che avevano dovuto provare cosí a prima giunta, toccando con mano il
grosso sbaglio commesso appena incamminati sulla nuova via. E fa presto un
disinganno a cangiarsi in pentimento e in voglia di ritrarsi da un cammino che
cominci male. Per tirarsene indietro, cancellandovi ogni orma dei primi passi,
la logica, sí, portava a commettere un delitto; ma, a volerlo scansare, la
stessa logica non li avrebbe portati ad avventurarsi per quel cammino in cerca
d'altri delitti? E allora, meglio quest'uno qua a principio, che poteva restar
nascosto e senza traccia, che tanti là allo scoperto e allo sbaraglio. A costo
di quest'uno, potevano avere ancora speranza di salvarsi, se non di fronte alla
loro coscienza, di fronte agli uomini; a volerlo scansare, si sarebbero certo
perduti.
Conclusione di queste tormentose riflessioni: la certezza che oggi o domani,
forse quella notte stessa, nel sonno, lo avrebbero assassinato.
Attese, fino a tanto che nella grotta non si fece bujo.
Allora, al pensiero che quel silenzio, e la stanchezza potessero su lui piú
della paura di cedere al sonno, sentí dalla testa ai piedi un fremito di tutto
il suo istinto bestiale che lo spingeva, pur cosí con le mani e i piedi ancora
legati, a uscir fuori della grotta a forza di gomiti, strisciando come un verme
per terra; e dovette penar tanto a persuadere a quel suo istinto atterrito di
fare quanto meno rumore fosse possibile; perché poi, tanto, che sperava
sporgendo il capo come una lucertola fuori della tana? Niente! vedere il cielo
almeno, e vederla lí fuori, all'aperto, con gli occhi, la morte, senza che gli
fosse inflitta a tradimento nel sonno. Questo, almeno.
Ah, ecco... Zitto! Era lume di luna? Luna nuova, sí, e tante stelle... Che
serata! Dov'era? Su una montagna... Che aria e che altro silenzio! Forse era il
monte Caltafaraci, quello, o il San Benedetto... E allora, quello là? Il piano
di Consòlida, o il piano di Clerici? Sí, e quella là verso ponente doveva essere
la montagna di Carapezza. Ma allora quei lumetti là, esitanti, come sprazzi di
lucciole nella chiaria opalina della luna? Quelli di Girgenti? Ma dunque... oh
Dio, dunque era proprio vicino? E gli pareva che lo avessero fatto camminare
tanto... tanto...
Allungò lo sguardo intorno, quasi gl'incutesse paura la speranza che quelli lo
avessero lasciato lí e se ne fossero andati.
Nero, immobile, accoccolato come un grosso gufo su un greppo cretoso della
montagna, uno dei tre, rimasto a guardia, si stagliava preciso nella chiara
soffusione dell'albor lunare. Dormiva?
Fece per sporgersi un po', ma subito lo sforzo gli s'allentò nelle braccia alla
voce di colui, che, senza scomporsi, gli diceva:
-
Vi sto guardando, don Vicè! Rientrate, o vi sparo.
Non fiatò, come se volesse far nascere in colui il dubbio d'essersi ingannato,
rimase lí quatto a spiare. Ma colui ripeté:
-
Vi sto guardando.
-
Lasciami prendere una boccata d'aria, - gli disse allora. - Qua si soffoca. Mi
volete lasciare cosí? Ho sete.
Colui si scrollò minacciosamente:
-
Oh! se volete restare costí, dev'essere a patto di non fiatare. Ho sete anch'io
e sono digiuno come voi. Silenzio, o vi faccio rientrare.
Silenzio. E quella luna che rivelava tanta vista di tranquilli piani e di
monti... e il sollievo di tutta quell'aria, almeno... e il sospiro lontano di
quei lumetti là del suo paese...
Ma
dov'erano andati gli altri due? Avevano lasciato a questo terzo l'incarico
d'ucciderlo durante la notte? E perché non subito? Che aspettava colui?
Aspettava forse nella notte il ritorno degli altri due?
Fu
di nuovo tentato di parlare, ma si trattenne. Tanto, se avevano deciso cosí...
Volse gli occhi al greppo dove colui stava seduto: lo vide ricomposto nel primo
atteggiamento. Chi era? Alla voce, poc'anzi, gli era parso uno di Grotte, grosso
borgo tra le zolfare. Che fosse Fillicò? Possibile? Buon uomo, tutto d'un pezzo,
bestia da lavoro, di poche parole... Se era lui veramente, guaj! Cosí taciturno
e duro, se era riuscito a smuoversi dalla bontà, guaj.
