Novelle per un anno - 1926 - Il vecchio Dio
2. Tanino e Tanotto
Dai contadini che si recavano ogni giorno in città con le
mule cariche delle provviste della campagna, il barone Mauro
Ragona sapeva che la moglie seguitava a star male e che
anche il figlio, ora, s'era gravemente ammalato.
Della moglie non gl'importava. Matrimonio sbagliato,
contratto per sciocca ambizione giovanile.
Figlio d'un contadino arricchito, il quale, sotto il passato
Governo delle due Sicilie, s'era comprata col feudo la
baronia, aveva sposato la figlia del marchese Nigrelli, fin
da bambina educata a Firenze, e che, a suo dire, non
comprendeva più il dialetto siciliano; pallida, bionda e
delicata come un fiore di serra. Robusto, tutto d'un pezzo,
bruno di carnagione, anzi nero come un africano, faccia
dura, occhi duri, grossi baffi e capelli fitti, crespi,
nerissimi, egli ora si diceva contadino, e se ne vantava.
Avevano capito presto l'uno e l'altra che la loro convivenza
era impossibile. Ella piangeva sempre; senza ragione,
credeva lui. Dal canto suo, egli s'annoiava e, in risposta a
quelle lagrime, sbuffava. Ma dalla loro unione era nato un
bambino, biondo, pallido e delicato come la madre, la quale
fin dai primi giorni se n'era mostrata gelosissima; tanto
che egli non aveva potuto mai toccarlo e nemmeno quasi
guardarlo.
E allora egli s'era allontanato dalla città senza darne né
conto né ragione a nessuno. Per fare il comodo suo. Se n'era
andato lì nella sua campagna nativa; s'era presa con se
Bàrtola, la bella figlia d'un suo fattore morto l'anno
avanti, sana e gaja contadina, piena d'umile bontà, che
aveva accolto come un grande onore, come una vera degnazione
l'amore del giovane padrone; gli era nato un figliuolo anche
da lei, ma bruno come lui, solido e paffuto; e finalmente
s'era sentito a posto.
La moglie, contentissima.
S'erano guastati del tutto, apertamente, per una stupida
bizza: Mauro Ragona adesso lo riconosceva. Vedendosi
trattato d'alto in basso dalla moglie aristocratica, nelle
rare volte che si recava in città più per rivedere il figlio
che per lei, s'era sentito un giorno rimescolare il sangue.
Ah davvero ella sentiva tanto disprezzo per lui? davvero non
lo riteneva degno d'altra donna, che di quella Bàrtola che
teneva in campagna ?
— Ti voglio! — le aveva gridato, inasprito dalie sdegnose
ripulse di lei. — Sei infine mia moglie!
Ma ella s'era ribellata fieramente a quella violenza che
egli per puntiglio voleva usarle. Accecato, il Ragona s'era
lasciato spingere un po' troppo oltre dall'amor proprio
offeso, e finalmente se n'era andato, rompendo in una
sghignazzata.
— Quella lì, del resto, vale cento volte più di te!
D'allora in poi, non era più ritornato in città.
Non gli importava, dunque, che la moglie stesse male. Ma che
ora si fosse ammalato anche il figlio, sì, e molto. Non lo
aveva più riveduto, da cinque anni, povero piccino, e ne
aveva rimorso: era sangue suo, portava il suo nome, il suo,
il nome dei Ragona; sarebbe stato l'erede della sua
ricchezza, e cresceva intanto come un Nigrelli, lì, tutto
della madre che forse gli parlava male di lui, a tradimento,
male del proprio padre, di cui il piccino non poteva più,
certo, ricordarsi. Se ne ricordava lui, però: ah era tanto
bello, come un angioletto, con quei ricci biondi e quegli
occhi limpidi, color di cielo. Chi sa intanto come s'era
fatto, ora, dopo cinque anni... - malato, ora, e
gravemente... - E se fosse morto, se fosse morto, senza
conoscere il padre?
Bàrtola quei giorni si teneva con sé, lontano, Tanotto, il
figliuolo, vedendo il padrone così aggrondato e in pensiero
per quell'altro. Comprendeva, col suo cuore devoto, che la
vista di Tanotto, allegro e spensierato, non poteva riuscir
gradita in quei momenti al padrone; temeva che questi non
facesse anche qualche sgarbo al povero piccino innocente,
non lo respingesse, come un cagnolo importuno. Ella stessa
s'arrischiava appena di domandargli notizie.
— Non so nulla! Non mi sanno dir nulla! — le rispondeva egli
duramente, smaniando.
