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Novelle per un anno - 1926 - Il vecchio Dio
11. la levata del sole |
I.
Insomma, il lumetto, lì sul piano della scrivania, non ne
poteva più. Riparato da un mantino verde, singhiozzava
disperatamente; a ogni singhiozzo faceva sobbalzar l'ombra
di tutti gli oggetti della camera, come per mandarli al
diavolo; e meglio di così non lo poteva dire.
Poteva anche parere uno spavento Perché, nel profondo
silenzio della notte, al Bombichi che passeggiava per quella
stanza, inghiottito dall'ombra e subito rivomitato alla luce
da quel singulto del lumetto, giungeva pure di tanto in
tanto dalle stanze inferiori della casa la voce rauca,
raschiosa della moglie, che lo chiamava come da sottoterra:
- Gosto! Gosto!
Se non che egli, invariabilmente, fermandosi, rispondeva
piano a quella voce, con due inchini:
- Crepa! Crepa!
E intanto, così bianco di cera, così tutto parato di gala,
in marsina, con quello sparato lucido, e così tutto guizzi
di riso nella faccia da morto, con quei gesti a scatti che
gli balzavano anch'essi al soffitto, chi sa che altro poteva
parere. Tanto più che, poi, accanto a quel lumetto su la
scrivania, una piccola rivoltella dal manico di madreperla
guizzava anch'essa... uh, sì, e come!
- Tanto carina, eh?
Perché - pareva solo, Gosto Bombichi - ma c'è momenti che
uno si mette a parlare con se stesso come se fosse un altro,
tal e quale: quell'altro lui, per esempio, che tre ore fa,
prima che andasse al Circolo, glielo diceva così bene di non
andarci; e - nossignori - c'era voluto andare per forza. Al
Circolo dei buoni Amici. E sissignori - che bontà! Le
ultime migliaja di lire orfanelle, bisognava vedere con che
grazia in quelle facce da rapina gliel'avevano sgranfignate,
contentandosi di rimaner creditori su la parola di altre due
o tre mila: non ricordava più con precisione.
- Entro ventiquattr'ore.
La rivoltella. Non gli restava altro. Quando il tempo sbatte
a porta in faccia a ogni speranza e dice che non si può,
inutile seguitare a picchiare: meglio voltar le spalle e
andarsene.
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S'era seccato, del resto. Ne aveva la bocca così amara!
Bile, no; neanche bile. Nausea. Perché s'era tanto divertito
lui, ad averla tra mano come una palla di gomma elastica a
vita, a farla rimbalzare con accorti colpetti, giù e sé, sé
e giù, battere a terra e rivenire alla mano, trovarsi una
compagna e giocare a rimandarsela con certi palpiti e corse
avanti e dietro, para di qua, acchiappa di là; sbagliare il
colpo e precipitarsele dietro. Ora gli s'era bucata
irrimediabilmente e sgonfiata tra le mani.
- Gosto! Gosto!
- Crepa! crepa!
La sciagura massima eccola là: piombatagli tra capo e collo,
sei anni fa, mentre viaggiava in Germania, nelle amene
contrade del Reno, a Colonia, l'ultima notte di carnevale,
che la vecchia città cattolica pareva tutta impazzita. Ma
questo non valeva a scusarlo.
Era uscito da un caffè su la Höhe Strasse con
l'ottima intenzione di rientrare in albergo a dormire. A un
tratto, s'era sentito vellicare dietro l'orecchio da una
piuma di pavone. Maledetta atavica scimmiesca destrezza! Di
primo lancio, aveva ghermito quella piuma tentatrice e, nel
voltarsi di scatto, trionfante (stupido!), s'era visto
davanti tre donne, tre giovani che ridevano, gridavano,
scalpitando come puledre selvagge e agitandogli davanti agli
occhi le mani dalle innumerevoli dita inanellate,
sfavillanti. A quale delle tre apparteneva la piuma? Nessuna
aveva voluto dirlo; e allora egli, invece di prenderle a
scapaccioni tutt'e tre, scelta sciaguratamente quella di
mezzo, le aveva restituito con bel garbo la piuma, al patto
convenuto nella tradizione carnevalesca: un bacio o un
buffetto sul naso.
Buffetto sul naso.
Ma quella dannata, nel riceverselo, aveva socchiuso gli
occhi in tal maniera, ch'egli s'era sentito rimescolare
tutto il sangue. E dopo un anno, sua moglie. Ora, dopo sei:
- Gosto!
- Crepa!
Figli, niente, per fortuna. Ma pure, chi sa! se ne avesse
avuti, non si sarebbe forse... via, via! inutile pensarci!
Quanto a lei, quella strega ritinta, si sarebbe adattata a
vivere in qualche modo, se proprio proprio non se la fosse
sentita di crepare, come lui amorosamente le suggeriva.
