Novelle per un anno - 1926 - Il vecchio Dio
5. Quand'ero matto...
I. Il soldino
Prima di tutto chiedo licenza di premettere che ora sono
savio. Oh, per questo, anche povero. Anche calvo. Quand'ero
ancora io, voglio dire, il riverito signor Fausto Bandini,
ricco, e in capo avevo tutti i miei bellissimi capelli, è
però provato provatissimo ch'ero matto. E un po' più magro,
s'intende. Ma pur con questi occhi che mi sono rimasti da
allora spauriti, nella faccia così tutta scritta dagli
atteggiamenti che prendeva per le croniche pietà da cui ero
afflitto.
Per distrazione, ogni tanto, ci ricasco. Ma sono lampi che
Marta, saggia moglie, spegne subito in me con certe sue
terribili paroline.
Per esempio, l'altra sera.
Cose di poco momento, badiamo. Che può mai accadere a un
povero savio e savio povero, ridotto a vivere più
ordinatamente d'una formica?
Quanto più tenne la tela, tanto più delicato il ricamo, ho
letto una volta, non so dove. Ma prima di tutto bisognerebbe
saper ricamare.
Rincasavo. Non si può dare, credo, maggior fastidio di
quello che l'insistenza d'un mendicante cagiona quando non
s'abbia il soldo in tasca e quegli ci veda all'aria
dispostissimi a darglielo. Era, nel caso mio, una ragazza.
Senza interruzione, con voce piagnucolosa da un quarto d'ora
m'andava ripetendo dietro le stesse frasi, due o tre. Io,
sordo; senza guardarla. A un certo punto, mi lascia: investe
e s'appiccica, come una mosca tavana, a una coppia di sposi
novelli.
- Glielo daranno il saldino? - dico tra me.
Ah, tu non sai, ragazza! La prima volta che gli sposi
novelli van per via a braccetto, Vedono d'aver tutti gli
occhi del mondo appuntati addosso; sentono l'impaccio delle
cose nuove che tutti quegli occhi veggono e suppongono in
loro, e non sanno né possono fermarsi a far l'elemosina al
povero.
Sento poco dopo, difatti, qualcuno che mi corre dietro
gridando;
- Signorino, signorino.
E rieccola, col piagnisteo monotono di prima. Non ne posso
più; le grido esasperato:
- No!
Peggio. Come se con quel no avessi dato la stura a un altro
pajo di frasi tenute in serbo in previsione del caso. Sbuffo
una prima volta, sbuffo una seconda, finalmente: auff! -
alzo il bastone. Così. Quella si tira da un canto, levando
istintivamente il braccio a riparo della testa, e di sotto
il gomito mi geme:
- Anche due centesimi!
Dio, che occhi apriva quel volto smunto, citrino, sotto i
capelli rossastri abbatuffolati. Tutti i vizii della strada
vermicavano in quegli occhi; e la precocità li rendeva
spaventevoli. (Non metto alcun punto esclamativo perché, ora
che son savio, nessuna cosa deve più farmi meraviglia.)
Già prima di vederle quegli occhi ero pentito dell'atto di
minaccia.
- Quant'anni hai?
La ragazza mi guarda di traverso, senza abbassare il
braccio, e non risponde.
- Perché non lavori?
- Magari, a trovarne. Non trovo.
- Non cerchi, - le dico io, riavviandomi. - Perché hai preso
gusto a codesto bel mestiere.
Manco a dirlo; colei mi seguì ripigliando l'affliggente
cantilena: che aveva fame, le déssi qualcosa per amor di
Dio.
Potevo cavarmi la giacca e dirle: « Tieni »? Chi sa: in
altri tempi, forse l'avrei fatto. Ma già, in altri tempi,
avrei avuto in tasca il soldino.
Mi nacque improvvisamente un'idea, della quale sento il
dovere di scusarmi al cospetto della gente savia. Lavorare è
senza dubbio un buon consiglio; ma si fa così presto a
darlo. Mi sovvenne che Marta cercava una seghetta.
E si badi: qualifico pazzia quest'idea improvvisa, non tanto
per la trepida gioia che mi suscitò e che riconobbi in prima
benissimo, per averla altre volte provata tal quale,
quand'ero matto: specie d'ebbrezza abbarbagliante che dura
un attimo, un lampo, nel quale il mondo sembra dia un gran
palpito e sussulti tutto dentro di noi; quanto per le
riflessioni da povero savio con cui cercai subito di
puntellare quell'ebbrezza in me. Pensai: « Purché a questa
ragazza si dia da mangiare, da dormire e qualche veste
smessa, ci servirà, senza pretendere altro. Sarà pure un
risparmio per Marta ». Così.
- Senti: - dissi alla ragazza, - soldi, non te ne do. Vuoi
davvero lavorare?
Si fermò a guardarmi un tratto con quegli occhi scontrosi,
sotto le ciglia odiosamente aggrottate; poi chinò più volte
il capo.
