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Novelle per un anno - 1926 - Il vecchio Dio
3. al valor civile |
Dicendo agli uomini: tigri, jene, lupi, serpi, scimmie o
conigli, Bruno Celèsia temeva di fare a quelle bestie
un'ingiuria che non si meritavano, perché ciascuna, conforme
e obbediente alla propria natura; mentre l'uomo! falso,
l'uomo. E dunque, sputi in faccia, all'uomo, e possibilmente
calci in un altro posto!
- Lo so io che ci ho qua dentro! - diceva, aggrondato,
ponendosi una mano sul ventre.
- Un figliuolo?
- L'inferno, canaglia!
E un cratere di vulcano avrebbe voluto avere per bocca,
parola d'onore! Il cratere dell'Etna, per vomitare addosso
all'umanità tutto quel fuoco che gli ruggiva dentro.
Pur non di meno, assistendo quel giorno dalla Piazza del
Municipio alla solenne distribuzione delle onorificenze al
valor civile, Bruno Celèsia, fra sé e sé non poteva non
riconoscere sinceramente ch'era una bella e degna festa.
Matricolato imbroglione, quel sindaco, oh! Ma oratore nato.
E più volte, durante il magnifico discorso che esaltava le
virtù native della gente siciliana, ricordando gli atti
eroici da essa compiuti, Bruno Celèsia s'era sentito correre
per la schiena un brivido elettrico. Con le dita irrequiete,
intanto, si cacciava in bocca e mordicchiava i peli dei
baffoni o la punta della ruvida barba crespa. A quando a
quando, poi, rapidamente si passava l'altra mano su la falda
del farsetto lustro e inverdito. Perché? Ma perché l'umanità
è porca, ecco perché! Fatta tutti di figli di cane, ecco
perché! Era venuto in voga da alcuni giorni lo stupido
scherzo d'attaccar dietro alla gente con uno spillo un
pezzetto di carta con un motto sconcio o con uno sgorbio
sguaiato. Già due volte, a lui, una testa di cervo, e una
mano che faceva le corna.
- Porci! Bravissimo!
La seconda esclamazione era per il sindaco, che ricordava in
quel momento ciò che il popolo di Palermo aveva saputo fare
nelle storiche giornate del suo glorioso riscatto.
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Finito fra strepitosi applausi il discorso del sindaco, a
cui il Celèsia, infiammato, non aveva saputo tenersi dal
tributare anche i suoi, cominciò la premiazione.
Su l'ampio balcone marmoreo del palazzo municipale, ove col
sindaco tutto in sudore stavano placidi, coi ventaglini in
mano, i consiglieri comunali e le loro signore e i
maggiorenti del paese, si presentò dapprima un giovinetto
bruno, vigoroso, dagli occhi arditi, bellissimo, che due
volte s'era cacciato in una casa in fiamme per salvare una
vecchia e un bambino.
La folla lo accolse entusiasticamente.
- Viva Sghembri! Viva Carluccio Sghembri!
Qualcuno osservò che quei signori del municipio avrebbero
fatto meglio a istituire un corpo di pompieri, di cui il
paese ancora difettava, e a far pompiere Carluccio che se
l'era meritato, invece di dargli quella medaglia al valor
civile, della quale, in fin dei conti, non avrebbe saputo
che farsi, povero facchino di porto che si rompeva la
schiena tutto il giorno allo scarico o agli imbarchi, sotto
le balle di carbone e i pani di zolfo.
«Sei bello,» borbottava fra sé Bruno Celèsia, ammirandolo,
«ma cresci, caro, e vedrai che fior di canaglia diventerai
anche tu! Viva! Viva!»
Applaudiva intanto con gli altri e si passava la mano su la
falda del farsetto.
A uno a uno si presentarono agli evviva della folla, per
ricevere la loro medaglia, gli altri quattro eroi della
giornata.
- D'un momento, - commentava sotto, tra la folla, il Celèsia.
