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Novelle per un anno - 1926 - Il vecchio Dio
10. un invito a tavola
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- Basterà? non basterà? - si domandavano, guardandosi negli
occhi, in cucina, le tre sorelle Santa, Lisa e Angelica
Borgianni, impegnate da due giorni ad ammannire un pranzo
da gran signori.
Santa, la minore, era più alta di Angelica; Angelica, di
Lisa, la maggiore. Tutt'e tre, del resto, poppute e fiancute,
gareggiavano coi fratelli per la statura colossale e per la
forza erculea.
- Famiglia Borgianni: otto colonne! - soleva dir Mauro, il
minore dei fratelli e dell'intera famiglia.
Tre sorelle, dunque, e cinque fratelli: Rosario, Nicola,
Titta, Luca e Mauro, in ordine di età.
Rosario e Nicola attendevano alla campagna, Titta badava
alla zolfara presso il borgo Aragona; Luca faceva
l'appaltatore dei lavori pubblici di quasi tutto il
circondario; Mauro aveva la passione della caccia, e faceva
il cacciatore.
Rosario Borgianni era famoso pe' suoi giovanili furori di
bestia feroce. Si raccontavano di lui le più temerarie
avventure ai tempi nefandi del brigantaggio, naturalmente
accresciute e abbellite dalla fantasia popolare. Si voleva
finanche ch'egli avesse un giorno tenuto testa a una dozzina
di briganti, fra i più sanguinarsi, e che li avesse uccisi
tutti. Esagerazione! Quattro soltanto: due, nella sua stessa
campagna, e gli altri due lungo la via che da Comitini
discende ad Aragona.
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Anche di Mauro se ne raccontavano di belle. Un giorno, per
esempio, a caccia, cadde dalla vetta del Monte delle Forche:
rimbalzò tre volte, giù per tre ciglioni selvatici, e ogni
volta, rimbalzando con lo schioppo alto in una mano,
esclamava:
- Fortuna, che sono ballerino!
Ne riportò tuttavia una frattura alla gamba destra e una
leggera commozione cerebrale: lui, che il cervello veramente
non aveva avuto mai bene a segno.
Un'altra volta, a caccia, scorse tre o quattro storni su la
schiena d'alcuni buoi pascolanti su una costa. Cheto e
chinato, s'avvicina e, appena a tiro, bum! una
schioppettata. Balza dalla fratta, in potere di tutti i
diavoli, il boaro.
- Fermo lì! - gli grida Mauro, in guardia. - Se fai un altro
passo, ti mando a gambe all'aria!
- Ma come, signor Mauro! Le mie bestie...
- E non sai, minchione, che dove vedo caccia, sparo?
- Ma anche su la schiena delle bestie?
- Anche sul capo di Gesù Bambino, se scambio lo Spirito
Santo per un piccione!
Il pranzo pareva apparecchiato per trenta invitati, a dir
poco; l'invitato invece era uno solo, e neppure si sapeva
chi fosse. Si sapeva soltanto che sarebbe arrivato il giorno
appresso da Comitini, e che gli si doveva questo pranzo a
titolo di ringraziamento per il ricetto prestato al fratello
Luca, l'appaltatore, latitante da quindici giorni.
Omicidio? Sì... cioè, no: ma quasi. Ecco: Luca Borgianni
aveva preso in appalto la costruzione dello stradone tra
Favara e Naro. Una sera, sospesi i lavori, nel tornarsene a
cavallo, a un certo punto della via aveva veduto un'ombra
allungarsi minacciosa su la ghiaia rischiarata dalla luna.
Qualcuno, senza dubbio, stava lì alla posta, incappucciato.
Luca lo aveva scorto, per fortuna; o meglio, aveva scorto il
cappuccio. Gli era parso che il furfante se ne stesse
accoccolato per ripararsi dalla luna che veniva lentamente
su dal colle a manca.
- Chi è là?
Nessuna risposta.
Tra-tà; tra-tà: su, per precauzione, i cani del
fucile. E un grillo s'era messo a cantare.
Allora Luca, di nuovo, fermando il cavallo.
- Chi è là?
Silenzio. Solo il grillo a cantare.
- Conto fino a tre! - aveva gridato infine Luca,
impallidendo. - Se non rispondi, fatti la croce. Uno!
L'ombra non s'era scomposta.
- Due!
L'ombra, lì, ferma, impassibile. E silenzio. Soltanto il
grillo a cantare.
- Tre!