- Sì? ebbene, vieni allora con me. Ti darò io da lavorare a
casa mia.
La ragazza si fermò di nuovo, perplessa.
- E mamma?
- Andrai a dirglielo dopo. Adesso vieni.
Mi pareva di camminare per un altro viale e che... mi
vergogno a dirlo, case e alberetti fossero in preda
all'agitazione che provavo io. E l'agitazione crebbe, crebbe
di punto in punto, appressandomi a casa.
Che avrebbe detto mia moglie?
In un modo più balordo non avrei potuto presentarle la
proposta (balbettavo). E certo, certissimo questo modo
balordo dovette contribuire non solo a fargliela respingere,
com'era giusto, ma anche a farla arrabbiare, povera Marta.
Ma se io, ora che sono divenuto savio, col timore continuo
che mi scappi qualche stramberia, non so più dire due
parole, una dopo l'altra? Basta; mia moglie non si lasciò
sfuggire l'occasione di ripetermi quel suo terribile: «
Ancora? Ancora? » che per me è peggio d'una doccia a
sorpresa; poi mandò via la ragazza senza neanche volerle
dare qualcosina, perché disse - per quel giorno l'elemosina
era fatta. (E realmente Marta l'elemosina la fa ogni giorno;
badiamo: dà un soldino al primo povero che capita, e quando
ha dato quel soldino e ha detto: « Raccomandami alle anime
sante del Purgatorio » s'è messa in pace con la coscienza, e
non vuol sentire altro.)
Intanto io penso e dico: quella ragazza, se non è già
perduta, certo sarà tra breve. Sì, ma che deve importarmene?
Io, ora, sono divenuto savio, e a queste cose non debbo più
pensare né punto, né poco. - « Pensare a me! » - questa, la
mia nuova divisa. Ce n'è voluto per persuadermi a intestarne
tutti gli atti di questa mia nuova vita, chiamiamola
così. Ma come Dio vuole, non facendo nulla... Basta. Se io
ora, per modo d'esempio, mi fermo sotto la finestra d'una
casa ove sappia c'è gente che piange, debbo subito vedere a
quella finestra la mia smarrita, sparuta immagine, la quale,
affacciandosi, ha l'obbligo espresso di gridarmi di lassù,
crollando un po' il capo e appuntandosi l'indice d'una mano
sul petto: - E io? - Così.
Sempre: - E io? - in ogni occasione. Che è qui la
base della vera saggezza.
Quand'ero matto invece...
II. Fondamento della morale
Quand'ero matto, non mi sentivo in me stesso; che e come
dire: non stavo di casa in me.
Ero infatti divenuto un albergo aperto a tutti. E se mi
picchiavo un po' sulla fronte, sentivo che vi stava sempre
gente alloggiata: poveretti che avevan bisogno del mio
aiuto; e tanti e tanti altri inquilini avevo parimenti nel
cuore; né si può dir che gambe e mani avessi tanto al
servizio mio, quanto a quello degli infelici che stavano in
me e mi mandavano di qua e di là, in continua briga per
loro.
Non potevo dir: io, nella mia coscienza, che subito
un'eco non mi ripetesse: io, io, io... da parte di
tanti altri, come se avessi dentro un passeraio. E questo
significava che se, poniamo, avevo fame e lo dicevo dentro
di me, tanti e tanti mi ripetevano dentro per conto loro:
ho fame, ho fame, ho fame, a cui bisognava provvedere, e
sempre mi restava il rammarico di non potere per tutti. Mi
concepivo insomma in società di mutuo soccorso con
l'universo; ma siccome io allora non avevo bisogno di
nessuno, quel « mutuo » aveva soltanto valore per gli altri.
Il bello intanto era questo, che credevo di ragionare la mia
pazzia; anzi, se debbo dir tutta la verità senza
vergognarmi, ero finanche arrivato a tracciare lo schema
d'un trattato sui generis, che intendevo scrivere col
titolo: Fondamento della morale.
Ho qui nel cassetto gli appunti per questo trattato, e ogni
tanto, di sera (mentre Marta si fa di là il solito pisolino
dopo cena), li cavo fuori e me li rileggo pian piano, di
nascosto, con un certo godimento e anche una certa
meraviglia, lo confesso, perché è innegabile che io
ragionavo pur bene, quand'ero matto.
Dovrei veramente riderne; ma forse non ci riesco per il
motivo artefatto particolare che quei ragionamenti erano per
la maggior parte diretti a convertire quella disgraziata,
che fu la mia prima moglie, della quale parlerò appresso,
per dare la più lampante prova delle segnalate pazzie di
quei tempi.
Da questi appunti argomento che il trattato del
Fondamento della morale dovesse nel mio concetto
consistere di dialoghi tra me e quella mia prima moglie, o
forse d'apologhi. Un quadernetto, ad esempio, è intitolato:
Il giovine timido, e certo in esso alludevo a quel
buon ragazzo, figlio d'un mercante di campagna in relazione
d'affari con me, il quale, mandato dal padre, veniva a
trovarmi in città, e quella disgraziata lo invitava a
desinare con noi per divertirsi un po' alle spalle di lui.