- Birbaccioni prima, birbaccioni dopo... Tutta l'umanità...
puàh! schifosa... Viva! Viva!
Terminata la premiazione, la folla cominciò a sparpagliarsi.
Bruno Celèsia vagò ancora un pezzo, guardingo e sdegnoso,
tra quel rimescolio di gente. Ammirava i lampioncini
variopinti, preparati per la luminaria della sera e di
tratto in tratto storceva la bocca.
- Se si mette lo scirocco!
E alzava gli occhi al cielo minaccioso, che a mano a mano
s'infossava di più.
« Torniamocene a casa, » disse a un certo punto,
risolutamente, a se stesso, « perché questo paese di cani,
se no, è capace di credere e di proclamare che la festa sarà
guastata dalla pioggia, solo perché io oggi mi son fatto
vedere in piazza. »
Scorse da lontano quella mala zeppa di suo padre che tante
amarezze gli aveva cagionate e che forse, per la terza
volta, cercava lì, dentro le tasche del prossimo, la via per
tornarsene in catorbia donde era uscito da pochi mesi: voltò
sdegnosamente le spalle e s'avviò di fretta per rincasare.
« Dicono che le ranocchie, » pensava andando, « usano di
passar l'inverno nel fango dei fossati. Mio padre, peggio:
nel fango della vita, tutt'e quattro le stagioni... »
S'era impegnati fino gli occhi della testa per salvarlo, la
prima volta. Ora non voleva più vederlo neanche da lontano.
Quel nome sporcato che portava da lui gli bruciava la fronte
come una bollatura di fuoco.
- Ma, del resto, non l'ho svergognato soltanto io il tuo bel
nome! - aveva pure avuto il coraggio di buttargli in faccia
il padre una volta. - Pensa a tua moglie, piuttosto, che ne
fa strazio da tanti anni pubblicamente.
E Bruno Celèsia s'era morso a sangue una mano per non
rispondere. Poiché sua moglie...
Ma, pubblicamente, no: con uno solo.
Non l'aveva uccisa, perché sicurissimo che peggio della
morte sarebbe stato per lei l'amante, il quale prima o poi
l'avrebbe abbandonata, gettata in mezzo a una strada, come
un sacco d'immondizie. Che! Vivevano felici, maritalmente,
quei due, da tanti anni, e rispettati e riveriti da tutto il
paese. E tre figliuoli avevano, tanto carini... poveri
innocenti: bastardelli! A lui, quella buona femmina non
aveva saputo dargliene neanche uno, legittimo... Non si
sarebbe sentito così solo, adesso... non avrebbe invidiato
nessuno... Sia, dopo tutto, forse meglio così. Nessuna cosa
gli era andata a verso, mai, nella vita: e fors'anche dai
figli, se ne avesse avuti, chi sa quali dispiaceri, quali e
quanti dolori.
Destino. Eh via, sì, destino: come non crederci? Che aveva
fatto, lui, per essere così il bersaglio di tutte le frecce,
figlio, marito, cittadino; malvisto e sfuggito da tutti,
perché in fama di iettatore, e deriso, anziché compianto,
per le sue domestiche sventure?
Non s'era mai gettato in imprese arrischiate: eppure, da
quelle poche, sicure, che aveva tentate era sempre uscito
col danno e le beffe. Tanti s'erano arricchiti prendendo in
appalto la manutenzione dell'antemurale del porto: ci s'era
messo lui, e a botte di mare mezza scogliera, appena appena
costruita, volata via. Gli scogli gettati dagli altri
appaltatori, il mare, sì, se li era pigliati in santa pace,
come tozzi di pane.
- Da Bruno Celèsia, no; non me ne piglio.
Si poteva lottare con quel bestione del mare? E s'era
ridotto povero in canna. Per carità aveva trovato un
posticino di scritturale in un banco; ma ci voleva tutta la
sua pazienza per resistervi. Perché al principale non
piaceva la sua mano di scrittura; e a lui veniva proprio in
punta in punta alla lingua di rispondergli, che una vera
porcheria era farle, certe cose, e non come lui gliele
scriveva sul registro.