Ora subito, due paroline, di lettera, e basta eh?
- L'alba di domani non la vedrò!
Oh! A questo punto Gosto Bombichi rimase come abbagliato da
un'idea. L'alba di domani? Ma in quarantacinque anni di
vita, non ricordava d'aver mai visto nascere il sole,
neppure una volta, mai! Che cos'era l'alba? com'era l'alba?
Ne aveva sentito tanto parlare come d'un bellissimo
spettacolo che la natura offre gratis a chi si leva
per tempo; ne aveva anche letto parecchie descrizioni di
poeti e prosatori, e sì, insomma, sapeva più o meno di che
poteva trattarsi; ma lui coi propri occhi, no, non l'aveva
mai veduta, un'alba, parola d'onore.
- Perbacco! Mi manca... Come esperienza, mi manca. Se
l'hanno tanto gonfiata i poeti, sarà magari uno sciocco
spettacolo; ma mi manca e vorrei pur vederlo, prima
d'andarmene. Sarà tra un paio d'ore... Ma guarda che idea!
Bellissima. Vedere nascere il sole, almeno una volta, e
poi...
Si fregò le mani, lieto di questa risoluzione improvvisa.
Spogliato di tutte le miserie, nudo d'ogni pensiero, lì,
fuori, all'aperto, in campagna, come il primo uomo o
l'ultimo sulla faccia della terra, ritto su due piedi, o
meglio comodamente a sedere su qualche pietra, o con le
spalle, meglio ancora, appoggiate a un tronco d'albero, la
levata del sole, ma sì, chi sa che piacere! veder cominciare
un altro giorno per gli altri e non più per sé! un altro
giorno, le solite noie, i soliti affari, le solite facce, le
solite parole, e le mosche, Dio mio, e poter dire: non siete
più per me.
Sedette alla scrivania e, tra un singhiozzo e l'altro del
lumetto moribondo, scrisse in questi termini alla moglie:
Cara Aennchen,
Ti lascio. La vita, le l'ho detto tante volte, m'è parsa
sempre un giuoco d'azzardo. Ho perduto: pago. Non piangere,
cara Ti sciuperesti inutilmente gli occhi, e sai che non
voglio. Del resto, t'assicuro che non ne vale proprio la
pena. Dunque, addio. Prima che spunti il giorno, mi troverò
in qualche luogo da cui si possa goder bene la levata del
sole. M'è nata in quello momento una vivissima curiosità
d'assistere almeno una volta a questo tanto decantato
spettacolo di natura. Sai che ai condannati a morte non si
suol negare l'esaudimento di qualche desiderio possibile. Io
voglio passarmi questo.
Senz'altro da dirti, ti prego di non credermi più
il tuo aff.mo
GOSTO
E poiché la moglie, giù, era ancora sveglia e da un momento
all'altro, se saliva, accorgendosi di quella lettera, addio
ogni cosa; decise di portarla via con sé e di buttarla senza
francobollo in qualche cassetta postale della città.
- Pagherà la multa e forse sarà questo l'unico suo
dispiacere.
Tu qua - disse poi alla piccola rivoltella, facendole posto
in un taschino del panciotto di velluto nero, ampiamente
aperto su lo sparato della camicia. E così come si trovava,
in tuba e frac, usci di casa per salutar la levata del sole
e tanti ossequii a chi resta.
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II.
Era piovuto, e per le strade deserte i fanali
sonnacchiosi verberavano d'un giallastro lume tremolante
l'acqua del lastrico. Ma ora il cielo cominciava a
rasserenarsi; sfavillava qua e là di stelle. Meno male!
Non gli avrebbe guastato lo spettacolo.
Guardò l'orologio; le due e un quarto! Come aspettar
così, per le vie, tre ore forse, forse più? Quando
spuntava il sole in quella stagione? Anche la natura,
come un qualunque teatro, dava i suoi spettacoli ,t ore
fisse. Ma a questo orario egli era impreparato.
Solito di rincasar tardissimo ogni notte, era avvezzo
all'eco dei suoi passi nelle vie lunghe silenziose della
città. Ma, le altre notti, i suoi passi avevano una meta
ben nota: ogni nuovo passo lo avvicinava alla sua casa,
al suo letto. Ora, invece...
S'arrestò un momento. Da lontano, terra terra, un lume
si moveva lungo il marciapiede, lasciandosi dietro
un'ombra traballante, quasi di bestia che non si
reggesse bene su le gambe.
Un ciccaiolo col suo lanternino.
Eccolo là! E quell'uomo poteva campare di ciò che gli
altri buttavano via; d'una cosettucciaccia amara,
velenosa, schifosa.
- Dio, e che schifosa malinconia anche la vita.