Trascrivo dal quadernetto:
« Dimmi, o Mirina. O che occhi sono i tuoi? Non vedi che
codesto povero giovine s'è accorto che tu intendi prenderti
giuoco di lui? Lo stimi sciocco; e invece è soltanto timido;
così timido che non sa ritrarsi dalla berlina a cui lo
metti, quantunque ne soffra dentro. Se la sofferenza di
questo giovine, o Mirina, non rimanesse per te allo stato di
segno apparente che ti fa ridere, se tu non avessi soltanto
coscienza del tuo tristo piacere, ma anche, nello stesso
tempo del dolore di lui, non ti par chiaro che cesseresti di
farlo sorbire, perché il piacere ti sarebbe turbato e
distrutto dalla coscienza dell'altrui dolore? Tu agisci
dunque, Mirina, senza l'intero sentimento della tua azione,
della quale provi l'effetto soltanto in te medesima. »
Così. E per un matto, via, non c'è male. Il male era che non
comprendevo che altro è ragionare, altro è vivere. E la
metà, o quasi, di quei disgraziati che si tengon chiusi
negli ospizii, non sono forse gente che voleva vivere
secondo comunemente in astratto si ragiona? Quante prove,
quanti esempii potrei qui citare, se ogni savio oggi non
riconoscesse tante cose che si fanno nella vita, o che si
dicono, e certi usi e certe abitudini esser proprio
irragionevoli, dimodochè è matto chi li ragioni.
Tale in fondo ero io, tale nel mio trattato mi dimostravo.
Non me ne sarei accorto, se Marta non mi avesse prestato i
suoi occhiali.
Per curiosità, intanto, coloro che non si vogliono tener
paghi di Dio, perché lo dicono fondato in un sentimento che
non ammette ragione, potrebbero vedere in questo mio
trattato come io però lo ragionassi. Se non che, convengo
adesso che questo sarebbe un Dio difficile per la gente
savia e anzi addirittura impraticabile, perché, chi volesse
riconoscerlo dovrebbe agire verso gli altri come agivo io
una volta, cioè da matto: con eguale coscienza di sé e degli
altri, perché sono coscienze come la nostra. Chi facesse
veramente così e alle altre coscienze attribuisse l'identica
realtà che alla propria, avrebbe per necessità l'idea d'una
realtà comune a tutti, d'una verità e anche di un'esistenza
che ci sorpassa: Dio.
Ma non per la gente savia, ripeto.
È curioso intanto che Marta, mentre io (seguendo la nostra
vecchia abitudine di leggere qualche buon libro prima
d'andare a letto) leggo, per esempio, I fioretti di
San Francesco, m'interrompa di tratto in tratto, esclamando
con riverenza e piena d'ammirazione:
- Che santo! che santo!
Così.
Sarà tentazione del demonio, ma io abbasso il libro sulle
ginocchia e sto a guardarla, se lo dica proprio sul serio
davanti a me. Per esser logici, via, San Francesco per lei
non dovrebbe esser savio, o io ora...
Ma già, mi persuado che i savii debbono esser logici fino a
un certo punto.
Torniamo a quand'ero matto.
Sul cadere della sera, in villa, mentre da lontano mi
giungeva il suono delle cornamuse che aprivano la marcia
delle frotte dei falciatori di ritorno al villaggio con le
carrette cariche del raccolto, mi pareva che l'aria tra me e
le cose intorno divenisse a mano a mano più intima; e che io
vedessi oltre la vista naturale. L'anima, intenta e
affascinata da quella sacra intimità con le cose, discendeva
al limitare dei sensi e percepiva ogni più lieve moto, ogni
più lieve rumore. E un gran silenzio attonito era dentro di
me, sicché un frullo d'ali vicino mi faceva sussultare e un
trillo lontano mi dava quasi un singulto di gioia, perché mi
sentivo felice per gli uccelletti che in quella stagione non
pativano il freddo e trovavano per la campagna da cibarsi in
abbondanza felice, come se il mio alito li scaldasse e li
cibassi di me.
Penetravo anche nella vita delle piante e, man mano, dal
sassolino, dal fil d'erba assorgevo, accogliendo e sentendo
in me la vita d'ogni cosa, finché mi pareva di divenir quasi
il mondo, che gli alberi fossero mie membra, la terra fosse
il mio corpo, e i fiumi le mie vene, e l'aria la mia anima;
e andavo un tratto così, estatico e compenetrato in questa
divina visione.
Svanita, restavo anelante, come se davvero nel gracile petto
avessi accolto la vita del mondo.