Così riflettendo su le sue sciagure, Bruno Celèsia si
ridusse a casa.
Abitava all'estremità del paese, dalla parte di ponente,
dove la spiaggia svoltava sotto l'altipiano marnoso per
descrivere un'altra lunga lunata. Le poche case che si
allineavano lì, addossate all'altipiano, vicinissime al
mare, erano escluse dalla vista del paese, disposto a
semicerchio, nell'altra insenatura della spiaggia. E lì era
pace, una gran pace quasi stupefatta dall'infinito
spettacolo del mare.
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Dovette affrettare gli ultimi passi, perché già la
pioggia cominciava a cadere, e infittiva. Il mare era
inquieto, torbido, e gonfiava di punto in punto sotto
l'incombente minaccia del cielo gravido d'enormi nuvole
nere. I marosi, intumidendo, cominciavano a cozzare gli
uni negli altri e non riuscivano ancora a frangersi.
Solo una breve spuma rabbiosa ferveva un tratto, a
strisce, su per le creste irte, qua e là.
- Vuol darci dentro bene! - sospirò il Celèsia guardando
dietro i vetri del balconcino.
Poco dopo, infatti, il cielo incavernò, e fu per qualche
momento una tetraggine attonita, spaventevole. Di tratto
in tratto, una raffica strisciava rapidissima su la
spiaggia e sollevava un turbine di rena. Il primo tuono
finalmente scoppiò, formidabile, e fu come il segnale
della tempesta.
Bruno Celèsia chiuse gli scuri, accese il lumetto a
petrolio e andò a sedere alla vecchia scrivania per
riprendere, secondo il solito suo, la lettura d'un
grosso libraccio, ove era narrata la storia della
scoperta dell'America. A ogni nuovo scoppio di tuono si
stringeva nelle spalle e stirava il collo:
- Forza, Domineddio! Bombardiamo.
Gli s'affacciavano alla mente quei poveri lampioncini
variopinti, preparati per la luminaria, e sogghignava.
Leggeva da circa un'ora, quando gli parve di sentire,
tra il fragorio incessante del mare, urli su la
spiaggia. Si recò al balcone, schiuse uno scuro e, a
prima giunta... un lampo che l'accecò! Tremendo
spettacolo! Sì, sì... laggiù... che era accaduto? C'era
gente, tanta gente che si riparava alla meglio dalle
ondate che avventava il mare furibondo. Ecco, sì:
urlavano! Che era accaduto? Prese il cappello e corse a
vedere.
Nell'orrendo tenebrore fragoroso tremava qua e là su la
spiaggia qualche lumino spaventato di lanterna riparata
da un mantello, da uno scialle: una gran folla era
accorsa laggiù, uomini e donne, i quali aspettavano
trepidanti, ansiosi, l’improvvisa luce d'un lampo per
intravedere sul mare una barca assaltata orribilmente
dai flutti e dal vento. Alcuni intanto s'affannavano a
ripetere che sulla barca non c'era nessuno, che il mare
se l'era strappata dalla spiaggia, di là
dall'antemurale, ov'era tirata a secco; altri invece
giuravano e spergiuravano di avervi scorto un uomo che
gestiva così... così... e rifacevano i gesti disperati;
e altri riferivano che molte lance erano uscite quel
giorno dal porto, dirette ai bagni di San Leone, fra le
quali qualcuna poteva essere stata sorpresa dalla
tempesta, sul ritorno.
- Eccola! Eccola! - si gridò a un tratto, da tutte le
parti, a un ampio palpito repentino di livida luce.
Ma subito il tuono rimbombò tremendo, e coprì gli urli
della folla. Nella cresciuta oscurità la tempesta
convolse animi e cose più spaventosamente di prima di
tra la furia del vento e del mare.
