Novelle per un anno - 1926 - Il vecchio Dio
7. «In corpore vili»
I.
Cosimino, il sagrestano di Santa Maria Nuova, teneva di
guardia i suoi tre marmocchi ai tre mercati della città, che
corressero subito subito a chiamarlo, scorgendo da lontano
quella zoppaccia della Sgriscia, la vecchia serva di don
Ravanà.
Dal mercato del pesce accorse quella mattina il terzo
figliuolo, tutto trafelato:
- La Sgriscia, papà! la Sgriscia! la Sgriscia!
E Cosimino, via di volo
Sorprese la vecchia che stava a contrattare con un
pescivendolo per una manciata di gamberi.
- Via di qua, subito! Demonio tentatore!
E volgendosi al pescivendolo:
- Non le date retta! Di codesta roba lei non ne compra! non
deve comprarne!
La Sgriscia arrovesciò le mani sui franchi, appuntò le
gomita davanti, in atto di sfida; ma Cosimino non le diede
tempo di rimbeccare; uno spintone, e le fu sopra di nuovo,
con le braccia levate, incalzando:
- Via! all'inferno, vi dico!
Il pescivendolo allora prese le parti della cliente che
sbraitava: accorse gente da tutto il mercato a trattenere i
due rissanti che già venivano alle mani. Cosimino urlava
furibondo:
- No, no: gamberi no, non voglio che padre Ravanà ne mandi!
non può, né deve mangiarne! E costei vada pure a dirglielo a
nome mio; costei che lo tenta come il demonio e fa di tutto
per rovinargli lo stomaco.
Per fortuna, si trovò a passare, in quella, dal mercato,
proprio lui: don Ravanà.
- Eccolo! Venga! venga! - gridò Cosimino. scorgendolo. -
Dica se lei ha ordinato alla serva di comprarle questi
gamberi qua!
Il faccione di don Ravanà tremò, impallidendo, in un sorriso
nervoso. Balbettò:
- No, io, veramente...
- Come no? - esclamò la Sgriscia, dandosi un pugno sul petto
ossuto, stupita, trasecolata. - Me lo negherebbe in faccia?
Don Ravanà le diede su la voce, arrabbiatissimo.
- Zitta voi, pettegola! Gamberi v'ho detto? v'ho detto
pesce.
- Nossignore, gamberi, gamberi: m'ha detto gamberi!
- O gamberi o pesce, non è tutt'uno? - gridò allora Cosimino,
tra la serva e il padrone, mentre tutta la gente rideva. -
Lesso, brodo e latte; latte, brodo e lesso e niente altro!
Così le ha prescritto il medico. Vuol capirlo? Non mi faccia
parlare, santo Dio!
- Calmati, sì, bravo: hai ragione, figliuolo, - s'affrettò a
dirgli don Ravanà, tutto confuso, mortificato; e, volgendosi
alla serva: - Andate pure a casa! Lesso, al solito!
Gli astanti accolsero quest'ordinazione con un nuovo e più
alto scoppio di risa, e don Ravanà si fece largo tra la
ressa sorridendo male, come una lumaca nel fuoco, e dicendo
a questo e a quello:
- Bravo figliuolo, Cosimino... Eh, bisogna compatire questo
caro Cosimino... Lo fa per il mio bene... Sì sì... Largo,
figliuoli, largo... Tanta bella grazia di Dio, qua; e io...
io, lesso, brodo e latte, purtroppo! È la prescrizione del
medico... Sì Non debbo mangiar altro... Cosimino ha ragione.
II.
- Pss, guarda... - disse piano, davanti all'altare, don
Ravanà, con gli occhi bassi, al sagrestano che gli mesceva
acqua e vino nel calice. - C'è in chiesa il dottor Nicastro...
qua davanti, presso la balaustra... Sta' fermo! non ti
voltare, asino... a destra. Quando puoi, fagli cenno che
rimanga dopo messa e che entri in sagrestia.