Mi mettevo a sedere a piè d'un albero, e allora il genio
della mia follia cominciava a suggerirmi le più strambe
idee: che l'umanità avesse bisogno di me, della mia parola
esortatrice: voce d'esempio, parola di fatto. A un certo
punto m'accorgevo io stesso che deliravo, e allora mi
dicevo: - Rientriamo, rientriamo nella nostra coscienza... -
Ma ci rientravo, non per veder me, ma per veder gli altri in
me com'essi si vedevano, per sentirli in me com'essi in loro
si sentivano e volerli com'essi si volevano.
Ora, concependo e riflettendo così nello specchio interiore
della coscienza gli altri esseri con una realtà uguale alla
mia e per tal mezzo anche l'Essere nella sua unità,
un'azione egoistica, un'azione cioè nella quale la parte si
erige al posto del tutto e lo subordina, non era naturale
che mi apparisse irragionevole?
Ahimè, sì. Ma mentre io per le mie terre camminavo in punta
di piedi e curvo per vedere di non calpestare qualche
fiorellino o qualche insetto, dei quali vivevo in me la
tenue vita d'un giorno, gli altri mi rubavano la campagna,
mi rubavano le case, mi spogliavano addirittura.
E ora, eccomi qua: ecce homo!
Inizio
pagina
III. Mirina
Il cero benedetto, il cero « della buona morte », che
quella santa donna s'era portato dalla chiesa madre del
paesello natale, faceva ora il suo ufficio.
Lo aveva custodito tant'anni per sé in fondo
all'armadio; e ora esso ardeva su un lungo candeliere di
piombo e quasi vegliava coi ricordi umili e cari del
lontano paese, struggendosi in lacrime sul fusto, dietro
il capo della morta già stesa sul pavimento dentro la
bara ancora scoperta, nel posto occupato prima dal
letto.
Ogni qual volta mi viene in mente la mia prima moglie,
mi s'affaccia con straordinaria lucidità questa funebre
visione. La santa donna stesa in quella bara è Amalia
Sanni, la sorella maggiore e vorrei dire la madre di
Mirina. Rivedo la camera modestissima e, oltre al cero
benedetto, due altri ceri più piccoli che si consumano
più presto a piè della bara, crepitando di tratto in
tratto.
Io me ne sto seduto presso la finestra, e, come se la
sciagura inattesa mi avesse più stordito che addolorato,
guardo i parenti e gli amici convenuti per quella morte:
gente savia e dabbene, mi guarderei dal negarlo, ma che
peccava di troppo zelo nel farmi accorgere
dell'antipatia che sentivano per me. Certo ne avevano
ragione, ma non m'aiutavano così a rinsavire, ché io
anzi da quei loro sguardi traevo argomento di compatirli
sinceramente.
Io amavo Amalia Sanni come una sorella. Riconosco ora in
lei un solo torto: questo: che la sua anima s'accordava
in tutto e per tutto con la mia nel concepir la vita.
Non direi però ch'ella era matta; direi tutt'al più che
Amalia Sanni non fu savia, come San Francesco. Perché
non c'è via di mezzo: o si è santi o si è matti.
Con cura tutt'e due ci sforzavamo di ridestare l'anima
in Mirina, senza pertanto sciupar la freschezza della
sua sconnessa e quasi violenta vitalità, senza
mortificare per nulla quel suo minuscolo corpicino da
bambola, pieno di vivacissime grazie. Volevamo insegnare
a una farfalla, non a chiuder le ali e non voler più, ma
a non andare a posarsi su certi fiori velenosi. Senza
intendere che per la farfalla quel che a noi pareva
veleno era il proprio cibo.
Basta: non voglio qui dilungarmi a narrare la mia
infelice esistenza coniugale con Mirina. Dirò solo che
ella detestava in me quel che ammirava in sua sorella. E
questo ora mi sembra naturalissimo.
A un tratto, nella camera mortuaria entrò sbuffante una
delle cugine di mia moglie, di cui non ricordo più il
nome: pingue, nana, con un grosso pajo d'occhiali
rotondi che le ingrandivano mostruosamente gli occhi,
poverina. Si era recata all'aperto a raccoglier qua e là
quanti più fiori aveva potuto, nelle vicinanze della
villetta, e ora veniva a spargerli sulla morta. Aveva
nei capelli scompigliati il vento che urlava fuori.
Gentile e pietoso quel pensiero: ora lo riconosco; ma
allora... Ricordavo che, pochi giorni addietro, Amalia,
nel veder Mirina ritornare alla villetta con un gran
fascio di fiori, aveva esclamato, tutt'afflitta:
- Peccato! Perché?
Nella sua santità, difatti, ella riteneva che quei fiori
di campo non nascono per gli uomini, ma sono come il
riso della terra che esprime gratitudine al sole per il
calore che esso le dà. Strappare quei fiori era per lei
una profanazione. Io matto, confesso che non seppi
resistere alla vista della morta coperta di quei fiori.
Non dissi nulla. Me ne andai.