E Bàrtola non s'offendeva di quella durezza. Pensava che era
per il dolore del figlio, e giungeva le mani, alzando gli
occhi al cielo. La Vergine Santa doveva farglielo guarire
presto, quel bambino! Ella non poteva vedere così angustiato
il suo padrone.
— Lasciala stare la Vergine, — le disse egli, un giorno,
irritato. — Lo so che a te piacerebbe che mio figlio
morisse!
Bàrtola aprì le braccia, sbarrò gli occhi, stupita, ferita
nel cuore, quasi non sapendo credere che il padrone avesse
potuto pensar di lei una tal cosa.
— Che dice, Vossignoria! — balbettò. E non sa che per il
signorino darei anche la vita di mio figlio?
Si coprì il volto con le mani e si mise a piangere.
Il barone, poco prima, standosi con la fronte appoggiata i
vetri del balcone, aveva veduto Tanotto su lo spiazzo
davanti la villa scherzare col cane e coi tacchini, e aveva
fatto quel cattivo pensiero. Ora si pentiva d'averlo così
crudamente manifestato; ma invece di mostrare il suo
pentimento a Bàrtola, si stizzì del pianto che le aveva
ingiustamente cagionato.
— Mio figlio non deve morire! — gridò, serrando le pugna e
scotendole in aria. — Non deve morire! non voglio, capisci?
Ma sì che lo capiva Bàrtola; capiva che per il padrone il
figlio, il figlio vero era quello lì; quest'altro, Tanotto,
era figlio di lei, e basta - figlio d'una povera contadina,
il quale, morendo, si sarebbe levato di patire, di tante
dure fatiche si sarebbe levato, che già lo aspettavano;
mentre quello lì, il signorino, morendo (Dio liberi!)
avrebbe fatto tanto guasto, perché era ricco e bello e fatto
per vivere e per godere, e il Signore avrebbe dovuto sempre
guardarglielo!
Sul tramonto di quello stesso giorno, il barone Ragona fece
sellare il cavallo e partì per la città, con la scorta di
due campieri.
Arrivò ch'era già sera inoltrata, e trovò a casa il marchese
Nigrelli, venuto apposta da Roma, dove, da vecchio
donnajuolo impenitente, dava fondo alle sue ultime sostanze.
Piccolo, asciutto, con la schiena quasi ingommata, i
baffetti lunghi ritinti e incerati, egli accolse il genero
col solito garbo cerimonioso, come se non sapesse nulla di
nulla:
— Oh caro barone... caro barone... — Riverisco, — grufò il
Ragona, guardandolo, cupo, negli occhi, e lasciandolo lì,
con la mano protesa; poi, vedendo che il marchese alzava
quella mano per battergliela amorevolmente la spalla,
aggiunse, seccato: — Vi prego di non toccarmi. Dov'è mio
figlio?
— Eh, maluccio! — sospirò il marchese, disinvolto,
portandosi le mani alle punte dei buffetti incerati. —
Maluccio, caro barone... Venite, venite...
- Sta in camera con la madre? - domandò, fermandosi, il
Ragona.
— Eh no, — rispose il Nigrelli. — S'è dovuto portar via, in
un'altra camera, perché, capite? ha bisogno d'aria, di molta
aria, che ad Eugenia farebbe male. Si tratta di tifo,
purtroppo, caro barone... Tanto che io ho pensato...
— Ditemi dov'è! — lo interruppe, brusco e smanioso, il
barone. — Accompagnatemi!
Dopo cinque anni, si sentiva come un estraneo nella propria
casa; non si raccapezzava più tra i cambiamenti che vi aveva
apportato la moglie. Nella camera ove giaceva il bambino,
vide prima di tutto, accanto al letto, una suora di carità,
e se ne turbò profondamente.
— L'ho chiamata io, — spiegò il marchese. — Volevo dirvi
questo. Non potendo la madre, qual più amorosa assistenza ?
E terminò la frase in un sorriso grazioso rivolto alla
giovane suora, che abbassò subito gli occhi sotto le grandi
ali bianche della cornetta.
— Ci sono qua io, ora! — disse il barone, accostandosi al
letto; poi, vedendo il piccino ischeletrito, giallo come la
cera, quasi calvo: — Figlio! — esclamò. — Figlio! Figlio
mio! — con tre sospiri, che parve gl'impietrassero il cuore.
Il piccino lo guardava dal letto, smarrito, sgomento, non
sapendo chi fosse colui che lo chiamava a quel modo. Egli
comprese l'espressione di quello sguardo e ruppe in
singhiozzi.