Non poté piú reggere; e, con una voce quasi involontaria, vuota d'ogni
intenzione, quasi dovesse arrivare a colui come non proferita dalla sua bocca,
disse senza domandare:
-
Fillicò...
Colui non si mosse.
Il
Guarnotta attese un pezzo e ripeté con la stessa voce, come se non fosse lui,
con gli occhi intenti a un dito che faceva segni sulla rena:
-
Fillicò...
E
un brivido, questa volta, gli corse la schiena perché s'immaginò che questa sua
ostinazione, di proferire il nome quasi senza volerlo, dovesse costargli, di
rimando, una schioppettata.
Ma
neanche questa volta colui si mosse; e allora egli esalò in un sospiro d'estrema
stanchezza tutto l'orgasmo della disperazione e abbandonò per terra il peso
morto della testa come se veramente non avesse piú forza né voglia di
sorreggerlo. Lí, con la faccia nella rena, con la rena che gli entrava nella
bocca come a una bestia morta, senza piú curarsi del divieto che colui gli aveva
fatto di parlare, né della minaccia d'una schioppettata, si mise allora a
parlare, a farneticare senza fine. Parlò della bella luna che ora, addio,
sarebbe tramontata; parlò delle stelle che Dio aveva fatto e messo cosí lontane
perché le bestie non sapessero ch'erano tanti mondi piú grandi assai della
terra; e parlò della terra che soltanto le bestie non sanno che gira come una
trottola e disse, come per uno sfogo personale, che in questo momento ci sono
uomini che stanno a testa all'ingiú e pure non precipitano nel cielo per ragioni
che ogni cristiano che non sia piú creta della creta, cretaccia ma proprio di
quella vile su cui Dio santo ancora non ha soffiato, dovrebbe almeno curarsi di
sapere.
E
in mezzo a questo farnetichio si ritrovò d'improvviso che parlava davvero
d'astronomia come un professore a colui che, a poco a poco, gli s'era accostato,
ch'era anzi venuto a sederglisi accanto, lí presso l'entrata della grotta, e
ch'era proprio lui, sí, Fillicò di Grotte, che le voleva sapere da tanto tempo
quelle cose, benché non se ne persuadesse bene e non gli paressero vere: lo
zodiaco... la via lattea... le nebulose...
Già. Cosí. Ma perché quando uno non ne può piú, che le ha proprio esaurite tutte
nella disperazione le sue forze, altro che questo gli può avvenire di buffo! si
può mettere come niente, anche sotto la mira di un fucile, a nettarsi le unghie
attentamente con un fuscellino, badando che non si spezzi e non si pieghi, o a
tastarsi in bocca, sissignori, i denti che gli sono rimasti, tre incisivi e un
canino solo; e sissignori, a pensare seriamente se sono tre o quattro i
figliuoli del bottajo, suo vicino di casa, a cui da quindici giorni è morta la
moglie.
-
Parliamo sul serio. Ma dimmi un po': che ti pare che sono, per la Madonna, un
filo d'erba?... questo filo d'erba qua che si strappa cosí, come niente?
Toccami! Di carne sono, per la Madonna! e un'anima ho, che me l'ha data Dio come
a te! Che mi volete scannare mentre dormo? No... sta' qua... senti... te ne vai?
Ah, finché ti parlavo delle stelle... Senti che ti dico: scannami qua a occhi
aperti, non mi scannare a tradimento nel sonno... Che dici? Non vuoi rispondere?
Ma che aspetti? Che aspettate, si può sapere? Denari, non ne avrete; tenermi
qua, non potrete; lasciarmi andare, non volete... Volete ammazzarmi? E
ammazzami, corpo di Dio, e non se ne parli piú!
A
chi diceva? Quello era già andato a riaccoccolarsi sul greppo come un gufo, per
dimostrargli che di questo - era inutile - non voleva sentir parlare.
Ma
dopo tutto, che bestia anche lui! Non era meglio che lo uccidessero nel sonno,
se dovevano ucciderlo? Anzi, piú tardi, se ancora non si fosse addormentato,
sentendoli entrare carponi nella grotta, avrebbe chiuso gli occhi per fingere di
dormire. Ma già, che occhi! al bujo, poteva anche tenerli aperti. Bastava che
non si movesse, quando sarebbero venuti a cercargli la gola, a tasto, come a un
pecoro.
Disse:
-
Buona notte.
E
si ritrasse.
Ma
non lo uccisero.
Riconosciuto lo sbaglio, né liberare lo vollero e neppure uccidere. Lo tennero
lí.
