Novelle per un anno - 1926 - Il vecchio Dio
8. Le tre carissime

Quelle tre ragazze che s'incontravano dappertutto: ai
concerti: a ogni prima rappresentazione, sempre in un
palchetto di platea, o a passeggio, al Pincio o per il
Corso, sul tramonto, l'una con la madre bianca e stanca a
braccetto, le altre due avanti, vestite sempre un po' alla
bizzarra. Quelle, sì: le Marùccoli.
Povere figliuole, dopo tanti sacrifizii, a un certo punto,
perdettero la pazienza e, insieme, la stima di quanti nello
stesso caso non avrebbero avuto il coraggio di far come loro
(dico il coraggio, non il desiderio). Ricordo che scoppio
d'indignazione, allora! Le mamme specialmente non se ne
potevano dar pace in presenza delle loro figliuole, e
battevano le mani, inorridite, esclamando:
- Che mondo! che mondo!
E io, a sentirle, sorridevo tra me, studiando l'aria
compunta e stordita delle loro timorate figliuole.
Ci vengono effettivamente dalla società un buon numero di
leggi e regolamenti, che dovrebbero tenere a freno questa
mala bestia che si chiama uomo. Da secoli la società
s'industria a insegnarle la creanza, a farle dire per
esempio: Buon giorno o buona sera; ad andar vestita
decentemente per via, diritta su due zampe soltanto, ecc.
ecc. Ma ogni tanto la mala bestia ne fa qualcuna delle sue.
Che è che non è, ce la pigliamo con la società, come se da
essa ci venisse il danno, solo perché abbiamo voluto
costringerla a imporre alla natura certi doveri, che questa
poi non vuole né riconoscere né rispettare. Quasi che una
donna non possa amare neanche per isbaglio un altr'uomo che
non sia precisamente suo marito, solo perché dalla società
le si è fatto dire che una moglie non deve. La società,
poverina, lo dice e lo impone; ma che colpa ha, se la natura
poi se ne ride?
Come pare, voi dite, che non sono ammogliato!
Veniamo al caso delle Marùccoli.
Vorrei che prima di condannare, tentassimo di esaminar bene,
se ci riesce, il pro e il contro, senza servirci di quelle
parole che sono come le mosche d'agosto pronte ad accorrere
a ogni lagrima o a ogni sputo (scusate).
Non sapete tante cose, delle quali a prima giunta pare che
non si debba tener conto, ma che pure hanno o dovrebbero
avere il maggior peso nella famosa bilancia della giustizia.
Non vi meravigliate per tanto, se a un piatto di questa
bilancia mi vedrete, fra l'altro, recare a bracciate tante
cose che ancora m'ubriacano. Ecco: tutti questi abiti smessi
delle tre povere figliuole. Voi ignorate che uscivano dalle
loro mani questi abiti tanto ammirati per la loro bizzarra
leggiadria: la madre, espertissima, tagliava, e loro tre
imbastivano, cucivano a mano e a macchina per intere
giornate, come tre gaje sartine. E non sapete che coi pizzi
e i nastri appendevano a ogni abito la speranza, che con
quello avrebbero finalmente dato nell'occhio a qualcuno che
le avrebbe sposate.
La madre aveva una modestissima pensione lasciatale dal
marito (quel bravo signor Carlo Marùccoli, che tutti poi
riconobbero per un gran galantuomo: ah lui, sì! - perché era
morto, lui, quando avvenne lo scandalo); e avevano anche una
piccola vigna - come la chiamano a Roma - con un
grazioso villino oltre Ponte Molle; ma né questa né quella
potevano bastare a sopperire alle spese.
La vita che conducevano si reggeva dunque su miracoli
d'economie segrete e sacrifizii dissimulati con ogni arte.
Erano sempre liete le tre care figliuole, né quel loro
cocente e onestissimo desiderio d'un marito le rendeva mai
fastidiose, specialmente con noi (dico con me e col povero
Tranzi), di cui del resto conoscevano la buona volontà che
avremmo avuto di farle felici, se... Il se, ve lo
immaginerete facilmente: io, un povero pittore; il Tranzi,
maestro di musica. Arti belle, non dico di no; ma buone da
mantenerci la moglie, non credo.