Ricordo ancora l'impressione che mi fece, quella notte,
l'improvviso spettacolo della natura quasi tutta in
fuga, nell'urlante veemenza del vento. Fuggivano
squarciate pel cielo, con disperata furia, le nuvole, a
schiera infinita, e pareva si trascinassero seco la luna
pallida dallo sgomento; gli alberi si scontorcevano
stormendo, cigolando, spasimando senza requie, come per
sradicarsi e fuggire pur là, pur là, dove il vento
portava le nuvole, a un tempestoso convegno.
L'anima mia, che nell'uscir dalla villetta era tutta
chiusa nel cordoglio della morte, a un tratto si aprì,
come se il cordoglio stesso si fosse spalancato al
cospetto di quella notte: altro dolore immenso mi parve
che fosse nel cielo misterioso, in quelle nuvole
squarciate e trascinate; altra pena arcana nell'aria
infuriata e urlante in quella fuga, e, se così gli
alberi muti si agitavano, anche uno spasimo ignoto
doveva certo essere in loro. A un tratto, un singhiozzo,
quasi un bollo di paurosa luce in quel mare di tenebre:
un chiurlo d'assiolo nella valle giù; e, lontano, gridi
di terrore: i grilli che scampanellavano di là, verso la
collina.
Investito dal vento, andai tra gli alberi. A un certo
punto, non so perché, mi voltai a guardare verso la
villetta, che mi presentava l'altro lato. Dopo aver
guardato un pezzo, improvvisamente mi protesi per
discernere tra il bujo se quel che mi sembrava di vedere
fosse vero: presso la finestra bassa della camera in cui
Mirina s'era ritirata a piangere la sorella, stava e
s'agitava come un'ombra. Poteva essere negli occhi miei
quell'ombra? Me li stropicciai così forte, che, per un
attimo, dopo, non riuscii a discernere più nulla, quasi
che una tenebra più fitta fosse caduta attorno per
impedirmi, non di vedere, ma di credere a ciò che m'era
parso di vedere. Un'ombra che gestiva? L'ombra d'un
albero agitato dal vento?
Tanto era lontano da me il sospetto che mia moglie mi
tradisse.
Veramente mi sembra di non presumer troppo pensando che,
in una notte come quella, sarebbe stato lontano da tutti
un tal sospetto, e che forse tutti, come me, quando mi
accorsi che quell'ombra era proprio un uomo in carne e
ossa avrebbero ritenuto che fosse un ladro notturno e
come me sarebbero corsi di soppiatto a prendere uno
schioppo, per intimorirlo, anche sparando in aria.
Se non che io, quando scoprii che genere di ladro fosse
colui, non gli sparai, né sparai in aria.
Appostato lì, chino, all'angolo della cascina,
vicinissimo alla prima finestra donde essi parlavano tra
loro, in preda a continui brividi taglienti come
rasoiate alla schiena, mi sforzavo di udire ciò che
dicevano. Udivo soltanto mia moglie atterrita
dall'incredibile audacia di colui. Lo spingeva ad
andarsene. Parlava anche lui, ma così basso e
affrettatamente che, non solo non riuscivo a intendere
le sue parole, ma dal suono della voce non potevo ancora
riconoscerlo.
- Vattene, vattene, - insisteva lei. E tra le lagrime
aggiunse altre parole che m'impietrarono di più.
Intravidi tutto! Egli era venuto in quella notte
tempestosa per chiedere notizie dell'inferma. Ed ella
gli disse: « L'abbiamo uccisa noi ». Ah, dunque Amalia
aveva saputo, aveva scoperto prima di me il tradimento?
- Che colpa? che colpa? No! – diss'egli forte, smanioso,
a un tratto.
Vardi! lui, Cesare Vardi, il mio vicino! Lo riconobbi,
lo vidi nella sua voce: tozzo e solido, quasi nutrito di
terra, di sole e d'aria sana. Udii, subito dopo, le
persiane raccostarsi con violenza, come se il vento
avesse aiutato le mani li lei; udii che egli si
allontanava. E io non mi mossi dalla positura in cui
m'ero messo; seguii con l'udito rattenendo il fiato, i
suoi passi, più lenti assai dei battiti dei mio cuore.
Poi mi rialzai in preda al primo sbalordimento, e allora
quel che avevo veduto e inteso quasi non mi parve più
vero.
« Possibile? possibile? » dicevo a me stesso, errando di
nuovo per la campagna, tra gli alberi, com'ebbro.
M'usciva dalla gola un mugolìo sordo, continuo, che si
confondeva col violento stormire delle foglie, come se
il mio corpo, ferito, si dolesse per suo conto, mentre
l'anima, sconvolta, stupita, non gli badava.
- Possibile?
Intesi alla fine quel mugolo che partiva da me, e
m'arrestai arrangolato e m'afferrai forte con l'una mano
e con l'altra gli omeri, incrociando le braccia sul
petto, quasi per trattenermi, e sedetti a terra. Ruppi
allora in singhiozzi disperati; Piansi e piansi; poi,
spossato, alleggerito, cominciai a esortar me stesso.