Ma
come, per sempre?
Finché Dio avrebbe voluto. Si rimettevano a Lui: presto o tardi, a seconda che
Egli avrebbe voluto fare piú o meno lunga la penitenza per lo sbaglio d'averlo
catturato.
O
che intendevano insomma? che egli morisse da sé, lassú, di morte naturale?
Intendevano questo?
Questo, sí.
-
Ma che Dio e Dio, allora! Pezzi d'animali, non m'ucciderà mica Dio, m'ucciderete
voi cosí, tenendomi qua, morto di fame, di sete, di freddo, legato come una
bestia, in questa grotta, a dormire per terra, a fare per terra qua stesso, come
una bestia, i miei bisogni!
A
chi diceva? S'erano rimessi a Dio, tutti e tre; e come se parlasse alle pietre.
Intanto, morto di fame, non era vero; dormire per terra, non era vero. Gli
avevano portato lassú tre fasci di paglia per fargliene una lettiera, e anche un
loro vecchio cappotto d'albagio, perché si riparasse dal freddo. Poi, pane e
companatico ogni giorno. Se lo levavano di bocca, lo levavano di bocca alle loro
creature e alle loro mogli per darlo a lui. E pane faticato col sudore della
fronte, perché uno, a turno, restava lí di guardia, e gli altri due andavano a
lavorare. E in quello ziretto là di terracotta c'era acqua da bere, che Dio solo
sapeva che pena a trovarla per quelle terre assetate. Quanto poi a far lí per
terra i suoi bisogni, poteva uscire dalla grotta, la sera, e farli all'aperto.
-
Ma come? davanti a te?
-
Fate. Non vi guardo.
Di
fronte a quella durezza stupida e irremovibile si sarebbe messo a pestare i
piedi come un bambino. Ma che erano, macigni? che erano?
-
Riconoscete d'avere sbagliato, sí o no?
Lo
riconoscevano.
-
Riconoscete di doverlo scontare, questo sbaglio?
Sí, non uccidendolo, aspettando da Dio la sua morte e sforzandosi d'alleviargli
per quanto potevano il martirio che gli davano.
-
Benissimo! Ma questo è per voi, pezzi d'animali, per il male che voi stessi
riconoscete d'aver commesso! Ma io? che c'entro io? che male ho commesso io?
Sono sí o no la vittima del vostro sbaglio? E fate scontare anche a me, che non
c'entro, il male che voi avete commesso? Devo patire io cosí, perché voi avete
sbagliato? Cosí ragionate?
Ma
no: non ragionavano affatto, loro. Stavano ad ascoltarlo, impassibili, con gli
occhi fermi e vani, nelle dure facce cretose. E qua la paglia... e lí il
cappotto... e lo ziretto dell'acqua... e il pane col sudore della fronte... e
venite a cacare all'aperto.
Non si sacrificavano forse, uno alla volta, a star lí di guardia e a tenergli
compagnia? E lo facevano parlare delle stelle e delle cose della città e della
campagna, delle buone annate d'altri tempi, quando c'era piú religione, e di
certe malattie delle piante che prima, quando c'era piú religione, non si
conoscevano. E gli avevano portato anche un vecchio Barbanera, trovato
chi sa dove, perché ingannasse l'ozio, leggendo; lui che aveva la bella fortuna
di saper leggere.
-
Che diceva, che diceva quello stampato, con tutte quelle lune e quella bilancia
e quei pesci e quello scorpione?
Sentendolo parlare, si svegliava in loro un'ingorda curiosità di sapere, piena
di meraviglie grugnite e di sbalordimenti bambineschi, a cui egli, a poco a
poco, cominciava a prender gusto, come a una cosa viva che nascesse da lui, da
tutto ciò che in quei discorsi con loro traeva, come nuovo, anche per sé, dal
suo animo ormai da tanti anni addormentato nella pena della sua incresciosa
esistenza.
E
sentiva, sí, che ormai cominciava a essere una vita anche per lui, quella; una
vita a cui aveva preso ad adattarsi, caduta la rabbia davanti a una
ineluttabilità che non gliela faceva piú pensare precaria, quantunque incerta,
strana e come sospesa nel vuoto.
Già per tutti là, al suo podere lontano affacciato sul mare, e nella città di
cui nella notte vedeva i lumi, egli era morto. Forse nessuno s'era mosso a far
ricerche, dopo la sua scomparsa misteriosa; e seppur lo avevano ricercato, lo
avevano fatto senza impegno, non premendo a nessuno di ritrovarlo.