Nessuno mai, prima, le aveva giudicate civette. Ora, si sa,
ora tutti i vizii, tutti i difetti erano in loro. Non me ne
faccio nient'affatto il paladino: domandatene pure a tanti
altri che frequentavano con me la casa. Chi può dire d'aver
mai ricevuto un anche minimo incitamento da loro? Si
scherzava, si rideva, si sfrottolava del più e del meno, la
sera, ma nei modi più leciti e corretti, come si deve
davanti a tre fanciulle che, occorrendo, col tatto e col
garbo più squisito, avrebbero saputo mettere a posto
chiunque dalla festosità della conversazione si fosse
sentito spinto a eccedere un po' nei gesti o nelle parole.
Ma che non fossero civette, una prova posso darvela io, a
mie spese e a spese del povero Tranzi. Perché non dirlo? Io
ero innamorato della seconda; il Tranzi, di Giorgina, la
maggiore. Qualche sera, nel lasciar la loro casa,
conversando tra noi, sinceramente ci affliggevamo che le tre
buone, belle e care ragazze non riuscissero a trovar marito
e, non potendo esser noi, per due di esse almeno, avremmo
voluto che fossero altri che lo potevano, ai quali davamo di
bestie perché, non sentendosi in alcun modo particolarmente
incoraggiati, non sapevano decidersi. Orbene, io e il Tranzi,
più d'una volta, a qualcuno di costoro che sbuffava contro
la noia della propria esistenza oziosa e si dichiarava
stanco della vita, arrivammo finanche a dar per ricetta
infallibile di sposare una delle Marùccoli. Soltanto, poiché
Irene non raccoglieva tante simpatie quanto le altre due, io
consigliavo Giorgina; il Tranzi, Carlotta; cioè, io la sua,
e lui la mia.
Ma con l'una o con l'altra delle tre quegli sciocchi
sarebbero guariti senza dubbio della noia e d'ogni altro
male, giacché ciascuna avrebbe reso lieta la vita al proprio
marito. A uno a uno, invece, quegli sciocchi, dopo aver
goduto un pezzo della dolce compagnia e lusingato forse con
gli sguardi o con graziose premure le tre ragazze, andavano
a prender moglie altrove; e se ne pentivano dopo.
Inizio
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Io davo a Giorgina lezioni di pittura, a tempo perso. Il
Tranzi insegnava con più regolarità a Carlotta musica e
canto. L'una e l'altra ci si dimostravano gratissime del
poco che facevamo per loro. Dico di più. Dico anche
quello che un altro forse non direbbe per paura del
ridicolo. Quando, qualche sera, comparivano in salotto a
noi due soli, abbigliate con qualche abito nuovo, già
pronte per recarsi o in casa di famiglie amiche o a
teatro, si accorgevano tutt'e tre del desiderio che
suscitavano in noi; e per il nostro desiderio segreto,
ma sfavillante dagli occhi, avevano uno sguardo e un
sorriso indefinibile, di compiacimento per sé e di pietà
per noi. Irene intendeva più di tutte e arrossiva
confusa e, a cancellare la confusione, ci domandava con
una grazia indicibile, guardandosi l'abito:
- Siamo belle così?
Oh, potrei fare, su questo proposito, un lungo discorso
su quel che gli occhi dicono, quando le labbra non
debbono parlare. Allorché Carlotta, per esempio,
attendeva quasi per scrupolo di coscienza a qualche
imbecille che le stava attorno con soverchia insistenza,
spesso parlandogli o ridendogli, voleva uno sguardo a
me, e quello sguardo mi compassionava amorosamente; mi
diceva:
- Dovresti esser tu!
Perché gli occhi di Carlotta vi assicuro che mi davano
del tu.
Delle tre, Carlotta, era la più bella, almeno per me;
Irene, la più intelligente; Giorgina la più piacente.
Il ritratto che feci di loro a gruppo, è certo la meno
peggio delle cose mie. Lo esposi a Monaco, tanti anni
fa, col titolo: le tre carissime. Fu venduto e
ora non so più chi lo possegga : dove sia andato a
finire.
Con me e col Tranzi, nessuna ipocrisia, mai! Quando, in
teatro, vedevamo qualcuna di loro più del solito
raggiante, bastava farle un cenno del capo, perché
intendesse. E il cenno significava:
- Abbiamo trovato?
- No! - rispondeva la testina, scrollandosi vivacemente,
con gli occhi socchiusi e un sorriso birichino su le
labbra.