Gli venne tuttavia la tentazione di mettersi a cercare
un tratto con quel ciccaiolo. Perché no? Poteva
permettersi tutto, ormai. Sarebbe stata una distrazione,
un'altra esperienza. Perdio, gliene mancavano parecchie,
gliene mancavano. Lo chiamò, gli diede il sigaro appena
acceso.
- Ah! Te lo fumi?
Lurido, irsuto, colui aprì la boccaccia sdentata e
fetida a un riso da scemo, rispose:
- Prima lo riduco cicca. Poi la metto insieme con le
altre. Grazie, signorino.
Gosto Bombichi lo guatò con ribrezzo. Ma anche colui lo
guatava con gli occhi scervellati, invetrati di lagrime
dal freddo, e con quel laido ghigno rassegato su le
labbra, come se...
- Se volesse, signorino - disse infatti, alla fine,
strizzando uno di quegli occhi. - Sta qui a due passi.
Gosto Bombichi gli voltò le spalle. Ah, via! Uscire al
più presto dalla città, da quella cloaca. Via, via!
Camminando all'aperto, avrebbe trovato il punto migliore
per godere dell'ultimo spettacolo, e addio.
Andò con passo svelto, finché non oltrepassò le ultime
case di quella strada, che sboccava nella campagna. Qui
si rifermò e si guardò attorno, smarrito. Poi guardò in
alto. Ah, il cielo ampio, libero, fervido di stelle! Che
guizzi di luce innumerevoli, che palpito continuo!
Trasse un respiro di sollievo: se ne senti refrigerato.
Che silenzio! che pace! Com'era diversa, la notte qui,
pure a due passi dalla città... Il tempo che lì, per gli
uomini, era guerra, intrigo di tristi passioni, noia
acre e smaniosa, qui era attonita, smemorata quiete. A
due passi, un altro mondo. Chi sa perché, intanto,
provava uno strana ritegno, quasi di sgomento, a
muovervi i piedi.
Gli alberi, sfrondati dalle prime ventate d'autunno, gli
sorgevano attorno come fantasmi dai gesti pieni di
mistero. Per la prima volta li vedeva così e se ne
sentiva una pena indefinibile Di nuovo si fermò
perplesso, quasi oppresso di pauroso stupore; tornò a
guardarsi attorno, nel bujo.
Lo sfavillio delle stelle, che trapungeva e allargava il
cielo, non arrivava ad esser lume in terra; ma al lucido
tremore di lassù pareva rispondesse lontano lontano,
dalla terra tutta, un tremor sonoro, continuo, il
fritinnìo dei grilli. Tese l'orecchio a quel canto, con
tuba l'anima sospesa: percepì allora anche il fruscio
vago delle ultime foglie, il brulichio confuso della
vasta campagna nella notte, e provò un'ansia strana, una
costernazione angosciosa di tutto quell'ignoto
indistinto, che formicolava nel silenzio.
Istintivamente, per sottrarsi a queste minute,
sottilissime percezioni, si mosse.
Nella zana a destra di quella via di campagna scorreva
un'acqua, silenziosa nell'ombra, la quale, qua e là, s'alluciava
un attimo quasi per il riflesso di qualche stella, o
forse era una lucciola che vi sprezzava sopra, a tratti,
volando, il suo verde lume.
Camminò lungo quella zana fino a un primo passatoio e
montò sul ciglio della via per internarsi nella
campagna. La terra era ammollata dalla pioggia recente;
gli sterpi ne gocciolavano ancora. Mosse, sfangando,
alcuni passi e si fermò, scoraggiato. Povero abito nero!
povere scarpine di coppale! Ma infine, via, che bel
gusto, anche, insudiciar tutto così!
Un cane abbaiò, poco lontano.
- Eh, no... se non è permesso... Morire; sì; ma, con le
gambe sane.
Si provò a ridiscendere su la via: patapùnfete!
scivolò per il lurido pendio; e una gamba, manco a
dirlo, dentro l'acqua della zana.
- Mezzo pediluvio... Be' be', pazienza. Non avrò tempo
di prendere una costipazione.
Si scosse l'acqua dalla gamba e s'inerpicò a stento
dall'altra parte della via. Qua la terra era più soda;
la campagna meno alberata. A ogni passo s'aspettava un
altro latrato.
A poco a poco gli occhi s'erano abituati al bujo;
discernevano, anche a distanza, gli alberi. Non appariva
alcun segno di prossima abitazione. Tutto intento a
superare le difficoltà del cammino, con quel piede zuppo
che gli pesava come fosse di piombo, non pensò più al
proposito violento che lo aveva cacciato di notte li,
per la campagna. Andò a lungo, a lungo, sempre
internandosi di traverso. La campagna declinava
leggermente. Lontano lontano, in fondo al cielo, si
disegnava nera nell'albor siderale una lunga giogaia di
monti. L'orizzonte s'allargava; non c'eran più alberi da
un pezzo. Oh via, non era meglio fermarsi lì? Forse il
sole sarebbe sorto su da quei monti lontani.