E una schioppettata. Qualcosa era saltata per aria: e Luca,
dàlli al cavallo! Era arrivato a casa, che non tirava più
fiato. Fratelli e sorelle gli erano accorsi intorno.
- Nascondetemi ! nascondetemi!
- Perché? Ferito?
- No... ammazzato...
- Tu? Chi?
- Uno... non so... Col fucile... Nascondetemi!
I fratelli lo avevano tolto di peso e portato per il momento
giù in cantina. Intanto Mauro era uscito di casa per
appurare se già in paese si buccinasse qualcosa intorno
all'omicidio. Rosario e Titta avevano atteso impazienti che
Luca, lì in cantina, si fosse rimesso un po' in forze per
condurlo fuori, in luogo più sicuro: avevano già pensato al
rifugio, presso un loro compare di Comitini, dove Luca si
sarebbe recato la notte stessa, cavalcando alla porta del
paese. Nicola, armato fino ai denti, era partito per
aggirarsi attorno al luogo designato dal fratello e cercar
così di sapere di che, di chi si fosse trattato. Luca
finalmente s'era potuto mettere in cammino. Il giorno dopo,
all'alba, ecco Nicola.
- Ebbene?
- Nulla! Ho trovato soltanto un ferrajuolo col cappuccio per
terra. Certo il ferito s'è trascinato in paese, lasciando il
ferrajuolo lì, bucherellato in più parti... Luca spara come
un Dio! Deve averlo ferito mortalmente, a giudicare dal
ferrajuolo... Io non capisco: due buchi grossi così nel
cappuccio, dunque in testa... Bell'e andato!
Eran passati tre giorni in attesa angosciosa. Non si sapeva
nulla in paese; né dai paesi vicini si aveva notizia d'alcun
ferimento o caso di morte violenta. Dopo sedici giorni, alla
fine, s'era venuto a sapere che un contadino, lavorando in
quei dintorni, si era servito per attaccapanni d'una pietra
miliare lungo lo stradone; aveva incappucciato la colonnina
col ferrajuolo, e la sera se n'era tornato in paese,
dimenticandosene Luca aveva tirato contro quella colonnina,
scambiandola per un appostato.
Ora il pranzo, ecco, era lì, pronto fin dalla vigilia, su la
lunga tavola in mezzo alla stanza: una pallida porchetta
illaurata, ripiena di maccheroni, in una teglia da mandare
al forno; sette lepri scojati con contorno di tordi, uccisi
da Mauro; due tacchini pettoruti; abbacchio; trippa e cute
affettate; piedi di bue in gelatina; un gran pesce salsito;
un enorme pasticcio; poi un reggimento di fiaschi e frutta
in quantità.
- Basterà? Non basterà?
Titta diceva di sì; Mauro di no; e faceva il conto:
- Noi, otto e, con l'invitato, nove; il servo e la serva
undici. Per grazia di Dio, ognuno di noi mangia per quattro,
e... e...
- Non dubitare; l'invitato non patirà, - assicurava Titta.
Questa conversazione avveniva su la mezzanotte, intorno alla
tavola: fratelli e sorelle, tutt'e sette, avevan lasciato il
letto pian piano, spinti dal medesimo desiderio di vedere
che effetto facesse il pranzo apparecchiato; e così eran
convenuti a uno a uno in camicia, con una candela in mano,
com'ombre nottambule. Tra Titta e Mauro poco dopo s'accese
il diverbio. Mauro brandi una lepre e minacciò il fratello.
Vennero alle mani.
- Mazurka! Mazurka! - esclamò in quella Angelica, udendo per
fortuna i mandolini e la chitarra d'una serenata giù per la
via.
- La Notturna! - esclamò Santa contemporaneamente,
battendo le mani e trascinando la sorella a danzare, tutte e
due in camicia.
Gli altri allora seguirono l'esempio: Lisa si buttò tra le
braccia di Titta, Rosario s'appajò con Nicola, e Mauro,
rimasto solo, si mise anche lui a ballare con la lepre dalle
orecchie svolazzanti, ridendo allegramente.
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Nessuno, a prima giunta, fra le strette di mano, gli
abbracci e i baci e le domande al fratello Luca (la più
alta colonna della famiglia) badò a un omicello d'età
incerta, oppresso da un enorme copricapo che gli
sprofondava fin su la nuca, sorretto ai lati dagli
orecchi ripiegati sotto il carico. Il poverino pareva
commosso dalle espansioni di affetto di quegli otto
colossi, i quali non avevano un solo sguardo per lui già
tutto smarrito, così piccino che non arrivava neppure
(compreso il cappello) a le spalle di Lisa, la più bassa
tra le sorelle.