Non trovavano, non trovavano ancora, non trovavano mai
quelle tre care ragazze!
Ebbene, un bel giorno, si stancarono; perdettero la
pazienza, alla fine.
Chi sa da quanto tempo frenavano, dentro, le smanie
della loro speranza frustrata di continuo e reprimevano
i segni delle loro disillusioni! Il primo segno ch'io
potei scorgere, e che m'è rimasto impresso come, in un
dramma, una frase che lasci intravedere la catastrofe,
fu quella mattina che dovevamo recarci alla vigna
di Ponte Molle, e Giorgina si presentò al Tranzi col
capo chino, reggendo in alto con due dita un filo
d'argento allungato dal sommo della fronte, al quale gli
occhi si forzavano d'alzarsi per guardarlo e si
storcevano.
- Tranzi, un capello bianco!
Perché aveva già varcato la trentina. Avevo notato in
quegli ultimi tempi che s'era accostata con insolita
insistenza ad Arnaldo Rubo, uno dei più assidui
frequentatori della casa; poi, che s'era messa
d'improvviso a parlare di lui con acredine non meno
insolita; e che s'era voltata infine a tormentare il
Tranzi, sferzando la pigrizia di lui, dicendogli che non
aveva alcun diritto di lamentarsi della ingiustizia
della sorte, giacché egli non voleva far più nulla e
nulla tentare per far valere le sue doti artistiche;
aveva l'abbozzo di un'opera giovanile? ebbene; perché
non lo ripigliava? perché non si dava a qualche altro
lavoro?
Quasi con le lagrime agli occhi il povero Tranzi allora
le rivelò le segrete miserie di cui era piena la sua
vita; le disse tra l'altro che, da circa un anno, aveva
dovuto finanche privarsi del pianoforte che teneva a
nolo. Senz'altro, allora, Giorgina gli propose di
lavorare lì, in casa loro, mettendo a disposizione di
lui il pianoforte, di cui avrebbe potuto servirsi con la
massima libertà: lo avrebbero lasciato solo nel salotto;
la famiglia si sarebbe ritirata al lato opposto della
casa. Tanto disse, tanto fece, che lo costrinse ad
accettare. So che arrivò finanche a chiuderlo a chiave
nel salotto; e la chiave la teneva lei.
Chi sa che la scoperta di quel capello bianco, insieme
con tante altre piccole cose tristi, su cui gli occhi
fino allora si erano chiusi con pena, non abbia
determinato davvero in lei, e conseguentemente nelle
sorelle, la ribellione! La quale fu tanto più violenta
quanto più lunga e paziente era stata la speranza, che a
un tratto dovette loro apparir vana e quasi derisoria.
Ho sentito più d'uno incolpare la maggiore delle
Marùccoli del suicidio di Niolo Tranzi. È un'infamia.
Che colpa ebbe la Marùccoli, se il Tranzi volle farsi un
rimorso della gioia che ella, improvvisamente, nella sua
ribellione contro il tempo perduto nella vana attesa, e
contro la sorte che la condannava ad appassire
senz'amore, gli volle concedere, deliberatamente, quasi
in premio al lungo desiderio di lui rassegnato al
silenzio?
No, no: il Tranzi, l'ho conosciuto bene, era troppo
tarlato dentro e non poté resistere alla irruzione su
lui di questa gioja ardentissima, ribelle a ogni
pregiudizio. Il tarlo di troppi disinganni lo aveva roso
dentro, tutto; all'urto della gioja, si infranse.
Io lo vidi quel giorno rincasare con gli occhi gonfii e
rossi: s'era messo a piangere, capite? - dopo. E dovette
piangere a lungo, certo convinto d'aver commesso un
delitto; e la donna, la ragazza, dovette confortarlo,
rianimarlo, scacciando l'ombra del rimorso, con cui egli
voleva offuscare a lei, in quel momento, il sole della
gioja recente. E chi sa! l'avvilimento per questa scena,
nel tumulto interno, nella improvvisa dissociazione di
tanti sentimenti e di tanti pensieri, forse avrà pure
contribuito a determinare in lui l'atto violento contro
se stesso.
E la Marùccoli non lo pianse: della morte di lui anzi si
sentì ferita, come d'un insulto.