— Sono tuo padre, figlio mio! tuo padre, tuo padre, che ti
vuol tanto bene...
E s'inginocchiò accanto al lettuccio e cominciò a carezzare
il visino sparuto del figliuolo, a baciargli le manine,
teneramente, qua e qua e qua, su tutti i ditini, e poi sul
dorso e poi su la palma che scottava di quella manina cara,
ischeletrita. Ah Dio, Dio, come scottava!
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Non si staccò più da quel lettuccio, né giorno né notte,
per circa un mese. Licenziò la suora di carità, quel
cappellaccio che gli pareva di malaugurio; e volle
attender lui a tutte le cure, a tutte, senza darsi un
momento di requie, senza più chiuder occhio per notti e
notti, rifiutando anche il cibo, rifiutando ogni aiuto.
Non domandò affatto notizie della moglie; non volle
neppur sapere di che male fosse inferma: non visse, in
quei giorni, che per il suo piccino, il quale, a poco a
poco, per istintiva gratitudine, al caldo di quell'amore
sempre vigile, non seppe più fare a meno di lui, e se lo
teneva abbracciato, stretto stretto, e se lo
accarezzava, mentre egli sentiva soffocarsi dalla
commozione.
Vinto il male, i medici consigliarono al barone di
portarsi il figlio in campagna, per aiutare col
cambiamento d'aria la convalescenza.
— Non c'era bisogno che me lo consigliaste voi. Ci avevo
pensato io prima, da me — disse ai medici il Ragona.
E diede gli ordini per la partenza, pensando a tutte le
minuzie, perché il figliuolo malatuccio avesse in
campagna tutti i comodi e non avesse nulla a desiderare.
Ma quando la moglie inferma seppe di quei preparativi di
partenza, temendo che il marito volesse portarsi via il
figlio per sempre, montò su le furie, e ci andò di mezzo
il povero marchese Nigrelli, che dovette correre per un
pezzo dall'uno all'altra, riferendo invettive, domande,
risposte, che egli, da gentiluomo compito, si sforzava
d'attenuare, di verniciare alla meglio.
Il barone, a un certo punto, tagliò corto.
— Oh insomma! Dite a vostra figlia che io sono il padre
e che comando io.
— Sì, ma voi... ecco, lì in campagna avete... — si provò
a obbiettare il marchese per conto della figlia. — Sì,
dico... la vostra situazione...
— Dite a vostra figlia, — riprese con lo stesso tono il
barone, — che io conosco il mio dovere di padre, e tanto
basta!
Difatti ai contadini che venivano dalla campagna aveva
ordinato di dire a Bàrtola che lasciasse la villa e se
ne andasse ad abitare con Tanotto nella casa colonica,
lì presso. Prima di partire stabilì con la moglie che il
figliuolo, d'ora innanzi, sarebbe stato con lui in
campagna nei mesi grandi, com'egli a modo dei contadini
chiamava il tempo che corre dal marzo al settembre, e
l'inverno, i mesi piccoli, con lei in città.
Quell'ordine del padrone era sembrato a Bàrtola
giustissimo. Certo, venendo lì il signorino, ella non
poteva rimanere nella villa. Ma il padrone - senza
pensare a nulla di male doveva farle una grazia:
concedere di servir lei il signorino poiché nessun'altra
donna prezzolata avrebbe potuto farlo con più amore e
con più zelo di lei. Sicura d'ottenere questa grazia
lavorò come un facchino per ripulir la villa e preparare
la camera ove il padrone avrebbe dormito insieme col
padroncino.
Sentì cascarsi le braccia però, il giorno dell'arrivo,
allorché dalla carrozza vide scendere una donna di
servizio che pareva una signora, alla quale il barone
porse il figliuolo tutto avvolto in uno scialle, e nel
veder poi scendere da un altro carrozzino il cuoco e un
guattero...
Eh che! La teneva dunque in conto d'una femminuccia
davvero? Neppure in cucina, neppure in cucina la avrebbe
dunque ammessa, per attendere ai più umili servizii? Le
vennero le lagrime agli occhi; ma il barone le rivolse
uno sguardo così imperioso, che ella subito si
trattenne, chinò il capo e se n'andò a piangere, col
cuore spezzato, lassù, nella cameretta in cui s'era
allogata col figliuolo.