Cessato il rimbombo, i commenti ripresero come sperduti,
lontani:
- Sì, sì! C'era, c'era un uomo sulla barca... chiedeva
aiuto, aiuto! - Tutti questa volta lo avevano veduto.
- E chi va? - gridò Bruno Celèsia. - Gli eroi di
quest'oggi dove sono?
Ma quanto più ciascuno sentiva il bisogno di far
qualcosa, tanto più l'animo sul punto mancava, e tutti
gridavano aiuto, quanto loro usciva dalla gola, come se
l'aiuto non dovesse partire da loro. Al sarcastico
richiamo del Celèsia, qualcuno infine gridò tra la
folla:
- Eccomi! A me una barca!
E, facendosi largo, quasi rabbiosamente, si fece avanti,
risoluto e pronto al nuovo cimento, Carluccio Sghembri.
Subito il Celèsia, in un impeto d'ammirazione, gli buttò
le braccia al collo e lo baciò in fronte, piangendo,
esclamando:
- Figlio di Dio! Ma no! tu no! tu non devi andare! Qua a
me la barca! Vado io!
E cominciò a spogliarsi di furia. Lo Sghembri si
opponeva.
- Vado io - incalzò imponendosi alla folla, Bruno
Celèsia. - Nessuno s'arrischi d'impedirmelo... Vattene
tu! La tua medaglia te la sei guadagnata! Tocca a me!
Lasciatemi, vi dico! Nuoto benissimo! Vado io! La vita
per me non ha più prezzo! Lasciatemi andare!
Un vecchio marinaio recò di corsa un salvagente legato a
una gomena; altri intanto avevano spinto su la spiaggia
una barchetta Bruno Celèsia vi saltò dentro, nudo.
Subito il mare con un'ondata furiosa si rapì la
barchetta. Fu un grido d'orrore. Ingoiato dalla tenebra,
Bruno Celèsia era sparito sul mare.
- Molla! Molla! - si gridò al marinaio che reggeva la
gomena.
Più viva, più smaniosa, ora, nell'angoscia, si fece
l'attesa d'un nuovo baleno. Pareva intanto che il cielo
lo facesse apposta: tenebra e fragore che toglievano il
respiro! Tutti, per sottrarsi in qualche modo a
quell'orrenda trepidazione, avrebbero voluto attendere
alla gomena che si svolgeva man mano da sé, lì, come
cosa viva, al lume tremolante delle lumiere riparate dai
mantelli.
- Largo! Largo! Lasciatela libera!
Un lampo.
- Eccolo! Eccolo! - si gridò di nuovo; e subito le voci
furono come ingoiate dalla tenebra sopravvenuta più
fitta.
Ma lo avevano scorto, lì, presso l'altra barchetta.
L'ansia divenne angosciosa.
- Lo salva! Lo salva!
E le donne singhiozzavano, e gli uomini irrequieti,
tremanti, nell'angosciosa sospensione, imponevano
silenzio, come se potesse giovare. A un certo punto,
parve che la gomena, lì per terra, non si movesse più.
Il marinaio la prese in mano; attese un tratto; poi
gridò, piangendo al colmo della gioia:
- Ecco, tira! Fa leva! fa leva!
Tutti allora si precipitarono ad afferrar la gomena,
giubilanti, esultanti.
Un altro lampo...
- Eccolo! Forza! Forza! Viene! Evviva! Evviva!
E, poco dopo, Bruno Celèsia venne ad urtare con la
barchetta contro la spiaggia.
- Salvo! Salvo! Qua dentro la barca! Tirate! Respira
ancora!
Un trionfo. Ma quando la folla poté riconoscere il
naufrago...
Ecco. Non basta tante volte alla sorte perseguitare un
pover'uomo fino a rendergli la vita impossibile; vuole
anche apporre a ogni persecuzione come un suggello di
scherno.
Bruno Celèsia aveva salvato l'amante di sua moglie.
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