Cosimino s'accigliò, impallidì, strinse i denti per frenare
un impeto d'ira.
- Jer sera lei... Dica la verità!
- Ti vuoi star zitto, malcreato? Davanti al Santissimo
Sacramento! - lo rimproverò don Ravanà non tanto piano,
voltandosi a guardarlo severamente.
Dalla prima pancata s'intese il rimprovero del sacerdote al
sagrestano, e un sussurrio si propagò per un momento nella
chiesa, di protesta contro il povero Cosimino che diventò di
bragia, tremando tutto dalla rabbia e dalla vergogna. Non
sapeva più dove posare le ampolline della bile e dell'aceto.
Finita la messa, seguì don Ravanà in sagrestia, aggrondato
ingrugnato. Poco dopo entrò il dottor Liborio Nicastro,
piccino piccino, vecchissimo, tutto rattrappito dall'età. La
falda della tuba gli posava quasi su la gobba. Vestiva
all'antica e portava la barba a collana.
- Che abbiamo, padre Ravanà? - domandò, parlando col naso e
socchiudendo al solito gli occhietti calvi. - Avete una
faccia, che Dio vi benedica.
- Sì?
Don Ravanà guardò un tantino, perplesso, il medico, se
credergli o no; poi con voce irritata, come se si lagnasse
d'un'ingiustizia di lui, rispose:
- Ma lo stomaco, dottor Liborio mio, lo stomaco, lo stomaco
non mi vuole più star bene, volete intenderlo?
- Eh sfido! - sbuffò Cosimino, voltandosi a guardare da
un'altra parte.
Don Ravanà lo fulminò con un'occhiata.
- Sedete, sedete, padre Ravanà, - riprese il dottor Liborio.
- Visitiamo la lingua.
Cosimino, con gli occhi bassi, porse una seggiola a don
Ravanà. Il dottor Nicastro trasse flemmaticamente gli
occhiali dall'astuccio, se li aggiustò sul naso e guardò la
lingua.
- Sporca...
- Sporca? - ripeté don Ravanà, cacciandosela subito dentro,
come se la voce del dottore gliel'avesse scottata.
Cosimino soffiò, questa volta col naso, un altro sbuffo. La
bile gli ribolliva nello stomaco. E teneva le pugna strette
e le labbra serrate. Ma, alla fine, proruppe:
- E allora che? quel tartaro... come dicono loro?
- Sì, ematico, figliuolo, - confermò placidamente il dottor
Nicastro, porgendo la ricetta a don Ravanà e rimettendosi in
tasca occhiali e taccuino. - Si applicata juvant,
continuata sanant!
Non c'entrava: ma, tanto, era latino, e tappò la bocca al
povero sagrestano.
- Dobbiamo fare al solito? - domandò questi, pallido,
accigliato, appena andato via il medico.
Don Ravanà aprì le braccia, senza guardarlo, e disse:
- Non hai sentito?
- Allora, - riprese Cosimino, funebre, - vado a dirlo a mia
moglie... Mi dia i soldi per la medicina e se ne vada a
casa. Vengo subito.
Inizio
pagina
III.
- Ah... - a ogni scalino, - ah... ah...
La Sgriscia intese quel lamento per le scale, e corse ad
aprire a don Ravanà.
- Sta male?
- Malissimo! Malissimo! Andate via! andate a chiudervi
in cucina! A momenti arriverà Cosimino. Non vi fate
vedere, se non vi chiamo io. In cucina! - La Sgriscia
andò a rintanarsi mogia mogia. Don Ravanà entrò in
camera; si tolse la zimarra, restò con le brache scinte
e un panciottone lungo lungo e largo, in maniche di
camicia, e si mise a passeggiare e a rimettere
amaramente.
La coscienza gli rimordeva. Non c'era dubbio! Dio
misericordioso gli concedeva la grazia di metterlo alla
prova per mezzo di quel diavolo zoppo travestito da
donna, e lui, lui, ingrato non ne sapeva profittare.