- Oh, aspettate: vi presento don Diego Filìnia, inteso
Schiribillo, - disse alla fine Luca,
sovvenendosi. E gli posò una mano su la spalla, con aria
di protezione, sorridendo.
- Dio, com'è piccolo! - esclamarono allora, a coro,
scorgendolo, le tre sorelle. - Schiribillo?
- Complessione, signore mie... nomignolo... - fece don
Diego, togliendosi dal capo il gran cappello e
sorridendo con umiltà impacciata.
Tutti lo guardarono con occhi pieni di profonda
commiserazione, così scoperto, senza un capello sul
cranio lucido, ovale, protuberante; e non trovarono una
parola da dirgli. Oh delusione! Quello lì, l'invitato? E
allora... A saperlo avanti!
- Perché piange? - domandò Angelica, dopo averlo
osservato a lungo, col volto atteggiato di nausea e di
pietà.
- Piange? - fece Luca, voltandosi, abbassandosi, e
guardando in faccia da vicino il minuscolo invitato.
- Non piango, no, - rispose don Diego, che stava per
recarsi all'occhio destro un gran fazzoletto di cotone a
fiorami. - Nel venire, mi s'è cacciato un bruscolo in
quest'occhio qua... Non piango.
- Ah... - esclamarono, rassicurati, i colossi.
Don Diego dagli occhi si recò il fazzoletto al naso
lievemente, come per ricevervi di furto una gocciolina.
- Si tolga da le spalle codesto mantello... - gli
suggerì Santa.
- No no... per carità, me lo lascino! - si schermì don
Diego. - Se, Dio liberi, mi metto a sternutire, son
capace di farne cento di fila... Tengo il mantello
sempre con me.
E sospirò: - Sì! - poi: - Sì... sì... - ancora due
volte, imbarazzato dal silenzio sopravvenuto,
stropicciandosi continuamente una manina con l'altra e
tenendo gli occhi bassi.
Nessuno sapeva risolversi a parlare, e quella
perplessità diveniva di minuto in minuto più penosa.
- Abbiamo davvero l'obbligo, - cominciò a dire
finalmente Luca, - di restar grati a don Schiribillo del
gran favore e delle cortesie usatemi durante il
soggiorno in Comitini.
- Noi lo ringraziamo con tutto il cuore! - disse allora
Rosario, tendendo una mano all'ospite. - Come si chiama?
Schiribillo ?
- Prego... no: Filìnia; mi chiamo Filìnia, - fece don
Diego, sorridendo umilmente.
- Fate conto che la nostra casa sia vostra, - aggiunse
Nicola, stringendo a sua volta la mano all'invitato e
guardando gli altri fratelli come per dire: «Adesso a
voi; io ho detto la mia ».
Titta e Mauro, uno dopo l'altro, seguirono l'esempio e
dissero la loro avanzandosi d'un passo, militarmente, e
stringendo dopo il complimento la mano a don Diego, il
quale non seppe allontanarsi da quel suo: « Prego, prego
» in risposta.
Non fu possibile cavare una parola di bocca alle tre
sorelle deluse.
Si parlò dell'avvenimento per cui Luca si era reso
latitante.
- Ma che colonnina! - esclamò questi indignato.
Uomo in carne e ossa era, là, appostato! Se alla
schioppettata ho sentito un grido, io, con questi
orecchi... Vorrei saper piuttosto chi sia il buffone che
ha messo in giro la storiella. Gli farei vedere se è
lecito ridere alle spalle di Luca Borgianni!
- Basta, basta... - disse Rosario. - Chi sia, l'ha
detto. Adesso non se ne parli più. Pensiamo per oggi a
divertirci.
Don Diego approvò col capo, non perché si promettesse un
divertimento, poverino, tra quegli otto giganti; ma per
tor di mezzo ogni lite. Non si sa mai!
Attendendo la chiamata a tavola, Rosario e Nicola
cominciarono a discorrere con l'invitato delle cose
della campagna, delle cattive annate e delle buone. Don
Diego, con l'umiltà sua, si rimetteva costantemente
nelle mani di Dio; ma questa remissione a un certo punto
fece uscir dai gangheri Nicola.
- Ma che mani di Dio! Ci vogliono braccia d'uomini per
la terra! Queste qua, guardate, Schiribillo!
E mostrò a Don Diego, protese e con le pugna serrate, le
erculee braccia, come se lui fosse solito di pigliare a
cazzotti la terra per costringerla a rendere ogni anno
più del dovere.