Tutt'e tre le sorelle si ritirarono allora nel bel
villino della vigna. Per un ritegno più facile a
intendere che a definire, io, dopo la morte del Tranzi,
mi astenni dal visitarle laggiù. Non saprei più darne
perciò notizie precise. So che il villino fu sempre
molto frequentato, ma che i più assidui, dopo un certo
tempo, si allontanavano per dar posto ad altri.
Le tre sorelle senza più alcun freno, nella libertà
della campagna, parevano addirittura impazzite; facevano
i più strani disegni per l'avvenire: Giorgina si sarebbe
consacrata alla pittura; e ogni mattina, con un
cappellaccio di paglia in capo, florida, esuberante di
forza e di salute, usciva all'aperto a sfidare a duello
i cipressetti di Monte Mario: arma, il pennello; rogo,
una tavoletta, finché i raggi del sole non dicevano
basta. Carlotta - mi dissero - s'era più che mai
confermata nell'idea d'aver nella propria gola il tesoro
d'una bellissima voce di contralto, con la quale
istupidiva ogni dopo pranzo le pazienti orecchie d'un
decrepito maestrucolo di canto. Irene s'era fisso il
chiodo di far l'attrice drammatica, e declamava ad
altissima voce, con grandi gesti, condannando la vecchia
madre a farle la controparte. La povera vecchietta,
paziente, la secondava, stando seduta e leggendo
placidamente con gli occhiali su la punta del naso:
Odetta: - Voi pretendete obbligarmi ad uscire?
Conte: (leggeva la madre): - Di casa mia... Sì, e
sul momento.
Odetta: - E mia figlia?
Conte: - Oh, mia figlia... La tengo meco
Odetta: - Qui? Senza di me?
Conte: - Senza di voi.
Odetta: - Via! voi siete pazzo, signore... Mia
figlia mi appartiene, e voi non isperate di separarmi da
lei.
Così, finché non tornò al villino, dopo alcuni mesi
d'assenza, uno degli assidui che si erano pe' primi
eclissati: voglio dire il Ruffo.
Arnaldo Buffo, ve l'ho accennato, prima dell'avventura
del povero Tranzi aveva fatto concepire serie speranze a
Giorgina. Era uno di quelli che potevano, benché
due capatine a Monte Carlo avessero scemato di molto le
sue sostanze: bel giovane, alto, bruno, solido: il
marito che ci voleva per Giorgina. Il primo amore, in
lui, col possesso, divampò, diventò passione violenta.
Pare che i parenti abbiano tentato di strapparlo alla
ragazza una seconda volta, costringendolo a provare la
sciocca medicina di un viaggetto di distrazione.
Tornato, come una farfalletta al lume, al villino
Marùccoli, pare altresì che abbia trovato Giorgina
innamorata già di un altro assiduo del momento e che nel
villino siano accadute furibonde scene di gelosia.
Alcuni amici mi raccontarono di aver sorpreso, una sera,
nel buio d'un viale, questo brano di dialogo
- Ebbene, e tu allora sposami!
E la voce del Rubo, concitata, sorda
- No! No! No!
Allora, una gran risata dispettosa di Giorgina
- E allora, lasciami in pace,
Il resto lo sapete.
Da due anni ormai, Giorgina Marùccoli è legittima sposa
di Arnaldo Ruffo. Dopo Giorgina si maritò Carlotta,
subito. Irene è ancora fidanzata. Mi sono imbattuto
l'altro ieri nel promesso sposo, in gran faccende per il
nido: è contentone! e m'ha detto che sposerà
prestissimo.
Capite? Prima, no; poi, sì. Ci ho gusto per i signori
uomini! Anzi, guardate, quasi quasi, ora - dopo tanto
tempo - sarei tentato di fare una visita di
congratulazione a Giorgina, la coraggiosa. Non è molto
felice, poverina: ha il marito geloso del passato -
(stupido! come se la colpa non fosse sua). - Ma, dopo
tutto, chi è felice in questo mondo?
Ora intanto, tra poco, tutt'e tre avranno uno stato,
finalmente una casa, uno scopo nella vita: quello che
desideravano onestamente. E già sulle ginocchia della
nonnina, che sarà ridotta più bianca della cera, dorme
roseo il primo nipotino. Mi figuro la buona vecchietta
nell'atto di contemplarlo, beata, mentre con una mano
tremula allontana una mosca ostinata che vuol posarsi
giusto lì, sul tondo visetto caro.
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