- Ah! - esclamava, con intensa esasperazione, fermandosi
di tanto in tanto, e scotendo in aria le pugna.
La poca e povera masserizia pareva, in quella camera,
quasi smarrita su l'ampio e nudo pavimento di vecchi
mattoni di Valenza qua e là rotti e sconnessi. In mezzo
alla parete a destra era il letticciuolo pulito, dai
trespoli di ferro esposti; a capezzale, un antico
crocifisso d'avorio, ingiallito dal tempo. (Gli occhi di
don Ravanà non osavano, quel giorno, levarsi a
guardarlo.) In un angolo, presso il letto, una vecchia
carabina e, appese alle pareti, alcune grosse chiavi:
quelle della casa di campagna.
Tin tin tin.
- Ecco Cosimino, poveretto! puntuale...
E andò ad aprirgli lui stesso:
- Mi raccomando, per carità: - premise Cosimino prima
d'entrare - non mi faccia vedere quella stortaccia
infame! Per causa sua... basta! Ecco qua la medicina.
Vada a prendermi un cucchiaio.
- Sì sì... vado, vado, - disse, umile e premuroso, don
Ravanà. - Grazie, figliuolo mio. Tu mi ridai la vita!
Entra, entra in camera!
Ritornò poco dopo, pallido e tremante, col cucchiaio in
mano.
- L'ho punita, sai? Sta a piangere in cucina. Dici bene,
figliuolo mio: tutto per causa sua! Sentisti, ieri,
l'ordinazione che le diedi al mercato? Ebbene, mentre
sudavo, Dio sa come, Dio sa quanto, a mandar giù quella
stoppaccia che il medico mi prescrive, me la vedo
entrare, sai? tutta maliziosa, nella saletta da pranzo,
nell'atto di riparare con una mano un bel piatto di...
Che avresti fatto tu ?
- Avrei mangiato i gamberi, - rispose asciutto e serio
Cosimino. - Ma poi avrei scontato da me il peccato di
gola: non lo avrei fatto scontare a un povero innocente!
Don Ravanà chiuse gli occhi trafitto, e trasse un lungo
sospiro.
Parlava bene, sì, Cosimino; era, senza dubbio, una
barbarie dare a prendere a lui ogni volta il tartaro
ematico ordinato dal dottor Nicastro. Bastava a don
Ravanà assistere agli effetti del medicinale nel corpo
della vittima, perché ne avesse lo stesso beneficio, per
virtù d'esempio. Barbarie, sì; ma sapeva forse Cosimino
quante volte il pensiero di lui tratteneva don Ravanà lì
lì per cadere in tentazione? Aveva bisogno li lui, come
freno, don Ravanà, aveva bisogno del rimorso che gli
cagionava il vederlo soffrire lì, sotto i suoi occhi,
ingiustamente, per trionfare in seguito della sua carne
vile. Cosimino aveva ricevuto da lui tanti e tanti
beneficii; ebbene, in ricambio, che gli chiedeva lui?
questo solo sacrifizio per la salute, non tanto del
corpo, quanto dell'anima. Ogni volta però la vista di
quel supplizio a cui la vittima si sottoponeva senza
ribellarsi, lo sconvolgeva talmente; rimorso, stizza,
avvilimento gli facevano tale impeto nello spirito, che
don Ravanà si sarebbe gettato dalla finestra.
- Che fa? piange adesso? - gli disse Cosimino. - Via,
la, lagrime di coccodrillo!
- No! - gemette, con sincera afflizione, don Ravanà.
- Va bene, va bene: si butti sul letto allora e stia a
guardare: mi prendo la prima cucchiaiata.
Don Ravanà si buttò sul letto con gli occhi lagrimosi e
il volto contratto dalla pena. Cosimino pose il bricco
su la spiritiera, per aver pronta al bisogno l'acqua
tepida; poi, chiudendo gli occhi, ingollò la prima
cucchiaiata del medicinale.