- E queste qua, benché vecchie e faticate! - esclamò
Rosario, mostrando le sue.
Allora anche Titta e Mauro vollero mostrar le loro,
tirando su le maniche della giacca e della camicia. Il
povero Don Diego si vide puntate sotto il naso otto
braccia nerborute, buone da accoppare otto buoi.
- Vedo... vedo... - diceva a ognuno, guardando le
braccia e sorridendo con una meraviglia mista di
costernazione. - Vedo.. vedo...
- Toccate! Toccate! - gl'intimarono i fratelli Borgianni.
E don Diego toccò Pian piano con un dito tremante quelle
braccia, mentre con l'altra mano si recava sotto il naso
il fazzoletto per paura qualche gocciolino non vi
cadesse sopra, Dio liberi!
- A tavola, - venne ad annunziare Santa, mollemente.
- Schiribillo, a tavola! - gridò Mauro. - Lasciate fare
a noi. Crescerete... Mangerete tanto, che non vi sarà
più possibile uscire dalla porta. Vi caleremo imbracato
e satollo da una finestra.
- Son di pochissimo appetito, - premise don Diego, per
ogni buon fine.
- Dove prenderà posto l'invitato? - domandò sottovoce
Titta alle sorelle.
- Tra Rosario e Lisa, - propose Mauro. Lisa si ribellò:
- Noi tre donne ce ne staremo in disparte.
Don Diego prese posto tra Rosario e Nicola. Gli otto
Borgianni, appena seduti a tavola, si riempirono di vino
i grossi bicchieri da acqua.
- Per farci la croce! - disse Rosario solennemente.
E giù!
- Voi, don Diego, non bevete? - domandò Titta.
- Grazie, prima del pasto, mai, - si scusò l'ospite
timidamente.
- Eh via, per aprir l'appetito, - gli suggerì Nicola,
dandogli in mano il bicchiere.
Allora don Diego lo accostò alle labbra, per cortesia, e
lo scoronò appena appena con un sorsellino cauto.
- Giù! giù fino in fondo! - lo incitarono gli otto
Borgianni.
- Non posso... grazie, non posso...
Mauro si levò da sedere:
- Lo riduco io a ragione, aspettate!
Prese con una mano il bicchiere, con l'altra il capo di
don Diego e, dicendo: - Lasciatevi servire! - lo vuotò
in bocca al poveretto invano riluttante.
- Oh Dio! - singhiozzò, balzando in piedi, don Diego,
mezzo affogato, con gli occhi pieni di lagrime. - Oh
Dio!
E s'asciugò il sudore della fronte, tra le risa della
tavolata.
- Guardate, oh! Gli è uscito dagli occhi! - osservò
Angelica, beffardamente.
Venne in tavola la porchetta imbonita. Rosario si levò
in piedi; trinciò le parti: la più grossa a don Diego.
- Troppa roba... troppa... troppa... - disse questi col
piatto in mano.
- Che troppa! - esclamò Nicola. - Non cominciate!
- La metà, prego... - insistette don Diego. - Non mi è
possibile... Io sono parco...
- Parco? E codesta è carne di porco! Mangiate! - gridò
Mauro, levandosi un'altra volta da sedere.
Don Diego, spaventato, chinò la testa sul piatto e si
mise a mangiare zitto zitto.
Mangiarono quel primo servito in silenzio, tutti. Solo,
di tanto in tanto, appena l'invitato accennava di posar
furtivamente la forchetta:
- Mangiate! - gli ripetevano i colossi. - Fino
all'ultimo boccone!
- E adesso proprio non mi è più possibile mandar giù
dell'altro! - protestò don Diego, con qualche energia,
dopo aver finito la porzione, traendo un gran sospiro di
sollievo. - Ho fatto, come suol dirsi, quanto Carlo in
Francia.
- Che dite? - rimbeccò Mauro. - Se abbiamo cominciato
appena adesso...
- Eh, loro, va bene... - osservò, sorridendo, don Diego.
- Hanno la capacità, Dio li benedica... Io dico per
me...
- E per chi ci prendete? - si rinzelò Titta, accigliato.
- Credete che noi invitiamo a tavola per un sol piatto e
lì? Attendete a mangiare e fate l'obbligo vostro. Noi
dobbiamo disobbligarci.
- Ma non faccio offesa, - s'affrettò a scusarsi don
Diego. - Dico che io...
- Voi mangerete! - tagliò corto Rosario. - Ecco la
caccia di Mauro.
- Una lepre e cinque tordi? - esclamò atterrito don
Diego. - Lei sbaglia, signor mio! Abbia pazienza: può
immaginarsi che io...