Ma dirò solo quello che feci, dopo aver pensato a lungo.
Sarà meglio. Ormai sono passati tanti anni; commuovermi
ancora di questa mia vecchia sciagura temo che non sia
degno di un uomo savio; tanto più che, pare, anzi è
certo, mi diportai malissimo.
Levatomi dunque da terra, mi misi a errar di nuovo. A un
tratto mi sentii quasi forzato a nascondermi ancora una
tolta, e mi accoccolai dietro la siepe che limitava il
mio campo la quello di lui. Il Vardi ritornava
lentamente alla sua villa. Nel passare davanti a me,
nascosto dalla siepe, lo sentii sospirare profondamente
nella notte. Quel sospiro me lo avvicinò tanto, che
quasi ne provai ribrezzo. Ah, per quel sospiro fui
proprio sul punto d'ucciderlo. Potevo, solo che avessi
alzato un po' il fucile, anche senza darmi la pena di
prendere la mira; tanto vicino mi passava. Lo lasciai
passare.
Ritornato di corsa alla villetta trovai che i parenti
s'erano ritirati dalla camera della morta e che soltanto
due servi erano rimasti a vegliare. Li dispensai dal
triste ufficio, dicendo che avrei vegliato io. Mi
trattenni un po' a contemplare mia cognata, che mi
sembrò più tranquilla, più serena, come se, morta dentro
l'ombra della colpa di cui aveva voluto serbare
l'orrendo segreto, ora ne fosse uscita, poiché io sapevo
tutto. Entrai quindi nella camera di Mirina.
La trovai che piangeva. Appena mi vide, si cangiò in
volto.
- Non temere, - le dissi. - Vieni con me.
- Dove?
- Con me. Non avrai più rimorsi.
- Che intendi dire?
- Io voglio fare, non dire. E quello che vuoi tu. Vieni
intanto. Ti farò vedere.
La presi per mano; la attirai. Tremante, fremente, ella
si lasciò trascinare fino alla camera della morta. Le
additai la sorella.
- Vedi? - le dissi. - Ora ella ti perdona. E tu puoi
ripetere a me che l'hai uccisa tu.
- Io?
- Sì, come hai detto poc'anzi dalla finestra a lui.
Zitta non gridare! Non ti fo nulla. Andrai ora stesso
via da questa casa. Non piangere! È la tua prigione.
Voglio liberarti.
Cadde in ginocchio, con la faccia per terra, supplicando
perdono, pietà. La aiutai subito a rialzarsi,
imponendole di far silenzio; la tirai fuori della
stanza.
- Dove? dove? - chiedeva lei angosciosamente.
- Dove tu vuoi; non temere. E se vuoi esser punita, sarà
punizione; e se puoi ancora godere, godrai liberamente.
Ti libero! ti libero!
Avevo ancora lo schioppo in ispalla. Ah come ella me lo
guardò, sospettando ragionevolmente che con le buone
volessi attirarla fuori! Me ne accorsi: sorrisi
amaramente. E corsi a posar l'arma in un angolo della
saletta.
- Non voglio farti male, no. Che dovere hai tu d'amarmi
per forza?
- Dove mi conduci?
- Da lui che t'aspetta.
Entrando in una casa, pensavo io allora, dobbiamo
contentarci della sedia che l'ospite può offrirci, senza
stare a pensare se dall'albero, donde quella sedia fu
tratta, altra sedia di miglior foggia e di maggior
dimensione avremmo tratta noi per il nostro gusto e per
la nostra statura. Per Mirina erano troppo alte le sedie
di casa mia. Sedendo, restava con le gambe spenzolate,
ed ella voleva sentire sotto i piedi la terra.
Ma avevo promesso di riferire soltanto quello che feci.
Bene: passi questo breve saggio di pazzia. Quanto
sarebbe stato più spiccio tirare una fucilata... Mah!
La tenevo per mano, all'aperto, e le parlavo, andando.
Non so bene quel che le dicessi; so che, a un certo
punto, ella svincolò il polso dalla mia mano e scappò
via di corsa, di corsa, tra gli alberi, come portata dal
vento. Io rimasi perplesso, sorpreso da quella fuga
improvvisa: pareva che ella mi seguisse così docile...
Chiamai come un cieco:
- Mirina! Mirina!
Era sparita nella tenebra, tra gli alberi. Errai in
cerca, a lungo, invano. Ruppe l'alba, cercai ancora,
finché ogni dubbio non fu vinto dalla certezza che ella
era andata da sola a rifugiarsi là, dove io senza alcuna
violenza volevo condurla.
Guardai il cielo velato da strisce rade, che erano come
la traccia superstite della gran fuga delle nuvole nella
notte, e mi sentii stordito in mezzo a un silenzio
nuovo, inatteso, con l'impressione vaga che qualcosa
fosse venuta a mancare tutt'intorno, alla terra. Ah sì,
ecco: il vento. Il vento era abbattuto. Gli alberi erano
immobili nell'umida squallida luce di quell'alba.