- Ecco fatto... Non mi compianga, per carità! si stia
zitto, o faccio cose da pazzi!
- Zitto, sì, zitto, povero figliuolo mio, hai ragione...
Parliamo d'altro... Sai? domani, se il tempo lo permette
e mi sento meglio, debbo andare in campagna... Vieni
anche tu e porta con te i tuoi figliuoli, tua moglie, a
prendere una boccata d'aria senza darvi pensiero di
nulla... Mal'annata, Cosimino mio, però... Dio ci
castiga dei tanti nostri peccati. La pazienza divina è
stanca. Il mondo piange, ma piange e uccide... Hai
sentito? guerra in Africa, guerra in Cina... Il povero
soffre, ma soffre e ruba. E l'ira del Signore ci sta
sopra! La grandine, hai visto? ha flagellato orti e
vigne... la nebbia minaccia gli olivi... Di' un po'...
ti senti già? No?
- Nossignore, ancora nulla. Mi prendo l'acqua tepida.
- Bene bene... Discorriamo... Dunque, sì, il raccolto
del grano, sì, è stato piuttosto abbondante, e se Dio
vuole e Maria Santissima ci fa la grazia mitigheremo con
esso in certo qual modo la iattura dell'annata.
Cosimino ascoltava con molta attenzione, ma forse senza
intender sillaba: di tanto in tanto si faceva in volto
di mille colori; poi, d'un tratto, impallidiva,
impallidiva vieppiù sudava freddo, si agitava un po' su
la seggiola, l'occhio gli vagellava.
- Ah mamma mia! Padre Ravanà, comincia a muoversi...
credo che ci siamo!
Sgriscia! Sgriscia! - gridava allora don Ravanà,
impallidendo anche lui e guardando fiso Cosimino per
promuovere anche in sé con quella vista gli effetti del
medicinale. - Venite subito! Credo che ci siamo!
La Sgriscia accorreva a sorreggere la fronte al padrone,
e Cosimino intanto, tra i conati e i contorcimenti, le
appoggiava sotto sotto calci di vero cuore.
IV.
- Adesso un buon tazzone di brodo per Cosimino! - ordinò
verso sera don Ravanà alla serva. - Ci vuoi fettine di
pane, di', Cosimino?
- Sissignore, come dice lei... Mi lasci stare... - fece
il povero sagrestano rifinito, pallidissimo, con la
testa cascante appoggiata al muro senza neppur forza di
fiatare.
- Con fettine di pane! con fettine di pane! e un torlo
d'uovo! - aggiunse forte don Ravanà, tutto premuroso. -
Di', ce lo vuoi, è vero, un bel torlo d'uovo, Cosimino?
- Non voglio niente! Mi lasci stare! - gemette questi al
colmo dell'esasperazione. - Lei si fa la chiacchieratina,
e io ci ho il veleno in corpo per lei! Prima mi rovina
lo stomaco, e poi fettine di pane e torlo d'uovo! Sono
azioni degne d'un santo sacerdote, codeste? Mi lasci
andar via... Mannaggia, perderei la fede... Ahi, ahi...
ahi, ahi... ahi, ahi...
E se n'andò con le mani sul ventre, nicchiando così.
- Che brutto viziaccio! - esclamò stizzito don Ravanà.
Prima, tutto mansueto; poi ci ripensa, e diventa una
vespa. E dire che gli ho fatto tanto bene, a quel brutto
ingrato!
Stette un po' a tentennare il capo, con gli angoli della
bocca contratti in giù; poi chiamò:
- Sgriscia! Dammelo a me, il brodo. Ce l'hai messo il
torlo d'uovo? Brava. Ora il cappello e il tabarro...
- Esce?
- Eh sì, non lo sai? Mi sento benone, adesso, grazie a
Dio.
|
|
|
|
|
|
|