Pianse e pianse; poi dalla finestra guardò nella
poggiata di là Tanotto, che se ne stava per la prima
volta a guardia dei tacchini. Povero figliuolo! Lo aveva
mandato via lei, perché non désse fastidio al momento
dell'arrivo. E già cominciava per lui, così piccino, la
fatica... Ma se il padrone, intanto, la trattava a quel
modo, se aveva condotto in campagna il signorino, forse
era segno che si era riconciliato con la moglie, e
dunque ella se ne sarebbe andata via, se ne sarebbe
tornata in paese, presso la vecchia madre, o a far la
serva altrove. Tanotto poi, cresciuto, ci avrebbe
pensato lui a darle un tozzo di pane per la vecchiaia.
Deliberò di licenziarsi subito; ma né quel giorno né i
giorni seguenti poté accostarsi al padrone, che era
tutto intento al figliuolo. Stanca d'aspettare in quelle
condizioni d'animo, si disponeva a partire senza dir
nulla, di nascosto, quando il barone venne lui stesso a
trovarla, lì nella casa colonica.
— Che fai? — le disse, vedendo il fagotto già preparato
in mezzo alla camera.
— Se mi dà licenza, — gli rispose Bàrtola, con gli occhi
bassi, — me ne vado.
— Te ne vai? Dove? Che dici?
— Me ne vado da mia madre. Che sto più a farci qua, se
Vossignoria non ha più bisogno di me?
Il barone s'adirò; la guardò un pezzo accigliato,
severamente; poi socchiuse gli occhi e le disse:
— Sta' quieta e non mi seccare! Chi t'ha cacciato via?
Ho di là mio figlio, e non ho tempo né voglia di pensare
ad altro.
Bàrtola diventò di bragia e s'affrettò a rispondergli
umilmente:
— Ma se Vossignoria non ci pensa più, neanch'io ci
penso, glielo giuro, e n'ho piacere! Non parlo per
questo: sarei una svergognata! Dico però che potevo
restar la serva di Vossignoria e del bambinello che è
venuto qua... L'ho forse scritta in fronte la mia
vergogna? O non erano degne le mie mani amorose di
servirlo?
Proferì queste parole con tanto accoramento che il
barone n'ebbe pietà e le spiegò con buona maniera le
ragioni delicate per cui la aveva tenuta lontana. Il
ragazzo, poi, aveva bisogno di cure particolari, che
ella forse non avrebbe saputo prestargli.
Bàrtola scosse amaramente il capo:
— E che ci vuol arte, — disse, — per servire i bambini?
Cuore ci vuole. E chi si sente servito col cuore può
farne a meno dell'arte. Non l'ho saputo crescere io il
mio figliuolo? E più che come un figliuolo l'avrei
servito, il signorino, perché, oltre l'amore, avrei
avuto per lui il rispetto e la devozione. Ma se
Vossignoria non m'ha creduta degna, non ne parliamo più.
Dio che mi legge nel cuore, sa che non mi meritavo
questo da Vossignoria. Sia fatta la sua volontà.
Per cangiar discorso e per farle piacere, il barone le
domandò di Tanotto.
— Eccolo là! — rispose Bàrtola, indicandoglielo dalla
finestra, su la poggiata, tra i tacchini. — Fa già il
guardiano. Tutte le sere, tornando a casa, mi domanda
del signorino; si muore dal desiderio di vederlo, magari
da lontano, dice; vorrebbe portargli i fiori; ma io gli
ho detto che il signorino non si può vedere perché è
malato, e che i fiori gli farebbero male. Così s'è
quietato.
Quietato? Tanotto, lassù tra i tacchini, si scafava
invece intere giornate per capacitarsi come mai i fiori
potessero far male a un bambino. Tranne,- pensava, - che
non fosse un bambino fatto d'un'altra maniera... Ma
fatto... come? Guardava i fiori: ecco, a lui non
facevano male, eccetto quelli di cardo, si sa, ch'erano
spinosi; ma questi egli certo non li avrebbe offerti;
non li toccava nemmeno lui. Come doveva essere, dunque,
quel bambino? E meditava, escogitava il modo di vederlo,
senza farsi vedere.
Non trovandone, e non sapendo più resistere alla
tentazione, un giorno piantò li su la poggiata i
tacchini e se ne venne su lo spiazzo davanti la villa a
guardar risolutamente ai balconi della camera dove
dormiva il padrone. Sarebbero state busse, certo, se la
madre lo sorprendeva li col nasetto all'aria e le mani
dietro la schiena; ma egli voleva togliersi a ogni costo
la curiosità.
Attese un pezzo così, e finalmente ecco dietro la
vetrata d'un balcone la testa del bambino misterioso.