Quanta stanchezza in quella stupefatta immobilità! Ero
sfinito anch'io, e mi posi a sedere per terra. Guardai
le foglie degli alberi più vicini, e sentii che, se un
soffio d'aria in quel momento fosse venuto a smuoverle,
esse avrebbero forse provato lo stesso senso di dolore
che avrei provato io se qualcuno fosse venuto a
scuotermi una mano.
Mi sovvenne a un tratto che la morta era sola nella
villetta; che c'erano i parenti, i quali forse a
quell'ora s'erano svegliati e domandavano di me e di mia
moglie. Balzai in piedi, e via di corsa.
Stimo inutile rappresentare a gente savia quel che
seguì. Quei bravi parenti insorsero tutti alle parole
mie, alle mie spiegazioni; mi proclamarono pazzo, e anzi
quella cugina pingue nana, dagli occhiali rotondi,
mentre tutti vociavano, trasse dalla concitazione
generale il coraggio di strillarmi in faccia con le
pugna serrate:
- Imbecille!
Aveva ragione, poverina.
Affrettarono il trasporto della defunta alla chiesa del
prossimo villaggio, e mi lasciarono solo.
Dopo due anni, mi rivedo in viaggio. Il Vardi ha
abbandonato Mirina, la quale, sottratta alla miseria, al
vizio, alla disperazione, vive in casa d'una parente.
Ella è però in potere d'un male orribile, e sta per
morirne. Col mio perdono, con la pace, io ho sperato,
sognato di allegrarle gli ultimi giorni di vita,
riconducendola alla nostra campagna. Mi presento a lei
in quella camera squallida; le dico:
- Mi comprendi, ora?
- No! - mi risponde lei, ritirando la mano che voglio
carezzarle e guardandomi odiosamente.
E anche lei, poveretta, aveva ragione.
IV. Scuola di saggezza
Per esercitar bene qualunque professione c'è bisogno,
come ognun sa, anche di una certa larghezza di mezzi, la
quale renda possibile aspettare le opportunità migliori,
senza buttarsi alle prime, come cani all'osso, che è la
sorte di chi si trovi in ristrettezze e per l'oggi debba
ammiserire il proprio domani e se stesso e la
professione sua.
Ora questo vale anche per la professione del ladro.
Un povero ladro, che debba vivere alla giornata, suol
finir sempre male. Un ladro invece, che non sia in tali
angustie e possa e sappia aspettar tempo e preparare i
modi, arriva ad alti e onoratissimi posti, con plauso e
soddisfazione di tutti.
Siamo dunque parchi, per carità, nell'accordare il
merito della saggezza ai ladri di casa mia.
Tutti quelli che esercitarono sulla mia cospicua
ricchezza la loro professione, non meritano l'encomio
della gente savia. Potevano rubare con garbo,
comodamente, e con prudenza e avvedutezza, e crearsi
un'onorevole e rispettabilissima posizione Invece,
proprio senz'alcun bisogno, s'affollarono a rubare, e
rubarono male, naturalmente. Riducendomi in pochi anni
alla miseria, si tolsero il modo di vivere
tranquillamente alle mie spalle. E cominciarono presto,
infatti, per loro, tanti grattacapi che prima non
avevano; e so, e me ne dispiace, che qualcuno andò anche
a finir male.
Marta, mia moglie, è d'accordo con me in questo
giudizio, soltanto ella osserva che allorquando un
pover'uomo discretamente onesto si trova insieme con
tanti ladri ingordi nell'amministrazione dei beni d'un
ricco imbecille o matto (che sarei io) la tattica della
parsimonia nel furto non è più saggia; il furto
discreto, pacifico, giornaliero, non è più segno allora
d'avvedutezza, ma di stupidaggine e di povero cuore. E
questo sarebbe appunto il caso di Santi Bensai, mio
segretario e primo marito della mia cara Marta.
Il povero Santi (a cui devo se ora non son ridotto
all'elemosina) conosceva la mia ricchezza e stimava
saggiamente ch'essa avrebbe potuto servire con larghezza
per me e per quanti, come lui, si fossero contentati di
raschiarla discretamente, comodamente, senza cagionar
danni troppo evidenti. Forse non tralasciò di
consigliare, per comune interesse, moderazione ai suoi
colleghi; non fu certo ascoltato; si creò nemici; e
sofferse non poco, poverino. Gli altri seguitarono a
portar via a balle e a carra; lui, come una sobria
formichetta. E quando io alla fine rimasi povero come
santo Giobbe, bisognava vedere il buon Santi molto, ma
molto più afflitto di me. Egli aveva raggranellato di
che vivere modestamente, e non si sapeva dar pace che
quegli altri non si fossero degnati neppure di lasciarmi
nella sua condizione.
- Carnefici! - esclamava: lui che mi aveva tratto
sangue, a mala pena, zitto zitto, con uno spillo.