Col cuore ridotto piú arido e squallido della creta di quella grotta, che
gl'importava ormai di ritornare vivo là, a quella vita di prima? aveva veramente
qualche ragione di rimpianto per tutte le cose che qua gli mancavano, se il
riaverle là doveva essere a costo dell'amara noja di prima? Non si trascinava
là, in quella vita col peso addosso, d'un tedio insopportabile? Qua, almeno, ora
stava sdrajato per terra e non si trascinava piú.
Le
giornate gli passavano, in quel silenzio d'altura, quasi fuori del tempo, vuote
d'ogni senso e senza scopo. In quella vacuità sospesa anche la stessa intimità
della coscienza gli cessava: guardava la sua spalla e la creta accanto della
grotta, come le sole cose che esistessero; e la sua mano, se vi fissava gli
occhi, come se esistesse, cosí solo per se stessa; e quel sasso e quello sterpo,
in un isolamento spaventoso.
Se
non che, avvertendo a mano a mano che quanto gli era occorso non era poi per lui
tutta quella sciagura che in principio, per la rabbia dell'ingiustizia, gli era
apparsa, cominciò anche ad accorgersi che davvero era una ben dura e grave
punizione, a cui da se stessi quei tre s'erano condannati, il tenerlo ancora in
vita.
Morto com'era già per tutti, restava vivo solo per essi, vivo e con tutto il
peso di quella vita inutile, di cui egli ora, in fondo, si sentiva liberato.
Potevano buttarlo via come niente, quel peso che non aveva piú valore per
nessuno, di cui nessuno piú si curava; e invece, no, se lo tenevano addosso, lo
sopportavano rassegnati alla pena che da loro stessi s'erano inflitta, e non
solo non se ne lagnavano, ma veramente facevano di tutto per rendersela piú
gravosa con le cure che gli prodigavano. Perché, sissignori, gli s'erano
affezionati, tutti e tre, come a qualche cosa che appartenesse a loro, ma
proprio a loro soltanto e a nessun altro piú, e dalla quale misteriosamente
traevano una soddisfazione, di cui, seppur la loro coscienza non sentiva il
bisogno, avrebbero per tutta la vita avvertito la mancanza, quando fosse venuta
loro a mancare.
Fillicò un giorno portò su alla grotta la moglie, che aveva un bimbo attaccato
al petto e una ragazzetta per mano. La ragazzetta recava al nonno una
bella corona di pan buccellato.
Con che occhi erano rimaste a mirarlo, madre e figlia! Dovevano essere passati
già parecchi mesi dalla cattura, e chi sa come s'era ridotto: la barba a
cespugli sulle gote e sul mento; sudicio, strappato... Ma rideva per far loro
buona accoglienza, grato della visita e del regalo di quel buon pane buccellato.
Forse però era appunto il riso in quella sua faccia da svanito, che faceva tanto
spavento alla buona donna e alla ragazzetta.
-
No, carinella, vieni qua... vieni qua... Tieni, te ne do un pezzetto; mangia...
L'ha fatto mamma?
-
Mamma...
-
Brava! E fratellini, ne hai? Tre? Eh, povero Fillicò, già quattro figli...
Portameli, i maschietti: voglio conoscerli. La settimana ventura, bravo. Ma
speriamo che non ci arrivi...
Ci
arrivò. Altro che! Lunga, proprio lunga volle Dio che fosse la punizione. Per
piú di altri due mesi la tirò!
Morí di domenica, una bella serata che lassú c'era ancora luce come se fosse
giorno. Fillicò aveva condotto i suoi ragazzi, a vedere il nonno, e anche
Manuzza, i suoi. Tra quei ragazzi morí, mentre scherzava con loro, come un
ragazzino anche lui, mascherato con un fazzoletto rosso sui capelli lanosi.
I
tre accorsero a raccoglierlo da terra, appena lo videro cadere all'improvviso,
mentre rideva e faceva tanto ridere quei ragazzi.
Morto?
Scostarono i ragazzi; li fecero andar via con le donne. E lo piansero, lo
piansero, inginocchiati tutti e tre attorno al cadavere, e pregarono Dio per lui
e anche per loro. Poi lo seppellirono dentro la grotta.
Per tutta la vita, se a qualcuno per caso avveniva di ricordare davanti a loro
il Guarnotta e la sua scomparsa misteriosa:
-
Un santo! - dicevano. - Oh! Andò certo diritto in paradiso con tutte le scarpe,
quello!
Perché il purgatorio erano certi d'averglielo dato loro là, su la montagna.
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