Tanotto restò allocchito, a mirarlo. Gli pareva fatto
davvero d'un'altra maniera, non sapeva dir come, e
pensava che veramente, essendo così, i fiori gli
potessero far male. Anch'egli il piccino convalescente,
tanto pallido ancora e tanto gracile, coi capellucci che
gli rispuntavano appena, biondissimi, aerei, lo guardava
incuriosito dai vetri del balcone; ma poco dopo, dietro
a que' vetri, apparve la figura del barone, e Tanotto se
la diede a gambe, spaventato. Si sentì più volte
chiamare dalla voce del padrone, e si fermò col cuore
che gli galoppava in petto; si voltò e si vide chiamato
ancora, chiamato con le mani. Che fare? Tornò mogio
mogio su i proprii passi, e già infilava il portone
della villa, quando si vide sopra la madre, che lo
afferrò per un orecchio e cominciò a sculacciarlo con
l'altra mano.
— M'ha chiamato il padrone! Mi vuole il padrone! —
strillava Tanotto, tra le sculacciate.
— Il padrone? Dove? Quando? — gli domandò Bàrtola,
sorpresa.
— Or ora, m'ha chiamato dal balcone! — gli rispose
Tanotto, acceso di rabbia e piangente più per
l'ingiustizia che per il dolore.
— Bene: vieni su; voglio vedere, — riprese la madre,
conducendolo con sé.
Tanotto entrò, stropicciandosi gli occhi lagrimosi. Il
barone gli era venuto incontro, nella saletta
d'ingresso, col figliuolo.
— Perché piangi, Tanotto?
— L'ho picchiato io, poverino, — rispose Bàrtola. Non
sapevo che lo avesse chiamato Vossignoria.
— Povero Tanotto, — fece il barone, chinandosi a
carezzargli i capelli fitti, crespi, nerissimi, ch'erano
tali e quali i suoi. — Su, su, basta ora... Vedete di
giocare un po' insieme, bonini eh?
I due ragazzi si guardarono e si sorrisero; poi Tanotto,
con gli occhi ancora lagrimosi e il testoncino basso, si
cacciò una mano in tasca, ne trasse alcune conchiglie
che aveva raccolto su la poggiata e le porse, domandando
con un singulto, eco del pianto recente:
— Le vuoi, se non ti fanno male.
Bàrtola rise, ma gli diede subito su la voce:
— Come si dice, impertinente? Vuoi, si dice? E non sai
che parli col signorino?
— Lasciali dire, tra loro, — le disse il barone. — Sono
ragazzi.
Ma Bàrtola, su questo punto, non ostante la degnazione
del padrone, non volle transigere, e poco dopo
rimproverò di nuovo Tanotto che domandava al signorino:
— Come ti chiami?
Il barone propose di fare uscire per la prima volta il
figliuolo all'aperto e di fargli fare due passi per il
viale. Bàrtola fu felice di portarlo in braccio giù per
la scala.
— Non pesa niente! una piuma, una piuma... — diceva, lo
baciava sul petto, amorosamente, come una schiava.
— Ecco, — disse il barone, a piè della scala, ai due
ragazzi. — Prendetevi adesso per le manine e andate pian
piano sotto gli alberi. Così...
Tanotto e il signorino s'avviarono con l'impaccio dei
bambini che vanno per la prima volta insieme tenendosi
per nano. Tanotto, minore di circa due anni, pareva
tuttavia maggiore d'assai; lo guidava e lo proteggeva.
Prese, dopo un tratto, con la sua sinistra, la mano del
bambino e gli portò la destra a tergo per farlo camminar
meglio. Quando si furono così allontanati alquanto e non
c'era più pericolo che fossero uditi, Tanotto domandò di
nuovo:
— Come ti chiami ?
— Tanino, come nonno, — rispose l'altro.
— E allora come me, — riprese Tanotto, ridendo. —
Anch'io, Tanino come nonno; me l'ha detto il fattore. A
me però mi chiamano Tanotto perché sono grosso, e mamma
non vuole che si dica che mi chiamo come nonno.
Perché? — domandò Tanino, impensierito.
Perché nonno io non l'ho conosciuto, — rispose, serio,
Tanotto.
— E allora come me! — ripeté Tanino, ridendo a sua
volta. — Neanche io l'ho conosciuto nonno.
Si guardarono sorpresi e risero insieme di questa bella
trovata, come se fosse un caso molto strano e, sopra
tutto, un bel caso, da riderci su, a lungo,
allegramente.
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