E più d'una volta, vedendomi un po' troppo pallido,
volle trascinarmi per forza in casa sua a desinare; e
lui non mangiava, dalla bile che lo rendeva furibondo
contro quegli altri.
Io stavo zitto e ascoltavo Marta che, fin d'allora,
cominciò a darmi scuola di saggezza. Ella difendeva
contro il marito i miei carnefici.
- Siamo giusti! - diceva. - Con qual diritto possiamo
pretendere che gli altri si curino di noi, quando noi
continuamente dimostriamo di non aver nessuna cura di
noi stessi? La roba del signor Fausto era roba di tutti,
e ciascuno se l'è presa. Non è tanto ladro il ladro,
quanto, - scusi signor Bandini, - quanto è imbecille chi
si lascia rubare.
E qualche altra volta diceva, come infastidita:
- E zitto, via, Santi! Imita il signor Bandini che
almeno se ne sta zitto, perché sa bene, ora, che non può
lagnarsi di nessuno. Se egli infatti, senza che gli
spettasse, pensò sempre agli altri, che meraviglia, che
questi altri abbiano pensato a sé? Ha dato lui
l'esempio, e gli altri lo hanno seguito. Per me, il
signor Bandini è stato il più gran ladro di se stesso.
- E dunque, in prigione? - le domandavo io, sorridendo.
- In prigione, no. Ma in qualche altro ospizio, sì.
Santi si ribellava. Il diverbio s'accendeva, e invano io
tentavo di metter pace dichiarando che, alla fin fine,
quei tali il più gran male non lo avevano fatto a me che
sapevo adattarmi a vivere comunque, ma alla povera gente
che aveva bisogno del mio aiuto.
- E lei dunque, - ribatteva Marta, - non ha fatto male
soltanto a sé, ma anche agli altri. Ne conviene? Non
pensando a sé, non ha pensato neanche agli altri. Doppio
male! E non ne segue che tutti coloro che pensano
soltanto a sé e fanno in modo di non aver mai bisogno
d'alcuno, per questo soltanto dimostrano di pensare
anche agli altri? Che farà lei adesso? Ha bisogno degli
altri, ora. E crede che sarà per tutti un beneficio il
dover mostrarsi grati?
- O che ti scappa di bocca, pettegola? - scattava Santi
a queste parole, temendo non mi paressero un raffaccio
di quel po' d'aiuto ch'egli con tutto il cuore mi
prestava.
Marta, placida e commiserandolo con lo sguardo, gli
rispondeva:
- Non dico per te. Che c'entri tu, Santi mio, che sei un
pover'uomo da bene?
E veramente! Se lo avessi lasciato fare secondo il suo
affetto e la considerazione sua, mi sarei ridotto a
vivere giorno e notte con lui. Non mi soleva lasciare un
sol momento, e mi chiedeva per grazia ch'io fossi
contento di accettare i suoi servizii doverosi. Povero
Santi! Ma, con la povertà, i fumi della follia non
m'erano per anche svaporati. Non volevo esser di peso a
nessuno de' miei antichi beneficati, e con garbo
compassionevole mi portavo a spasso i miei cenci e la
mia miseria e intanto cercavo di procacciarmi un lavoro
qual si fosse, anche manuale, che mi desse modo di
soddisfare ai miei pochi bisogni.
Ma neppur questo garbava alla mia saggia maestra:
Lavorare? - mi diceva. - Bell'espediente! Lei non era
nato per questo, e ora toglierà, senza volerlo, il posto
a un poveretto che forse si sarà incamminato per la via
di quell'impiego che lei va cercando.
Mi voleva dunque morto, la buona amica? Quel suo
ragionamento mi colpì e, non volendo togliere il posto a
nessuno, me ne andai lontano, a chieder ricetto a una
famiglia di contadini, già miei dipendenti, ai quali di
notte, in cambio, guardavo nel bosco la carbonaia, con
la scusa che non riuscivo mai a prender sonno. Là, dopo
alcuni mesi, mi giunse la notizia che il povero Santi
Bensai era morto di un colpo. Lo piansi come un
fratello! Dopo circa un anno, la vedova mandò a cercare
di me. M'ero ridotto così male, che non volevo
assolutamente presentarmi a lei.
Ora Marta non vuol dare a sé il merito di avermi
salvato; ma, se è vero che il buon Santi lasciò nel
testamento una calda raccomandazione per me alla moglie,
è anche vero che ella poteva non tenerne conto.
- No, no, - mi ripete lei - ringrazia Santi, buon'anima,
che ebbe almeno l'accortezza di metter da parte questo
poco denaro ch'era tuo, per la nostra vecchiaia. Vedi?
quello che tu non sapesti fare, lo fece lui per te.
Peccato che gli mancasse il coraggio, poverino!
E così io ora, savio, godo il frutto, scarso, della più
savia tra le virtù: la previdenza d'un mio povero ladro
riconoscente e da bene.
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