Guardò di nuovo l'orologio e gli parve da prima
impossibile che fossero già circa le quattro. Accese un
fiammifero: sì, proprio le quattro meno sei minuti. Si
meravigliò d'aver tanto camminato. Era stanco difatti.
Sedette per terra; poi scorse un masso poco discosto e
andò a seder, meglio, lì sopra. Dov'era? - Bujo e
solitudine!
- Che pazzia...
Spontaneamente, da sé, gli venne alle labbra questa
esclamazione, come un sospiro del suo buon senso da
lungo tempo soffocato. Ma, riscosso dal momentaneo
stordimento, lo spirito bislacco da cui s'era lasciato
trascinare a tante pazze avventure riprese subito in lui
il dominio sul buon senso, e se n'appropriò
l'esclamazione. Pazzia, sì, quella scampagnata notturna
poco allegra. Avrebbe fatto meglio a uccidersi in casa,
comodamente, senza il pediluvio, senza insudiciarsi così
le scarpe, i calzoni, la marsina, e senza stancarsi
tanto. È vero che avrebbe avuto tutto il tempo di
riposarsi, tra poco. E poi, ormai, giacché fin lì c'era
arrivato... Sì: ma chi sa per quanto tempo ancora doveva
aspettare questa benedetta levata del sole... Forse più
di un'ora: un'eternità.. E aprì la bocca a un
formidabile sbadiglio.
- Ohi ohi... se m'addormentassi... Brrr... fa anche
freddo: umidaccio.
Tirò sì il bavero della marsina; si caccio le mani in
tasca e, tutto ristretto in sé, chiuse gli occhi. Non
stava comodo, no. Mah! per amor dello spettacolo... Si
riportò col pensiero alle sale del Circolo illuminato a
luce elettrica, tepide, splendidamente arredate...
Rivedeva gli amici... e già cedeva al sonno, quando a un
tratto...
- Che è stato?
Sbarrò gli occhi, e la notte nera gli si spalancò
tutt'intorno nella paurosa solitudine. Il sangue gli
strizzava per tutte le vene. Si trovò in preda a una
vivissima agitazione. Un gallo, un gallo aveva cantato
lontano, in qualche parte... ah ecco, e ora un altro da
più lontano gli rispondeva... laggiù, nella fitta
oscurità.
- Perbacco, un gallo... che paura!
Sorse in piedi: andò per un tratto avanti e dietro,
senza allontanarsi da quel posto, ove per un momento
s'era accovacciato. Si vide lui stesso come un cane che,
prima di riaccovacciarsi, sente il bisogno di rigirarsi
due o tre volte. Difatti, tornò a sedere, ma daccapo per
terra, accanto al masso, per star più scomodo e non
farsi così riprendere dal sonno.
Eccola lì, la terra: duretta... duretta anzichenò...
vecchia, vecchia Terra! la sentiva ancora! per poco
tempo ancora... Tese una mano a un cespuglio radicato
sotto il masso e l'accarezzò, come si accarezza una
femmina passandole una mano su i capelli.
- Aspetti l'aratro che ti squarci; aspetti il seme che
ti fecondi...
Ritrasse la mano che gli s'era insaporata d'una
fragranza di mentastro acuta.
- Addio, cara! - disse, riconoscente, come se quella
femmina con quella fragranza lo avesse compensato della
carezza che le aveva fatto.
Triste, cupo, si raffondò di nuovo col pensiero nella
sua vita tumultuosa; tutta l'uggia, tutta la nausea di
essa gli si raffigurò a poco a poco in sua moglie: se la
immaginò nell'atto di leggere la sua lettera, fra
quattro o cinque ore... Che avrebbe fatto?
- Io qui... - disse; e si vide, morto, lì, steso
scomposto in mezzo alla campagna, sotto il sole, con le
mosche attorno alle labbra e gli occhi chiusi.
Poco dopo, dietro i monti lontani, la tenebra cominciò a
diradarsi appena appena a un indizio d'albore. Ah,
com'era triste, affliggente, quella primissima luce del
cielo, mentre sulla terra era ancor notte, sicché pareva
che quel cielo sentisse pena a ridestarla alla vita. Ma
a poco a poco s'inalbò tutto, su i monti, il cielo,
d'una tenera freschissima luce verdina, che a mano a
mano, crescendo, s'indorava e vibrava della sua stessa
intensità. Lievi, quasi fragili, rosei ora, in quella
luce, pareva respirassero i monti laggiù. E sorse alla
fine, flammeo e come vagellante nel suo ardore
trionfale, il disco del sole.
Per terra, sporco, infagottato, Gosto Bombichi, col capo
appoggiato al masso, dormiva profondissimamente,
facendo, con tutto il petto, strepitoso mantice al
sonno.
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