- Senza storie! senza storie! - disse Nicola, con fare
sbrigativo.
- Ma mi guardino un po', - rispose don Diego. - È
possibile? Dove la metto? Non vorranno mica che ci lasci
a pelle...
- Quale pelle? - domandò Rosario. - Non dovete lasciarci
nulla. La lepre è scolata.
- Dico la mia, dico la mia! Dove la metto una lepre?
- Vi ho dato pure cinque tordi...
- Per giunta! Ci avessi la lupa... Mangerò questi
soltanto.
- Orsù! - proruppe Mauro, brandendo un'anca di lepre a
cui dava a leva coi denti. - Codesta caccia l'ho fatta
io. Mi sono rotte le gambe per voi, tre giorni di
seguito. Se non mangiate tutto, sarà un'offesa diretta a
me personalmente.
- Non si alteri... non si alteri, per carità! Mi
proverò...
E, tra sé e sé, il povero don Diego raccomandò l'anima a
Dio misericordioso.
Mangiando, i sudori cominciavano a colargli dalla
fronte. Alzava un po' gli occhi: vedeva quegli otto
demonii scappati dall'inferno non finir mai d'imbottar
vino, vino, vino. E:
- Cristo, ajutami! - si lagnava piano, tra sé.
Il pranzo non finiva mai. Don Diego avrebbe voluto
piangere, rotolarsi per terra, dalla disperazione,
graffiarsi la faccia, sgangherarsi la bocca, dalla
rabbia. Che crudeltà era quella? Neroni! Neroni! Ma non
aveva più forza neppure di scostare il piatto: posate,
bicchieri, bottiglie gli turbinavano davanti agli occhi
su la tavola, e gli orecchi gli rombavano, le palpebre
gli si chiudevano sole; mentre gli otto Borgianni, già
ebbri, urlavano, gestivano come energumeni, or
levandosi, or sedendosi e ingiuriandosi a vicenda.
Adesso, se don Diego scostava un po' il piatto, dicendo
come a se stesso: - Non ne voglio più... non ne voglio
più... - gli otto giganti sorgevano in piedi, coi
coltelli da tavola in pugno, e i due più vicini,
minacciandolo alla gola, urlavano:
- Mangiate, don Minchione! Per voi è stata fatta la
spesa!
Don Diego non era più di questa terra, quando tra le
pàlpebre semichiuse gli parve di scorgere su la tavola
come una gran mola d'arrotino. Fece allora un vano
tentativo di levarsi, di fuggire.
- Oh Dio, m'hanno legato alla seggiola! - gemette, e si
mise a piangere.
Non era vero: gli pareva così, povero don Diego! Rosario
si alzò quant'era lungo col trinciante in mano. Parve a
don Diego che toccasse col capo il soffitto e che avesse
in pugno una mannaja per giustiziarlo.
- Metà a don Diego! - gridò Rosario, tagliando a mezzo
l'enorme pasticcio, che al poveretto era sembrato una
mola d'arrotino.
- L'altra metà al vicinato! - propose Angelica.
- E noi? - domandò Mauro. - Noi niente? Io voglio la mia
parte!
Luca sorse in favore della proposta di Angelica.
- Al vicinato! al vicinato!
Don Diego pendeva da quella lite, esterrefatto.
- E allora io, per prepotenza, mi prendo la mia! -
proruppe Mauro, levandosi e stendendo la mano sul
pasticcio.
Ma Luca fu più svelto: prese il pasticcio e, inseguito
dalla famiglia, tra le grida, gli strappi, gli spintoni,
andò a buttarlo da una finestra. Seguì una rissa
furibonda: fratelli e sorelle s'accapigliarono: strilli,
pugni, schiaffi, sgraffi, seggiole rovesciate,
bottiglie, bicchieri, piatti in frantumi, il vino sparso
su la tovaglia; un pandemonio! Rosario salì in piedi su
una seggiola; gridò con poderosa voce:
- Vergogna! Che spettacolo! Abbiamo un invitato a
tavola!
Al fiero richiamo quei furibondi ristettero a un tratto,
come per incanto. Cercarono l'invitato: dov'era? dove
s'era cacciato ?
Su la seggiola il mantello, sotto la tavola un palo di
scarpe. Il disgraziato se l'era svignata a piedi scalzi
per correre più spedito.
- In fin dei conti, è andato tutto bene... - dicevano
tra loro poco dopo gli otto Borgianni, rassettati. -
Tutto bene, tranne il servito della frutta.
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